VIII Puntata: E qui invece di mari ce ne sono due…
Stavolta mi risulta difficile trovare l’incipit giusto, perché non so se cominciare dicendovi che in Honduras c’ero già stato e quindi non ho potuto piantare la 26esima bandierina sul mappamondo in cui segno i paesi del globo su cui ho poggiato il piede almeno una volta, oppure parlare dall’inizio di Tegucigalpa, in assoluto una delle città più brutte che abbia mai visto.
E considerate che una simile affermazione viene da uno che giudica decente anche Brescia.
Oppure potrei aggiornarvi sulle mie peripezie aeree, sbattuto fra un continente e l’altro e preda dei controlli incrociati di mille doganieri; magari però v’interessa di più il lato sociale della questione e vorreste sapere cosa c’è di nuovo nel panorama dello sviluppo economico hondureño.
Tutto insieme risulterebbe un calderone immenso, in cui si potrebbe perdere di vista il senso di questa puntata.
Ma in fin dei conti questa potrebbe essere una puntata di cesura col passato, in grado di dare un diverso taglio a ciò che va profilandosi all’orizzonte, ovvero la chiusura del Diario di un navigante e l’apertura di qualcos’altro, considerando che quel titolo era collegato alla mia permanenza in Serbia e che tale permanenza non solo s’è ormai interrotta da tempo, ma sembra anche difficilmente rinnovabile.
Ma cominciamo a scrivere, altrimenti v’annoiate.
Il piano di voli d’andata prevede una notte di riposo a Houston dopo aver fatto scalo a Newark: mi comincio a preparare con due delle città più indecenti degli Stati Uniti per non sobbalzare di fronte alla visione di Tegucigalpa.
Ovviamente mi stordisco con una cena a base di colesterolo e sostanze plastiche varie, che però deve essere stato il risultato migliore raggiunto negli ultimi anni dallo chef dell’infame albergo in cui soggiornavo, dato che mi chiedeva continuamente se andasse tutto bene, gioioso e tronfio dall’alto dei suoi 185 cm cosparsi di lardo e sudore.
In realtà credo che fosse più la mia faccia disgustata a preoccuparlo, memore del fatto che non aveva ripassato bene la manovra di Heimlic che, per chi non lo sapesse, è appesa in tutti i ristoranti degli Stati Uniti a ricordarti che da un momento all’altro ti potresti strozzare con quel tenero bocconcino che ti stai gustando, quindi invece di pensare alla bella serata che stai passando con la gnocca che hai davanti, dovresti grattarti lo scroto e concentrarti sulla corretta masticazione!
Il mattino dopo in aeroporto, mentre attendo l’imbarco, mi ritrovo nel fuoco incrociato di tre hondureñe di mezz’età che si raccontano dei figli, di quella volta che hanno rapinato il cognato della sorella, di quel negozio che c’era una volta vicino al Parque Central, della varicella della nipotina a cui stanno riportando una bambola, della fame e dei morti che hanno visto negli anni ’80; con disinvoltura, senza troppa enfasi, come se si parlasse dei panni da stirare.
Poi concludono con una salto diretto nell’ambito religioso: benvenuti in America Latina!
E’ tutto un florilegio di “Gracias a Dios” “Dios nos dió la vida” “Tenemos que seguir el camino de Jesus” eccetera, eccetera; con condimenti di versi del Vangelo e interpretazioni teologiche della Bibbia da messa delle 7 della Domenica, col prete ancora nauseato dalla sbronza della sera prima.
“Usted habla español?” “Chi? io? No, no! No entiendo!” e mi sorridono poco convinte, anzi, certe che ho capito tutto e che non possono più parlare liberamente.
E invece dopo poco se ne dimenticano e ricominciano il loro delirio fanatico ultracattolico-evangelista, al che mi precipito verso il pub alle mie spalle e mi scolo una birra alle 10 di mattina, tanto per dimenticare.
Vi risparmio i dettagli dell’atterraggio a Tegucigalpa, perché non voglio togliere a nessuno l’ebbrezza di atterrare in quello che mi è stato comunicato soltanto dopo essere l’aeroporto più pericoloso del mondo per percentuale d’incidenti avvenuti.
In realtà, alla quarta picchiata del capitano per evitare le montagne circostanti, mentre si stagliavano davanti a me le carcasse dei veivoli a bordo pista schiantatisi in precedenza e mai rimossi, ho iniziato a pensare che, le parole di chi me lo aveva descritto come un “divertente giro sulle montagne russe”, fossero una benemerita presa per il culo.
Ma le simpatiche nonne-hostess della Continental ci rassicuravano tutte sorridenti dai loro posti, eccetto una la cui dentiera rotolava verso la Prima classe dopo aver perso due incisivi nel cocktail di un passeggero della Business.
Già, perché le hostess della Continental sono tutte almeno settuagenarie, non sto scherzando!
Arrancano tra le file di sedili con quelle capigliature da casalinga di provincia dei telefilm americani degli anni ’50, con colori improbabili, cotonature degne delle Bangles e unghie laccate tipo quelle della zia rincoglionita che ognuno di noi ha nell’albero genealogico.
Bukowski diceva che lui prendeva le donne quando non erano più donne ed alla Continental credo che abbiano fatto di quelle parole il loro motto: prendono le hostess quando non sono più hostess!
