Free Blogger Federico Aldrovandi new york | Viaggi disordinati

Appunti sparsi di un irrequieto senza fissa dimora

Eccomi

Utente: karestia
Complicato dire chi io sia, ma essenzialmente sono un viaggiatore che spera di poter vedere il piu' possibile, da piu' punti di vista, sotto diverse luci. Vorrei capire. A giudicare ci pensino gli altri.

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giovedì, 02 luglio 2009
Divagazioni di un bancario errante

IX Puntata: Parole pruriginose
 
Ad Irene, perchè qualche risata possa seppellire il dolore di noi tutti, che non abbiamo potuto salutarti per il tuo ultimo viaggio.
 
“C’hai la scabbia”.
Quattro parole secche (tre e mezzo, per la precisione), pronunciate con una leggera inflessione siciliana che non ha fatto altro che confermare la bontà della mia scelta nell’optare per un medico italiano.
Basta poco per rendere felice un uomo.
Vi sembrerà strano, ma quando ho sentito il medico annunciare la diagnosi con quelle parole, ho davvero provato un moto di commozione, quasi avrei voluto abbracciarlo.
Considerate le circostanze, credo che non avrebbe apprezzato un contatto tanto intimo, per cui ho deciso di limitarmi ad un “Grazie” spezzato in gola dall’emozione.
So che per molti di voi (forse tutti) questa affermazione può giustificare una chiamata urgente ai miei genitori per chiedere se effettivamente la mia salute mentale sia ancora intatta e se gli effetti di tutte le cadute infantili non stiano finalmente ed inesorabilmente emergendo alla luce, ma lasciatemi spiegare ancora per qualche riga e magari converrete con me sull’entusiasmo per una simile notizia.
Per chi non lo sapesse la scabbia è causata da invisibili acari che scavano sotto la pelle del proprio anfitrione una rete di cunicoli in cui depositano uova e organizzano la loro vita in modo da poter rendere impossibile quella dell’essere in cui vivono.
Non lo fanno con perfidia, è nella loro natura.
La scabbia nei paesi civilizzati è abbastanza rara da contrarre e normalmente è riconducibile a sitauzioni di scarsa igene ed associata ad altre malattie parassitarie.
Come dire che se sei un barbone e dormi per strada, probabilmente il meglio che ti possa capitare è la scabbia.
Ovvio che nel caso di un cane le possibilità di contrarla rotolandosi su un prato o strofinandosi con propri simili dalle pratiche igeniche non ortodosse aumentano considerevolmente.
Ma mi sento di poter escludere quasi totalmente che abbia potuto contrarre la scabbia in entrambe i due casi sopracitati.
Infatti credo di aver datro il benvenuto ai miei ospiti microscopici a Dubai o ad Abu Dhabi, in un meraviglioso albergo a cinque stelle per cui ho pagato una somma decisamente troppo alta, tutto sommato.
Ovviamente questa deve essere la vendetta del dio che sovraintende alla religione musulmana, dato che nelle precedenti puntate mi ero permesso di criticare i costumi locali in maniera alquanto esplicita.
Spero che a questa non seguano un’altra serie di maledizioni bibliche, dato che nei primi 6 mesi di questo anno, mi sembra di essermi sufficentemente immolato sull’altare della sfortuna.
Ma ritorniamo alla scabbia.
La sintomatologia è semplice: un prurito diffuso, costante ed implacabile su tutto il corpo, ma soprattutto in quelle zone che sono più sconvenienti da grattare in pubblico e meno raggiungibli quando non si ha una di quelle manine in legno di cui vi siete sempre chiesti l’utilizzo quando le avete notate sulle bancarelle delle fiere.
E che ovviamente non avete mai deciso di comprare, pagandone uno scotto carissimo in seguito.
Il prurito poi aumenta con il calore, dato che i simpatici acari lo gradiscono vieppiù e, sentendosi a proprio agio, aumentano le loro attività vitali, dandosi a banchetti con i propri simili e sfornando nidiate che colonizzano altri spazi del vostro tessuto epidermico.
Quindi il prurito vi attacca soprattutto sotto le coperte al momento di prendere sonno, sotto la doccia calda (uno dei pochi piaceri del risveglio) o mentre le vostre chiappe sono sedute sulla sedia dell’ufficio ovvero, nel mio caso, circa 10 ore al giorno.
Avendo parenti medici da cui ho assorbito alcune basiche cognizioni di patologia, ho inizialmente ricondotto il tutto ad un’allergia alimentare, causata da qualche cibo variamente speziato ingerito in uno dei miei viaggi intorno al globo.
Ho provato a ridurre le quantità di alcool e grassi nel mio corpo, ma senza sostanziali risultati, se non quello di aumentare la depressione ed il nervosismo causati dal prurito e dalle notti insonni.
Il consulto con i medici di famiglia non ha portato a risultati migliori, dato che nè mio fratello nè mio padre sono riusicti a pensare che il tutto potesse essere causato da un parassita.
A loro discolpa devo informarvi del fatto che il prurito era totalmente “sine materia”, ovvero senza le manifestazioni cutanee proprie di una patologia dermatologica (ve l’ho detto che ho assorbito un po’ di cognizioni di medicina...).
In pratica la mia pelle era intatta, senza un solo sintomo di quella che normalmente è un’infezione dalle manifestazioni abbastanza evidenti, quali eritremi, escoriazioni, arrossamenti e venature rossastre sottopelle.
Come alcuni di voi avranno già sperimentato sulla propria pelle (ed io l’ho fatto, credetemi) quando i medici non capiscono una mazza di quello che sta succedendo, cominciano ad andare per esclusione.
Così, tanto per escludere il peggio, dietro indicazione di mio padre, mi sono fatto prescrivere dalla mia dottoressa una serie di esami del sangue a cui lei ne ha voluti aggiungere un’altra dozzina.
Il timore non confessato di mio padre era che potessi avere un linfoma di Hodgkin, un caso di tumore maligno che manda in tilt il sistema linfatico e provoca appunto un prurito davvero fastidioso, soprattutto agli arti e durante la notte.
Nel mio caso ero abbastanza certo che non si trattasse di questo, dato che a prudermi erano altre zone meno nobili (e non per questo meno sensibili), ma per tranquillizzare il resto della famiglia e procedere con le esclusioni, mi sono sottoposto al salasso ematico con estremo piacere, facendo finta di non capire che stessero temendo per il peggio.
Non voglio tediarvi oltre, per cui giungo alla conclusione della vicenda.
Esasperato e sfinito dalla mancanza di sonno, mi sono confessato con una collega.
Lei candidamente e con tutta calma mi ha detto: “C’hai la scabbia”, per passare poi a fornirmi i dettagli della sua esperienza personale con gli acari in questione e distanziarsi leggermente, tanto per essere sicura di non ripetere l’avventura.
Inizialmente non ho capito bene cosa stesse dicendo, dato che il termine inglese e la pronuncia americana non facevano sobbalzare alla mia mente nulla di conosciuto a cui potessi dare un minimo di credito.
Quando finalmente l’incomprensione linguistica si è risolta ho assunto un’espressione simile a quella di John Belushi nella chiesa di James Taylor nel film “The Blues Brothers” ed inginocchiatomi dentro un fascio di luce proveniente da un dio diverso da quello rancoroso dei musulmani, ho esclamato: “Ho la scabbia!!!”
Il giorno dopo mi sono recato dalla dottoressa di turno nella clinica della World Bank e le ho raccontato tutto, soprattutto nella parte in cui il racconto della mia collega coincideva perfettamente con il mio caso: prurito “sine materia”, soprattutto in coincidenza con l’aumento del calore, stesso luogo di contagio (anche lei odia gli Emirati...) e stessi tentativi di risolvere altrimenti.
Apro una breve parentesi sul sistema sanitario americano e giuro di non dilungarmi troppo.
Innanzitutto smettetela di lamentarvi di quello italiano, dato che non avete nemmeno la più pallida idea di quanto siate fortunati.
Quindi ricordatevi una cosa: se state male negli USA, trovatevi un dottore flessibile e con un minimo di voglia di starvi a sentire, quindi non parlate con anglosassoni, irlandesi, tedeschi, svedesi o comunque chiunque provenga da nord delle Alpi.
Mi sentirei di esculdere anche trentini e altoatesini, tanto per essere sicuri.
Spagnoli, sudamericani, arabi e africani vanno benissimo.
Gli indiani anche, se riuscite a capire cosa vi dicono con il loro accento da slot machines inceppate.
Ve lo dico perchè sono loro che devono prescrivervi le medicine, da loro dipende il vostro benessere e da loro dipende la ricetta per una stupidissima pomata per curare la scabbia, la cui applicazione su tutto il corpo durante una notte curerebbe definitivamente il problema e vi riporterebbe a dormire dopo settimane di parziale insonnia.
Ora se il medico che avete di fronte non è sufficentemente flessibile da accettare l’idea che il vostro racconto possa esulare dai protocolli epidemiologici che ha imparato minuziosamente, non sognatevi di poter mai ottenere la maledettissima pomata.
Neanche piangendo in aramaico o minacciando ritorsioni nei confronti della famiglia.
Tentativi che,  nella esatta sequenza, non hanno fatto altro che innervosire ancor di più la famigerata dottoressa Kennedy.
Spero ora comprendiate il perchè, giunto alla ottava settimana di prurito, abbia provato un afflato tanto spontaneo per il dottore che finalmente aveva riconosciuto il problema e mi aveva improvvisamente condotto a poche ore dalla sua soluzione.
La scabbia è stata curata, ho dormito con la pesantezza di un orso narcotizzato per circa due settimane e la dottoressa Kennedy ha dovuto spiegare al suo superiore il motivo dell’email ricevuta da un paziente che si dichiarava “alquanto deluso dalle capacità cliniche della dottoressa e dalla sua scarsa flessibilità”.
Devo dire che sono poche le soddisfazioni nella vita che superano quella di grattarsi lo scroto con un piacere elettrificante, ma ne faccio volentieri a meno sapendo che c’è un’americano in più che si pente di avere avuto a che fare con me.
L’unica parte davvero sconveniente è stata quella di dover comunicare ad un paio di persone la possibilità che avessero anche loro contratto l’infame parassita.
Immaginate la conversazione: “Ciao, come stai? Tutto bene? Non è che ultimamente ti sei scorticata la pelle durante la notte? No, non allarmarti, non è nulla... Ricordi quella cena fuori in quel ristorante carino? Si, anche io sono stato bene... Si, beh, ecco... sei sicura che non hai avuto pruriti inconsulti tali da farti pensare all’opzione dell’auto squoiatura? Non ti sei stofinata contro lo stipite della porta alla ricerca di un sollievo primoridale? No, non è nulla di grave, è che quella sera, dopo la cena, beh ecco... avrei potuto attaccarti la scabbia... ma non ti devi allarmare, non è grave”.
Non tentate di mettervi nei miei panni, è molto più imbarazzante di quanto non possiate neanche lontanamente immaginare.
Dall’ultima volta che ho messo in ordine i miei ricordi di pellegrino, ho accumulato ancora qualche decina di migliaia di miglia con la Lufthansa, tanto che ora mi vengono a prendere con una Mercedes nera sotto l’aereo se rischio di perdere la coincidenza a causa dell’incompetente ritardo del pilota tedesco.
Non sapete quanto ci godo a sentirli prodigarsi in scuse profonde per il disagio causatomi!
D’altra parte cosa c’è di meglio che essere italiani e trovarsi nella posizione di poter bacchettare non uno, ma decine di puntualissimi, impeccabili, precisi crucchi?
Cosa c’è di meglio che ritirare 100 euro (!!!) in contanti per il fatto di aver ricevuto il bagalio in ritardo all’aeroporto di Roma?
Non è una questione di denaro e nemmeno di boriosa presunzione, ma è una sorta di soddisfatto ed indiretto rinascimento dell’orgoglio nazionale all’estero, tanto vilipeso dall’Onano di Arcore in questi ultimi quindici anni.
Poi diciamoci la verità, chi non godrebbe un po’ a vedere un tedesco in tilt per il fatto di aver fatto tardi?
Ad Aprile ho visitato Cape Town, in Sudafrica, dove ho potuto soltanto permettermi una nuotata in gabbia con gli squali bianchi ed ho dovuto pagare un taxi per arrivare ai piedi della splendida Table Mountain per sentirmi dire che la funivia verso la vetta era chiusa per il vento troppo forte.
Insomma, non posso dire di aver davvero goduto della mia visita nel paese più a sud del continente africano, anche perchè nonostante l’esperienza con gli squali sia stata sinceramente indimenticablie, l’acqua era oltraggiosamente fredda per definire il tutto “piacevole”.
Come anticipato s
ono tornato a visitare la terra degli scarafaggi giganti (gli Emirati Arabi Uniti, per chi avesse perso le puntate precedenti, si sono guadagnati questo titolo dal sottoscritto per la frequente presenza di donne coperte di nero dalla testa ai piedi) e degli acari infamissimi.
Stavolta in missione ero in compagnia del mio capo e, nonostante quello che possiate pensare, la cosa non mi crea assolutamente problemi, anzi.
Con gli sceicchi abbiamo parlato per ore, concludendo poco nei primi giorni, arrovellandoci in discussioni interminabili e condite da the disgustosi e bollenti, salutandoci con reverenza in saloni enormi e vuoti.
Fortunatamente gli obiettivi della missione sono stati raggiunti tutti nelle ultime 24 ore, quando le nostre controparti ci hanno finalmente accettato come interlocutori affidabli ed hanno deciso di sbloccare tutte le decisioni che erano rimaste in sospeso fino a quel momento.
E per festeggiare ci siamo dovuti sorbire una cena che definire noiosa sarebbe un eufemismo.
Diciamo che l’aspetto piu’ positivo e’ stata la presenza di un ottimo buffet di pesce, che mi ha consentito di soddisfare la mia passione per le ostriche per i prossimi due anni.
