Free Blogger Federico Aldrovandi washington | Viaggi disordinati

Appunti sparsi di un irrequieto senza fissa dimora

Eccomi

Utente: karestia
Complicato dire chi io sia, ma essenzialmente sono un viaggiatore che spera di poter vedere il piu' possibile, da piu' punti di vista, sotto diverse luci. Vorrei capire. A giudicare ci pensino gli altri.

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giovedì, 02 luglio 2009
Divagazioni di un bancario errante

IX Puntata: Parole pruriginose
 
Ad Irene, perchè qualche risata possa seppellire il dolore di noi tutti, che non abbiamo potuto salutarti per il tuo ultimo viaggio.
 
“C’hai la scabbia”.
Quattro parole secche (tre e mezzo, per la precisione), pronunciate con una leggera inflessione siciliana che non ha fatto altro che confermare la bontà della mia scelta nell’optare per un medico italiano.
Basta poco per rendere felice un uomo.
Vi sembrerà strano, ma quando ho sentito il medico annunciare la diagnosi con quelle parole, ho davvero provato un moto di commozione, quasi avrei voluto abbracciarlo.
Considerate le circostanze, credo che non avrebbe apprezzato un contatto tanto intimo, per cui ho deciso di limitarmi ad un “Grazie” spezzato in gola dall’emozione.
So che per molti di voi (forse tutti) questa affermazione può giustificare una chiamata urgente ai miei genitori per chiedere se effettivamente la mia salute mentale sia ancora intatta e se gli effetti di tutte le cadute infantili non stiano finalmente ed inesorabilmente emergendo alla luce, ma lasciatemi spiegare ancora per qualche riga e magari converrete con me sull’entusiasmo per una simile notizia.
Per chi non lo sapesse la scabbia è causata da invisibili acari che scavano sotto la pelle del proprio anfitrione una rete di cunicoli in cui depositano uova e organizzano la loro vita in modo da poter rendere impossibile quella dell’essere in cui vivono.
Non lo fanno con perfidia, è nella loro natura.
La scabbia nei paesi civilizzati è abbastanza rara da contrarre e normalmente è riconducibile a sitauzioni di scarsa igene ed associata ad altre malattie parassitarie.
Come dire che se sei un barbone e dormi per strada, probabilmente il meglio che ti possa capitare è la scabbia.
Ovvio che nel caso di un cane le possibilità di contrarla rotolandosi su un prato o strofinandosi con propri simili dalle pratiche igeniche non ortodosse aumentano considerevolmente.
Ma mi sento di poter escludere quasi totalmente che abbia potuto contrarre la scabbia in entrambe i due casi sopracitati.
Infatti credo di aver datro il benvenuto ai miei ospiti microscopici a Dubai o ad Abu Dhabi, in un meraviglioso albergo a cinque stelle per cui ho pagato una somma decisamente troppo alta, tutto sommato.
Ovviamente questa deve essere la vendetta del dio che sovraintende alla religione musulmana, dato che nelle precedenti puntate mi ero permesso di criticare i costumi locali in maniera alquanto esplicita.
Spero che a questa non seguano un’altra serie di maledizioni bibliche, dato che nei primi 6 mesi di questo anno, mi sembra di essermi sufficentemente immolato sull’altare della sfortuna.
Ma ritorniamo alla scabbia.
La sintomatologia è semplice: un prurito diffuso, costante ed implacabile su tutto il corpo, ma soprattutto in quelle zone che sono più sconvenienti da grattare in pubblico e meno raggiungibli quando non si ha una di quelle manine in legno di cui vi siete sempre chiesti l’utilizzo quando le avete notate sulle bancarelle delle fiere.
E che ovviamente non avete mai deciso di comprare, pagandone uno scotto carissimo in seguito.
Il prurito poi aumenta con il calore, dato che i simpatici acari lo gradiscono vieppiù e, sentendosi a proprio agio, aumentano le loro attività vitali, dandosi a banchetti con i propri simili e sfornando nidiate che colonizzano altri spazi del vostro tessuto epidermico.
Quindi il prurito vi attacca soprattutto sotto le coperte al momento di prendere sonno, sotto la doccia calda (uno dei pochi piaceri del risveglio) o mentre le vostre chiappe sono sedute sulla sedia dell’ufficio ovvero, nel mio caso, circa 10 ore al giorno.
Avendo parenti medici da cui ho assorbito alcune basiche cognizioni di patologia, ho inizialmente ricondotto il tutto ad un’allergia alimentare, causata da qualche cibo variamente speziato ingerito in uno dei miei viaggi intorno al globo.
Ho provato a ridurre le quantità di alcool e grassi nel mio corpo, ma senza sostanziali risultati, se non quello di aumentare la depressione ed il nervosismo causati dal prurito e dalle notti insonni.
Il consulto con i medici di famiglia non ha portato a risultati migliori, dato che nè mio fratello nè mio padre sono riusicti a pensare che il tutto potesse essere causato da un parassita.
A loro discolpa devo informarvi del fatto che il prurito era totalmente “sine materia”, ovvero senza le manifestazioni cutanee proprie di una patologia dermatologica (ve l’ho detto che ho assorbito un po’ di cognizioni di medicina...).
In pratica la mia pelle era intatta, senza un solo sintomo di quella che normalmente è un’infezione dalle manifestazioni abbastanza evidenti, quali eritremi, escoriazioni, arrossamenti e venature rossastre sottopelle.
Come alcuni di voi avranno già sperimentato sulla propria pelle (ed io l’ho fatto, credetemi) quando i medici non capiscono una mazza di quello che sta succedendo, cominciano ad andare per esclusione.
Così, tanto per escludere il peggio, dietro indicazione di mio padre, mi sono fatto prescrivere dalla mia dottoressa una serie di esami del sangue a cui lei ne ha voluti aggiungere un’altra dozzina.
Il timore non confessato di mio padre era che potessi avere un linfoma di Hodgkin, un caso di tumore maligno che manda in tilt il sistema linfatico e provoca appunto un prurito davvero fastidioso, soprattutto agli arti e durante la notte.
Nel mio caso ero abbastanza certo che non si trattasse di questo, dato che a prudermi erano altre zone meno nobili (e non per questo meno sensibili), ma per tranquillizzare il resto della famiglia e procedere con le esclusioni, mi sono sottoposto al salasso ematico con estremo piacere, facendo finta di non capire che stessero temendo per il peggio.
Non voglio tediarvi oltre, per cui giungo alla conclusione della vicenda.
Esasperato e sfinito dalla mancanza di sonno, mi sono confessato con una collega.
Lei candidamente e con tutta calma mi ha detto: “C’hai la scabbia”, per passare poi a fornirmi i dettagli della sua esperienza personale con gli acari in questione e distanziarsi leggermente, tanto per essere sicura di non ripetere l’avventura.
Inizialmente non ho capito bene cosa stesse dicendo, dato che il termine inglese e la pronuncia americana non facevano sobbalzare alla mia mente nulla di conosciuto a cui potessi dare un minimo di credito.
Quando finalmente l’incomprensione linguistica si è risolta ho assunto un’espressione simile a quella di John Belushi nella chiesa di James Taylor nel film “The Blues Brothers” ed inginocchiatomi dentro un fascio di luce proveniente da un dio diverso da quello rancoroso dei musulmani, ho esclamato: “Ho la scabbia!!!”
Il giorno dopo mi sono recato dalla dottoressa di turno nella clinica della World Bank e le ho raccontato tutto, soprattutto nella parte in cui il racconto della mia collega coincideva perfettamente con il mio caso: prurito “sine materia”, soprattutto in coincidenza con l’aumento del calore, stesso luogo di contagio (anche lei odia gli Emirati...) e stessi tentativi di risolvere altrimenti.
Apro una breve parentesi sul sistema sanitario americano e giuro di non dilungarmi troppo.
Innanzitutto smettetela di lamentarvi di quello italiano, dato che non avete nemmeno la più pallida idea di quanto siate fortunati.
Quindi ricordatevi una cosa: se state male negli USA, trovatevi un dottore flessibile e con un minimo di voglia di starvi a sentire, quindi non parlate con anglosassoni, irlandesi, tedeschi, svedesi o comunque chiunque provenga da nord delle Alpi.
Mi sentirei di esculdere anche trentini e altoatesini, tanto per essere sicuri.
Spagnoli, sudamericani, arabi e africani vanno benissimo.
Gli indiani anche, se riuscite a capire cosa vi dicono con il loro accento da slot machines inceppate.
Ve lo dico perchè sono loro che devono prescrivervi le medicine, da loro dipende il vostro benessere e da loro dipende la ricetta per una stupidissima pomata per curare la scabbia, la cui applicazione su tutto il corpo durante una notte curerebbe definitivamente il problema e vi riporterebbe a dormire dopo settimane di parziale insonnia.
Ora se il medico che avete di fronte non è sufficentemente flessibile da accettare l’idea che il vostro racconto possa esulare dai protocolli epidemiologici che ha imparato minuziosamente, non sognatevi di poter mai ottenere la maledettissima pomata.
Neanche piangendo in aramaico o minacciando ritorsioni nei confronti della famiglia.
Tentativi che,  nella esatta sequenza, non hanno fatto altro che innervosire ancor di più la famigerata dottoressa Kennedy.