Le aspiranti devono avere come requisito minimo il raggiungimento di 10 anni di ritiro della pensione all’ufficio postale, perché vi assicuro che alcune avevano problemi di deambulazione, altre invece manifestavano problemi di artrite alle mani e mentre ti versavano le bibite dovevi stare attento che non gli cascasse il thermos del caffè bollente sulle parti del tuo corpo meno pronte a tale evenienza.
La spiegazione potrebbe essere anche un’altra, ovvero che le pagano talmente poco che sono costrette a lavorare da circa 50 anni, ovvero da quando, agli albori dell’aviazione, la PanAm e Howard Hughes si contendevano i cieli d’America!
La cosa non mi sorprenderebbe, conoscendo un po’ il sistema previdenziale statunitense.
Ma torniamo a Tegucigalpa.
Finalmente si torna a parlare spagnolo, con quella sonorità dolce e malinconica che hanno i centroamericani, molto cantilenata, quasi dispiaciuta di non poter direttamente cantare un paio di strofe, mentre ti pregano di porgergli i documenti.
Raccolgo i bagagli, passo il controllo doganale, ricevo il primo complimento dalla ispettrice e ciò mi fa ricordare un aspetto di questi luoghi che avevo scoperto anni fa in Guatemala: qui in Centroamerica sono considerato una specie di Brad Pitt!
Uomini normali di tutto il mondo, sappiate che esiste un luogo dove ognuno di voi può sentirsi un vero divo, può gioire del fatto che le donne si girino per strada a guardarvi, può assaporare il gusto di sorridere ad una ragazza e vederla svenire ai propri piedi: questo luogo è il Centroamerica!
Già, perché qui la mescolanza con i Maya o in generale con le popolazioni indigene precolombiane è ancora molto evidente e, a dire il vero, non è che i centroamericani eccellano per qualità fisiche.
Quindi, a parte pochi casi isolati, persone come me, bianche, con capelli leggermente più chiari del nero corvino, alti più della media della popolazione (che nel mio caso è un vero miracolo!) e con un accento straniero, possono davvero rivivere in prima persona situazioni simili a quelle dei Beatles assediati da orde di femmine urlanti!
Ringalluzzito dalla sensazione di sentirmi un modello sulla passarella, entro nell’enorme 4x4 che mi attende fuori dall’aeroporto per portarmi in albergo.
L’Intercontinental è uno di quei posti che qualche anno fa non avrei mai avvicinato, soprattutto perché non avevo i soldi per permettermelo, ma anche perché consideravo gli alberghi a 5 stelle (ed in parte li considero ancora) come delle isole sfacciatamente ed eccessivamente felici, in posti in cui il minimo che si dovrebbe fare è rendersi conto che di felicità non è che ce ne sia una grossa quantità in giro.
Oggi devo confessare senza vergogna che ho apprezzato le comodità, non per il gusto di averle a disposizione, ma per il semplice fatto che senza di esse il lavoro da svolgere sarebbe stato molto più duro e certamente più disagiato.
Il fatto di dover convivere con altri colleghi, meno abituati alla mia visione realisticamente avventuriera di questo lavoro, mi ha poi forzato ad assumere atteggiamenti che decisamente non sopporto, dettati dal timore di qualsiasi evenienza e diretti a fare di tutto per scongiurarla.
Abitudini quali prendere solo i taxi dell’albergo, uscire solo a certe ore, non camminare da soli per strada, non allontanarsi troppo dalle zone vigilate, sono tutte ottime abitudini, se ti vesti in giacca e cravatta e porti un orologio o un paio di occhiali da sole in ogni istante della tua vita.
Altre volte sono solo eccessive e sintomo di un’incapacità di affrontare le situazioni in maniera differente, per adattarsi a realtà che richiedono semplicemente buon senso.
Se hai addosso un paio di jeans e dentro le tasche i soldi li porti sfusi, magari in 3 tasche diverse e lasci il cellulare in camera, mi da fastidio pensare che ad ogni costo ci siano pericoli in ogni lato: ci sono quartieri da non frequentare, atteggiamenti da evitare, ore sconsigliabili, ma sinceramente in tanti anni di vita vagabonda, le uniche rapine che ho subito hanno avuto luogo a Roma, in pieno giorno, a poche centinaia di metri da casa mia.
Il caso è diverso se sei in centro a Tegucigalpa e cammini in gruppo: una decina di vestiti blu incravattati nel bel mezzo di venditori ambulanti, macchine incastrate nel traffico e file di persone che aspettano per ore il taxi collettivo alla fermata.
Per la prima volta in vita mia mi sono sentito un bersaglio ambulante, con un cartello attaccato dietro la schiena che diceva: “Sparami, sicuramente ne hai da guadagnare!”
I colleghi locali ci rassicuravano ed in realtà lo abbiamo dovuto fare solo un paio di volte, per non più di 5 minuti ciascuna; la sensazione però non è stata piacevole.
L’ultimo giorno ero stufo della vita di segregazione e insieme a tre colleghi meno timorosi, abbiamo preso un taxi normale e ce ne siamo andati a fare un giro in centro.
Abbiamo comprato qualche oggetto d’artigianato e ci siamo fermati nelle librerie più spoglie che abbia mai visto, dove però ho comprato ad un prezzo indicibilmente basso l’edizione commemorativa di “Cent’anni di solitudine” che la Real Academia Española ha pubblicato in onore degli 80 anni di Márquez.