Il collega arabo era leggermente sorpreso dal fatto che potessi ingerirne tante e credo abbia ripetuto piu’ volte a se stesso che la scelta del buffet a prezzo fisso fosse stata davvero quella giusta.
Stavolta abbiamo passato la maggior parte del tempo a Dubai, dove devo confessare che e’ possibile trovare qualcosa di positivo rispetto ad Abu Dhabi.
Come per esempio il pub inglese in cui ci hanno gentilmente consentito di vedere la partita della Juventus su uno degli schermi dove stavano trasmettendo le partite della Premier League.
Ovviamente nel pieno disaccordo della folla di esuli della Perfida Albione regolarmente aldila’ del limite di ubriachezza consentito dalla decenza.
Il menu’ era identico a quelli che si possono trovare nei peggior tuguri di Cardiff, con il fish ‘n chips che spiccava per sofisticatezza ed il pudding che chiudeva alla grande la scelta dei dessert.
Ci siamo guardati interdetti ed abbiamo ordinato una serie di birre per tentare di dimenticare cosa stavamo per mangiare e soprattutto per affogare la noia di una partita che ci ha fatto faticare fin troppo per trovare un luogo dove vederla, tutto considerato.
Sempre meglio che Abu Dhabi, appunto, dove invece abbiamo seguito la Vecchia Signora in un altro pub affollato di anglosassoni ubriachi, ma con il peggiorativo dettaglio di essere circondati da un innumerevole quantità di prostitute asiatiche dalla provenienza non meglio identificata.
Lascio a voi immaginare il risultato ottenuto dalla miscela delle due razze e le conseguenze dei comportamenti dei due gruppi, ma vi dico solo che alla fine abbiamo scavalcato tutti e ci siamo messi in prima fila davanti al maxischermo dopo aver convinto il barista che noi ne avremmo apprezzato meglio le qualità rispetto alla massa aggrovigliata di alcolisti e portatrici sane di malattie veneree.
Con mio sommo piacere non dovremo tornare da quelle parti per un bel po’, e certamente il ricordo delle ostriche mi aiutera’ a sopportare un eventuale ritorno.
Dopo un breve passaggio nella casa in cui pago inutilmente l’affitto a Washington, ho potuto finalmente mettere piede per la prima volta a Parigi.
Non senza inconvenienti, dato che un ennesimo disguido dei crucchi mi ha costretto a partecipare ad un vertice di un gruppo di lavoro G8 con la presenza di due Vice-Presidenti della World Bank in una maglietta bordeaux attillata ed un paio di pantaloni da trekking.
Fortunatamente tutti hanno apprezzato l’abbinamento di colori e me la sono cavata anche grazie al fatto che uno dei Vice-Presidenti era tedesco e non avrebbe potuto sparare a zero sulla propria compagnia di bandiera.
Ma tornando a Parigi, vorrei condividere con voi una domanda che continuavo a ripetermi ad ogni passo che facevo nelle assolate vie di un Maggio appena tiepido: “Quanto è bella Parigi?”
Ho camminato davanti a Notre Dame estasiato dalla austera imponenza della facciata gotica, mentre decine di parigini si sdraiavano sereni a godere il tramonto sul lungo Senna, accompagnati da una bottiglia di rosso e da qualche profumatissima delizia colesterolica.
Al Trocadero ho ammirato la perfezione dei boulevard che conducono alla Torre Eiffel e le geometrie urbanistiche piene di senso pratico ed al tempo stesso estetico, mentre dietro di me un gruppo di praticanti della Capoeira riunitosi da tutta Europa attirava una massa di gente enorme con i suoni del birimbao ed i cori ritmici che accompagnavano le evoluzioni.
Ho mangiato a Montmartre, dopo aver vagato indulgente fra i vicoli pieni di turisti, mentre i francesi si concentravano pigramente sulle scalinate della chiesa che affaccia su uno dei panorami urbani più belli che si possano immaginare.
Insomma, ho tentato di assorbire il più possibile nel poco tempo a disposizione ed ho raggiunto la conclusione che sarebbe stato inutile.
Ed è per questo che vorrei viverci a Parigi, perchè è una di quelle città di cui vale la pena provare ad essere cittadini, per potersi davvero immergere totalmente nelle atmosfere disincantate che solo chi vive la città costantemente può trovare, odiandone i ritmi frenetici ed amandone i sospiri malinconici di angoli privatissimi.
D’altra parte cosa c’è di meglio che sentirsi mandare all’inferno ad ogni attraversamento in una lingua che suona tanto dolcemente poetica?
Devo poi smentire le esagerate critiche nei confronti dei parigini e del loro malanimo.
Innanzitutto vorrei vedere voi a svegliarvi tutte le mattine e dover bere quel caffè disgraziato di cui devono sopportare la tostata maledizione.
Poi cercate di capirli, a parte il piacere ricavato dai formaggi e qualche buon vino, devono combattere tutto il giorno con acidità intestinali epiche causate da cibi oltremodo grassi ed una pasta scondita e scotta che farebbe innervosire anche un cane diabetico.
Inoltre vogliate essere comprensivi, quando attraversate la strada fatelo rapidamente, senza rischiare di sporcare il loro parafanghi con le macchie disordinate del vostro sangue.
I parigini non tentano d’investirvi, loro vogliono investirvi, fa parte della loro natura.
A parte ciò sono dei simpatici esseri metropolitani a cui forse farebbe bene fare un salto a Managua per capire che c’è di peggio nella vita e magari godersi un po’ di più la loro splendida città.
Al ritorno ho potuto finalmente approfittare del breve soggiorno a Washington e New York dei miei genitori, non prima di aver fatto un salto in Canada a bere birra artigianale e mangiare in un fantastico ristorante di Ottawa, dove insieme a mille altre prelibatezze locali, ho potuto assaggiare dell’ottima carne di alce.
Sulla capitale canadese non spendo molto tempo, anche perchè davvero non c’è molto da dire su un luogo che fa sorgere spontanea la riflessione circa il perchè, sbarcati da un viaggio transoceanico estenuante e ricco d’intemperie ed umidità, una masnada di disperati alla ricerca di una vita migliore abbia deciso di colonizzare un territorio dove d’inverno le temperature giungono eccessivamente al di sotto dello zero e la quantità di precipitazioni supera enormemente quella dei paesi d’origne.
Nessuno potrà mai davvero spiegarmi la ragione per cui di fronte al primo Ottobre sotto tre metri di neve Madame Marie-Helene o Mrs. Elizabeth non abbiano pressato i loro rispettivi mariti con una minaccia tipo: “O mi porti in California oppure fra due mesi ti trovi un paio di corna d’alce ed a quel punto magari posso anche spararti dicendo di averti confuso con una di loro!”
Atterato a New York ho ritrovato mio padre e mia madre, ormai completamente in balia di un delirio da frittura e hamburger che gli ha provocato seri problemi di dipendenza, tanto che mio fratello, una volta rientrati in Italia, ha dovuto nascondere le padelle dentro casa e sigillare il firgorifero per impedirgli di raggiungere la carne.
A me New York fa l’effetto della cocaina ed ogni volta che ci vado mi ritrovo a passare intere giornate camminando freneticamente, senza bisogno di eccessivo supporto alimentare, continuamante perso con lo sguardo su ciò che mi circonda, con le pupille dilatate per non perdere il minimo dettaglio.
Ho fatto marciare i miei come due alpini nella campagna di Russia e devo dire che entrambi hanno resistito abbastanza bene all’inizio, per poi cedere verso gli ultimi giorni, in una sorta di disperata ritirata dalla tundra siberiana.
Ho praticato la foratura delle vesciche di mia madre al primo giorno, mentre mio padre era talmente inebriato dalla scenografica bellezza della città che non solo ha riposto definitivamente lo scetticismo che nutriva circa l’opportunità di visitare gli States, ma ha scattato all’incirca 780 fotografie per avviare una raccolta monografica del continente da completare nei prossimi viaggi.
Entrambi hanno apprezato la maestosa assurdità del paese in cui vivo e, nonostante la vita notturna non fosse alla portata delle loro stanche membra, al momento di partire non hanno potuto trattenere la commozione di fronte all’idea di allontanarsi dai ricordi tanto intensi delle due settimane insieme: per mio padre il cheeseburger di Tony fra l’ottava e la 56esima, per mia madre i gamberoni avvolti nel bacon di un ristorante sudafricano nella stessa zona.
Credo che se venissero abbandonati in un qualsiasi punto di New York, comunque saprebbero come tornare da quelle parti.
C’è da dire ancora di Praga, dove ho finalmente rivisto mio fratello Valerio (il chirurgo che vive in Spagna) dopo circa nove mesi in cui non siamo riusciti a far coincidere i rispettivi viaggi a Roma.
Quando si dice una famiglia globalizzata!
È stata l’occasione giusta per bere qualcosa insieme in uno strano spirito di malinconica allegria, prima di tornare in Italia per poche ore, giusto in tempo per salutare mia cugina e augurarle che il viaggio verso cui è partita sia infinitamente più dolce di quello che dovremo fare noi senza di lei.
Ho provato a fare il buffone con mia zia, che mi adora ed a cui voglio un mare di bene, e spero che magari solo per qualche secondo sia riuscita a non pensare.
All’indomani ero già sul volo per Barcellona, dove mi sono fatto un po’ di nemici nell’industria della telefonia mobile ed ho mangiato paella con una strampallata e divertentissima coppia di colleghi: un simpaticissimo australiano dall’accento per lo più incomprensibile ed una esilarante crucca deportata in Vietnam (nessuno può davvero voler andare a vivere ad Hanoi...).
Insieme abbiamo assistito alla festa di San Juan, per cui gli spagnoli utilizzano tanta polvere da sparo in fuochi artificiali e petardi che la metà basterebbe per stanare Bin Laden radendo al suolo sistematicamente l’Afghanistan.
Abbiamo dovuto abbandonare a malincuore i festeggiamenti verso l’una di mattina, costretti dal fatto che il mattino dopo avremmo dovuto parlare alla conferenza per cui eravamo stati convocati nella città catalana, convenendo circa l’opportunità di farlo senza rischiare di vomitare dietro il podio dell’oratore.
A quell’ora il resto della città stava ancora iniziando a raggiungere gli snodi principali dei festeggiamenti e vi assicuro che vedere una fiumana di spagnoli in assetto da “movida” estrema sapendo di non potersi unire alla follia collettiva, è davvero un’esperienza che sconsiglio.
Infine Amsterdam.
Bellissima, irregolare nei suoi canali sospesi fra tollerante disordine e le facciate sbilanciate dei palazzi che s’intervallano senza un’apparente coerenza estetica, ma con un’armonica alterazione di colori e proporzioni che rende l’insieme uno scenario perfetto per passeggiate alla ricerca di antiquari e fotografie d’epoca.
Non ero mai stato da quelle parti e devo confessare che il viaggio ha soddisfatto appieno tutte le mie aspettative.
Non ho mai visto tante biciclette in vita mia e, devo aggiungere, non ho mai visto tante brutte biciclette in vita mia.
Gli olandesi le usano massicciamente ed il rischio di venire investiti da una simpatica ciclista ottantenne con un vaso di tulipani nel cestino anteriore dovete davvero considerarlo, se decidete di andare ad Amsterdam.
Credo sinceramente che ci siano più biciclette che persone da quelle parti.
Inoltre il furto di questi inestetici e scomodissimi mezzi, privi di marce, pesanti e arrugginiti dalle intemperie, è molto più frequente di quanto si possa credere.
Ma secondo me il mercato secondario è poco vivace, dato che nessuno può essere disposto a spendere più di un decina di euro per mezzi tanto sconquassati.
Il tutto si riduce ad un interscambio comunitario che porta ciascun l’olandese a possedere una media di cinque biciclette all’anno, alcune di esse contemporaneamente.
Ovviamente Amsterdam è anche la capitale della libertà sessuale e dei vizi chimici.
Ero a conoscenza ovviamente di entrambi gli aspetti, ma mentre sui secondi non avevo molto più da scoprire, ero invece incuriosito dalle famose donne in vetrina.
Il quartiere a luci rosse in realtà è una grossa attrazione turistica, con centinaia di persone che comprano nei sexy shops, bevono birra e fanno festa.
La situazione è talmente normalizzata che la concentrazione di donne è poco inferiore a quella degli uomini, a dimostrazione del fatto che di davvero losco e proibito c’è ben poco.
La cosa che mi ha sorpreso sono state appunto le ragazze in vetrina, dato che non mi aspettavo fossero veramente tanto in vetrina...
Fatemi spiegare, il fatto è che non mi aspettavo di vederle dietro un vetro tipo una lonza in vendita o una raro esemplare di essere femminile extraterrestre (perchè mica vengono dalla terra quelle...), mentre invece è proprio così che le trovi: in una stanzetta illuminata di rosso che ammicano svogliate a chiunque passi, dal ragazzino spagnolo in cerca d’ispirazione per la masturbazione serale, al giovanotto italiano con le sopracciglia curate e la faccia da tronista intronato, alla signora americana che ride tanto con il marito sotto braccio.
Quello che mi ha colpito è anche la varietà dei fenotipi, con uno spettro di archetipi erotici che spaziano liberamente dalla Barbie ossigenata alla cameriera, dall’infermiera porno alla studentessa del collegio, dalla nera burrosa all’asiatica con le codine da fumetto manga.
L’unica domanda che mi è sorta spontanea di fronte ad una particolare vetrina è stata: “Ma a chi può piacere la donna dalle tette fosforescenti?”.
Non ho avuto una risposta, ma mi sono divertito ad osservare la scena di tutti coloro che si soffermavano per qualche secondo davanti a quella visione, folgorati dallo stesso dubbio.
Chissà se il giorno dopo la signorina avrà cambiato costume.