Spero ora comprendiate il perchè, giunto alla ottava settimana di prurito, abbia provato un afflato tanto spontaneo per il dottore che finalmente aveva riconosciuto il problema e mi aveva improvvisamente condotto a poche ore dalla sua soluzione.
La scabbia è stata curata, ho dormito con la pesantezza di un orso narcotizzato per circa due settimane e la dottoressa Kennedy ha dovuto spiegare al suo superiore il motivo dell’email ricevuta da un paziente che si dichiarava “alquanto deluso dalle capacità cliniche della dottoressa e dalla sua scarsa flessibilità”.
Devo dire che sono poche le soddisfazioni nella vita che superano quella di grattarsi lo scroto con un piacere elettrificante, ma ne faccio volentieri a meno sapendo che c’è un’americano in più che si pente di avere avuto a che fare con me.
L’unica parte davvero sconveniente è stata quella di dover comunicare ad un paio di persone la possibilità che avessero anche loro contratto l’infame parassita.
Immaginate la conversazione: “Ciao, come stai? Tutto bene? Non è che ultimamente ti sei scorticata la pelle durante la notte? No, non allarmarti, non è nulla... Ricordi quella cena fuori in quel ristorante carino? Si, anche io sono stato bene... Si, beh, ecco... sei sicura che non hai avuto pruriti inconsulti tali da farti pensare all’opzione dell’auto squoiatura? Non ti sei stofinata contro lo stipite della porta alla ricerca di un sollievo primoridale? No, non è nulla di grave, è che quella sera, dopo la cena, beh ecco... avrei potuto attaccarti la scabbia... ma non ti devi allarmare, non è grave”.
Non tentate di mettervi nei miei panni, è molto più imbarazzante di quanto non possiate neanche lontanamente immaginare.
Dall’ultima volta che ho messo in ordine i miei ricordi di pellegrino, ho accumulato ancora qualche decina di migliaia di miglia con la Lufthansa, tanto che ora mi vengono a prendere con una Mercedes nera sotto l’aereo se rischio di perdere la coincidenza a causa dell’incompetente ritardo del pilota tedesco.
Non sapete quanto ci godo a sentirli prodigarsi in scuse profonde per il disagio causatomi!
D’altra parte cosa c’è di meglio che essere italiani e trovarsi nella posizione di poter bacchettare non uno, ma decine di puntualissimi, impeccabili, precisi crucchi?
Cosa c’è di meglio che ritirare 100 euro (!!!) in contanti per il fatto di aver ricevuto il bagalio in ritardo all’aeroporto di Roma?
Non è una questione di denaro e nemmeno di boriosa presunzione, ma è una sorta di soddisfatto ed indiretto rinascimento dell’orgoglio nazionale all’estero, tanto vilipeso dall’Onano di Arcore in questi ultimi quindici anni.
Poi diciamoci la verità, chi non godrebbe un po’ a vedere un tedesco in tilt per il fatto di aver fatto tardi?
Ad Aprile ho visitato Cape Town, in Sudafrica, dove ho potuto soltanto permettermi una nuotata in gabbia con gli squali bianchi ed ho dovuto pagare un taxi per arrivare ai piedi della splendida Table Mountain per sentirmi dire che la funivia verso la vetta era chiusa per il vento troppo forte.
Insomma, non posso dire di aver davvero goduto della mia visita nel paese più a sud del continente africano, anche perchè nonostante l’esperienza con gli squali sia stata sinceramente indimenticablie, l’acqua era oltraggiosamente fredda per definire il tutto “piacevole”.
Come anticipato s
ono tornato a visitare la terra degli scarafaggi giganti (gli Emirati Arabi Uniti, per chi avesse perso le puntate precedenti, si sono guadagnati questo titolo dal sottoscritto per la frequente presenza di donne coperte di nero dalla testa ai piedi) e degli acari infamissimi.
Stavolta in missione ero in compagnia del mio capo e, nonostante quello che possiate pensare, la cosa non mi crea assolutamente problemi, anzi.
Con gli sceicchi abbiamo parlato per ore, concludendo poco nei primi giorni, arrovellandoci in discussioni interminabili e condite da the disgustosi e bollenti, salutandoci con reverenza in saloni enormi e vuoti.
Fortunatamente gli obiettivi della missione sono stati raggiunti tutti nelle ultime 24 ore, quando le nostre controparti ci hanno finalmente accettato come interlocutori affidabli ed hanno deciso di sbloccare tutte le decisioni che erano rimaste in sospeso fino a quel momento.
E per festeggiare ci siamo dovuti sorbire una cena che definire noiosa sarebbe un eufemismo.
Diciamo che l’aspetto piu’ positivo e’ stata la presenza di un ottimo buffet di pesce, che mi ha consentito di soddisfare la mia passione per le ostriche per i prossimi due anni.
Il collega arabo era leggermente sorpreso dal fatto che potessi ingerirne tante e credo abbia ripetuto piu’ volte a se stesso che la scelta del buffet a prezzo fisso fosse stata davvero quella giusta.
Stavolta abbiamo passato la maggior parte del tempo a Dubai, dove devo confessare che e’ possibile trovare qualcosa di positivo rispetto ad Abu Dhabi.
Come per esempio il pub inglese in cui ci hanno gentilmente consentito di vedere la partita della Juventus su uno degli schermi dove stavano trasmettendo le partite della Premier League.
Ovviamente nel pieno disaccordo della folla di esuli della Perfida Albione regolarmente aldila’ del limite di ubriachezza consentito dalla decenza.
Il menu’ era identico a quelli che si possono trovare nei peggior tuguri di Cardiff, con il fish ‘n chips che spiccava per sofisticatezza ed il pudding che chiudeva alla grande la scelta dei dessert.
Ci siamo guardati interdetti ed abbiamo ordinato una serie di birre per tentare di dimenticare cosa stavamo per mangiare e soprattutto per affogare la noia di una partita che ci ha fatto faticare fin troppo per trovare un luogo dove vederla, tutto considerato.
Sempre meglio che Abu Dhabi, appunto, dove invece abbiamo seguito la Vecchia Signora in un altro pub affollato di anglosassoni ubriachi, ma con il peggiorativo dettaglio di essere circondati da un innumerevole quantità di prostitute asiatiche dalla provenienza non meglio identificata.
Lascio a voi immaginare il risultato ottenuto dalla miscela delle due razze e le conseguenze dei comportamenti dei due gruppi, ma vi dico solo che alla fine abbiamo scavalcato tutti e ci siamo messi in prima fila davanti al maxischermo dopo aver convinto il barista che noi ne avremmo apprezzato meglio le qualità rispetto alla massa aggrovigliata di alcolisti e portatrici sane di malattie veneree.
Con mio sommo piacere non dovremo tornare da quelle parti per un bel po’, e certamente il ricordo delle ostriche mi aiutera’ a sopportare un eventuale ritorno.
Dopo un breve passaggio nella casa in cui pago inutilmente l’affitto a Washington, ho potuto finalmente mettere piede per la prima volta a Parigi.
Non senza inconvenienti, dato che un ennesimo disguido dei crucchi mi ha costretto a partecipare ad un vertice di un gruppo di lavoro G8 con la presenza di due Vice-Presidenti della World Bank in una maglietta bordeaux attillata ed un paio di pantaloni da trekking.
Fortunatamente tutti hanno apprezzato l’abbinamento di colori e me la sono cavata anche grazie al fatto che uno dei Vice-Presidenti era tedesco e non avrebbe potuto sparare a zero sulla propria compagnia di bandiera.
Ma tornando a Parigi, vorrei condividere con voi una domanda che continuavo a ripetermi ad ogni passo che facevo nelle assolate vie di un Maggio appena tiepido: “Quanto è bella Parigi?”
Ho camminato davanti a Notre Dame estasiato dalla austera imponenza della facciata gotica, mentre decine di parigini si sdraiavano sereni a godere il tramonto sul lungo Senna, accompagnati da una bottiglia di rosso e da qualche profumatissima delizia colesterolica.
Al Trocadero ho ammirato la perfezione dei boulevard che conducono alla Torre Eiffel e le geometrie urbanistiche piene di senso pratico ed al tempo stesso estetico, mentre dietro di me un gruppo di praticanti della Capoeira riunitosi da tutta Europa attirava una massa di gente enorme con i suoni del birimbao ed i cori ritmici che accompagnavano le evoluzioni.
Ho mangiato a Montmartre, dopo aver vagato indulgente fra i vicoli pieni di turisti, mentre i francesi si concentravano pigramente sulle scalinate della chiesa che affaccia su uno dei panorami urbani più belli che si possano immaginare.
Insomma, ho tentato di assorbire il più possibile nel poco tempo a disposizione ed ho raggiunto la conclusione che sarebbe stato inutile.
Ed è per questo che vorrei viverci a Parigi, perchè è una di quelle città di cui vale la pena provare ad essere cittadini, per potersi davvero immergere totalmente nelle atmosfere disincantate che solo chi vive la città costantemente può trovare, odiandone i ritmi frenetici ed amandone i sospiri malinconici di angoli privatissimi.
D’altra parte cosa c’è di meglio che sentirsi mandare all’inferno ad ogni attraversamento in una lingua che suona tanto dolcemente poetica?
Devo poi smentire le esagerate critiche nei confronti dei parigini e del loro malanimo.
Innanzitutto vorrei vedere voi a svegliarvi tutte le mattine e dover bere quel caffè disgraziato di cui devono sopportare la tostata maledizione.