Ho rivisto i vecchi campesiños con il machete appeso alla cinta, le mani aggrovigliate dalla fatica, le rughe scavate in una pelle di cuoio; le donne che insieme alle proprie figlie preparavano sacchetti di plastica multicolore ripieni di frutta; i bambini sbandati, accovacciati in un angolo e persi chissà dove, tra i vapori dei benzeni che raccolgono in bottigliette strette al petto come loro unico tesoro; i poliziotti, carichi di armi e dagli stivali pesanti, con lo sguardo necessariamente invadente, sempre in tensione; le guardie private all’ingresso dei negozi, smagrite e giovanissime, con fucili a pompa più pesanti di loro.
Ho visto però anche i sorrisi sinceri di coloro che ti spiegavano la strada e aggiungevano “Para servirle” dopo il tuo “Muchas gracias”; ho ascoltato musica in ogni angolo, in ogni ufficio, in ogni negozio, in tutti i mercati, perché qui la musica c’è sempre, forse a distrarti dalla fame inguaribile, dal fetore diffuso, dal caldo che t’incolla le palpebre, o forse solo perché la musica costa poco e ti parla un linguaggio ideale, privo di dolore, in cui la quotidianità si smorza e la bocca sussurra parole sensuali e dal peso leggero.
Poi il viaggio s’è concluso, il ritorno s’è fatto vicino e salutare questo paese, m’è sembrato difficile.
Anche se questa città continuava a risultare pur sempre orribile, la osservavo nell’ottica di chi non sa mai staccarsi da un luogo in cui ha appena cominciato a grattare via la fuliggine dai vetri della comprensione.
L’orribile Tegucigalpa, a cui m’abituavo ogni giorno di più, iniziava a somigliare al ricordo di Chiquimula, di Huehuetenango, di Città del Guatemala ed io cominciavo ad aver voglia di fermarmi, di non partire.
Sembra strano a dirsi, ma qui, quando la gente ti dice: “Mi casa es tu casa”, sente davvero quello che dice.
Ho comprato una buona bottiglia di rum, ho impacchettato tutto e mi sono preparato alle 20 ore di volo che mi attendevano.
Ma ancora un paio di note positive prima di chiudere.
Ho incontrato persone piacevolmente folli, ho scambiato conversazioni interessanti ed ho scoperto aspetti di me stesso in tutti coloro con cui lavoravo.
Due su tutti, i membri statunitensi del gruppo di lavoro: Gregory, da me definito “l’Americano più europeo che abbia mai conosciuto”, con un profondo disprezzo per l’attuale amministrazione Bush, tale da fargli rifiutare il posto fisso che la decennale tradizione familiare gli avrebbe garantito al Dipartimento di Stato, una passione viscerale per il vino ed il buon cibo e con diversi anni di vita vagabonda in Europa e Africa; e John, un esperto di statistica in pensione, con uno spagnolo perfetto ma dall’accento irresistibilmente ed americanamente comico, una tenacia incredibile nel cercare le sue verità numeriche e 5 anni di Ecuador alle spalle, in cui oltre alle tante altre vesti ufficiali, ha indossato anche quelle di allevatore di polli, impiego che gli è valso il soprannome di “Gringo loco” in una bella fetta del paese.
Ma devo citare anche Diana e Geremy, marito e moglie volontari medici dell’Oregon, in Honduras per 20 giorni a fare interventi di palatoschisi gratuitamente; li ho salvati dall’ispezione corporale nell’aeroporto di Tegucigalpa, facendo l’interprete e spiegando loro perché non potevano portare certi prodotti nel bagaglio a mano; mi hanno ringraziato per tutto il volo e volevano anche offrirmi un panino al triplo burro con insaccati vari, ma ho spiegato amabilmente che il mio fegato aveva già pronta una citazione in giudizio per ciò che gli avevo imposto fino a quel momento e che ogni ulteriore attacco sarebbe stato visto dal mio organo interno come una provocazione inaccettabile.
Persone che ti riconciliano col mondo che vorresti odiare, ma che a volte semplicemente non conosci.
Solite hostess, soliti scali, soliti poliziotti statunitensi all’immigrazione scortesi, incomprensibili e frustrati, soliti negozi da duty free aeroportuale, solite decine di persone obese all’inverosimile.
Poi l’Europa, aeroporto di Amsterdam, dove tutto aveva un tocco di classe diverso e al posto del fast food di hamburger c’era quello di sushi, con tanto di cuoco giapponese in divisa.
E anche le olandesi, che notoriamente sono le donne più belle del mondo fino a 20 anni ma poi si tramutano in chianine bionde, sembravano splendidamente slanciate rispetto alle gigantesche proporzioni d’oltreoceano; i poliziotti sorridevano amabilmente, accennavano un “Arrivederci” stentato ma graditissimo e ti lasciavano nelle mani di colleghi sereni, calmi, dal tono di voce paziente.
Avrei da dire qualcosa anche sull’aereo dell’Alitalia che mi ha riportato a casa e sui 55 minuti di attesa davanti al nastro dei bagagli, ma non vorrei offendere nessuno con parenti nella compagnia di bandiera, quindi mi limito a sperare che la compri presto qualcuno in grado di farla sembrare degna di un paese civile.
XII puntata: Twin Peaks
Tempo di viaggi nell'ufficio commerciale della compagnia:
Veronica: Berlino - Madrid – Parigi
Stacey: Atlanta - Miami - Boston – Chicago
Barbara: San Francisco - L.A.
Roberta... Fredericton...
Ehhhh???
Ma ‘ndo sta???
Sta nel mezzo della landa Canadese del New Brunswich.