Postato da: karestia a 21:59 | link | commenti (9)
amsterdam, washington, new york, barcellona, dubai

giovedì, 31 gennaio 2008
Un'italiana nella Grande Mela

XVII puntata: Prossime partenze‏
 
 
Mentre la crisi politica in Italia lascia un senso di frustrazione - rabbia - impotenzapostrabbia - frustrazionepostimpotenza - disillusionepostfrustrazione - vogliadistarevicinaavoittutti, insomma mentre il tutto si amalgama nel vostro pancino, voi conversate in chat da uno Starbucks della 90esima con un’amica romana che vi chiede come gli americani abbiano preso la notizia e se voi vi siate dovuti nascondere per la vergogna...
Beata ingenuità... qui non se n’è accorto nessuno... almeno non la maggioranza... la stessa maggioranza che il giorno dell’incidente a Heathrow mi ha mandato un email chiedendo se avevo un’idea del perchè tante prenotazioni erano state cancellate last minute... tutte da Londra...; la stessa maggioranza che adesso mi guarda come se fossi una corrispondente della CNN... visto che ipotizzavo una connessione molto delicatamente... tipo...”Ma avete letto il giornale?????”
Oh, pure quello online... oh, pure quello che danno in metropolitana... oh, pure le news in tele, quelle di 10 minuti in pillole di cui 9 sono per il Superbowl...
Ma voi non avete tempo per rannicchiarvi e sentirvi apolidi... voi dovete comprare valigie oversize, che secondo me comprano solo quelli dei Soprano per buttarci cadaveri dentro, voi vi dovete preparare per il trasloco.
Così un anno e mezzo ammmericano si chiude e un anno e mezzo portoghese si apre, vogliamo fare il famoso bilancio????
Quello proprio stupido che ci ostiniamo a fare a fine anno per lanciarci di nuovo promesse altrettanto stupide su chi vogliamo essere, i chili che vogliamo perdere, le sigarette che vogliamo spengere (che poi saranno le sigarette che scroccheremo invece di comprare), l’uomo dei nostri sogni, che manco abbiamo mai incontrato (perchè magari, dico solo magari... ancora crediamo in Mr. Darcy di Orgoglio e Pregiudizio...), che non riusciremo a sedurre... per colpa dei chili che dobbiamo perdere e delle sigarette che dobbiamo spengere (ovvero per colpa delle nostre nevrosi...).
E buttiamo giù quello che ci va uscendo in ordine sparso...:
- Nevrosi acquistate: 2
1. La nevrosi da tax and tips: sarà una liberazione non dovere fare più uno sforzo matematico sovraumano dopo ogni conto per aggiungere tax e moltiplicarle per calcolare la tips per poi guardarci indecisi (e un po’ spaventati) chiedendoci: “Sarà abbastanza????? Mi rincorreranno come l'ultima volta dandomi del pezzente????”
2. La nevrosi da “parlare italiano come un mongoloide”: perchè un panino riscaldato invece di sandwich lo devo chiamare PANINI e dire “One PANINI please”???
E perchè il caffè latte lo chiamano “LATTE” e perchè il caffè macchiato lo devi pronunciare “One machiaaaaaaaaaatouuuuu” sennò non ti capiscono????
Perchè devo dire LINGUINI?????
E soprattutto perchè devo dire: “My name is Roubourtaaa”, sennò capiscono Rebecca????
Mai più.
-Acquisti imprescindibili e adesso completamente inutili: 2
1. Paraorecchie nero e stivali de pelo (ovvero il binomio da survivor): che adesso mi sbatto in fronte visto che ci sono già 15 gradi in Portogallo... e mi hanno pure regalato guanti di cachemire... ma porc...
2. IPOD: Perchè diciamolo... camminare tra i grattacieli ascoltando “Guarda che luna, guarda che mare” è priceless... mi si è rotto l’altro giorno.
Quando uno mi dice che si è innamorato, io fumo la sigaretta che dovevo e spacco l'ipod tenendolo accesso con -15 fuori... frozen Ipod.
-Paranoie future già presenti: 2
1. Il coriandolo... e qui chi ha vissuto in Portogallo mi capisce.
2. Shining: insomma vivere due mesi in un albergo nel mezzo di una valle con verde tutt’intorno e silenzio, potrebbe farmi affittare un triciclo e pedalare come una circense chiamando “Wendyyyyyy, Wendyyyyy”.
Si, trovare casa sarà una priorità...
Priorità: 2 (e trovare casa la diamo per scontata) e NO (Gorka e Tiziana) non avrò una casa con PISCINA, GIARDINO, CAMINO, CUOCA PERSONALE, SPIAGGIA DIFRONTE, OMBRELLONE GIA' MONTATO IN SPIAGGIA DIFRONTE...
1. Imparare il portoghese ed evitare accuratamente di parlare in spagnolo strascicando le ESSE pensando di parlare un fantastico portoghese... già posso sentire gli sguardi di disprezzo...
2. Iscriversi a un corso di canto , e qui ragazzi finalmente tirerò fuori tutta la mia drammaticità almodovariana cantando FADO!!!
Me vesto de nero, mi piazzo uno scialle e guardo lontano....e magari imparo il portoghese prima... no?....
Insomma, siamo pronti senza esserlo, come sempre.
Vi aspetto in un futuro prossimo in quel del Portogallo, di nuovo.
 