Poi cercate di capirli, a parte il piacere ricavato dai formaggi e qualche buon vino, devono combattere tutto il giorno con acidità intestinali epiche causate da cibi oltremodo grassi ed una pasta scondita e scotta che farebbe innervosire anche un cane diabetico.
Inoltre vogliate essere comprensivi, quando attraversate la strada fatelo rapidamente, senza rischiare di sporcare il loro parafanghi con le macchie disordinate del vostro sangue.
I parigini non tentano d’investirvi, loro vogliono investirvi, fa parte della loro natura.
A parte ciò sono dei simpatici esseri metropolitani a cui forse farebbe bene fare un salto a Managua per capire che c’è di peggio nella vita e magari godersi un po’ di più la loro splendida città.
Al ritorno ho potuto finalmente approfittare del breve soggiorno a Washington e New York dei miei genitori, non prima di aver fatto un salto in Canada a bere birra artigianale e mangiare in un fantastico ristorante di Ottawa, dove insieme a mille altre prelibatezze locali, ho potuto assaggiare dell’ottima carne di alce.
Sulla capitale canadese non spendo molto tempo, anche perchè davvero non c’è molto da dire su un luogo che fa sorgere spontanea la riflessione circa il perchè, sbarcati da un viaggio transoceanico estenuante e ricco d’intemperie ed umidità, una masnada di disperati alla ricerca di una vita migliore abbia deciso di colonizzare un territorio dove d’inverno le temperature giungono eccessivamente al di sotto dello zero e la quantità di precipitazioni supera enormemente quella dei paesi d’origne.
Nessuno potrà mai davvero spiegarmi la ragione per cui di fronte al primo Ottobre sotto tre metri di neve Madame Marie-Helene o Mrs. Elizabeth non abbiano pressato i loro rispettivi mariti con una minaccia tipo: “O mi porti in California oppure fra due mesi ti trovi un paio di corna d’alce ed a quel punto magari posso anche spararti dicendo di averti confuso con una di loro!”
Atterato a New York ho ritrovato mio padre e mia madre, ormai completamente in balia di un delirio da frittura e hamburger che gli ha provocato seri problemi di dipendenza, tanto che mio fratello, una volta rientrati in Italia, ha dovuto nascondere le padelle dentro casa e sigillare il firgorifero per impedirgli di raggiungere la carne.
A me New York fa l’effetto della cocaina ed ogni volta che ci vado mi ritrovo a passare intere giornate camminando freneticamente, senza bisogno di eccessivo supporto alimentare, continuamante perso con lo sguardo su ciò che mi circonda, con le pupille dilatate per non perdere il minimo dettaglio.
Ho fatto marciare i miei come due alpini nella campagna di Russia e devo dire che entrambi hanno resistito abbastanza bene all’inizio, per poi cedere verso gli ultimi giorni, in una sorta di disperata ritirata dalla tundra siberiana.
Ho praticato la foratura delle vesciche di mia madre al primo giorno, mentre mio padre era talmente inebriato dalla scenografica bellezza della città che non solo ha riposto definitivamente lo scetticismo che nutriva circa l’opportunità di visitare gli States, ma ha scattato all’incirca 780 fotografie per avviare una raccolta monografica del continente da completare nei prossimi viaggi.
Entrambi hanno apprezato la maestosa assurdità del paese in cui vivo e, nonostante la vita notturna non fosse alla portata delle loro stanche membra, al momento di partire non hanno potuto trattenere la commozione di fronte all’idea di allontanarsi dai ricordi tanto intensi delle due settimane insieme: per mio padre il cheeseburger di Tony fra l’ottava e la 56esima, per mia madre i gamberoni avvolti nel bacon di un ristorante sudafricano nella stessa zona.
Credo che se venissero abbandonati in un qualsiasi punto di New York, comunque saprebbero come tornare da quelle parti.
C’è da dire ancora di Praga, dove ho finalmente rivisto mio fratello Valerio (il chirurgo che vive in Spagna) dopo circa nove mesi in cui non siamo riusciti a far coincidere i rispettivi viaggi a Roma.
Quando si dice una famiglia globalizzata!
È stata l’occasione giusta per bere qualcosa insieme in uno strano spirito di malinconica allegria, prima di tornare in Italia per poche ore, giusto in tempo per salutare mia cugina e augurarle che il viaggio verso cui è partita sia infinitamente più dolce di quello che dovremo fare noi senza di lei.
Ho provato a fare il buffone con mia zia, che mi adora ed a cui voglio un mare di bene, e spero che magari solo per qualche secondo sia riuscita a non pensare.
All’indomani ero già sul volo per Barcellona, dove mi sono fatto un po’ di nemici nell’industria della telefonia mobile ed ho mangiato paella con una strampallata e divertentissima coppia di colleghi: un simpaticissimo australiano dall’accento per lo più incomprensibile ed una esilarante crucca deportata in Vietnam (nessuno può davvero voler andare a vivere ad Hanoi...).
Insieme abbiamo assistito alla festa di San Juan, per cui gli spagnoli utilizzano tanta polvere da sparo in fuochi artificiali e petardi che la metà basterebbe per stanare Bin Laden radendo al suolo sistematicamente l’Afghanistan.
Abbiamo dovuto abbandonare a malincuore i festeggiamenti verso l’una di mattina, costretti dal fatto che il mattino dopo avremmo dovuto parlare alla conferenza per cui eravamo stati convocati nella città catalana, convenendo circa l’opportunità di farlo senza rischiare di vomitare dietro il podio dell’oratore.
A quell’ora il resto della città stava ancora iniziando a raggiungere gli snodi principali dei festeggiamenti e vi assicuro che vedere una fiumana di spagnoli in assetto da “movida” estrema sapendo di non potersi unire alla follia collettiva, è davvero un’esperienza che sconsiglio.
Infine Amsterdam.
Bellissima, irregolare nei suoi canali sospesi fra tollerante disordine e le facciate sbilanciate dei palazzi che s’intervallano senza un’apparente coerenza estetica, ma con un’armonica alterazione di colori e proporzioni che rende l’insieme uno scenario perfetto per passeggiate alla ricerca di antiquari e fotografie d’epoca.
Non ero mai stato da quelle parti e devo confessare che il viaggio ha soddisfatto appieno tutte le mie aspettative.
Non ho mai visto tante biciclette in vita mia e, devo aggiungere, non ho mai visto tante brutte biciclette in vita mia.
Gli olandesi le usano massicciamente ed il rischio di venire investiti da una simpatica ciclista ottantenne con un vaso di tulipani nel cestino anteriore dovete davvero considerarlo, se decidete di andare ad Amsterdam.
Credo sinceramente che ci siano più biciclette che persone da quelle parti.
Inoltre il furto di questi inestetici e scomodissimi mezzi, privi di marce, pesanti e arrugginiti dalle intemperie, è molto più frequente di quanto si possa credere.
Ma secondo me il mercato secondario è poco vivace, dato che nessuno può essere disposto a spendere più di un decina di euro per mezzi tanto sconquassati.
Il tutto si riduce ad un interscambio comunitario che porta ciascun l’olandese a possedere una media di cinque biciclette all’anno, alcune di esse contemporaneamente.
Ovviamente Amsterdam è anche la capitale della libertà sessuale e dei vizi chimici.
Ero a conoscenza ovviamente di entrambi gli aspetti, ma mentre sui secondi non avevo molto più da scoprire, ero invece incuriosito dalle famose donne in vetrina.
Il quartiere a luci rosse in realtà è una grossa attrazione turistica, con centinaia di persone che comprano nei sexy shops, bevono birra e fanno festa.
La situazione è talmente normalizzata che la concentrazione di donne è poco inferiore a quella degli uomini, a dimostrazione del fatto che di davvero losco e proibito c’è ben poco.
La cosa che mi ha sorpreso sono state appunto le ragazze in vetrina, dato che non mi aspettavo fossero veramente tanto in vetrina...
Fatemi spiegare, il fatto è che non mi aspettavo di vederle dietro un vetro tipo una lonza in vendita o una raro esemplare di essere femminile extraterrestre (perchè mica vengono dalla terra quelle...), mentre invece è proprio così che le trovi: in una stanzetta illuminata di rosso che ammicano svogliate a chiunque passi, dal ragazzino spagnolo in cerca d’ispirazione per la masturbazione serale, al giovanotto italiano con le sopracciglia curate e la faccia da tronista intronato, alla signora americana che ride tanto con il marito sotto braccio.
Quello che mi ha colpito è anche la varietà dei fenotipi, con uno spettro di archetipi erotici che spaziano liberamente dalla Barbie ossigenata alla cameriera, dall’infermiera porno alla studentessa del collegio, dalla nera burrosa all’asiatica con le codine da fumetto manga.
L’unica domanda che mi è sorta spontanea di fronte ad una particolare vetrina è stata: “Ma a chi può piacere la donna dalle tette fosforescenti?”.
Non ho avuto una risposta, ma mi sono divertito ad osservare la scena di tutti coloro che si soffermavano per qualche secondo davanti a quella visione, folgorati dallo stesso dubbio.
Chissà se il giorno dopo la signorina avrà cambiato costume.