Da Montreal al paesello, dal finestrino dell’aereo, ho visto in ordine: pine trees, macchie bianche circolari che dopo un’ora ho identificato come laghi ghiacciati, pine trees again... non c’è nessuna casetta piccolina in Canadà!
Arrivo nella ridente cittadina nota nel Canada per... base militare... entusiasmoooo.
Nella stanza dell’aeroporto, cioè nell’aeroporto che è una stanza, foto appese alle pareti di MISSING WOMEN... con bella foto in primo piano delle scomparse, di quelle foto agghiaccianti scattate per la sera del prom, quando c’hanno quei bracciali col fiore sul polso, i capelli tirati anni ‘60 e lo sfondo celestino.
Esco, fa freddo ma c’è il sole.
Bandiere con foglie d’acero, si, sono in Canada, facciamocela prendere bene.
Ma la foglia d’acero svetta a mezz’asta, allegriaaaa.
Chiedo al ragazzo accanto a me, 7 soldati morti in Iraq.
Un elicottero militare arriva dalla landa dei pine trees.
Un taxi ci prende su in 3.
Davanti un uomo con tic nervosi e un inglese livello uno, si fa lasciare nel mezzo nulla e sorride strano e io, mentre viaggiamo verso quel nulla, immagino il mio faccione contro uno sfondo celestino, appeso a una parete di un aeroporto: missing.
Non ci disperiamo, l'albergo è vicino.
Rimango due secondi con la valigia davanti a questa specie di castello rimodernato (in peggio) con guglie gotiche e mura grigie, neve tutta intorno e sull’altro lato un fiume largo e forte, in cui non mettereste nemmeno il dito mignolo per paura di essere trascinati a Boston per la corrente.
Camera 669, numero del diavolo?
Quasi.
Nel corridoio moquettato mi immagino scorrazzare in un triciclo, girare il collo come nell’esorcista e prendere un’ascia per fare fuori la povera Delma che arriva quel pomeriggio e che non fara’ altro che lamentarsi di quanto gli manca la sua famiglia e che non le piace viaggiare... Maro’ che palle.
Decido che Twin Peaks alias Fredericton deve avere un lato positivo... ma i freak si moltiplicano... nel centro dove presento "Hotels of NY" ci sono nell’ordine i seguenti personaggi: la donna allergica a qualsiasi prodotto - per cui ci avvertono che niente deodorante, profumo... insomma facciamo finta che non puzziamo; la donna forever young - che si spara siringhe di botulino sopra gli occhi per dimostrare 5 anni meno (e non lo abbiamo dedotto, lo diceva lei orgogliosa); il disco rotto umano - uomo capace di scordare qualsiasi input e ripetere la stessa domanda una ventina di volte in un’ora, completo memento.
E via dicendo...
Decido che David Lynch ha sbagliato completamente ambientazione e una parte di me all’improvviso capta un senso nella follia che fa prendere in braccio un fucile e ammazzare il vicino perchè il cane ha fatto i bisognini sulla aiuola tirata su con tanto amore.
Ma... Montreal mi aspetta... 3 giorni di vacaza nel Quebec!
Montreal: tempesta di neve che non hanno da 10 anni in Aprile e di cui in totale riescono a ricordare altre 3 come questa.
Camminando per le strade, nessuno.
Tutti sottoterra dove scorre un centro commerciale, versione moderna e consumistica del concetto di catacomba.
Un’amica mi raggiunge da NY.
La amica si rivela un’alcolista (e se lo dico io...).
Si scola bottiglie da sola e tra una conversazione e l’altra confessa: “Mai avuto un orgasmo” (l’amica in questione è anche molto bella e non te lo aspetteresti) e confessa un terrore verso l’inaspettato che la fa essere una control-freak (eccone un altro di personaggio...).
La famiglia viene descritta in base a preferenze alcoliche: “A mamma piace lo scotch, papà ed io vino, mia sorella vodka”, il che mi fa pensare che di bottiglie se ne scolano tutti parecchie.
Ma lei porta orecchini e forma di perle e maglioncini cachemire, lucidalabbra perfetto, l’incarnazione della perfetta ragazza americana, sana e pulita.
Un altro essere mezzo-rotto di questa generazione di senza punti fissi.
Sopravvissuta a questa settimana mi considero cittadina onoraria di Twin Peaks, forse mi daranno le chiavi della città.
VII Puntata: Life is what happens to you while you’re busy making other plans (John Lennon – Beautiful Boy)
Eccomi di nuovo nel continente americano, con in testa l’idea di volare presto in Nicaragua ed una voglia matta di passare un fine settimana a New York.
L’arrivo è molto tranquillo, con il poliziotto della dogana che finge d’interessarsi a quello che farò alla World Bank, scartabella il mio passaporto soffermandosi pericolosamente sui visti di Marocco, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, poi trova quello del suo adorato Console a Roma e mi fa procedere senza dirottarmi per ulteriori controlli a Guantanamo.
Evito anche che si prendano le mie impronte digitali e la traccia fotografica della mia retina, dato che entro con uno status quasi diplomatico, e procedo verso l’uscita, con la strana sensazione di avere ancora addosso gli occhi del poliziotto.
Vorrei fare a meno di prendere il taxi, ma la mia ricerca su internet per capire come giungere in città con i mezzi pubblici non ha dato esiti positivi e le indicazioni dell’aeroporto sui trasporti a disposizione sembrano essere state disposte dalla lobby dei tassisti, con il chiaro intento d’indurre il viaggiatore ad arrendersi all’inevitabile salasso.