Baci

Postato da: karestia a 16:54 | link | commenti (1)
new york

mercoledì, 22 agosto 2007
Un'italiana nella Grande Mela

XVI puntata: Mickey Mouse
 
 
Come potete vivere negli Stati Uniti e non amare Mickey Mouse?
E mica c’è bisogno di andare a Disney World... se vivete a NY ve lo ritrovate in casa Mickey Mouse!
Vi bussa a domicilio, anzi manco bussa... ‘sto cafone!
Così l’altro giorno (quando ancora avevo un residuo di femminilità in me) ho visto un’ombra passare mentre ero sul mio divano per la serata tra me e me, sushi e film indipendente (by the way “Factory girl” non è male).
Cosa ho fatto?
Ma che ci vuole tanta immaginazione???
Ho fatto il classico salto da casalinga fifona (solo che il mio era un salto a metà visto il mio ginocchio e mezzo) e ho cacciato un urletto tutto stridulo che nel linguaggio animale viene definito da Discovery Channel come il famoso richiamo della femmina in pericolo verso il maschio cacciatore, protettivo, EROE del focolare.
Si ma il mio richiamo è caduto nel vuoto... bello questo di vivere da sole eh???
Viva la cazzo di indipendenza...
Insomma meno male che Mickey si è cagato sotto per l’acuto da 200 decibel e si è rintanato non so dove, cosa che mi ha dato il tempo di piangere al telefono con l’eroe dei nostri tempi, mito di una generazione newyorkina: LO STERMINATOR.
È venuto, ha piazzato veleno ovunque, in ogni minuscolo anfrattino poi mi ha lasciato un pacco di fogli, di quelli a striscie, uguali uguali a quelli che uso per la ceretta...(????)
“Piazzali in giro” mi fa’ “Sono appiccicosi, sono la cosa che funziona meglio, così ci rimane incastrato”.
“Ok” penso “ha senso, ormai i topastri sono furbi, nelle trappole non ci cascano più, se gli metti un pavimento di colla sotto le zampette ha più senso...” ma poi penso (e dico): “Oh, ma ci rimane incastrato ma mica ci muore??? E poi???”.
Sguardo di stupore e sofferta pazienza da parte sua che rivedo periodicamente in ogni uomo che mi prova anche solo per sbaglio a parlare di tecnologia, motori etc...
“Poi lo ammazzi e lo butti nella spazzatura”.
EHHHHHHH???????????????????
Ma stiamo scherzando???????????????
Io mi devo ancora riprendere dall’averlo VISTO il topo, figurati toccarlo, AMMAZZARLO????
Ma che sul serio????
E mi sono ricordata che al mare quando vedevo uno scarafaggio gridavo “Benedetttaaaaaaaaa”.
E lei arrivava tutta disinvolta e via di scarpata come niente fosse, mentre io ero a 3 sicuri metri di distanza ancora paralizzata.
E le chiedevo pure di darla leggera la scarpata che il rumore del bacarozzo schiacciato mi faceva schifo.
Insomma, che se qualcuno di voi ha mai pensato fossi una donna coraggiosa si è proprio sbagliato.
Mai nascosto di essere una gran codarda del resto.
Beh ieri il topo non si è presentato.
Bastardo... perchè io così ho cominciato a credere che si fosse suicidato mangiando veleno e che avesse pure avuto il buon gusto di andare ad autoseppellirsi nel suo buchetto, con discrezione e onore e soprattutto tanto buon gusto.
Lo pensavo mentre un’ombra passa rapida... ma porc... e lui si ferma pure, mi guarda e poi scansa le trappolette di colla e si infila dietro il sofa... cioè, ci mancava solo mi facesse una pernacchia.
E allora, tremolante ma incazzatissima, ho studiato la planimetria del mio appartamento (saranno 25 metri quadri dove per evitare le sei trappole bisogna proprio essere Speedy Gonzalez) e penso: “Bastardo, per le scale ci devi proprio passare per forza”.
Cosi, come a Risiko, quando vi manca solo un continente dei maledetti 24 da conquistare, ho piazzato tutti i miei carrarmatini (le 6 trappole collose) su solo uno dei gradini, coprendo tutta la superficie.
E poi, ho sperato: “Che si suicidi col veleno, che si suicidi col veleno... ma chi se ne frega dei carrarmatini...".
10 minuti dopo sento un rumoraccio sospetto, mi giro e lo vedo lì, spiaccichiccicato contro una delle trappole a ceretta.
Tutto agitato.
E che faccio?? che faccio??
Mi giro dall'altra parte pensando: “Ce la potrà fare a trascinarsi da solo, con tutta la ceretta, nel buco del cazzo e creparci???".
Mi rimetto in me e decido che non è un’ipotesi possibile.
Così acchiappo la scopa prima che si possa divincolare dalla ceretta e colpisco, e colpisco... e smadonno, perchè ovviamente essendo una trappola a colla la scopa mi ci rimane incollata pure lei e così quando la alzo tiro su pure il mezzo cadavere e la trappola.
Una roba da schifo.
Decido, chi se ne frega, butterò te, la ceretta, la scopa, e pure i gradini se necessario.
Ok, vi scrivo, perchè sono ancora lì, qui accanto a me, perchè se vi scrivo magari trovo il coraggio di tirare su quel corpetto grigio e farlo finire nella spazzatura, lo so... lo devo fare... tanto ormai dopo i colpi di scopa ho perso quel grammo di femminilità che mi era rimasto...
Ormai sono una newyorkina completa, una ammazzatopi, una che dirà (come hanno fatto con me) a un’amica nella stessa situazione, che commenta disperata (come ho fatto io): “Welcome to NY”.
Vado... ce la posso fare... lo so...
“Benedettaaaaaaaa”...

Postato da: karestia a 23:18 | link | commenti (2)
new york

mercoledì, 18 luglio 2007
Un'americana nella Grande Mela

XV puntata: On the streets of Philadelphiaaaaaaa


Insomma qua si gioca e si scherza ma si è fatto luglio, così per sentirci in vacanza anche noi, che in Ammmerica giorni di vacanza non ne vediamo, si decide per un fine settimana fuori dalla City.
Così io e la nostra beneamata Sabrina ci buttiamo sul fantastico Chinatown bus, col cesso rotto, che il cinese ha comunicato nella seguente maniera "Batrum no uok", con un odorino di... (immaginate), e il sospetto di finanziare la mafia cinese che immagino tutti ‘sti autobus a prezzi ridicoli li usi per trasportare non solo persone ma lui'uitton, plada, cianel e via dicendo.
Che si fa a Philadelphia?
Ma come???
Non avete studiato la storia americana???
A Philli si visitano 4 stanzette 4, ex corte costituzionale, ex senato, ex parlamento, stanzetta con campana suonata per radunare i cittadini alla lettura della dichiarazione di indipendenza. tempo necessario per vedere tutto cio: 2 ore.
Poi????
Ma come poi... poi si prende per il culo tutto l'ente turismo di Philadelphia che manda in giro dei poveri signori e signore di 50 anni vestiti come Franklin o Adams o Washington per farti credere che così puoi vedere com’era la vita nella seconda metà del ‘700... ma che è Disneyland???
E allora metteteci pure Pluto e Paperoga!
Poi ‘sti poracci con parrucca, calzini, panciotti, lunghe giacche in broccato con 40 gradi... ma non ce l'hanno un sindacato comparse Cinecittà???
Ci guardiamo e optiamo per dedicarci alla vita notturna: teatro?
Il concierge ci guarda e ci fa: “Ci sarebbe anche un concerto in citta'... Def Leppard...”
Def Leppard?
Ma non erano morti???
Mi trattengo dal macabro commento e chiedo: “Ma non si erano sciolti??” (versione diplomatica).
Evidentemente no.
E il concerto è in New Jersey.
Come New Jersey?
Noi ci veniamo dal NJ!
Allora scopriamo che se passi il ponte di Philli cambi anche stato e mi viene voglia di mettermi alla fine del ponte a saltellare a destra e sinistra e fare: Pensilvania, NJ, Pensilvania, NJ.
Concerto Def Leppard: pratone con età media 55 anni, con americani super attrezzati con sedioline sdraio con il bracciolo che include il pratico e irrinunciabile porta bibite.
Non sapevo si potessero scegliere optionals sulle sedie sdraio...
55 anni ma ancora belli incazzati, con magliette incazzate, capelli incazzati e figli di 5 anni con altrettante magliette e capelli.
Mentre anche noi ci facevamo prendere dalle braccia alzate con mani a corna e grida varie e un tipo prendeva la gamba di Sabrina suonandola come una chitarra elettrica, mi sono girata e ho visto alla mia sinistra il fiume, Philadelphia dietro, il ponte e ho pensato quanto fosse semplicemente assurdo, e per questo significativo, dove stavo e come stavo.
Come siamo rientrate?
Siamo corse sul lungofiume e abbiamo preso una barca.
E ti senti proprio Renzo e Lucia ad attraversare un fiume di notte da uno stato all'altro.
Renzo e Lucia versione rock anni ‘80.
Detto questo... nota gastronomica: qual’è il piatto famoso di Philli?
La Philli Cheese Steak : panino con dentro fettina di dubbia qualità con sottiletta... si mangia in due specie di fast food alla Grease a South Philli.
Tutta America se passa per Philli ci va.
Tipica porcata colesterolica americana, che come tutte le porcate americane da gusto provare.
Oh, se non sapete ordinare in inglese non andateci (non lo dico io, lo dice un mega adesivo sulla vetrata - poi dicono che a NY la gente è stronza...).
Passo e chiudo.


Walk away if you want to.
Its ok, if you need to.
Well, you can run, but you can never hide
From the shadow that’s creepin’ up beside you.
And, there’s a magic runnin’ through your soul,
But you cant have it all.
(whatever you do)
Well, I’ll be two steps behind you
(wherever you go)
And I’ll be there to remind you
That it only takes a minute of your precious time
To turn around and I’ll be two steps behind.

Def Leppard

Postato da: karestia a 10:31 | link | commenti
new york

lunedì, 14 maggio 2007
Un' italiana nella Grande Mela

XIII puntata: L’orchestra di Piazza Vittorio
 
 
Per chi di Roma non è (o a Roma non ha mai vissuto) breve digressione: è un’orchestra formata da musicisti provenienti da diversi paesi, creata nel quartiere Esquilino e più precisamente Piazza Vittorio, che è al centro di un grande flusso di immigrazione, per trasmettere un messaggio di tolleranza, armonia e integrazione attraverso la musica.
Detto questo: me ne vado su internet e che vedo???
L’orchestra di Piazza Vittorio al Tribeca Film Festival????
Questo è come andare nel miglior ristorante di Parigi e vedere nel menù "a coda a vaccinara"...
Momento di smarrimento, stupore ed eccitazione che mi ha fatto chiamare all’appello la truppa per una domenica pomeriggio al cinema a supportare il documentario sull’orchestra.
Ci sono anche loro: Agostino (il regista), Mario (il direttore dell’orchestra ex tastierista Avion Travel) e alcuni musicisti.
Intervista prima della proiezione:
Traduttrice: “The orchestra has been supported by Neaani Moureeti (e vabbè...) who supported the documentary as well at the Soccer Theater” (come???? er teatro del calcio balilla????? non vorrà mica dire il cinema Sacher... ma porca miseriaaaaaa).
Poi Mario con il suo inglese meraviglioso, approssimatissimo e dalla sonorità casertana ma dolce, innocente e ironico allo stesso tempo.
La traduttrice “Will you stay for a second interview?” e lui “Eh?? eh si si vabbuo’”. “Grandeeee’” dalle file alte scatta il nostro grido di appoggio simile a quello con cui abbiamo appoggiato Morricone agli Oscar quando ha dedicato la statuetta alla Signora Maria, consorte.
Il grido si fa più forte quando alla domanda “How do you feel since Sabal (un musicista) left the orchestra” e lui “It is a pain” invece che “sorrow”… che in americano si traduce letteralmente con “un dito al culo”, grazie per averci regalato questo momento soprattutto quando fuori mi fa’ “Ma sai un po’ un dito al culo è sul serio”.
Documentario, bello.
Andate.
E’ riuscito nell’impossibile, ricongiungermi con quello che di Roma ho sempre amato e che con il tempo uno tende a dimenticare, un po’ immalinconita e con faccia da emigrante inizio secolo, ascolto la seconda intervista poi scendiamo a salutarli, scrocchiamo il cd da Giovanni, il discografico, ma la conversazione va tranquilla tra accenti romani e impressioni incrociate: loro curiosi della nostra idea di NY, noi curiose di quello che ci dobbiamo aspettare per un futuro rientro a Roma.
Mario regala idee, di quelle serene e ferme, impastate di umanità.
Mi da forza, a tutte noi.
Contraccambio con una sigaretta fuori, riassume passato presente e futuro con una sola frase “Ma sai Robbe’, alla fine quello che più mi fa felice è sapere che ho creato 15 posti di lavoro". Vorrei dire che di fronte a questa semplice e solida visione della vita mi abbiano tremato le ginocchia, ma credo fossi io a tremare.
Decidiamo tutti che la serata è solo appena cominciata e finiamo downtown, tra il Lower East Side e Chinatown a bere e mangiare in un ristorante brasiliano, gioia della saudade di Evandro, chitarrista di San Paolo che Roberta di Trento, e diciamoloooo, si voleva rimorchiare e che abbiamo scoperto stamattina essere sposato... evvvai!
Viva gli artistiiii!!!!
Con la allegra compagnia anche la cugina di Uto Ughi, che data la sua scarsa gentilezza tutti si rimbalzavano dicendo “Mica è amica mia...”.
Dopo aver provato con pazienza a insegnare il concetto di futuro anteriore a un brasiliano che lo ha riassunto come “E’ un tempo sfigato”, siamo finiti e fumarci alle 4 di mattina la canna della buona notte nel parchetto del Lower East Side.
Risate davvero tante, romanità molta, ma di quella che mi piace, sottile, ironica, complice.
Abbracciati verso Houston in coppie come un fine settimana sullo struscio di Anzio io e Giovanni ripetevamo al binomio Roberta-Evandro “Quando verrai a trovarmi io sarò già andata via”… mo’ hai il capito l'anteriorità nel futuro?
Traduci il brasiliano e lui: “Beh in brasiliano significa che lei lo ha lasciato”.
Un  grazie di dovere a uno fra di voi che anni fa mi portò a un concerto dell’orchestra a Piazza Vittorio.
Ieri notte è stata una gran notte a NY, di quelle che riappacificano con le radici e che mi fanno amare ancora di più questo posto, che sarà sempre per me, la città degli incontri.
P.S. per i romani o residenti: il 24 suonano a Piazza Vittorio: se andate e vedete una ragazza tra il pubblico vestita come un incrocio tra Minnie, Audry Hepburn e Amelie, quella è Sonia.
Datele un abbraccio perchè saranno le sue prime 24 ore in patria di nuovo da residente dopo due anni a NY e i rientri si sa, a volte destabilizzano.