Postato da: karestia a 21:59 | link | commenti (9)
amsterdam, washington, new york, barcellona, dubai

sabato, 12 gennaio 2008
Divagazioni di un bancario errante

III Puntata: Land of opportunities

 

Qualche giorno fa, al rientro in casa dopo una maratona di tredici ore fra lavoro e palestra, ho accolto la richiesta di Anita di andare a fare due passi dopo cena, come un pugile colpito, a mezza strada fra la posizione eretta ed il suolo, accoglie l’ennesimo impietoso destro dall’avversario in trance agonistica.
L’idea ha continuato a sembrarmi ferocemente crudele sin quando non mi è stato proposto di andare in una libreria vicino casa dove è possibile passeggiare fra i libri, ascoltare musica dal vivo e magari fermarsi a bere una birra nel pub all’interno.
Al pensiero delle sillabe “bir-ra”, un dimenticato serbatoio di emergenza ha iniziato a far fluire energia dentro le mie stanche membra e in poco meno di mezz’ora ero pronto sull’uscio di casa, con le chiavi in mano ed i capelli ancora bagnati, che scodinzolavo come un cane all’ora della passeggiatina.
Quel posto mi piace da impazzire.
Un po’ perchè mi ricorda la libreria-pub di un mio amico a Roma, zeppa di libri di viaggio e buone bottiglie di vino e birra, un po’ perchè il mio inglese mi consente ormai di leggere in lingua originale e quindi posso dedicarmi ad oziare un’oretta alla ricerca di un romanzo da sfogliare, con il sottofondo di un cantante blues.
Dopo qualche minuto di analisi delle uscite più recenti, mi sono diretto nel reparto “Viaggi”, dove di solito mi spiaggio come una balena disorientata.
Potrebbero lasciarmi lì per ore e, se non fosse stato per Anita che mi ha riportato alla realtà trascinandomi via per mano, probabilmente lo avrebbero anche fatto.
Stavolta però avevo le mie buone ragioni.
Fra le guide della Lonely Planet ed i romanzi di Chatwin, ho scovato un libro che ha immediatamente attratto la mia attenzione: “I posti più pericolosi del mondo”, di Robert Young Pelton.
Il volume, alla sua quarta edizione, mostra le statistiche criminali, descrive i luoghi più pericolosi, elenca i gruppi mafiosi, terroristici, paramilitari e le organizzazioni separatistiche, include le malattie più letali e le usanze cui il viaggiatore deve fare attenzione.
Sono presi in considerazione, sotto la lente d’ingrandimento dell’autore, paesi come l’Afghanistan, la Cecenia, la Liberia, il Congo o la Colombia.
E gli Stati Uniti d’America.
Ho sgranato gli occhi quando ho letto il titolo del capitolo dedicato agli USA e non ho potuto fare a meno di andare a leggere qualcosa circa il paese che mi ospita.
I numeri sono talmente tanti e talmente tanto crudeli che non conviene soffermarcisi troppo, ma la mia passione per le statistiche e l’istintiva attrazione che l’essere umano prova per il macabro, devono essere soddisfatti almeno in parte.
A fronte di 301 milioni di abitanti (a Luglio del 2007), si stima che in America ci siano circa 200 milioni di armi da fuoco, concentrate nelle mani di circa un quarto della popolazione.
Questo vuol dire che se togliete dal totale i bambini (ed a volte invece li dovreste includere, visto che cominciano a portare le armi a scuola fin dalle elementari), i pacifisti e gli abitanti di quegli Stati in cui possedere un’arma senza apposita licenza è reato, avrete una cifra che si avvicina a 3 armi da fuoco per ogni adulto a cui è consentito averne.
Circa 2 milioni di questi hanno con sé una pistola in macchina, mentre un altro milione la porta addosso.
Ogni anno circa lo 0.011% degli statunitensi muore per colpa di un’arma da fuoco.
O gli spara qualcuno in un centro commerciale, oppure il bimbo dalla camminata inesperta inciampa sul mitra lasciato inavvertitamente incustodito nel tinello e fa saltare la testa della nonna sul divano.
La percentuale non è enorme, ma se la guardate in numeri equivale ad una bomba nucleare su Macerata, ovvero una cittadina di 40.000 abitanti, o dieci volte il totale dei morti per gli attentati dell’11 Settembre 2001!
Dal 1971 ad oggi, ci sono stati più morti per armi da fuoco all’interno dei confini nazionali, del totale di tutti i caduti all’estero per le guerre sostenute dagli USA a partire da Woodorow Wilson per giungere a George W. Bush.
Vi vorrei ricordare solo che si tratta di due guerre mondiali, una in Corea, una in Vietnam (considerata a ragione una delle più grandi tragedie nazionali), operazioni militari varie in Sudamerica, Africa e Asia, una guerra nei Balcani, due in Iraq, una in Afghanistan e forse ne dimentico qualcuna.
Ogni 5 minuti avviene uno stupro (288 stupri al giorno, 105.120 all’anno!), ogni 29 un omicidio, ogni 30, potete vedere notiziari locali, sport e meteo sui canali d’informazione!
Indubbiamente l’autore pigia il tasto del sarcasmo per scoperchiare le questioni irrisolte di questa grande nazione, ma certamente fornisce fonti ufficiali e dati sconcertanti.
Il fatto è che qui in America a volte sembra tutto paradossale, contraddittorio, in conflitto con quell’aura di serenità e perfezione con cui l’immaginario collettivo dipinge gli States al di fuori dei confini nazionali.
Chi non ha mai vissuto qui crede che gli States siano un mix fra Happy Days, Baywatch, McDonald e gli stadi della NFL.
Io che c’ho passato quasi un anno della mia vita, comincio solo ora a comprendere davvero i meccanismi che fanno muovere questo paese, le paure che lo attraversano, i problemi che vive la gente comune.
E mi rendo conto che ci sono stereotipi e vere e proprie leggende circa gli USA che li rendono un paese perfetto e dannato.
Agognato e odiato al tempo stesso.
Quante volte avete sentito dire che in America ci si può scaricare dalle tasse qualsiasi acquisto, dal frigorifero nuovo alla spesa, ai giocattoli per i figli?
E che si paga pochissimo di tasse, che il fisco è severo ma giusto, che l’imposizione fiscale permette di fare una bella vita a tutti?
Niente di più falso: dal reddito totale di fine anno si possono dedurre più o meno le stesse spese che si deducono da noi, come il mutuo per la casa, parte delle spese sanitarie (di cui parlerò dopo), le spese strettamente connesse all’attività professionale; la nostra ICI qui si chiama Property Tax e se venisse introdotta in Italia chiederemmo di avere in pasto il primo ministro, accusandolo d’introdurre misure bolsceviche, dato che la suddetta tassa consiste in una percentuale che varia fra il 5 ed il 10 per cento del valore di mercato della casa di proprietà!
Ogni anno!
Vuol dire che se avete una casa a Manhattan da un milione di dollari (e vi assicuro che le case da quelle parti costano parecchio) potreste dover dare allo stato di New York una sciocchezzuola come 70.000 dollari!
Ogni anno!
Se poi volete provare a non pagare, cercate di nascondere bene i soldi in qualche paradiso fiscale e scappate non appena potete, perchè qui se vi prendono non solo vi fate parecchi anni di galera, ma vi ritrovate gli agenti dell’FBI con il listino delle proprietà che vi hanno sequestrato davanti alla porta di casa quando meno ve lo aspettate.
Quanto al famoso stile di vita americano, la cosiddetta American way of life, vi farei vedere dove vivono gli operai, le donne delle pulizie, i commessi di Starbucks, i carpentieri, le persone comuni, senza una laurea e con un lavoro medio.
Vi farei vedere cosa mangiano, i vestiti che indossano, dove vanno a scuola i figli.
Vi rendereste conto che coloro che non sono al di sopra del livello medio, fanno una vita misera, di sacrifici, incertezze, paure.
Qui a Washington, nella capitale degli Stati Uniti d’America, c’è la più alta percentuale di povertà infantile del paese e ci sono 40.000 senza tetto.