Ed infatti, dopo dieci minuti di vagabondaggio scarsamente proficuo, mi arrendo e pago la corsa in centro: la bellezza di 65$ che, solo dopo qualche giorno, vengo a sapere avrei potuto recuperare se avessi richiesto una ricevuta.
Ho a disposizione un appartamento di una sessantina di metri quadri, con cucina ed elettrodomestici che mi permetteranno di evitare spese inutili, il letto è sfacciatamente enorme, ma la moquette della stanza mi carica ogni tre passi di elettricità statica, con la spiacevole conseguenza che ogni volta che accendo la luce becco una scarica elettrica che mi fa imprecare in diverse lingue.
Per annullare l’effetto del jetlag esco a cena con Roberta, con cui ci eravamo visti l’ultima volta due anni prima, a Barcellona, davanti ad una squisita paella all’astice.
Mentre cammino su Pennsylvania Avenue per raggiungere il punto d’incontro, passo davanti ad una cancellata nera, dietro la quale, in fondo ad un parco di un centinaio di metri, s’intravede nella penombra un edificio basso, in stile coloniale, abbastanza anonimo se non fosse per il fatto che è isolato completamente da tutto il resto, ad una distanza notevole da altri edifici e da qualsiasi contatto con possibili intrusi.
“Ma guarda, sono davanti alla Casa Bianca...”
E mentre rifletto sbadatamente su dove mi trovo, scorro mentalmente le immagini dei film in cui l’ho vista decine di volte: imponente, maestosa, perfetta, inavvicinabile.
Niente di tutto ciò, a parte l’ultimo aggettivo; non mi sembra nulla di particolare, forse perchè è notte, ma certamente perchè ci si aspetta qualcosa di meglio da uno che governa le sorti del mondo.
Dev’essere lo stile anglosassone, a pensarci meglio.
Anche il primo ministro inglese vive in un appartamentino come tanti, di quelli che te lo immagini rientrare col latte in mano dopo aver portato il cane a fare la pipi sull’alberello di fronte.
Allora il nostro Napolitano dovrebbe governare la galassia, con quella residenza da niente in cima al Quirinale.
Forse invece è tutto inversamente proporzionale: più è piccola la residenza e più potere hai.
Da oggi starò più attento a quelli che vivono in case piccole.
La prima cosa che mi salta agli occhi è la grandissima percentuale di afroamericani, molti più che a New York, dato che secondo le stime ufficiali sono circa il 60% degli abitanti della città; inoltre sembra che la situazione di questo gruppo etnico sia molto migliore che in altre zone degli Stati Uniti, grazie ad un reddito superiore e ad una maggiore integrazione nel tessuto sociale.
Il valzer di cocktail e cibo si apre poco dopo, per terminare intorno a mezzanotte, quando il mio affaticamento e gli effetti dell’alcool prendono il completo possesso delle terminazioni nervose che governano le mie palpebre.
Salgo su un taxi il cui autista di origini arabe inizia un’interessantissima conversazione sulle molteplici infamità cui ci conduce la religione, mentre io comincio a sentire un torpore che mi avvolge e immagino che sia la stessa sensazione che provano coloro che svengono per assideramento.
Provo ad argomentare, anche se in linea di massima siamo sulla stessa lunghezza d’onda e poi sono stanco marcio e lo lascio alla sua critica delle interpretazioni mistificatrici di Bibbia e Corano.
Rientro a casa con un po’ più di serenità, dopo aver constatato per l’ennesima volta che gli “illuminati” esistono in ogni etnia, paese, gruppo sociale.
Ovviamente l’attacco di sonno svanisce nel momento esatto in cui poggio la testa sul cuscino, dato che il mio corpo ha ormai superato il limite del suo orario biologico: è convinto che siano le 7 e 30 del mattino e nonostante la stanchezza sia enorme, non riesco a dormire che per cinque orette, rigirandomi continuamente in un sonno superficiale.
Il mattino dopo è dedicato ad una passeggiata in città, con ennesimo passaggio davanti alla Casa Bianca, alla ricerca di eventuali smentite alla mia prima impressione.
Che ovviamente viene confermata.
Proseguo con un supermercato carissimo, in cui la spesa per 2 settimane mi è costata 100$, ma la nota piacevole è stata quella di aver ammutolito un autista di bus che ha litigato con tutti i passeggeri che sono scesi nelle quattro fermate del mio tragitto: appurato che era nervoso e considerato che anche io non ero proprio al massimo del buonumore dopo l’impatto ostile riservatomi dalla città, mi sono predisposto allo scontro con meticolosa precisione.
Al momento di scendere non mi ha aperto la porta, mi ha costretto ad attraversare l’intero bus per giungere all’uscita anteriore barcollando carico di buste della spesa ed infine mi ha beffardamente apostrofato dicendo: “Comunque è aperta”, riferendosi alla porta posteriore che aveva spalancato, quando ormai ero giunto davanti all’altra uscita.
E’ stato un attimo, ero tirato come la corda di un arco ed il gaglioffo non sapeva di avere di fronte un romano con una buona capacità di traduzione.
Censuro me stesso, ma vi lascio immaginare il suo sguardo quando mi sono voltato e gli ho urlato di consideare la possibilità che vi fosse anche dell’altro “aperto” nella sua vita, suggerendogli inoltre che anche sua nonna poteva condividere lo stesso tipo di condizione.
