Free Blogger Federico Aldrovandi roma | Viaggi disordinati

Appunti sparsi di un irrequieto senza fissa dimora

Eccomi

Utente: karestia
Complicato dire chi io sia, ma essenzialmente sono un viaggiatore che spera di poter vedere il piu' possibile, da piu' punti di vista, sotto diverse luci. Vorrei capire. A giudicare ci pensino gli altri.

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

lunedì, 17 agosto 2009
Rome dans le coeur

Bar des Aiglons
 
I due tripli sedili in fondo alla carozza della metro Balard-Créteil. La coincidenza alla stazione Concorde dove tante volte ci siamo baciati ridendo e ognuno ha preso la strada delle persone serie che vanno al lavoro. Tutte quelle volte in cui ti supplicavo di aspettarmi "ancora 5 min" per uscire insieme e prendere questa metro fino alla coincidenza. Qualche volta nella tenerezza del mattino, ancora assonnati, una carezza di troppo riusciva a convincere l'altro e ci lasciavamo andare a fare all'amore, veloce ma bene, ma soprattutto con amore, e io partivo al lavoro con il sorriso sulle labbra in mezzo ai parigini poco amabili e tantomeno felici di vivere, ormai indifferenti agli spintoni dati e ricevuti sulla strada del lavoro. Tutto ciò era così dolce, così affascinante, così facile. Eppure non bastava. Tutta la mia vita così, no, non potevo guardarla, e vederla, già così, e ancora così fra 10 anni, forse anche 20, 30. "Balard, terminus de ce train, tous les voyageurs sont invités à descendre". Una volta un conducente si era anche lasciato andare a canticchiare questa vecchia canzone di Gilbert Bécaud "Et maintenant, que vais-je faire?", riuscendo a strappare un sorriso agli infelici abitanti della stazione Balard che tornavana a casa sfiniti dalla giornata parigina. Scendo con la mia valigia vuota. Un paio d’ore dopo mi accompagni di nuovo qua con il motorino e per la prima volta rido vedendo la spia della benzina che lampeggia come sempre, la valigia piena che sta per cadere in mezzo al fitto traffico perché troppo grossa per questo scooter. L'ultima valigia, l'abbiamo festeggiata con una tartara alla brasserie sotto casa, i camerieri si sono un po’ stupiti nel rivederci insieme dopo tutto questo tempo, e noi ridevamo tanto. "A proposito, ti saluta Lucilla." "Non mi chiama mai", "Scommetto che non la chiami neanche tu"... Per colpa del telefono perdiamo le persone che amiamo di più. Era l'ultima valigia e quasi non me lo aspettavo. Allora sono definitivamente uscita dalla tua vita. Chissà come ti sei sentito. Ce n'è voluto di tempo... In poco meno di 30 minuti mi ritrovo dall'altra parte della città, e trascino come posso i maledetti 20kg dei ricordi che mi seguono tutto il giorno... che mi scuotono, che non scottano più. Penso questo, non scottano più, sono dolci, lisci, un po’ sfocati, tutti teneri, un po’ come i sassi della spiaggia, anche le schegge di vetro diventano così levigate, con il tempo.
Ed eccomi al centro del mondo, del mondo di qua, il mio luogo di ricevimento, il mio "ufficio"... Questo bar di quart’ordine. Yacine, il proprietario mi chiama "Princesse". Sicuramente chiama Princesse tutte le buone clienti. All'epoca ci offriva sempre il suo turno al momento di partire. Furbo il ragazzo, lo sapeva che la gente ha fretta qua. Con un sorriso appeso alle labbra che non si smorza mai, di fronte già al secondo Monaco alle 17 sotto il sole cocente - eccezionale qua-. Il Monaco è questa deliziosa bevanda a base di birra, limonata, e sciroppo di melograno. Totalmente trasportata dall'atmosfera. Ma non con gli occhi di voi o di qualunque altro popolo che vedono le facce ostili della gente qua, i cornetti riempiti di burro, il caffè letteralmente imbevibile, i ragazzi delle banlieues che si parlano male e cercano rogne o ballano l'hip-hop per strada. Quello che vedo io, quello che provo io, è l'esaltazione della nostalgia, di tutto quello che una volta amavo e odiavo tutti i giorni, che mi ha fatto vivere qua, che mi ha convinto a lasciare questa città. Le facce stanche nella metro, i colori, le materie, gli odori, le pelli, i vestiti, le lingue, questa miscela variegata che compone oggi la popolazione, la mia popolazione, che ho abbandonato qua per vivere in mezzo a voi, parlare la vostra lingua, bere il vostro vino. Sono tornata per rivederli, provare il brivido della nostalgia, ricordarmi per qualche ora come era vivere insieme a loro, riconoscermi in loro, in tutto ciò per cui non mi riconosco in voi.