E non sono i nostri clochard che spesso vagabondano per scelta o colpiti da malattie mentali; sono famiglie di uomini, donne e bambini che hanno perso la casa per colpa di un mutuo con tassi da usura, di un lavoro che improvvisamente sparisce, di una malattia che non si può curare.
Già, perchè provate ad entrare in un ospedale americano a fare delle normali analisi del sangue, di quelle che in Italia il medico ti prescrive se hai mal di stomaco, tanto per cominciare, per poi passare a ricerche più approfondite qualora sorgessero dei dubbi.
Non tutti se le possono permettere.
Una persona su sette, per l’esattezza.
Che in totale sono 40 milioni di persone senza nessuna assistenza sanitaria.
Più o meno quanto l’intera popolazione dell’Argentina, o di Portogallo, Belgio, Repubblica Ceca ed Ungheria messi insieme.
A cui dovete aggiungere altri milioni di persone la cui assistenza sanitaria è parziale, a volte molto.
Attenzione a non credere alle leggende però!
Non è vero che se v’investono e non avete l’assicurazione vi lasciano nel mezzo della strada, anzi, mentre l’ambulanza riparte vi passa sopra in retromarcia per finirvi del tutto.
La legge dice che dovete essere soccorsi e “stabilizzati”.
Ovvero vi devono riportare ad una condizione ottimale, in cui siete in grado di sopravvivere.
Subito dopo, però, dovete pagare, altrimenti non potete usufruire del servizio sanitario.
Il che significa che, con le vostre fratture multiple, sarete trasferiti in una struttura per gli indigenti, con servizi decisamente peggiori e senza nessuna speranza di ottenere pratiche riabilitative o terapie particolari.
Lo stesso vale se siete uomini o donne sopra i 50 anni e dovete fare una mammografia o un’analisi della prostata, esami che da noi sono di routine e che si fanno annualmente, mentre qui costano migliaia di dollari.
Questo per parlare degli aspetti negativi e delle false leggende che circolano su questo paese.
Poi invece ci sono aspetti sorprendenti, piacevolmente.
Chiunque in Europa è certo del fatto che gli Stati Uniti siano il vero problema dell’inquinamento globale e che il loro approccio alla questione del surriscaldamento del pianeta sia il motivo per cui non si riescono a prendere decisioni davvero concrete per dare una svolta alla situazione.
Falso, per lo meno in parte.
È vero che l’attuale governo è nelle mani dei produttori dei carburanti fossili, ostaggio di gente che non ha nessuna intenzione di chiudere o riconvertire un’attività redditizia e radicata, ma è anche vero che il movimento ambientalista e le ventate di cambiamento sono molto più forti che da noi.
Più di cento città statunitensi hanno deciso di aderire simbolicamente al Protocollo di Kyoto e si sono riproposte di tagliare le emissioni di CO2 entro i limiti stabiliti dal trattato, attraverso strategie diverse, a livello locale.
A San Francisco le buste della spesa, per legge, non potranno più essere in plastica, a meno che non siano fatte con un nuovissimo composto completamente biodegradabile.
La California ha adottato leggi speciali che danno incentivi enormi a chi acquista auto ibride, pannelli solari o fonti di energia rinnovabile.
Inoltre secondo la mentalità americana, firmare un trattato, un accordo, un contratto e poi non rispettarlo, sarebbe un fatto alquanto imbarazzante, grave nei confronti sia dell'opinione pubblica che della propria coscienza.
Non come in Italia, dove l'accordo di Kyoto è stato firmato immediatamente e poi è rimasto quasi del tutto lettera morta, tanto che siamo il paese che dovrà versare più multe in Europa!
Delle nostre coscienze non parlo, tanto sarebbe come cercare una vergine in un bordello.
E questo è solo un esempio.
Ma ripeto, questo è un paese enorme, contraddittorio, in cui le sfumature sono infinite, ma dove la libertà di espressione è un bene fondamentale, da difendere con i denti.
Anche se questo vuol dire accettare che qualcuno la usi a proprio vantaggio palesemente, spudoratamente, senza la decenza di evitare la disinformazione.
Non importa cosa ti dicano, basta che possano dirlo.
Certo, un italiano che critica gli Stati Uniti su questo punto non è credibile.
Ma il fatto è che qui tutto è portato agli estremi: sono in grado di far dimettere un presidente per uno scandaluccio di spionaggio da niente e poi su ogni canale televisivo ci sono dibattiti, pubblicità, interventi, a volte tanto divergenti ed assurdi che ti chiedi come sia possibile che certe persone parlino in pubblico: pochi giorni fa erano di fronte uno scienziato che portava dati a riprova del fatto che la situazione climatica sta diventando preoccupante ed un rappresentante della Associazione dei produttori di carbone.
Carbone!
Il petrolio è nulla a confronto!
Ci sono circa 40 incendi sotterranei in miniere di carbone negli USA, alcuni bruciano da decenni, uno, a Centralia, in Pennsylvania, è esploso nel 1962 e dopo 45 anni e 40 milioni di dollari hanno deciso di lasciarlo bruciare, tanto che la cittadina è stata evacuata, gli interventi di spegnimento sospesi e l’autostrada che passava di lì deviata.
E quell’idiota diceva a tutti che il carbone è una fonte energetica irrinunciabile, che sorregge l’economia statunitense e che senza di esso la famosa “American way of life” non sarebbe possibile.
Intanto Centralia brucia, si stima che continuerà a farlo per i prossimi 250 anni e sprofonda lentamente.
Ma state certi che se si giungerà ad un cambiamento radicale, tutto avrà origine da qui.
Un po’ perchè sono un popolo ricco di risorse, avvolto in uno spirito pionieristico innato e radicato, un po’ perchè saranno gli unici economicamente in grado di far ripartire il mondo in caso di un collasso generale.
È un popolo testardo, ferocemente convinto che la legge della giungla debba essere il pilastro fondamentale del rapporto fra gli uomini, aldilà del bene e del male.
Hanno il problema dell’obesità diffusa (il 34% della popolazione adulta) e come lo risolvono?
Bombardano il pubblico con decine di programmi televisivi in cui dei volenterosi, rigogliosamente al di sopra dei 150 chilogrammi dopo anni d’inattività fisica e “cibo spazzatura”, si confessano, si sfidano, si espongono al resto del paese per dimostrare quanto sia bello perdere peso e tornare a vivere una vita diversa da quella di un manzo all’ingrasso.
“Il grande perdente” (dove “loser” in inglese produce un gioco di parole fra colui che perde peso e perciò vince nel gioco) fa sfidare dieci montagne di ciccia in un campo di lavoro dove le calorie sono drammaticamente ridotte e l’attività fisica di una settimana è quella che in precedenza hanno svolto nell’arco della loro intera, epicurea vita.
“Voglio tornare ad avere il fisico di una Cheerleader della Scuola Superiore”, nonostante il titolo più obbrobriosamente lungo della storia degli show televisivi, non propone nulla di nuovo, se non il progressivo rinascimento fisico e spirituale di 10 donne che ai bei tempi erano le reginette della loro scuola e dopo il terzo figlio, il secondo matrimonio o il quinto quintale di patatine ed hamburger, hanno assunto forme degne di un quadro di Botero.
Non so se sbagliano, ma certamente muovono milioni di dollari in palestre, diete, interventi chirurgici di liposuzione o di riduzione dell’intestino e chi può paga, mangia correttamente, va in palestra tre volte a settimana oppure al circolo a giocare a tennis, chi invece per ignoranza, pigrizia o indigenza sceglie i trigliceridi ed il colesterolo, si avvia ad una morte da infarto o ad una vecchiaia molto corta.
In realtà è solo una versione più sofisticata della regola per cui se nasci gazzella è meglio che cominci a correre sin dal mattino presto.
Se poi mentre corri ti azzoppi, cosa vuoi, anche il leone dovrà pur mangiare!