In realtà ora che ci penso ho rischiato un po’, non tanto perchè ero di fronte ad un energumeno di venti centimetri più alto e di trenta più largo, ma perchè negli ultimi anni Washington ha vinto più volte il titolo onorifico di “Capitale dell’omicidio”, con il più alto numero di morti assassinati negli Stati Uniti in rapporto alla popolazione.
Non sono andato a rimpolpare le statistiche, per cui sono ben felice di averlo visto rimanere di stucco, impossibilitato a lasciare la sua postazione di guida, in onore del suo profondo senso del dovere di lavoratore pubblico del Distretto di Columbia.
Il resto del tempo l’ho passato lavorando, andando in palestra, guardando “Friends” in versione originale.
Ah quasi dimenticavo di accennare al fatto che sono stato a New York.
Il viaggio volutamente effettuato sul pullman della Greyhound, per poter dire che anche io, una volta nella vita, sono salito su uno di quei torpedoni cromati protagonisti di tante fughe anonime dei personaggi del grande schermo; l’impatto con lo skyline di Manhattan dal New Jersey, con le luci colorate che ti fanno identificare subito l’Empire State Building, mentre l’Hudson River scorre nero sotto il George Washington Bridge; il caos della metropolitana, che ti schiaffeggia non appena spingi le porte che danno verso l’interno della Port Authority Station e ti suona in mente “Take the A train” il pezzo che compose Billy Strayhorn e divenne un classico della band di Duke Ellington; ci sali perchè, guarda caso, passa di là proprio in quel momento e ti lasci dondolare verso l’Upper West Side, dove hai già prenotato un tavolo al Cleopatra’s Needle, in tempo per vedere la fine del concerto jazz della serata, appena prima che cominci la jam session del pubblico; il freddo che s’incanala ventoso su Amsterdam Avenue, mentre ricominci a pensare a quante volte hai fatto quelle strade, a quante volte hai desiderato avere uno di quegli appartamenti che vedi pieni di libri dalla strada, con il pub in legno scuro sotto, tanto per essere sicuro che la birra non mancherà mai, magari su una strada secondaria, con un paio di alberelli e la ringhiera laccata di nero che ti accompagna sui quattro gradini verso l’ingresso; e poi il mattino luminoso, quasi troppo prima che la caffeina abbia fatto svanire il fastidio del risveglio; una vecchia signora a cui portare un mazzo di fiori e sentirla parlare del gatto, della figlia che vive lontano, di te che sei stato il primo a farle gli auguri per il compleanno, del fatto che vuole rialzarsi dalla sedia a rotelle e che vuole provare a sconfiggere la distrofia con le cellule staminali; il brunch in un buco da dieci coperti gestito da ex hippies che in uno slancio di egualitarismo iconografico mettono accanto alla Madonna, un dipinto di Shiva ed un Buddha in ceramica; Broadway, per comprare un imbrago ad una quindicina di euro meno che in Italia e per tuffarsi fra lingue e vestiti; un Deli dove comprare qualche birra e delle patatine, per un aperitivo casareccio prima della cena a Brooklyn, in un locale che sta spopolando dopo un paio di comparsate in “Sex and the City”; la notte a Williamsbourg, fra ragazzini drogati, taxiste ispaniche e retate sfiorate di cinque minuti; ancora quel freddo che ti constringe a tremare, a farti pentire di essere uscito dal locale in cui eri, anche se è tardi e domani ti devi svegliare presto; la domenica che non è mai silenziosa, dove la gente si affretta a fare ciò che ha rimandato durante la settimana, per poi chiudersi a mangiare dopo aver saltato la colazione; nella zona “bene”, quella dei portieri in livrea e dei cagnolini minuscoli con cappottini ricamati, con i palazzi puliti e la passarella che ti accompagna dal portone al taxi, casomai piovesse; un conto troppo caro per un pasto che in Italia si potrebbe definire appena sufficente; gli ultimi minuti a camminare su Lexington, verso Grand Central, uno sguardo alle Nazioni Unite, l’ingresso in stazione; ancora qualche minuto, non portatemi via ora, devo vedere soltanto l’atrio della biglietteria, con la volta celeste dipinta sul soffitto, a venti metri da terra; e poi c’è l’ultimo tratto verso la metro, fra le scale mobili e le passarelle in marmo bianco che hanno fatto da cornice al finale di “Carlito’s way”, con Al Pacino che fugge verso un treno che non prenderà mai, ammazzato davanti alla porta da Benny Blanco del Bronx; di nuovo il levriero che corre sulla fiancata del bus, stavolta in direzione opposta, lontano da tutto ciò.
I puntata: Aromi di terre nuove
Già mi prefiguro orde di cultori della geografia che si rivolteranno contro di me con caterve di puntualizzazioni circa il fatto che il titolo di questa mia sintesi disordinata di esperienze, reca un titolo fondamentalmente errato.
E’ vero, la Serbia ha il mare, una costa di una settantina di km in Montenegro, fra Albania e Croazia.
Ma voglio nello stesso istante, anticipare un po’ i tempi ed informarvi del fatto che Montenegro e Serbia sono in realtà due repubbliche separate, unite in una forma di stato federale che fra poco però dovrebbe sgretolarsi sotto i colpi del referendum con cui i montenegrini molto probabilmente sceglieranno di andarsene per conto loro e creare uno Stato totalmente indipendente.
Io mi troverò quindi a lavorare in un paese dove le possibilità di vedere la spiaggia saranno vincolate all’attraversamento di una frontiera, croata o montenegrina che sia.
