VI puntata: “Andare e tornare in un batter d’ali”
Dopo mesi d’inattività, in attesa che qualcuno di coloro che tengono in mano le redini della mia vita professionale si degni di darmi una certezza definitiva su cosa farò da grande, eccomi ad aver l’opportunità di tornare a Belgrado.
Purtroppo solo per qualche giorno, il tempo di riempire due valigie con i vestiti estivi che mi serviranno in Nicaragua, dove andrò per qualche settimana agli inizi i Febbraio, per poi rientrare forse, e soltanto forse, in Serbia.
In questi due giorni ho visto le rive del Danubio costeggiate da alberi enormemente spettrali e spogli, tanto che l’assenza di vegetazione e la luce brillante dell’inverno rendono la maestosità del fiume ancora più evidente.
La mitezza straordinaria del clima continentale mi ha consentito di non affrontare metri di neve e panorami glaciali, ma soprattutto ha evitato la concreta possibilità che il mio corpo fosse rinvenuto in qualche angolo della città allo scioglimento dei ghiacci, dato che difficilmente sopporto per più di trenta secondi temperature inferiori allo zero.
Mi sono sentito stranamente osservato mentre camminavo comunque infagottato nel mio piumino, alle cui estremità si potevano intravedere sciarpa, guanti e cappello di lana; i belgradesi devono aver trovato curioso il fatto che qualcuno potesse trovare freddo quel gennaio quasi primaverile per loro, mente io ritenevo più che giustificabile il mio abbigliamento per i dieci gradi centigradi in cui ero immerso.
Ho fatto ritorno nel ristorante già citato in passato, questa volta accompagnato da indigeni in grado di spiegarmi il menù in cirillico ed evitarmi sgradevoli sorprese.
In realtà con me c’erano diverse amiche e ho lasciato campo libero a loro nella scelta delle portate, anche prevedendo eventuali necessità dietetiche e non volendo imporre loro cibi eccessivamente calorici.
Le donzelle si sono prodigate in una serie di ordinazioni concitate, con il cameriere che ha sfoggiato le sue migliori doti di oste circense per riuscire a coordinare mano, orecchie ed occhi e recepire senza errori le differenti richieste che provenivano dai quattro angoli di una tavolata in cui sette commensali su nove erano donne.
Credo che al termine della serata abbia comunque dovuto sbronzarsi pesantemente per dimenticare l’esperienza.
Io sono rimasto in attesa di capire cosa avrei mangiato insieme ad altri due italiani per i quali il serbo rimane comprensibile tanto quanto un gargarismo con l’acido cloridrico.
Il mio timore circa la necessità di controllare l’apporto calorico del cibo è stato immediatamente messo in discussione quando sono giunte le prime portate, per poi crollare definitivamente sotto i colpi delle fiamminghe di carne.
Oltre a creme di peperoni e fagioli in umido, ci siamo avventati con ingordigia famelica su salsicce, grigliate miste e fegatini di pollo avvolti nella pancetta (di cui ho chiesto una seconda portata…), per poi terminare con dolcetti al miele e noci che avrebbero potuto costituire da sé un alimento sufficiente a sopravvivere in una foresta per quindici giorni.
La serata è terminata con un’appendice alcolica in grado di mantenere costante il livello di ebbrezza dopo i fiumi di birra consumati al tavolo.
Ovviamente il mattino dopo ho avuto qualche difficoltà a raggiungere la caffettiera, ma il fatto che lo stia raccontando testimonia il successo della mia spedizione.
Aldilà di queste mie escursioni gastronomiche, ho avuto finalmente l’opportunità di parlare con alcuni amici per approfondire il loro modo di vedere la situazione politica, l’opinione che hanno di noi “cooperanti”, le sensazioni circa il futuro, le frustrazioni del presente e le fatiche quotidiane, allo stesso tempo simili alle nostre ma profondamente più complesse per chi ha alle spalle un passato ancora dolorosamente vivo.
Mi hanno ribadito quanto ci sia bisogno che le nuove generazioni si confrontino con il mondo esterno per non sclerotizzarsi in atteggiamenti mentali radicali e quanto invece coloro che hanno vissuto la guerra in prima persona debbano avere la possibilità di costruirsi un presente meno arrancante e faticoso, in cui possano trovare redenzione e sollievo dopo anni di faticoso procedere.
Parlare con loro di tutto quello che ci veniva in mente è stato un esercizio interessante e che mi ha dato finalmente una prospettiva davvero reale e sincera sul paese in cui vorrei vivere per i prossimi anni, ma soprattutto mi ha concesso di conoscere persone splendidamente testarde e dannatamente attaccate ad una volontà di tornare a sorridere sin nella parte più nascosta di se stessi.