Ed eccomi a Fiumicino. Aspetto. Qui bisogna sempre aspettare. Non mi riesco ad abituare all’attendere. E non è come se fosse normale qua. Nessuno ama aspettare qua. Ma nessuno si preoccupa mai dell'attesa altrui, del danno recato all'altro, ognuno si fa gli affari suoi nel suo cantuccio e pazienza se l'altro deve aspettare. I miei ultimi 20kg di ricordi non si affacciano sul nastro. Ormai siamo al volo da Riga, tra un pò arriveranno le mutande impacchettate insieme ai loukoum della gente che arriva dal Cairo. Il ragazzo mi accompagna all'assistenza clienti, ma mi accusano di non aver aspettato abbastanza. Mi fa sicuramente pagare la rabbia e il disprezzo che si possono leggere nei miei occhi. Il ritorno alla realtà di qua è sempre un po’ faticoso e forzato, anche se sempre meno sentito, meno sofferto. Le prime ore (delle volte fino a più di ventiquattro...) non mi va mai di parlare la vostra lingua, e faccio in modo di non dover interagire con nessuno. E' quasi una sfida, un gioco, un gioco mezzo tragico però. Ora non lo è più tanto come prima, e proprio questa volta ero allegra e felice di stare là, ma forse per la prima volta non mi ha messo di fronte alle mie responsabilità, di fronte alle mie scelte, non mi ha posto la domanda fatale del "qua o là?". La prima vampata d'aria afosa all'aprirsi dello sportello dell'aereo mi ha tranquillizzata. Forse per la pressione bassa che ho sempre quando la temperatura supera i 30 gradi. Non sono riuscita a ridere alle battute dei 3 impiegati del servizio di pulizie seduti intorno a me sul treno del ritorno e nemmeno a sentirmi lusingata dal fatto che mi avessero presa per romana, per una volta! Tutt'al più mi sono chiusa nel suono della funzione random dell'ipod con il volume al massimo, sperando che questo dono della tecnologia riuscisse a propormi una canzone affine al mio stato d'animo come spesso riesce a fare. In quel momento mi sono accorta violentemente che qui, in questo paese, non si usa NON rispondere alle battute, soprattutto se - credono - sei del posto, e tantomeno se sei donna e loro sono 3 maschi. Per fortuna mia non sono capitata su 3 esponenti molto feroci della specie e il nostro viaggio è proseguito senza ulteriori interazioni fino al doveroso saluto di addio alla loro stazione di arrivo. Niente di questa bellissima città è riuscito a consolarmi nemmeno il giorno successivo quando la mia schizofrenia provocava attacchi di disperazione per la propensione a non cambiare mai, a rassegnarsi per tutto, quando io, francese, farei una rivoluzione, una ribellione popolare dovunque, in ogni occasione. Rivoluzione mai istigata in Francia poi, in cui il mio impegno politico si riassume in una manifestazione ai tempi del liceo contro una decisione del Preside - peraltro mio stesso padre, e lì si dovrebbe parlare di Edipo più che di rivoluzione - e Genova nel 2001, dove stavo per motivi di lavoro, siamo sinceri. Niente dicevo è riuscito a consolarmi fino all'ora dell'aperitivo in cui ho dovuto compiere la solita attraversata in bicicletta senza freni e quasi sgonfia sul benedetto selciato romanesco; sì anche i sampietrini parlano romanesco. Ti sgridano, ti strillano, ma alla fine stanno solo scherzando, ti vogliono bene, anche quando piove in bici. Forse alla bici meno. Questa discesa infinita in via Cavour è una benedizione all'ora dell'aperitivo. Un pò di meno all'ora del rientro.
Venerdì mattina. Testa pesante. Mi chiamano da Fiumicino, hanno ritrovato la valigia. Amo Roma, fa la stronza ma alla fine risolve sempre tutto. Apro tristemente la valigia e contemplo i miei ricordi.

Postato da: karestia a 18:13 | link | commenti
roma