Altro che scampagnata col vespone sulla Colombo per andarsi a guadagnare un asciugamano di sabbia fra il terzo ed il quarto cancello di Ostia, qui ci vorranno almeno cinque ora di traversata, formalità doganali e qualche litro di benzina.
Perlomeno gli sforzi saranno ripagati in maniera direttamente proporzionale dalla conquista della spiaggia: la costa adriatica della ex Yugoslavia è meravigliosa, niente a che vedere con la mucillagine e le calche barbariche della nostra Romagna.
Il titolo serve anche a prepararvi, perchè questa mia sarà quindi una navigazione di terra, un controsenso in fieri, un ossimoro continuo, in cui la contraddizione del titolo serve solo ad introdurre tutte quelle che seguiranno.
Dovrebbe essere chiaro, ma se non lo fosse, non vi proccupate, non volevo esserlo.
Ma lasciamo stare le note politiche e passiamo a quelle più strettamente personali.
Appena salito sull’aereo ho avuto conferma di una convinzione che è da tempo stabile nella mia testa, ovvero che quella minima percentuale di viaggiatori, girovaghi, nomadi del terzo millennio di cui sono un rappresentante in erba, ha la capacità attrarre a sè un suo simile, in barba a qualsiasi legge cosmica, ogni volta che si avvia verso un nuovo cammino ed espande la sua conoscenza del mondo.
Non so se è solo una questione di coincidenze, ma ogni volta che sono partito per una destinazione ho incontrato durante il viaggio qualcuno con cui avevo in precedenza scambiato due parole o condiviso un pasto dall’altra parte del pianeta.
Ed alla fine quella persona ha mostrato verso di me la stessa sorprendente voglia di tornare a scambiare lo sguardo e la parola, per procurarsi utilitaristicamente qualcuno a cui chiedere aiuto in caso di necessità, o semplicemente per confermare il fatto che davvero appartiene anche lui ad una strana razza, capace di orientarsi un po’ dovunque, non fosse altro che per il fatto di avere ad una ragionevole distanza punti di riferimento instabili quanto se stesso.
Tutto questo per dire che il mio posto in aereo era a fianco di un giovane diplomatico italiano conosciuto alcuni anni prima durante una cena, a casa di una comune amica romana.
Lui addirittura di me ricordava nome e cognome, mentre a me tornava alla mente soltanto il fatto che entrambe avessimo studiato, in momenti diversi, nello stesso istituto di formazione post-laurea.
Avevo anche un vago ricordo del fatto che il nome potesse essere Francesco o Giuseppe, ma quando mi sono azzardato a rischiare, ho inevitabilmente puntato sul cavallo sbagliato ed ho compiuto la prima gaffe diplomatica della mia nuova carriera.
Scambio di contatti usuale e qualche chiacchiera per smorzare la tensione del decollo affaticato e frastornante dei motori dell’ATR della JAT Airlines, poi fra noi s’è instaurato un silenzio complice, dettato dal reciproco rispetto di regole universali, necessarie per la lettura di un quotidiano e per non stordire il compagno di viaggio con quisquilie logorroiche.
Atterrato a Belgrado speravo di essere accolto da un amichevole profumo orientale, un misto di paprika e acquavite, con una punta di vento siberiano che spazzasse via crudemente i pensieri e la confusione che rimbombava nelle mie orecchie dopo un volo di 2 ore su un aereo più rumoroso di un mulino di pietra a pieno regime.
Invece appena sceso dalla scaletta le narici hanno dovuto sopportare, non l’affascinante mistura di aromi sconosciuti cui si erano lungamente preparate, ma il tanfo opprimente della nafta scaricata dalle doppie eliche del veivolo appena abbandonato.
La speranza che il sogno potesse divenire realtà e che quella che invadeva il mio apparato respiratorio fosse solo una vampata oscura dovuta al comprensibile inquinamento di un aereoporto internazionale, ben presto si è dovuta volatilizzare di fronte al fatto che anche il potente apparato di condizionamento all’interno delle mura aereoportuali diffondeva una potente miscela di idrocarburi e monossidi vari.
Il mio compagno di viaggio deve forse essersi accorto dell’espressione contrariata e del velo di malinconia che oscurava il mio volto o forse ha percepito attraverso l’aspetto paonazzo e la tendenza allo svenimento, i segni di un’apnea eccessivamente prolungata e quindi, per evitare un’ipossia autoindotta, ha confermato la mia prima impressione, dandomi prova del fatto che nonostante lui stesso continuasse a respirare, gravi danni non erano prevedibili a breve termine, ed ha ammesso: “Si, è una puzza da fare schifo, e dovrai vedere in inverno quando i riscaldamenti a carbone saranno accesi”.
A quel punto stavo per decidere di fare dietrofront e dare una mano al pilota per accelerare i tempi del ritorno in Italia, ma poi ho riflettuto sul fatto che dei tanti posti al mondo dove sono stato, questo almeno aveva il vantaggio di non dovermi mettere a confronto con la mia entomofobia conclamata: nessun insetto degno di questo nome avrebbe abitato una città tanto fetente!
Deciso ad affrontare le ventate provenienti dall’uscita, mi sono convinto che ormai dopo quello della frutta marcia del mercato di Chiquimula, quello del pellame animale delle concerie di Marrakesh e quello dei marciapiedi di New York la mattina presto davanti ai sacchi d’immondizia dei ristoranti indiani, anche il fetore di Belgrado meritava rispetto e poteva adire ad un degno posto nella top ten delle personalissime schifezze olfattive, probabilmente un gradino sopra il mercato della carne di Port Louis.