Postato da: karestia a 09:56 | link | commenti (2)
new york

venerdì, 16 febbraio 2007
Un'italiana nella Grande Mela

VIII Puntata: San Valentino e Broadway
 
 
Ho scoperto che il 14 di febbraio è un festività celebrata oltreoceano con le stesse identiche modalità italiane: un tripudio di cioccolatini (infilati nelle mie tasche a manciate visto che per arrivare il ufficio passo davanti alla pasticceria dell' hotel - dramma colesterolico diario) rose rosse e ristoranti pieni di coppie e\o amiche single che devono rimediare alla mancanza di vita di coppia sbronzandosi in gruppo e affermando ad alto ed acuto volume quanto sia disprezzabile avere un fidanzato.
Io sono stata invitata a Broadway per il debutto di un nuovo musical “Spring awakening”.
Lauren ha ricevuto due entrate per il teatro da un ospite che ha deciso non andare e tutte allegre e contente ci dirigiamo (cagandoci sotto dal freddo qua c’è la neveeee) verso la 49.
All’entrata indicano la platea e lei mi fa’ “Sono proprio buoni posti”, tutta orgogliosa, e aggiunge “Visto che non abbiamo speso una lira ti invito a prendere un bicchiere di champagne” e mentre ci avviamo al bar ci dicono che possiamo lasciare borse e cappotti in un armadietto e ci danno la chiave. Laren tutta contenta mi fa “Abbiamo anche l'armadietto!!”".
Con il bicchiere in mano e il biglietto in mano continuiamo verso le prime file e arrivati in fondo non trovando la nostra lettera ci fermiamo a chiedere e sento... “Stage”.
Come stage????? ‘Azzo vuol dire stage??? Vuole proprio dire stage, palco, ci dobbiamo sedere sul palco in mezzo agli attori e ci fanno pure “Non potete salire con il bicchiere” e via 20$ nella pattumiera...
Guardo Lauren con un’espressione mista fra l’odio profondo e la risata isterica e riesco solo a dire “mo’ capisco perchè il cliente t’ha mollato i biglietti...”.
Lei ha la faccia a senso di colpa al cubo.
Ci sediamo su queste due sedie sul palco e lo spettacolo comincia.
Mi concentro nel tenere i piedi contratti sotto la sedia perchè questi ballano e cantano e ci manca solo che gli faccio lo sgambetto, quando a un certo punto uno seduto accanto a me tira fuori il microfono, l'occhio di bue mi acceca e questo comincia a cantare una canzone rock a squarciagola nel mio orecchio sinistro.
Laurel si morde la lingua per non sbottare a ridere io mi contraggo le dita per non ammazzarla di botte.
Superato il trauma e recuperata la vista, un nuovo shock: secondo atto, i due adolescenti protagonisti decidono che è il momento di passare ai fatti e si sdraiano ai miei piedi, lei sotto lui sopra, e lui...: SI! si leva i pantaloni e mi piazza il culo in faccia metre si sdraia su di lei e NO, per la cronaca non era un momento comico del musical.
Accosto la mia bocca all’orecchio di Lauren e le dico “I can count the hair on his ass”.
S’è conficcata le unghie nella coscia per non rompere il momento di pathos...
Donne, perchè finire a vedere uno spogliarello il giorno di San Valentino quando potete andare a teatro e respirare tra le chiappe di un attore???!!!
Un’ora dopo le nostre di chiappe erano distrutte visto che le sedie su cui erano poggiate erano di legno liscio stile panca della chiesa.
Ci alziamo con dolore e mentre ci dirigiamo affamate verso il ristorante dico solo: “La prossima volta che sei così gentile da invitarmi a teatro, invita qualcun altro”.
3 bicchieri di vino dopo commentavamo dimensioni e solidità dell'attore (riferendoci alla sua interpretazione ovviamente....).
Ho scoperto cosa prova un attore sul palco, ma essendo pubblico ho desiderato con tutta l’anima essere nel buio della sala e, allo stesso tempo, alzarmi e cantare con loro.
Sdoppiamento di personalità a San Valentino.
Sarà colpa di quel sorso di champagne!
Baci dal gelo newyorkino!

Postato da: karestia a 19:42 | link | commenti
new york, broadway

martedì, 13 febbraio 2007
Diario di un navigante in un paese senza mare

VII Puntata: Life is what happens to you while you’re busy making other plans (John Lennon – Beautiful Boy)
 