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washington

venerdì, 07 settembre 2007
Divagazioni di un bancario errante

I Puntata: E tutti a ballare a Dupont Circle
 
La musica era talmente travolgente che chiunque finisse ad una distanza di meno di 20 metri dai fiati scatenati dell’orchestra veniva risucchiato come in un vortice di frenesia ritmica, impossibilitato a rimanere fermo e travolto da spasmi più o meno coordinati, a seconda del grado di abilità nella danza.
Ve lo dice uno che di fronte alla proposta di un ballo, diniega cortesemente adducendo una scusa che normalmente colpisce nel segno e spegne gli entusiasmi della intraprendente donzella: “Mi spiace, ma sono meno coordinato di una scogliera”.
Eppure quella sera, in quell’angolo di piazza gremita, anch’io accennavo un balbettio dei piedi, scuotevo l’anca in maniera oscenamente comica e mi lasciavo trasportare dallo swing improvvisato di quei musici da strada.
Anita, al mio fianco, era certa che non fossi ubriaco, dato che aveva seguito da vicino il ritmo bassamente alcolico della serata appena trascorsa, ma si ritrovava a guardarmi fra il divertito ed il sorpreso; arresasi di fronte ad anni di rifiuti quando mi si proponeva una serata in locali dove il ballo predomina, ora mi osservava incredula scimmiottare qualcosa di simile ad un assolo di danza nel bel mezzo di quella baraonda di trombe, sassofoni, clarinetti, tube e tromboni.
C’era una ragazza bionda tutta treccine che sembrava una di quelle prime file da Charleston nei film sul proibizionismo americano dei primi del ‘900, solo che lei indossava pantaloni da rapper e bracciali multicolore e ad un primo sguardo non avrei mai sospettato che fosse in grado d’imitare alla perfezione le mosse ritmate e travolgenti di Josephine Baker.
Davanti a lei un omone di colore, che le dava spalla e la rendeva ancora più credibile di fronte alla platea, formata da matrone nere enormi e sorridenti, homeless sdentati, studenti univeristari che mischiavano al ritmo un po’ di sano pogo alla Sid Vicious, coppie gay ed etero, di tutte le età e con vestiti da sera o pantaloncini da uscita libera e sacchetti della spesa.
Nel mezzo io ed Anita, che eravamo alla fine di una delle nostre prime serate a Washington DC.
Perchè è qui che ora vivo.
All’angolo fra Massachusetts Avenue e la 17sima Strada, a due passi da Dupont Circle, un po’ la Campo dei Fiori di questa città che gli statunitensi hanno deciso di rendere capitale della loro nazione.
Fatte le dovute proporzioni, ovviamente.
E mi ritrovo qui, dopo qualche settimana di organizzazione, lontano migliaia di kilometri dal mio vecchio appartamento in Arsenija Čarnojevića, Belgrado.
Si ricomincia.
Lavoro nuovo, città in un altro continente, nuovi colleghi.
E quindi nuovo titolo a queste divagazioni da condividere.
Perchè “bancario errante”?
Perchè ora lavoro per la Banca Mondiale, quindi sono un bancario, e perchè una parte del mio lavoro dovrò portarla a termine in vari paesi del mondo, errando fra una lingua e l’altra, a cominciare dallo spagnolo del Perù, dove probabilmente andrò a Dicembre.
Troppo lungo e complesso spiegare come ci sono arrivato, così ho deciso di partire subito dalle storie di tutti i giorni, per raccontare cosa c’è qui, cosa non mi aspettavo e cosa già conoscevo.
Quello che non mi aspettavo era di svegliarmi la mattina e trovare un cervo davanti alla porta finestra della casa che avevo affittato per il compleanno di Anita nell’ultimo fine settimana di Agosto.
Io in mutande e lui con la bocca piena di foglie, nessuno dei due con un’espressione particolarmente intelligente.
Già, perchè non mi venite a dire che se decidete di fare una sorpresa alla vostra compagna e la portate in una baita isolata in montagna nel bel mezzo della Virginia, vi aspettate una cosa del genere.
Io pensavo che saremmo stati a poche centinaia di metri dalla civiltà, con una bella vista su una vallata ed una Jacuzzi nel bagno.
Invece no!
Assoluto silenzio radio, con i cellulari che hanno smesso di funzionare a 10 miglia dall’arrivo, verde a perdita d’occhio, foreste intatte e fitte, autostrade enormi che lambivano gli alberi e poi viuzze sterrate, inerpicate nella vegetazione che smette di circondare la macchina solo quando si giunge nei pressi della enorme baita, punto finale del viaggio.
Ad accoglierci Judy e Richard, ex dipendenti della Banca Mondiale in pensione.
Ho letto una volta che il motivo per cui le donne parlano di più degli uomini, risiede nel maggiore sviluppo che in esse ha la parte del cervello deputata a tale funzione; inoltre, nello stesso libro, ho letto che al termine di una giornata le donne hanno utilizzato mediamente 20.000 parole, contro le 7.000 di un uomo.
Ciò causa spesso problemi di coppia la sera, quando il maschio siede a tavola, mangia e bofonchia si e no qualche muggito, mentre lei si prodiga nel dettagliato resoconto della giornata.
Tornando a Richard e Judy, essendo assolutamente isolati dal resto del mondo, rappresentavano un esempio perfetto della questione, con lei che aveva da parte in arretrato almeno qualche milione di parole in attesa di essere proferite a qualcuno e lui che ormai s’era abituato ad usarne anche meno della metà di quelle di cui aveva bisogno nel mondo civile.
Il risultato è stato un assalto logorroico da parte della simpatica ed ospitale padrona di casa, la quale mi ha ripetuto tutto ciò che aveva già scritto nelle dettagliate email ed ha infarcito ogni frase con domande a cui non mi lasciava rispondere.
Anita nel frattempo era in una fase di trance da jet-lag che le impediva di reagire agli stimoli esterni con prontezza, per cui sorrideva beatamente, senza mascherare affatto la sua totale incapacità di seguire una sola virgola del discorso.
Liberatici dell’arzilla anfitriona, abbiamo scelto la camera da letto fra le due disponibili, prenotato il ristorante più vicino e ci siamo tuffati nel cibo più sorprendente degli ultimi anni.
La Thornton River Grille è un ristorante tutto in legno, con la cucina a vista ed un menù davvero particolare, nel cuore di Sperryville, una cittadina fuori dagli Stati Uniti, totalmente priva di catene multinazionali, piena di piccole botteghe di artisti locali e negozi di modernariato, con un unico forno che prepara deliziosi muffin e torte ai mirtilli da delirio dei sensi.
Insomma, tutto quello che non t’immagini di trovare nell’America di provincia.
Il fine settimana è proseguito con una passeggiata a cavallo in cui mi sono sentito John Wayne, in sella al mio purosangue Sugar, fra alberi di mele e dolci colline.
Avevo un elmetto di carbonio in testa che mi faceva sembrare il falso alieno sezionato nel falso video sull’Area 51, faceva un caldo che sudavo come un ippopotamo eccitato, ma stavo cavalcando in America, in sella al purosangue Sugar.
Tanto per farvi capire quant’era eccitante la cosa, vi posso solo aggiungere che ad accompagnarci nella passeggiata c’erano Ethel, una tredicenne che cavalcava dall’età di 3, ed il fratellino minore, non più alto di un metro e venti, ma taciturno e serio come un vero cow-boy, tanto che pensavo che da un momento all’altro avrebbe tirato fuori da una tasca il tabacco da masticare, per dedicarsi a sputare a terra boccate di saliva nera.
L’epilogo degno di nota s’è materializzato la notte prima della partenza, quando mi accingevo a preparare un piatto di pasta con i funghi da innaffiare con un ottimo vino locale.
Tempesta da film catastrofico e improvviso blackout.
Due secondi dopo ci ritroviamo Judy alla porta di casa, con torce, candele e acqua, che ci spiega l’accaduto, nel caso noi europei non avessimo chiaro il concetto di blackout, e ci offre di andare da loro a goderci la luce del generatore a benzina, in attesa del ritorno della corrente elettrica nella nostra baita.
Ovviamente avrei preferito vagare nei boschi alla ricerca di un Grizzly con cui giocare allo schiaffo del soldato, piuttosto che sorbirmi la logorrea della nostra amabile vicina, per cui abbiamo gentilmente declinato, aggiungendo che la Thornton River Grille ci attendeva per un bis della sera precedente.
Al ritorno a casa Anita s’è fatta prendere da un sottile ed insidioso senso di panico per la situazione contingente.
In effetti ho effettuato rapidamente una valutazione della situazione: in Italia nessuno sapeva dov’eravamo e d’altra parte non avevo dato l’indirizzo esatto nemmeno ai miei contatti americani; eravamo nel bel mezzo del nulla, isolati da altre forme di vita umana da almeno un’ora di cammino in boschi bui e popolati di animali selvatici; avevo trovato l’indirizzo della casa su internet ed eravamo arrivati lì con un’auto a noleggio; la casa era enorme ed assolutamente penetrabile dall’esterno; l'elettricità non era tornata e ciò aggiungeva un tocco spettrale ad ombre e rumori; ciliegina sulla torta, al rientro ci troviamo i coniugi pensionati che ci salutano dalla finestra della loro casa, illuminati da dietro in uno scenario a metà fra “Arsenico e vecchi merletti” ed un film di Hitchcock.
Ed il panico ovviamente s’è insinuato virulento anche in me.
In conclusione, ho dormito due ore, dato che, ostentando sicumera e virile sprezzo del pericolo per calmare le fobie irrazionali di Anita, sono riuscito nell’intento di farla addormentare fra lampi e tuoni, ma ho atteso tutta la notte il colpo d’accetta che avrebbe fatto partire la follia omicida della loquace Judy, mentre il taciturno Richard avrebbe iniziato a demolire le pareti di legno con la sua motosega da 150 cavalli.
Un perfetto film horror, con tanto di bella che urla disperata sul letto ma poi alla fine si salva e l’unico che crepa subito squartato è lui!
Mettetevi un po’ nei miei panni, voi avreste dormito?
Il risveglio di Anita è stato quello di una bambina di 6 anni al primo giorno di vacanze estive che non vede l’ora di andare a provare la nuova bicicletta nel parco vicino casa.
Il mio assomigliava più a quello di un paziente allettato a cui devono fare una rettoscopia ed ha scambiato l’aspirapolvere con il sondino dell’ecografo.
Ma poi la Skyline Drive ha rimesso tutto a posto e ci siamo goduti questa striscia di strada che corre sulla vetta di una catena montuosa, fermandoci ad ogni belvedere per osservare il panorama e goderci il fresco della mattina.
Uno stop in Virginia a fare spesa in un megastore Kmart, la riconsegna del veicolo all’aeroporto, due passi nel nostro nuovo quartiere prima di affrontare la settimana alle porte.
Poi quel concerto improvvisato pochi giorni fa.
Ed il ritorno a casa mano nella mano, con il CD artigianale acquistato a 10 dollari e la musica della Congregation of Peace for All People Orchestra nelle orecchie.