Dopo lo slalom fra i tassisti clandestini in cerca del pollo da spennare, l’incontro con il capo, i saluti e le prime indicazioni, la pioggia e l’avvio della registrazione fotografica delle strade e delle direzioni da prendere per entrare in città.
La prima notte è a casa di Antonio e Luca, i miei diretti superiori, con cui s’instaura subito un’intesa perfetta: “Domani è sabato, qui s’arzamo ‘na mezz’ora dopo che se semo svejati, quindi qua c’è er caffè, qua i biscotti, er frigorifero ‘o riconosci...” “ Te tu fai n’ po’ quer che tu voi!” (ed il bilancio del dialetto si sposta, con il mio arrivo, nettamente a favore del romanesco, con il fiorentino che dopo due giorni inizia a cantare gli stornelli di Alvaro Amici).
La prima cena è l’ulteriore conferma del fatto che questo paese corrisponde poco ai desideri dei miei polmoni.
Il ristorante è un vecchio vagone di treno restaurato sulla riva del Danubio, in cui un complesso suona benissimo un repertorio da mischione trans-gender, dove per mia fortuna il menù è stampato in serbo ed inglese e si puo’ mangiare con dieci euro.
Quello che purtroppo mi colpisce di più, però, è che si fuma.
In realtà non speravo di trovare la messa al bando del fumo che avevo lasciato in Italia, ma non immaginavo nemmeno quello che mi attendeva: al mio tavolo ero l’unico non fumatore e a dire il vero ero l’unico non fumatore di tutto il locale!
Non solo, ma avevo anche di fronte i più accaniti tabagisti d’Europa!
Il serbo in media fuma 5 sigarette a pasto e se alla fine prende anche la Rakia extra, può facilmente raggiungre le 7.
Immaginate cosa vuol dire in un locale di 50 posti, dove il gruppo italiano si è perfettamente adattato ai costumi locali.
Il sonno mi ha colto prima che potessi pensare a quanto puzzavano i miei vestiti e fra un gallo alle tre e due cani particolarmente meritevoli del mio gavettone d’acqua ghiacciata verso le quattro e mezza, sono scivolato attraverso la prima notte serba come un’anguilla in un canneto.
Il giorno dopo è stato dedicato al trasferimento verso la mia abitazione in centro, dove ho scoperto che non era necessario attendere l’inverno per decidere di prendere casa in un quartiere piu’ periferico e meno inquinato.
Anche perchè l’appartamento consisteva in due stanze ammobiliate con il gusto di un bordello degli anni ’50, in cui il profumo nauseabondo dei tessuti vecchi e delle poltrone impolverate, pervadeva anche i più reconditi angoli delle mie capaci fosse nasali.
Il bagno era stato lasciato dal precedente inquilino in condizioni simili a quelle della turca che trovai nel deserto marocchino dopo una notte passata all’aperto e un pasto a base di carne cucinata dalle mani tuareg, con la differenza che in quell’occasione benedii la sorte che mi aveva concesso un putrido riparo qualsiasi dove scaricare il magma che riempiva le mie viscere, mentre stavolta imprecavo dentro di me pensando alle ore di lavoro necessarie a riportare alla decenza quei sanitari.
Il mio trasferimento verso una sistemazione diversa è stato deciso in quello stesso istante, ma è passato ancora un po’ prima che potessi liberarmi della fastidiosa incombenza di dover dormire su un divano adattato a letto.
Il resto fa parte di parentesi sensitive diverse, di momenti ricollegabili fra loro secondo una logica che non appartiene a quella della burla con cui ho deciso d’impostare questo primo capitolo e forse non e’ necessario dire che questa citta’ brulica di panetterie da cui sprigiona una fragranza calda di paste e molliche, o che la campagna regala ortaggi dal sentore genuino, per pareggiare i conti con il j’accuse di cui mi sono reso responsabile fin qui.
Non serve perchè Belgrado e la Serbia sono altro, ma per fortuna ancora non l’ho capito e quindi continuerò ad aver voglia di scriverlo.
Do vigenia.
Finalmente ce l'ho fatta!
Su consiglio di molti di voi ho deciso di aprire il mio blog.
Come vedete è un luogo in cui si parlerà soprattutto di viaggi, esperienze di vita, lavoro, vacanze.
Vorrei che partecipassero tutti coloro che hanno voglia di scrivere, descrivere e raccontare.
Ho tanti amici che si trovano in altrettante zone del pianeta, molte delle quali lontanissime, non solo geograficamente.
Li vorrei coinvolgere e vorrei ospitare le loro parole su questo blog, per fare in modo che le distanze, non solo geografiche, si riducano, ma anche per vedere che effetto fa trovarsi intorno ad un fuoco comune, nonostante le miglia di distanza.
La maggior parte viaggia per lavoro, stando fuori dal proprio paese per mesi, a volte anni, altri invece danno un mozzico alla mela che li ospita e poi scappano via, alla rincorsa di altro.
Molti si spostano spesso, fortunati vacanzieri pronti ad approfittare di ogni occasione per vedere qualcosa di nuovo.
Mi piacerebbe davvero che su questo blog ci foste, insieme a me, tutti voi, con le vostre parole ed i vostri ricordi.
Siete in Congo, Senegal, USA, Olanda, Belgio, Liberia, Afghanistan, Iraq, Arabia Saudita.
Andrete ancora chissà dove, magari avete qualcosa da dire, qualcosa da spiegare.
Io si, quindi cominciamo subito.