Pensavo a tutto questo quando la prima turbolenza ha iniziato a scuotere la fusoliera dell’Airbus della SwissAir con cui stavo per atterrare nello scalo di Zurigo.
Non ho mai avuto una particolare paura di volare, quindi ho sempre pensato che la tecnologia e le statistiche debbano davvero essere prese in seria considerazione quando si parla di sicurezza del trasporto aereo.
Alla seconda turbolenza ho cercato di ricordare quale fosse la percentuale d’incidenti avvenuti in volo ed ho concluso che non era assolutamente rilevante e che su un aereo svizzero la manutenzione sarebbe dovuta essere certamente perfetta, quindi ero in mani sicure.
Quando il capitano ha detto che stavamo per entrare in un fronte nuvoloso in cui ci sarebbe stata la possibilità di forti turbolenze subito prima e durante l’atterraggio, ho immediatamente ricordato le parole di un amico steward che mi spiegava come le fasi davvero critiche di un volo siano solo il decollo e l’atterraggio e che il 95% degli incidenti si verifica in questi due momenti.
Appunto.
Proprio ora che arriviamo in una zona di “forti turbolenze”, che nel linguaggio edulcorato dei piloti vuol dire “una tempesta di quelle che vi toccherà stare attenti agli schizzi di vomito del vostro vicino”.
La terza “turbolenza” è stata in realtà una serie di scuotimenti in tutte le direzioni che ci hanno accompagnati per i successivi quindici minuti, causando panico e caos in tutto l’aereo.
Nonostante il pessimo indizio delle hostess ancorate ai loro seggiolini che chiedevano di mantenere la calma con la voce di una vergine rincorsa da dieci marinai di lunga tratta appena sbarcati, ho tentato di riporre una serena fiducia nelle capacità di volo del capitano, ripromettendomi di metterlo fra i miei eroi personali in caso fossimo giunti sani e salvi a destinazione, o di condannarlo ad una resurrezione nelle vesti di un parassita sui testicoli di un cammello affetto da orchite in caso di schianto al suolo.
Fatto sta che al secondo tentativo di atterraggio, dopo aver sfiorato il suolo con l’ala destra proprio mentre eravamo pronti a poggiare le ruote sull’asfalto, il nostro eroe elvetico ci ha portati sani e salvi nella piazzola di sosta, nella gioia plaudente di tutta la sua ormai affezionata tifoseria.
La storia successiva ve la risparmio, anche perché le quattro ore di attesa nella zona internazionale sono state caratterizzate solo da un panino sintetico col formaggio svizzero peggiore che abbia mai ingurgitato, pagato una cifra che ha condannato i miei eredi ai lavori forzati in una fabbrica di orologi a cucù in provincia di Losanna per ripianare il mio debito.
Inoltre la partenza per Roma, dove sono giunto dopo 10 ore dalla chiusura della porta di casa a Belgrado, è stata meno traumatica, grazie al fatto che le raffiche di vento della tempesta Kyrill erano oramai alle nostre spalle e ci spingevano, saltellando burlone, oltre le Alpi.
I puntata: Aromi di terre nuove
Già mi prefiguro orde di cultori della geografia che si rivolteranno contro di me con caterve di puntualizzazioni circa il fatto che il titolo di questa mia sintesi disordinata di esperienze, reca un titolo fondamentalmente errato.
E’ vero, la Serbia ha il mare, una costa di una settantina di km in Montenegro, fra Albania e Croazia.
Ma voglio nello stesso istante, anticipare un po’ i tempi ed informarvi del fatto che Montenegro e Serbia sono in realtà due repubbliche separate, unite in una forma di stato federale che fra poco però dovrebbe sgretolarsi sotto i colpi del referendum con cui i montenegrini molto probabilmente sceglieranno di andarsene per conto loro e creare uno Stato totalmente indipendente.
Io mi troverò quindi a lavorare in un paese dove le possibilità di vedere la spiaggia saranno vincolate all’attraversamento di una frontiera, croata o montenegrina che sia.
Altro che scampagnata col vespone sulla Colombo per andarsi a guadagnare un asciugamano di sabbia fra il terzo ed il quarto cancello di Ostia, qui ci vorranno almeno cinque ora di traversata, formalità doganali e qualche litro di benzina.
Perlomeno gli sforzi saranno ripagati in maniera direttamente proporzionale dalla conquista della spiaggia: la costa adriatica della ex Yugoslavia è meravigliosa, niente a che vedere con la mucillagine e le calche barbariche della nostra Romagna.