 
Eccomi di nuovo nel continente americano, con in testa l’idea di volare presto in Nicaragua ed una voglia matta di passare un fine settimana a New York.
L’arrivo è molto tranquillo, con il poliziotto della dogana che finge d’interessarsi a quello che farò alla World Bank, scartabella il mio passaporto soffermandosi pericolosamente sui visti di Marocco, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, poi trova quello del suo adorato Console a Roma e mi fa procedere senza dirottarmi per ulteriori controlli a Guantanamo.
Evito anche che si prendano le mie impronte digitali e la traccia fotografica della mia retina, dato che entro con uno status quasi diplomatico, e procedo verso l’uscita, con la strana sensazione di avere ancora addosso gli occhi del poliziotto.
Vorrei fare a meno di prendere il taxi, ma la mia ricerca su internet per capire come giungere in città con i mezzi pubblici non ha dato esiti positivi e le indicazioni dell’aeroporto sui trasporti a disposizione sembrano essere state disposte dalla lobby dei tassisti, con il chiaro intento d’indurre il viaggiatore ad arrendersi all’inevitabile salasso.
Ed infatti, dopo dieci minuti di vagabondaggio scarsamente proficuo, mi arrendo e pago la corsa in centro: la bellezza di 65$ che, solo dopo qualche giorno, vengo a sapere avrei potuto recuperare se avessi richiesto una ricevuta.
Ho a disposizione un appartamento di una sessantina di metri quadri, con cucina ed elettrodomestici che mi permetteranno di evitare spese inutili, il letto è sfacciatamente enorme, ma la moquette della stanza mi carica ogni tre passi di elettricità statica, con la spiacevole conseguenza che ogni volta che accendo la luce becco una scarica elettrica che mi fa imprecare in diverse lingue.
Per annullare l’effetto del jetlag esco a cena con Roberta, con cui ci eravamo visti l’ultima volta due anni prima, a Barcellona, davanti ad una squisita paella all’astice.
Mentre cammino su Pennsylvania Avenue per raggiungere il punto d’incontro, passo davanti ad una cancellata nera, dietro la quale, in fondo ad un parco di un centinaio di metri, s’intravede nella penombra un edificio basso, in stile coloniale, abbastanza anonimo se non fosse per il fatto che è isolato completamente da tutto il resto, ad una distanza notevole da altri edifici e da qualsiasi contatto con possibili intrusi.
“Ma guarda, sono davanti alla Casa Bianca...”
E mentre rifletto sbadatamente su dove mi trovo, scorro mentalmente le immagini dei film in cui l’ho vista decine di volte: imponente, maestosa, perfetta, inavvicinabile.
Niente di tutto ciò, a parte l’ultimo aggettivo; non mi sembra nulla di particolare, forse perchè è notte, ma certamente perchè ci si aspetta qualcosa di meglio da uno che governa le sorti del mondo.
Dev’essere lo stile anglosassone, a pensarci meglio.
Anche il primo ministro inglese vive in un appartamentino come tanti, di quelli che te lo immagini rientrare col latte in mano dopo aver portato il cane a fare la pipi sull’alberello di fronte.
Allora il nostro Napolitano dovrebbe governare la galassia, con quella residenza da niente in cima al Quirinale.
Forse invece è tutto inversamente proporzionale: più è piccola la residenza e più potere hai.
Da oggi starò più attento a quelli che vivono in case piccole.
La prima cosa che mi salta agli occhi è la grandissima percentuale di afroamericani, molti più che a New York, dato che secondo le stime ufficiali sono circa il 60% degli abitanti della città; inoltre sembra che la situazione di questo gruppo etnico sia molto migliore che in altre zone degli Stati Uniti, grazie ad un reddito superiore e ad una maggiore integrazione nel tessuto sociale.
Il valzer di cocktail e cibo si apre poco dopo, per terminare intorno a mezzanotte, quando il mio affaticamento e gli effetti dell’alcool prendono il completo possesso delle terminazioni nervose che governano le mie palpebre.
Salgo su un taxi il cui autista di origini arabe inizia un’interessantissima conversazione sulle molteplici infamità cui ci conduce la religione, mentre io comincio a sentire un torpore che mi avvolge e immagino che sia la stessa sensazione che provano coloro che svengono per assideramento.
Provo ad argomentare, anche se in linea di massima siamo sulla stessa lunghezza d’onda e poi sono stanco marcio e lo lascio alla sua critica delle interpretazioni mistificatrici di Bibbia e Corano.
Rientro a casa con un po’ più di serenità, dopo aver constatato per l’ennesima volta che gli “illuminati” esistono in ogni etnia, paese, gruppo sociale.
Ovviamente l’attacco di sonno svanisce nel momento esatto in cui poggio la testa sul cuscino, dato che il mio corpo ha ormai superato il limite del suo orario biologico: è convinto che siano le 7 e 30 del mattino e nonostante la stanchezza sia enorme, non riesco a dormire che per cinque orette, rigirandomi continuamente in un sonno superficiale.
Il mattino dopo è dedicato ad una passeggiata in città, con ennesimo passaggio davanti alla Casa Bianca, alla ricerca di eventuali smentite alla mia prima impressione.
Che ovviamente viene confermata.
Proseguo con un supermercato carissimo, in cui la spesa per 2 settimane mi è costata 100$, ma la nota piacevole è stata quella di aver ammutolito un autista di bus che ha litigato con tutti i passeggeri che sono scesi nelle quattro fermate del mio tragitto: appurato che era nervoso e considerato che anche io non ero proprio al massimo del buonumore dopo l’impatto ostile riservatomi dalla città, mi sono predisposto allo scontro con meticolosa precisione.
Al momento di scendere non mi ha aperto la porta, mi ha costretto ad attraversare l’intero bus per giungere all’uscita anteriore barcollando carico di buste della spesa ed infine mi ha beffardamente apostrofato dicendo: “Comunque è aperta”, riferendosi alla porta posteriore che aveva spalancato, quando ormai ero giunto davanti all’altra uscita.
E’ stato un attimo, ero tirato come la corda di un arco ed il gaglioffo non sapeva di avere di fronte un romano con una buona capacità di traduzione.
Censuro me stesso, ma vi lascio immaginare il suo sguardo quando mi sono voltato e gli ho urlato di consideare la possibilità che vi fosse anche dell’altro “aperto” nella sua vita, suggerendogli inoltre che anche sua nonna poteva condividere lo stesso tipo di condizione.
In realtà ora che ci penso ho rischiato un po’, non tanto perchè ero di fronte ad un energumeno di venti centimetri più alto e di trenta più largo, ma perchè negli ultimi anni Washington ha vinto più volte il titolo onorifico di “Capitale dell’omicidio”, con il più alto numero di morti assassinati negli Stati Uniti in rapporto alla popolazione.
Non sono andato a rimpolpare le statistiche, per cui sono ben felice di averlo visto rimanere di stucco, impossibilitato a lasciare la sua postazione di guida, in onore del suo profondo senso del dovere di lavoratore pubblico del Distretto di Columbia.
Il resto del tempo l’ho passato lavorando, andando in palestra, guardando “Friends” in versione originale.
Ah quasi dimenticavo di accennare al fatto che sono stato a New York.
Il viaggio volutamente effettuato sul pullman della Greyhound, per poter dire che anche io, una volta nella vita, sono salito su uno di quei torpedoni cromati protagonisti di tante fughe anonime dei personaggi del grande schermo; l’impatto con lo skyline di Manhattan dal New Jersey, con le luci colorate che ti fanno identificare subito l’Empire State Building, mentre l’Hudson River scorre nero sotto il George Washington Bridge; il caos della metropolitana, che ti schiaffeggia non appena spingi le porte che danno verso l’interno della Port Authority Station e ti suona in mente “Take the A train” il pezzo che compose Billy Strayhorn e divenne un classico della band di Duke Ellington; ci sali perchè, guarda caso, passa di là proprio in quel momento e ti lasci dondolare verso l’Upper West Side, dove hai già prenotato un tavolo al Cleopatra’s Needle, in tempo per vedere la fine del concerto jazz della serata, appena prima che cominci la jam session del pubblico; il freddo che s’incanala ventoso su Amsterdam Avenue, mentre ricominci a pensare a quante volte hai fatto quelle strade, a quante volte hai desiderato avere uno di quegli appartamenti che vedi pieni di libri dalla strada, con il pub in legno scuro sotto, tanto per essere sicuro che la birra non mancherà mai, magari su una strada secondaria, con un paio di alberelli e la ringhiera laccata di nero che ti accompagna sui quattro gradini verso l’ingresso; e poi il mattino luminoso, quasi troppo prima che la caffeina abbia fatto svanire il fastidio del risveglio; una vecchia signora a cui portare un mazzo di fiori e sentirla parlare del gatto, della figlia che vive lontano, di te che sei stato il primo a farle gli auguri per il compleanno, del fatto che vuole rialzarsi dalla sedia a rotelle e che vuole provare a sconfiggere la distrofia con le cellule staminali; il brunch in un buco da dieci coperti gestito da ex hippies che in uno slancio di egualitarismo iconografico mettono accanto alla Madonna, un dipinto di Shiva ed un Buddha in ceramica; Broadway, per comprare un imbrago ad una quindicina di euro meno che in Italia e per tuffarsi fra lingue e vestiti; un Deli dove comprare qualche birra e delle patatine, per un aperitivo casareccio prima della cena a Brooklyn, in un locale che sta spopolando dopo un paio di comparsate in “Sex and the City”; la notte a Williamsbourg, fra ragazzini drogati, taxiste ispaniche e retate sfiorate di cinque minuti; ancora quel freddo che ti constringe a tremare, a farti pentire di essere uscito dal locale in cui eri, anche se è tardi e domani ti devi svegliare presto; la domenica che non è mai silenziosa, dove la gente si affretta a fare ciò che ha rimandato durante la settimana, per poi chiudersi a mangiare dopo aver saltato la colazione; nella zona “bene”, quella dei portieri in livrea e dei cagnolini minuscoli con cappottini ricamati, con i palazzi puliti e la passarella che ti accompagna dal portone al taxi, casomai piovesse; un conto troppo caro per un pasto che in Italia si potrebbe definire appena sufficente; gli ultimi minuti a camminare su Lexington, verso Grand Central, uno sguardo alle Nazioni Unite, l’ingresso in stazione; ancora qualche minuto, non portatemi via ora, devo vedere soltanto l’atrio della biglietteria, con la volta celeste dipinta sul soffitto, a venti metri da terra; e poi c’è l’ultimo tratto verso la metro, fra le scale mobili e le passarelle in marmo bianco che hanno fatto da cornice al finale di “Carlito’s way”, con Al Pacino che fugge verso un treno che non prenderà mai, ammazzato davanti alla porta da Benny Blanco del Bronx; di nuovo il levriero che corre sulla fiancata del bus, stavolta in direzione opposta, lontano da tutto ciò.

Postato da: karestia a 22:58 | link | commenti
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martedì, 23 gennaio 2007
Un'italiana nella Grande Mela

VI Puntata: Quando Kirk Douglas viene a cena
 
 
I newyorkini, e chi a NY ci è stato di passaggio, sono soliti dire che NY è la città degli incontri.
Lo é.
Forse perchè è una città di flusso: di energia, di persone, di capitali, di arte e idee, di uomini che  dormono nelle panchine di Central Park con zero gradi e, nel migliore dei casi, fluiscono all'ospedale o ad un centro di accoglienza.
Tutto questo forse contribuisce a creare un clima in cui nessuno ha paura di nessuno e tutti parlano con tutti (o spingono tutti, dipende dai momenti….).
Sta di fatto che la settimana scorsa una telefonata del già citato amico di San Francisco mi annuncia l’arrivo di una cliente del loro Hotel a NY.
Ovviamente la telefonata della cliente non si fa aspettare ed io sfodero il mio migliore inglese, che dopo un secondo e mezzo capitola alla frustrante domanda (che mi fa sentire la cugina emigrante della famiglia Soprano) “Sei italiana?” “ Si” (e mi sorprendo un po’ offesa e divertita per il mio accento riconoscibile a un km) “Io sono cresciuta a Roma” mi fa lei, “E te pareva” penso io, ma dico “Sul serio?????” (non per niente lavoro in un albergo).
Risulta che la signora in questione mi voglia a tutti i costi conoscere e dopo una devo dire interessante e fuori dai registri tipici (per un albergo) conversazione, mi invita a pranzo.
In un ristorante (che scelgo io… paraculamente aggiungerei…, rega’ se non sfrutto ‘ste occasioni e quando la vedo la NY da bere! Sto diventando una professionista dello scrocco...).
All’una e mezza sono lì, nella lobby dell’albergo, immaginando la lista dei vini e tentando di controllare la mia immaginazione sul menu per evitare che un cliente si rompa una caviglia scivolando sulla mia bava (acquolina proprio non rende l’idea), quando arriva lei… perfetto incrocio tra Andy Warhol e Audry Hepburn, 60 anni circa, esile, forse non arriva ai 50 chili, capelli grigi tirati indietro in un fermaglio, avvolta in un cappotto nero con draghi rossi che passano dalla schiena all’allacciatura, occhiali neri ampi che nel salutare abbassa per mostrare due occhi piccolissimi ma di un azzurro lucido, tra il curioso e il furbo.
Ci sediamo in un tavolo quadrato una accanto all’altra, vicine, e cominciamo a parlare.
Non le tipiche chiacchiere, niente lei, niente formule, niente impiegata/cliente.
Parliamo della sua  infanzia, di quando a Roma, in una casa dietro Corso Vittorio doveva dividere il gas con le vicine, scappata dalla Bosnia, terra natale.
Delle sue amiche sposate, spaventate dal divorzio, che restano in palestra fino alle 11 di sera.
Dei suoi viaggi , di sua nonna, della mia, di letteratura, della sua famiglia di origine contadina, di suo padre, un uomo di campagna… che non si sentiva a suo agio quando a cena , per esempio veniva Kirk Douglas o Frank Sinatra… e qui… trauma… i miei neuroni vanno in cortocircuito… Kirk Douglas, Frank Sinatra????
Ma con chi sto parlando di bucatini all’amatriciana???
Lei nota un’espressione di evidente confusione.
E con il tono più innocente del mondo mi fa’ “Pensavo lo sapessi… io sono stata la moglie di Vincent Minnelli”.
Come????? Vincent Minnelli????
Maledico il mio amico di San Franscisco che non mi ha avvisata (ma solo per me non è normale andare a pranzo con la moglie di Vincent Minnelli???).
Mi ingoio un chilo di saliva e mi trattengo dal fermare la conversazione su quel punto (ma CAVOLO quante domande gli avrei fatto…) e così lei continua a parlare del padre ma ormai è tardi… il mio cervello è fermo a immagini di Sinatra & company…
Mi riprendo più in fretta che posso per accompagnarla da un parrucchiere nascosto in un sottoscala gestito da due checche newyorkine di 70 anni con la labbra rifatte e capelli (quelli che restano) platino (uno spettacolo!) e ci salutiamo con un abbraccio e un invito a SFC.
Sono una provinciale che si è emozionata come una folle e mi sono chiesta il perchè visto che lavorando in albergo, di gente famosa se ne vede tutti  i giorni ma….
Forse era l’intimità, la familiarità, parlare tra amiche di quello che per me è un mondo relegato alle domeniche pomeriggio di film in bianco e nero sulla Rai, di mio padre che mi ripete i nomi degli attori perchè fino ai 15 anni li confondevo tutti puntualmente.
Forse la vera sorpresa era avere in comune qualcosa con una persona che aveva vissuto tutto questo, molto più di quello che avrei mai pensato.
La leggera Denise è stata uno di questi incontri newyorkini tra il surreale, l’incredibile e l’assolutamente normale.
Come per esempio andare a cena ed uscire a mezzanotte per comprare le sigarette al pakistano accanto e trovarci Rudolph Giuliani in cappotto e scarpe da ginnastica che si ferma pure a dire due battute notturne (mentre la sua guardia del corpo valuta le dimensioni del mio di cappotto per calcolare in percentuale quante possibilità abbia di nascondere un kalashnikov… scemooooo).
Vi saluto dal mio nuovo microappartamento grande quanto 5 custodie di cd una accanto all'altra, ma tutti dicono "Welcome to NY" sarà... (lo dicono pure per gli scarafaggi in ufficio, i topi di fogna che attraversano la strada fermandosi a salutare i passanti etc... a me me pare un commento del cazzo comunque...).