Postato da: karestia a 19:47 | link | commenti (5)
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martedì, 13 febbraio 2007
Diario di un navigante in un paese senza mare

VII Puntata: Life is what happens to you while you’re busy making other plans (John Lennon – Beautiful Boy)
 
 
Eccomi di nuovo nel continente americano, con in testa l’idea di volare presto in Nicaragua ed una voglia matta di passare un fine settimana a New York.
L’arrivo è molto tranquillo, con il poliziotto della dogana che finge d’interessarsi a quello che farò alla World Bank, scartabella il mio passaporto soffermandosi pericolosamente sui visti di Marocco, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, poi trova quello del suo adorato Console a Roma e mi fa procedere senza dirottarmi per ulteriori controlli a Guantanamo.
Evito anche che si prendano le mie impronte digitali e la traccia fotografica della mia retina, dato che entro con uno status quasi diplomatico, e procedo verso l’uscita, con la strana sensazione di avere ancora addosso gli occhi del poliziotto.
Vorrei fare a meno di prendere il taxi, ma la mia ricerca su internet per capire come giungere in città con i mezzi pubblici non ha dato esiti positivi e le indicazioni dell’aeroporto sui trasporti a disposizione sembrano essere state disposte dalla lobby dei tassisti, con il chiaro intento d’indurre il viaggiatore ad arrendersi all’inevitabile salasso.
Ed infatti, dopo dieci minuti di vagabondaggio scarsamente proficuo, mi arrendo e pago la corsa in centro: la bellezza di 65$ che, solo dopo qualche giorno, vengo a sapere avrei potuto recuperare se avessi richiesto una ricevuta.
Ho a disposizione un appartamento di una sessantina di metri quadri, con cucina ed elettrodomestici che mi permetteranno di evitare spese inutili, il letto è sfacciatamente enorme, ma la moquette della stanza mi carica ogni tre passi di elettricità statica, con la spiacevole conseguenza che ogni volta che accendo la luce becco una scarica elettrica che mi fa imprecare in diverse lingue.
Per annullare l’effetto del jetlag esco a cena con Roberta, con cui ci eravamo visti l’ultima volta due anni prima, a Barcellona, davanti ad una squisita paella all’astice.
Mentre cammino su Pennsylvania Avenue per raggiungere il punto d’incontro, passo davanti ad una cancellata nera, dietro la quale, in fondo ad un parco di un centinaio di metri, s’intravede nella penombra un edificio basso, in stile coloniale, abbastanza anonimo se non fosse per il fatto che è isolato completamente da tutto il resto, ad una distanza notevole da altri edifici e da qualsiasi contatto con possibili intrusi.
“Ma guarda, sono davanti alla Casa Bianca...”
E mentre rifletto sbadatamente su dove mi trovo, scorro mentalmente le immagini dei film in cui l’ho vista decine di volte: imponente, maestosa, perfetta, inavvicinabile.
Niente di tutto ciò, a parte l’ultimo aggettivo; non mi sembra nulla di particolare, forse perchè è notte, ma certamente perchè ci si aspetta qualcosa di meglio da uno che governa le sorti del mondo.
Dev’essere lo stile anglosassone, a pensarci meglio.
Anche il primo ministro inglese vive in un appartamentino come tanti, di quelli che te lo immagini rientrare col latte in mano dopo aver portato il cane a fare la pipi sull’alberello di fronte.
Allora il nostro Napolitano dovrebbe governare la galassia, con quella residenza da niente in cima al Quirinale.
Forse invece è tutto inversamente proporzionale: più è piccola la residenza e più potere hai.
Da oggi starò più attento a quelli che vivono in case piccole.
La prima cosa che mi salta agli occhi è la grandissima percentuale di afroamericani, molti più che a New York, dato che secondo le stime ufficiali sono circa il 60% degli abitanti della città; inoltre sembra che la situazione di questo gruppo etnico sia molto migliore che in altre zone degli Stati Uniti, grazie ad un reddito superiore e ad una maggiore integrazione nel tessuto sociale.
Il valzer di cocktail e cibo si apre poco dopo, per terminare intorno a mezzanotte, quando il mio affaticamento e gli effetti dell’alcool prendono il completo possesso delle terminazioni nervose che governano le mie palpebre.
Salgo su un taxi il cui autista di origini arabe inizia un’interessantissima conversazione sulle molteplici infamità cui ci conduce la religione, mentre io comincio a sentire un torpore che mi avvolge e immagino che sia la stessa sensazione che provano coloro che svengono per assideramento.
Provo ad argomentare, anche se in linea di massima siamo sulla stessa lunghezza d’onda e poi sono stanco marcio e lo lascio alla sua critica delle interpretazioni mistificatrici di Bibbia e Corano.
Rientro a casa con un po’ più di serenità, dopo aver constatato per l’ennesima volta che gli “illuminati” esistono in ogni etnia, paese, gruppo sociale.
Ovviamente l’attacco di sonno svanisce nel momento esatto in cui poggio la testa sul cuscino, dato che il mio corpo ha ormai superato il limite del suo orario biologico: è convinto che siano le 7 e 30 del mattino e nonostante la stanchezza sia enorme, non riesco a dormire che per cinque orette, rigirandomi continuamente in un sonno superficiale.
Il mattino dopo è dedicato ad una passeggiata in città, con ennesimo passaggio davanti alla Casa Bianca, alla ricerca di eventuali smentite alla mia prima impressione.
Che ovviamente viene confermata.
Proseguo con un supermercato carissimo, in cui la spesa per 2 settimane mi è costata 100$, ma la nota piacevole è stata quella di aver ammutolito un autista di bus che ha litigato con tutti i passeggeri che sono scesi nelle quattro fermate del mio tragitto: appurato che era nervoso e considerato che anche io non ero proprio al massimo del buonumore dopo l’impatto ostile riservatomi dalla città, mi sono predisposto allo scontro con meticolosa precisione.
Al momento di scendere non mi ha aperto la porta, mi ha costretto ad attraversare l’intero bus per giungere all’uscita anteriore barcollando carico di buste della spesa ed infine mi ha beffardamente apostrofato dicendo: “Comunque è aperta”, riferendosi alla porta posteriore che aveva spalancato, quando ormai ero giunto davanti all’altra uscita.
E’ stato un attimo, ero tirato come la corda di un arco ed il gaglioffo non sapeva di avere di fronte un romano con una buona capacità di traduzione.
Censuro me stesso, ma vi lascio immaginare il suo sguardo quando mi sono voltato e gli ho urlato di consideare la possibilità che vi fosse anche dell’altro “aperto” nella sua vita, suggerendogli inoltre che anche sua nonna poteva condividere lo stesso tipo di condizione.
In realtà ora che ci penso ho rischiato un po’, non tanto perchè ero di fronte ad un energumeno di venti centimetri più alto e di trenta più largo, ma perchè negli ultimi anni Washington ha vinto più volte il titolo onorifico di “Capitale dell’omicidio”, con il più alto numero di morti assassinati negli Stati Uniti in rapporto alla popolazione.
Non sono andato a rimpolpare le statistiche, per cui sono ben felice di averlo visto rimanere di stucco, impossibilitato a lasciare la sua postazione di guida, in onore del suo profondo senso del dovere di lavoratore pubblico del Distretto di Columbia.
Il resto del tempo l’ho passato lavorando, andando in palestra, guardando “Friends” in versione originale.
Ah quasi dimenticavo di accennare al fatto che sono stato a New York.
Il viaggio volutamente effettuato sul pullman della Greyhound, per poter dire che anche io, una volta nella vita, sono salito su uno di quei torpedoni cromati protagonisti di tante fughe anonime dei personaggi del grande schermo; l’impatto con lo skyline di Manhattan dal New Jersey, con le luci colorate che ti fanno identificare subito l’Empire State Building, mentre l’Hudson River scorre nero sotto il George Washington Bridge; il caos della metropolitana, che ti schiaffeggia non appena spingi le porte che danno verso l’interno della Port Authority Station e ti suona in mente “Take the A train” il pezzo che compose Billy Strayhorn e divenne un classico della band di Duke Ellington; ci sali perchè, guarda caso, passa di là proprio in quel momento e ti lasci dondolare verso l’Upper West Side, dove hai già prenotato un tavolo al Cleopatra’s Needle, in tempo per vedere la fine del concerto jazz della serata, appena prima che cominci la jam session del pubblico; il freddo che s’incanala ventoso su Amsterdam Avenue, mentre ricominci a pensare a quante volte hai fatto quelle strade, a quante volte hai desiderato avere uno di quegli appartamenti che vedi pieni di libri dalla strada, con il pub in legno scuro sotto, tanto per essere sicuro che la birra non mancherà mai, magari su una strada secondaria, con un paio di alberelli e la ringhiera laccata di nero che ti accompagna sui quattro gradini verso l’ingresso; e poi il mattino luminoso, quasi troppo prima che la caffeina abbia fatto svanire il fastidio del risveglio; una vecchia signora a cui portare un mazzo di fiori e sentirla parlare del gatto, della figlia che vive lontano, di te che sei stato il primo a farle gli auguri per il compleanno, del fatto che vuole rialzarsi dalla sedia a rotelle e che vuole provare a sconfiggere la distrofia con le cellule staminali; il brunch in un buco da dieci coperti gestito da ex hippies che in uno slancio di egualitarismo iconografico mettono accanto alla Madonna, un dipinto di Shiva ed un Buddha in ceramica; Broadway, per comprare un imbrago ad una quindicina di euro meno che in Italia e per tuffarsi fra lingue e vestiti; un Deli dove comprare qualche birra e delle patatine, per un aperitivo casareccio prima della cena a Brooklyn, in un locale che sta spopolando dopo un paio di comparsate in “Sex and the City”; la notte a Williamsbourg, fra ragazzini drogati, taxiste ispaniche e retate sfiorate di cinque minuti; ancora quel freddo che ti constringe a tremare, a farti pentire di essere uscito dal locale in cui eri, anche se è tardi e domani ti devi svegliare presto; la domenica che non è mai silenziosa, dove la gente si affretta a fare ciò che ha rimandato durante la settimana, per poi chiudersi a mangiare dopo aver saltato la colazione; nella zona “bene”, quella dei portieri in livrea e dei cagnolini minuscoli con cappottini ricamati, con i palazzi puliti e la passarella che ti accompagna dal portone al taxi, casomai piovesse; un conto troppo caro per un pasto che in Italia si potrebbe definire appena sufficente; gli ultimi minuti a camminare su Lexington, verso Grand Central, uno sguardo alle Nazioni Unite, l’ingresso in stazione; ancora qualche minuto, non portatemi via ora, devo vedere soltanto l’atrio della biglietteria, con la volta celeste dipinta sul soffitto, a venti metri da terra; e poi c’è l’ultimo tratto verso la metro, fra le scale mobili e le passarelle in marmo bianco che hanno fatto da cornice al finale di “Carlito’s way”, con Al Pacino che fugge verso un treno che non prenderà mai, ammazzato davanti alla porta da Benny Blanco del Bronx; di nuovo il levriero che corre sulla fiancata del bus, stavolta in direzione opposta, lontano da tutto ciò.