Il titolo serve anche a prepararvi, perchè questa mia sarà quindi una navigazione di terra, un controsenso in fieri, un ossimoro continuo, in cui la contraddizione del titolo serve solo ad introdurre tutte quelle che seguiranno.
Dovrebbe essere chiaro, ma se non lo fosse, non vi proccupate, non volevo esserlo.
Ma lasciamo stare le note politiche e passiamo a quelle più strettamente personali.
Appena salito sull’aereo ho avuto conferma di una convinzione che è da tempo stabile nella mia testa, ovvero che quella minima percentuale di viaggiatori, girovaghi, nomadi del terzo millennio di cui sono un rappresentante in erba, ha la capacità attrarre a sè un suo simile, in barba a qualsiasi legge cosmica, ogni volta che si avvia verso un nuovo cammino ed espande la sua conoscenza del mondo.
Non so se è solo una questione di coincidenze, ma ogni volta che sono partito per una destinazione ho incontrato durante il viaggio qualcuno con cui avevo in precedenza scambiato due parole o condiviso un pasto dall’altra parte del pianeta.
Ed alla fine quella persona ha mostrato verso di me la stessa sorprendente voglia di tornare a scambiare lo sguardo e la parola, per procurarsi utilitaristicamente qualcuno a cui chiedere aiuto in caso di necessità, o semplicemente per confermare il fatto che davvero appartiene anche lui ad una strana razza, capace di orientarsi un po’ dovunque, non fosse altro che per il fatto di avere ad una ragionevole distanza punti di riferimento instabili quanto se stesso.
Tutto questo per dire che il mio posto in aereo era a fianco di un giovane diplomatico italiano conosciuto alcuni anni prima durante una cena, a casa di una comune amica romana.
Lui addirittura di me ricordava nome e cognome, mentre a me tornava alla mente soltanto il fatto che entrambe avessimo studiato, in momenti diversi, nello stesso istituto di formazione post-laurea.
Avevo anche un vago ricordo del fatto che il nome potesse essere Francesco o Giuseppe, ma quando mi sono azzardato a rischiare, ho inevitabilmente puntato sul cavallo sbagliato ed ho compiuto la prima gaffe diplomatica della mia nuova carriera.
Scambio di contatti usuale e qualche chiacchiera per smorzare la tensione del decollo affaticato e frastornante dei motori dell’ATR della JAT Airlines, poi fra noi s’è instaurato un silenzio complice, dettato dal reciproco rispetto di regole universali, necessarie per la lettura di un quotidiano e per non stordire il compagno di viaggio con quisquilie logorroiche.
Atterrato a Belgrado speravo di essere accolto da un amichevole profumo orientale, un misto di paprika e acquavite, con una punta di vento siberiano che spazzasse via crudemente i pensieri e la confusione che rimbombava nelle mie orecchie dopo un volo di 2 ore su un aereo più rumoroso di un mulino di pietra a pieno regime.
Invece appena sceso dalla scaletta le narici hanno dovuto sopportare, non l’affascinante mistura di aromi sconosciuti cui si erano lungamente preparate, ma il tanfo opprimente della nafta scaricata dalle doppie eliche del veivolo appena abbandonato.
La speranza che il sogno potesse divenire realtà e che quella che invadeva il mio apparato respiratorio fosse solo una vampata oscura dovuta al comprensibile inquinamento di un aereoporto internazionale, ben presto si è dovuta volatilizzare di fronte al fatto che anche il potente apparato di condizionamento all’interno delle mura aereoportuali diffondeva una potente miscela di idrocarburi e monossidi vari.
Il mio compagno di viaggio deve forse essersi accorto dell’espressione contrariata e del velo di malinconia che oscurava il mio volto o forse ha percepito attraverso l’aspetto paonazzo e la tendenza allo svenimento, i segni di un’apnea eccessivamente prolungata e quindi, per evitare un’ipossia autoindotta, ha confermato la mia prima impressione, dandomi prova del fatto che nonostante lui stesso continuasse a respirare, gravi danni non erano prevedibili a breve termine, ed ha ammesso: “Si, è una puzza da fare schifo, e dovrai vedere in inverno quando i riscaldamenti a carbone saranno accesi”.
A quel punto stavo per decidere di fare dietrofront e dare una mano al pilota per accelerare i tempi del ritorno in Italia, ma poi ho riflettuto sul fatto che dei tanti posti al mondo dove sono stato, questo almeno aveva il vantaggio di non dovermi mettere a confronto con la mia entomofobia conclamata: nessun insetto degno di questo nome avrebbe abitato una città tanto fetente!