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venerdì, 19 gennaio 2007
Un'italiana nella Grande Mela

V puntata: The most famous arena in the world
 
 
Se nessuno di voi ha mai avuto un qualche tipo di curiosità nel vedere dal vivo uno sport di minoranza come per esempio l’hockey, benvenuti nel club.
Adesso, per chissà quale fenomeno mentale, quando riceviamo qualcosa gratis, non solo ci sentiamo in dovere di sfruttare il dono ma anche di rivalutarlo, credo intrappolati nello stesso meccanismo psicologico del “se ne compra due il terzo e’ gratis”.
Insomma, da un lato ci sembra di fare l’affare e dall’altro pensiamo “nulla si butta nulla si spreca”.
Che ci sarà poi di male nello spreco se non l’abbiamo pagato è qualcosa a cui ancora non so dare risposta (e con questa riflessione dimostro di non essere ancora integrata, 'azz...).
Quando sono stata fatta oggetto di generoso dono, due entrate per il Madison Square Garden per la partita del sabato dei Rangers, non ho ovviamente pensato a tutto questo.
Ho solo pensato “famme anda’ a vede’ come fanno il tifo ‘sti ammericani”, in pieno ritorno nostalgico a un campo di studi sociologico che dopo 5 anni a via Salaria ancora affiora con conseguenze impensate (più verosimilmente speravo di potermi sfogare a gesti e insulti in pieno stile Stadio Olimpico…catartico…).
Cosi io e il buon Filippo ci si da appuntamento all’entrata della MOST FAMOUS ARENA IN THE WORLD, come recita il megaschermo (perchè sto vizio delle classifiche e dei record è mmmolto americano) non per vedere il concerto di Ennio Morricone o Shakira (annunciati uno dopo l’altro per distruggere in voi qualunque neurone ribelle che ancora provi a fare uno sforzo di catalogazione), ma per provare a sforzarsi nell’immane tentativo (decisamente al di sopra delle mie capacità, e Filippo secondo me c’aveva gli occhiali truccati) di riuscire a seguire un disco del diametro di 10 cm. schizzare da un lato all’altro di un campo di gioco dal terzo anello di quello che alla fine dei conti è un Colosseo al chiuso.
Meno male che il megaschermo annuncia i goal perchè sennò potevo pure tifare per la San Benedettese per quello che riuscivo a capire.
E’ stata un’esperienza mistica…
Se per voi il tifo è associato a: gruppi organizzati o soggetti isolati con striscioni e/o tamburi e/o trombe e/o fumogeni e/o dotati di un’immaginazione degna del creatore di Alice nel Paese delle Meraviglie sotto trip nell’inventare nuove parole e/o metafore che danno al concetto di insulto una nuova dimensione, profondamente uniti nel cantare a squarciagola o i sopra citati insulti o cori di varia natura ripresi dai più grandi successi di Sanremo o dell’estate precedente… beh mi dispiace proprio dirlo ma siete dei tristissimi europei.
Fatevi dire (senza offesa compa’) i vostri punti deboli:
1) Siete dei senza patria ( e non aggiungo senza Dio perchè è superfluo): non si canta Grazie Roma (o Grazie Rangers) ma l’inno nazionale americano; una povera creatura di 11 anni viene gettata nel mezzo della “most famous arena in the world” e fatta cantare come Mariah Carey versione olimpiadi per ricordare a tutti che in fondo “volemose bene che siamo tutti ammmericani ed è solo una partita di hockey”… vaglielo a dire a un laziale il giorno del derby…
2) Siete voi i veri stakanovisti: perchè passare pomeriggi a dipingere striscioni, perfezionare cori e creare insulti mai sentiti prima quando può fare tutto il fantastico megaschermo??? Ma non siete stanchi dopo tutta la settimana passata a lavorare???? In Ammmerica appena il gioco si interrompe per fallo (perchè il disco fuori non ci va mai e non chiedetemi quando è fallo perchè tanto se le danno di santa ragione tutto il tempo... boh?) scatta la musichetta (che varia a ogni stacco) e che tiene impegnati tutti gli spettatori nel coro di turno da seguire sullo schermo tipo karaoke, mentre i giocatori rimangono in posizione, immobili, come a “un due tre stella” aspettando che il megaschermo li avvisi che possono continuare. Postilla: così un tempo di gioco di 15 minuti dura tre quarti d’ora e; Postilla B: nessuno canta mentre i giocatori giocano, secondo me perchè non sanno che cantare; Postilla C: va da sè che alla fine tutti sono felicissimi quando c’è un fallo perchè almeno fanno qualcosa finalmente e, io credo, che la partita in realtà li disturbi.
3) Se siete ormai trapiantati a NY da quasi un anno direi che siete in grado di seguire il karaoke anche voi. Ma non e’ vero. Filippo cantava da 5 minuti quando si gira e mi fa’: “Ma perchè gridano “GLASGOW Rangers????” mentre il pubblico gridava LET’S GO Rangers”… Diciamo che era un crisi di nostalgia per la terra europea va’… mettiamola cosi…
4) Siete degli ignoranti (ebbene si! Questa proprio non ve l’aspettavate eh?!). Dite la verità, voi non avete mai giocato al Trivial Pursuit durante una partita di calcio. Invece in USA i giocatori fanno un altro giro a “un due tre stella” mentre voi provate a rispondere al mega domandone sulla storia dell’hockey e che si vince??? eh, che si vince???? Dai che morite dalla voglia di saperlo, che si vince???? Una scopa elettrica!!!!!! E soprattutto un mega primo piano sul megaschermo con voi abbracciati all’aspira tutto!!! Voi ce scherzate ma a me una scopa elettrica me farebbe proprio comodo…
5) Proprio non sapete come ottimizzare il tempo: che fate nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo? Bevete un Caffè Borghetti? Noooo loro se so’ già magnati hamburger e patatine con vassoio (e pure io e Filippo, che credete!); commentate le azioni di gioco? E come fate se il disco non se po’ vede’ da più in su della seconda fila… Filippo è un bugiardo... Noooo alla “most famous arena in the world” seguite appassionati la gara di 3 poveri disgraziati vestiti da disco umano (stile Giochi senza Frontiere) che si ammazzano sul ghiaccio rischiando una frattura multipla per vincere un’altra scopa elettrica! (almeno quelli di dischi li ho visti…).
6) Siete privi di qualunque romanticismo: in USA, se lo chiedete, potete organizzarvi e chiedere di essere inquadrati in primo piano (mettendo di nuovo i giocatori in posizione da “un due tre stella”) con una scritta sul megaschermo che dice “Would you marry me???” e subito primo piano della vostra fidanzata che, sotto la misera pressione di un intero stadio che ansima e spasima per un “si”, invece di tirarvi in testa la scopa elettrica vinta spaccandovi la rotula sul ghiaccio, vi grida un “si” e vi bacia, e lo potrete raccontare ai nipotini… A Fili’ la prossima volta lo famo per finta magari ce regalano la scopa per la lista di nozze…
Ed io che l’ultima volta che sono stata all’ Olimpico sono rimasta così colpita perchè lo speaker al megafono annunciava tutta la formazione… sono una povera provinciale! Ma non più: adesso anche io sono una tifosa dei Glasgow Rangers…
Quesito per i tecnici: ma come fanno alla “most famous arena in the world” a  mettere il parquet del basket se il giorno prima c’è il ghiaccio per l’hockey????
Al primo che risponde correttamente verrà inviata una scopa elettrica…

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lunedì, 13 novembre 2006
Un'italiana nella Grande Mela

II Puntata: I nostri cari amici a 4 zampe
 
So che tra di voi, cari amici, ci sono possibili appartenenti alla setta "amici a 4 zampe", che annovera tra sé esponenti numerosi in questo simpatico paese chiamato America, ma non fate alcuno sforzo di empatia leggendo quanto segue, vi prego, perchè voi siete diversi, ne ho certezza.
Mi sono cominciata ad accorgere di questa insana relazione cane-padrone circa 3 mesi fa, quando due sale da riunione dell'Hotel sono state prenotate per il compleanno di Roxy... bassotto di 5 anni il cui compleanno e' stato celebrato da amici di parco e pisciatine, accorsi da ogni lato dell'Upper East Side per abbaiare al giovane rampollo mentre si deliziava con mini-burgers o opzioni vegetariane studiate per l'occasione per incontrare i suoi gusti raffinati ed il suo palato più educato di un parigino.
Due giorni dopo il grande evento un barboncino e' stato trovato morto (soffocato dal tubo dell'acqua) nella vasca dello SPA in cui era stato portato per toletta, taglio, manicure e messa in piega.
La notizia e' andata in onda al telegiornale delle 7, prime time, con tanto di intervista ai possibili responsabili dell'accaduto e ai padroni della vittima.
I due sconvolti e addolorati (comprensibile) padroni del piccolo deceduto, con occhi spiritati parlavano ai microfoni della ABC dal salotto della loro casa nel New Jersey , sul cui caminetto troneggiava una foto del trapassato in cornice dorata accompagnata ai lati da due candele.
Il sentito commento era il seguente: "Non importa quanto tempo o denaro possa costare, ma faremo giustizia, fosse l'ultima cosa che facciamo nella nostra vita".
Toni carichi di forte drammaticità.
Voi potete anche credere che siano reazioni isolate di eccentrici americani e che mai a qualcuno vicino a voi possa capitare di vivere l'intensa relazione cane padrone, ma vi sbagliate.
Il nostro protagonista di oggi (che chiameremo Gino per ragioni di anonimato - Michi famo a capisse-) arrivato negli Stati Uniti a luglio, si ritrova a pomiciare  (che verbo anni ‘80 no?) in un bar dell'East Village durante la sua prima notte newyorkina, con colei che chiameremo Lisa (perchè non ho la più pallida idea di come si chiami).
Il sole sembra baciare in fronte il nostro eroe che solo 24 ore dopo il distacco dalla terra natale trova una giovane e sexy americana con cui cominciare una relazione di coppia.... o più propriamente... una relazione a tre.
Sfiga vuole che la bella Lisa abbia uno yorkshire il cui protagonismo gli impedisce di stare a cuccia nei momenti più intimi e intensi della relazione: il cane vuole partecipare.
Il suo canino spirito hippy del "famo una cosa tre" lo porta a saltare sul letto e leccare con lascivia le chiappe del nostro protagonista deconcentrandolo (e ce credo!) dall'atto.
Gino ha un momento di speranza quando Lisa va in bagno, pochi secondi per spaventare la mascotte di casa... che fare per fargli capire chi comanda...? che fare...? Lisa già sospetta che lui non ami il cane... e ha ragione! che fare... che fare... ma certo! LA MOSSA DI KARATE KID!!!!
Ve lo ricordate il film???
La mossa dell'aquila nell'ultima scena!
Gino s e' messo in bilico su una gamba, ha allargato le braccia, girato la mani a uncino, piegato l'altra gamba in posizione "mo te tiro un calcio che te lo ricordi tutta la vita" e lo ha guardato con odio.
Con tutto l'odio di cui un uomo interrotto sul più bello può essere capace.
Voi che credete?
Il nostro eroe non ha potuto vincere: un mese di intimità interrotte dopo e mille mosse stile "Metti la cera, togli la cera", il sospetto si era ormai insediato in Lisa: lui non lo ama, non ama il suo dolce amico a 4 zampe come dovrebbe, il principe azzurro non trova sexy che lei baci in bocca il cane prima di baciare lui.
La relazione affonda nella sfiducia e nel sospetto, fino all'inevitabile rottura.
E un uomo, che prima pensava con piacere all'idea di avere un cane, è rimasto traumatizzato per sempre e probabilmente non avrà mai nemmeno un criceto o un pappagallino.
C’è chi crede che per avere una relazione duratura sia necessario essere approvati da suoceri, amici, parenti.
A New York, i vari Scooby Doo hanno il potere dalla loro e un collare d'argento o un cappottino scozzese sono forse il perfetto regalo di San Valentino.
Vi lascio a riflettere su queste differenze culturali...