Postato da: karestia a 22:58 | link | commenti
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giovedì, 08 febbraio 2007
Un’italiana nella Grande Mela

VII Puntata: Washington D.C.


Il buon Carlo mi chiama e mi fa': "Vado a Washington a lavorare per la Banca Mondiale saró lí per due settimane prima che mi inviino in missione in Nicaragua".
E' stato un attimo... mi sono immaginata avvolta in un cappotto nero al lato del Potomac con un cappello leggermente inclinato sul davanti passando una copia del Washington Post al mio vecchio amico con dentro codici segreti... dicendo nel salutarci senza un bacio o un abbraccio qualcosa ad effetto tipo: “Ora non combatto piú per niente, meno che per me. Mi interessa una sola cosa: me stesso".
Insomma sono andata in delirio spionistico.
Ma non è colpa mia... i fatti hanno avuto il loro peso:
1) Dormivo all'Hotel della compagnia a Pentagon City, dalla finestra si vedeva quella bella figura geometrica spiaccicata come una figurina.
Breve digressione fashion sul look autunno\inverno made in Pentagon City: elegante e sempre casual mimetica maculata, i cui pantaloni creano un gioioso sbuffo sul polpaccio ricadendo in pieghe dentro i sempre di moda anfibi.
O, per una serata in compagnia, vi consigliamo un fantastico completo blu decorato con nastrini e medaglie dai colori vivaci e attuali... con la mia rinomata timidezza ho chiesto a uno di 40 anni che cosa rappresentassero quelle 4 file di stellette: "Una fila per ogni guerra che ho combattuto".
Oh, 40 anni... come ha fatto?
E cosi Carlo mi aiuta nel conto "Iraq - Desert Storm, Yugoslavia, Afghanistan e Iraq – Enduring Freedom”.
E giá siamo a 4.
E noi che sbadigliamo quando i nonni cominciano con "ehhhh...quando c'era la Guerra...".
Il nostro passato remoto é il loro presente, se non futuro anteriore.
2) Rilassatevi a Pentagon City: un bagno in piscina scioglierá la tensione!
Adesso se in piscina ci siete solo voi e una donna sui 60 (che ancora non so chi fosse) e, seduto a un tavolino un uomo completamente vestito con tanto di scarpe e zaino nero che avvolge una pistola (c'avevo gli occhi che bruciavano di cloro per riuscire a tenerli il piú aperti possible) in un asciugamano e con estrema naturalezza la appoggia nello zaino... beh se vi trovate in questa situazione non fate come me: 20 vasche alla media di Rosolino per poi chiudervi in sauna fino a farvi venire la pelle color aragosta pensando “qua un uomo con le scarpe nere non ci puo entrare!”.
Credo che potremmo definire questa solida e razionale reazione come "paura".
3) Non fatevi influenzare dalla cittá fantasma: costruita a uso e consumo di Ministeri e Uffici Governativi.
Cosa ho visto?
Bandiere americane, tante, dappertutto.
Sotto l'obelisco ce ne sono talmente tante mosse dal vento che se chiudete gli occhi potete credere di essere in porto a Ventotene e sentire il rumore delle vele.
Cecchini, in tutina nera aderente, sui tetti della Casa Bianca che vi puntano il cannocchiale contro e vi assicuro che il pacchetto di sigarette lo tirate fuori al rallentatore... e gli scoiattoli del giardino li guardate con sospetto.
L'idea di Carlo che siano imbottiti di tritolo e usati come mine antiuomo non mi sembra poi cosi ridicola.
4) Come sono gli abitanti di DC?
A Georgetown abbiamo visto una macchina parcheggiata all'ingresso di un garage.
Il padrone di casa ha lasciato una nota sulla macchina che diceva "A causa della sua sosta sul passo carrabile non sono potuto uscire con la mia macchina. This is against the law. I called the police".
Mentre vi fanno multare e chiamano il carro attrezzi vi fanno pure, giá che ci sono, un rapido ripasso di diritto.
E vi ricordano che siete degli sporchi criminali, come chi beve birra per strada senza usare il sacchetto di carta...
Come ci siamo difesi dalla pressione governativa????
- con un Sunday brunch in un locale di 100 anni fa in legno scuro di fronte a una centrale elettrica davvero poco invitante ma che dentro ci ha sorpreso con gruppo jazz dal vivo, champagne finchè non muori per un'embolia dovuta alle bollicine ingoiate, e cibo dallo stile New Orleans.
- con cosmopolitan a raffica prima di cena.
- con cena al ristorante Jaleo di José Andres (Gorka questo é stato davvero un sacrificio ma l'ho fatto solo per te!!! Era tutto "de primera"!!!! Per una critica gastronomica piú dettagliata ti scrivo in privato...)
- con La Galleria Nazionale d'Arte e l'esposizione di Jasper Johns
- con il negozio di souvenir della Nasa: Danilo sono stata a un passo da mandarti per posta un meraviglioso pacco con dentro la Barbie Astronauta (nera per dare un colpo completo al concetto di pari opportunitá) con la sua tutina azzura e lo shuttle privato alto quanto dal piede al suo ginocchio! Solo l'idea della tua faccia nel vederlo ne sarebbe valsa la pena!
- con sane chiacchiere tra vecchi amici, e un ringiovanito accento romano (che sfodero nelle occasioni speciali)
Adesso basta, silenzio... sono di nuovo a NY!
E per difendermi dal casino e dal rumore che mi è mancato tanto questo fine settimana m’infilo l'Ipod nelle orecchie... donna piena di contraddizioni...

P.S. Washington è considerata la cittá dei Musei, perché ce ne sono diversi, ma soprattutto perché sono tutti gratis!
Ne elenco di interessanti:
- Freer Gallery la cui esposizione s’intitola "Tea Bowls in Bloom: botanical decoration on tea ceremony ceramic"
- International Spy Museum (tanto per rimanere in tema)
- National Museum of American Jewish military history
E potrei andare avanti...

Postato da: karestia a 18:32 | link | commenti
washington, jazz, casa bianca