Deciso ad affrontare le ventate provenienti dall’uscita, mi sono convinto che ormai dopo quello della frutta marcia del mercato di Chiquimula, quello del pellame animale delle concerie di Marrakesh e quello dei marciapiedi di New York la mattina presto davanti ai sacchi d’immondizia dei ristoranti indiani, anche il fetore di Belgrado meritava rispetto e poteva adire ad un degno posto nella top ten delle personalissime schifezze olfattive, probabilmente un gradino sopra il mercato della carne di Port Louis.
Dopo lo slalom fra i tassisti clandestini in cerca del pollo da spennare, l’incontro con il capo, i saluti e le prime indicazioni, la pioggia e l’avvio della registrazione fotografica delle strade e delle direzioni da prendere per entrare in città.
La prima notte è a casa di Antonio e Luca, i miei diretti superiori, con cui s’instaura subito un’intesa perfetta: “Domani è sabato, qui s’arzamo ‘na mezz’ora dopo che se semo svejati, quindi qua c’è er caffè, qua i biscotti, er frigorifero ‘o riconosci...” “ Te tu fai n’ po’ quer che tu voi!” (ed il bilancio del dialetto si sposta, con il mio arrivo, nettamente a favore del romanesco, con il fiorentino che dopo due giorni inizia a cantare gli stornelli di Alvaro Amici).
La prima cena è l’ulteriore conferma del fatto che questo paese corrisponde poco ai desideri dei miei polmoni.
Il ristorante è un vecchio vagone di treno restaurato sulla riva del Danubio, in cui un complesso suona benissimo un repertorio da mischione trans-gender, dove per mia fortuna il menù è stampato in serbo ed inglese e si puo’ mangiare con dieci euro.
Quello che purtroppo mi colpisce di più, però, è che si fuma.
In realtà non speravo di trovare la messa al bando del fumo che avevo lasciato in Italia, ma non immaginavo nemmeno quello che mi attendeva: al mio tavolo ero l’unico non fumatore e a dire il vero ero l’unico non fumatore di tutto il locale!
Non solo, ma avevo anche di fronte i più accaniti tabagisti d’Europa!
Il serbo in media fuma 5 sigarette a pasto e se alla fine prende anche la Rakia extra, può facilmente raggiungre le 7.
Immaginate cosa vuol dire in un locale di 50 posti, dove il gruppo italiano si è perfettamente adattato ai costumi locali.
Il sonno mi ha colto prima che potessi pensare a quanto puzzavano i miei vestiti e fra un gallo alle tre e due cani particolarmente meritevoli del mio gavettone d’acqua ghiacciata verso le quattro e mezza, sono scivolato attraverso la prima notte serba come un’anguilla in un canneto.
Il giorno dopo è stato dedicato al trasferimento verso la mia abitazione in centro, dove ho scoperto che non era necessario attendere l’inverno per decidere di prendere casa in un quartiere piu’ periferico e meno inquinato.
Anche perchè l’appartamento consisteva in due stanze ammobiliate con il gusto di un bordello degli anni ’50, in cui il profumo nauseabondo dei tessuti vecchi e delle poltrone impolverate, pervadeva anche i più reconditi angoli delle mie capaci fosse nasali.
Il bagno era stato lasciato dal precedente inquilino in condizioni simili a quelle della turca che trovai nel deserto marocchino dopo una notte passata all’aperto e un pasto a base di carne cucinata dalle mani tuareg, con la differenza che in quell’occasione benedii la sorte che mi aveva concesso un putrido riparo qualsiasi dove scaricare il magma che riempiva le mie viscere, mentre stavolta imprecavo dentro di me pensando alle ore di lavoro necessarie a riportare alla decenza quei sanitari.
Il mio trasferimento verso una sistemazione diversa è stato deciso in quello stesso istante, ma è passato ancora un po’ prima che potessi liberarmi della fastidiosa incombenza di dover dormire su un divano adattato a letto.
Il resto fa parte di parentesi sensitive diverse, di momenti ricollegabili fra loro secondo una logica che non appartiene a quella della burla con cui ho deciso d’impostare questo primo capitolo e forse non e’ necessario dire che questa citta’ brulica di panetterie da cui sprigiona una fragranza calda di paste e molliche, o che la campagna regala ortaggi dal sentore genuino, per pareggiare i conti con il j’accuse di cui mi sono reso responsabile fin qui.
Non serve perchè Belgrado e la Serbia sono altro, ma per fortuna ancora non l’ho capito e quindi continuerò ad aver voglia di scriverlo.
Do vigenia.