Postato da: karestia a 09:39 | link | commenti
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martedì, 12 settembre 2006
Un'italiana nella Grande Mela

I Puntata: Vini e incontri
 
Prefazione: Lei è Roberta, la R. cui accennavo nella mia ultima puntata.
Mi ha gentilmente autorizzato a pubblicare questa mail in cui racconta un po' della sua vita newyorkese ed io sono ben felice di ospitarla come prima collaboratrice di questo blog.
Spero che altri prendano esempio e decidano d'impolpare la schiera di chi vuole raccontare un po' della sua vita da emigrato, viaggiatore, nomade o vagabondo.
So che ci sono alcuni che sono tentati dall'idea, per cui fatevi avanti, nessuno vi morde! Buona lettura.
 
Dopo una di quelle splendide giornate di lavoro in cui vi tartassano di telefonate sempre per le stesse cose... (gli posso confermare il check in alle 7 di mattina? NO! gli posso confermare 50% off sulla tariffa? NO! gli posso dare la suite reale anche se ha prenotato solo una standard? NO! ma porc... comincerò a mettere un filtro sulle mail che cominciano con la parola "posso" con risposta automatica... no!) bueno... dopo una di queste giornate così, passate a essere considerata una stronza, mi sequestrano per un bicchiere di vino nel bar/ristorante/chill out accanto all’hotel, io credo con la subdola volontà di farmi sbronzare e ricominciare con i "posso...?".
Mentre sono lì che mi sorseggio un Ribera del Duero che mi e' costato solo la modica cifra di 20 dollari... ahgggggg... e cerco di decifrare verso che tavoli si dirige il fantastico cameriere che mi ha fatto appena innamorare (e, credo per questo, pagare 20$ per  un rosso che a Barcellona ne valeva 5) e allo stesso tempo mostrare interesse per discorsi di pettegolezzo impresariale che mi facevano pensare che forse altri 20$ sarebbero stati spesi di nuovo e molto in fretta... mentre, dicevo, ero intenta in queste molteplici attività, si avvicina prima un tipo in completo nero, occhiali da sole neri (era un chill out con meno luce di quanta ne possano fare 3 candeline Ikea di quelle bianche da "300 in un pacco") e con uno strano affare tipo cordicella arrotolata di quelle dei telefoni degli anni '70 che gli pende da un orecchio, poi un altro, poi un altro uguale ai primi due poi uno che, cazzo, si io quello lo conosco...mentre si avvicina e tutti si presentano realizzo che l'eccitazione generale è alle stelle e tutti mi si piazzano davanti per essere i primi a stringergli la mano e dirgli "Good evening Mr. President!"
L'altro Mr. President, quello democratico (nel senso americano della parola ovviamente), insomma Bill Clinton.
Mentre sono lì con il mio Ribera del Duero tra le mani chiedendomi se sono la unica maleducata che non lo ha salutato, Mr. Clinton, perchè Mr. President mi sembra una cazzata (si la unica...), e mentre pensavo alla voce che gli avevano messo a Striscia la Notizia per prenderlo per il culo mi si avvicina la mia capa sparandomi un discorso a favore dei repubblicani e contro sindacati e comunismo (il concetto americano di comunismo credo includa qualunque forma di giustizia sociale), così passo al terzo Ribera del Duero e mi chiedo tra me e me, mentre lei parla dell'importanza di essere "the best", se Billy Boy ha più avuto il coraggio di farsi fare un pompino senza farsi venire in mente tutto il gran casino creato e perdere l'eccitazione in un secondo... al quinto Ribera del Duero mi sono trascinata verso casa giurando “non più sbronze con quelli dell'ufficio” e dando per completo la colpa a quel cavolo di cameriere londinese che mi ha sedotta con un accento senza gomma da masticare tra i denti.
La promessa (come quasi tutte quelle che ho avuto la stupidità di propormi negli ultimi 10 anni) e' stata rotta la settimana successiva quando tutti, allegramente (e per tutti intendo la casta dei manager... non fate domande vi prego abbiate pietà...) siamo stati invitati in un mega-locale sulla 27sima in cima al grattacielo con terrazza di fronte all' Empire.
Adesso... era gratis... cacchio e chi se lo può più permettere... certo che ci sono andata e di corsa... mentre ero lì a parlare con la mia sales manager preferita (Shereen), libanese e vissuta in giro per il mondo per tutta la vita e che ho scoperto due mattine dopo essere stata fatta fuori dopo 10 mesi di lavoro, mentre ero lì, ancora ignara del suo futuro "trasferimento", dicevo, a parlare di NY e guardare quella vista assurda e immaginarmi King Kong appeso a pochi metri, bicchieri di chardonnay mi sono cominciati a navigare tra le mani (che va tanto di moda a NY, non chiedetemi perchè ma qua conoscono 2 vini bianchi soltanto: chardonnay e pinot grigio che per loro fanno tanto chic tutto il resto e' vuoto assoluto...).
Mi sono resa conto che il mio stato non era proprio sobrio quando all'uscita del direttore generale: “mia figlia ha appeso nell'armadio una lista di tutto quello che vuole fare entro 10 anni e la guarda tutte le mattine" ho risposto "E quando trova il tempo per studiare?", ironia che non e' stata evidentemente colta... 'azz... e quando mi sono ritrovata a mangiare pizzaccia congelata in un bar putrido della 20esima con il direttore food and beverage (di cui non mi ricordavo assolutamente il nome e che continuavo a chiamare per emergenze con un "ehy!") per poi prendere un taxi verso Queens e finire a vomitare dal Queensborough Bridge ognuno dal suo finestrino... molto intimo senza dubbio.
Pensavo a queste nottate un po' buckowskiane mangiando un panino prosciutto e formaggio nella mensa l'altro ieri e mi si siede davanti Jarrett, uno che sembra un bravo ragazzo e anche dotato di un divertente punto di sarcasmo se non fosse che gli eventi lo hanno fatto diventare direttore finanziario e da completamente di matto se uno gli cancella una formula excell per sbaglio (malattie del ventesimo secolo...).
Mentre siamo lì a parlare di non so cosa inizia il tema cinema, al che gli dico che avevo visto un film che mi era proprio piaciuto al Village Cinema e quando dico "si un film indipendente..." fermi tutti: la più rapida trasformazione facciale a cui abbia mai assistito... woooo un film indipendente, prima mi ha squadrato come fossi un alieno, poi mi e' sbottato a ridere in faccia, poi ha cominciato con un po' offensivo (facendo finta di essere offeso): "No sai, scusa se non sono all'altezza ma io solo Hollywood..." ODIO i passivo-agressivi, cazzo!
Così, sicura che tanto avrei cancellato pure sta settimana una formula excell per sbaglio, gli ho sparato un rassicurante: "Guarda che tutti i martedì anche io guardo "House" alla tele" si e' subito rilassato ed il pranzo e' continuato in tranquillità, solo ogni tanto mi sembrava di notare qualche occhiata furtiva di sospetto...
Se vi eravate mai chiesti com'è l'ambiente in un impresa americana a NY (dove si credono più avanti culturalmente di qualunque altro posto al mondo) questo è un piccolo riassunto: nessun laureato americano che abbia conosciuto parla una seconda lingua a meno che la sua famiglia non sia di origine portoricana, dominicana etc...; nessun americano laureato che abbia conosciuto ha mai vissuto all'estero e la stragrande maggioranza alla domanda se fossero disposti a lasciare NY rispondono di no perchè non credono ci sia nessun altro posto bello come NY.
Quando gli chiedi dove altro sono stati... silenzio... manco fino a Boston si sono mossi.
Oggi cominciano le celebrazioni del 09/11.
Ogni tipo di special: uno era intitolato "Come credere in Dio dopo 09/11" interviste a centinaia con familiari di vittime, non uno special di approfondimento giornalistico sulle cause o sugli avvenimenti in sè, solo melodramma.
Detto questo, sembra impossibile ma NY è una città affascinante sotto molti punti di vista a cui vi rimando nei prossimi episodi.

Postato da: karestia a 14:38 | link | commenti
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martedì, 25 luglio 2006
Diario di un navigante in un paese senza mare.

V puntata: “Stand clear of the closing doors”.
 
 
E un altro amico se ne va a vivere a New York.
Sono già quattro e sembra che la Grande Mela non smetta di attrarre i talentuosi amici del sottoscritto.
Il fatto che io ci sia andato ma non sia riuscito a rimanere, vuol forse dire che l’aggettivo “talentuoso” proprio non mi si confà.
Comunque questa continua fuga di cervelli non mi dispiace affatto, dato che la folta schiera di amici residenti oltreoceano mi consentirà di poter approfittare della loro ospitalità nel momento in cui dovessi trovare irresistibile l’idea di tornare a dare un’occhiata al Central Park.
Loro ancora non lo sanno, ovviamente, ma prima o poi piomberò nei loro appartamenti di Manhattan per prendere possesso del divano, o forse anche della camera degli ospiti, visto che guadagnano tutti discretamente e magari possono permettersi un alloggio sufficientemente spazioso.
Gli ultimi due emigranti sono decisamente quelli che si sono guadagnati la promozione sul campo.
R. ha lavorato per una vita a Barcellona, scalando rapidamente i vertici dell’azienda presso cui operava ed ottenendo un’offerta a cui non si poteva dire di no.
Da quanto so è ancora in cerca di una sistemazione dove non debba convivere con la mutazione genetica di uno scarafaggio di 32 kili “ispanohablante” al modico prezzo di 900 dollari al mese, ma intanto si sta prodigando nella redazione della più completa guida di locali jazz che abbia mai visto la luce, sostenendo il terribile onere di estenuanti jam sessions solo grazie all’aiuto di una fornitura industriale di birra.
F. invece era con me a New York tre anni fa e questo mi fa sperare che ci sia una seconda opportunità anche per me, talento o meno.
Lui è al rientro da una missioncina di tutto relax in Liberia con le Nazioni Unite.
Non c’è bisogno di spiegarvi nel dettaglio la reazione che ha avuto quando gli hanno detto che sarebbe tornato all’ombra del Palazzo di Vetro, ma sembra che in quella zona dell’Africa occidentale siano iniziate a circolare voci su di un bianco che corre ininterrottamente da giorni con un enorme baule pieno di tutti i suoi averi sulle spalle, intonando a squarciagola Frank Sinatra: “... these vagabond shoes are longing to stray...”.
New York poi è talmente enorme, viva, densa, caotica, che sette mesi non mi sono bastati e ne vorrei ancora altrettanti, o forse ancora di più, per imparare a guidare al di fuori di Manhattan, per iniziare ad avere il mio ristorante preferito, per andare a mangiare in tutti gli altri, per finire di visitare il Metropolitan Museum, per salire sulle nuove torri in costruzione a Ground Zero, per ascoltare il sassofono di tutti i locali di Harlem che mi mancano, per mangiare i granchi arrosto in New Jersey, per trovarmi di fronte al set di una puntata di Law & Order, per godermi ancora una volta il sole steso in un angolo di Strawberry Field, per comprare un enorme muffin al cioccolato nel caffé sulla 110.ma in cui mi fermavo a fare colazione la domenica mattina, per sentire ancora una volta l’incomprensibile pronuncia del capotreno quando le porte della metropolitana si stanno per chiudere.
Riuscirò mai a vivere in un posto per più di qualche anno?
Non credo.
Il fatto è che dopo un po’ comincio a sognare ad occhi aperti e ripenso a tutto quello che ho visto e che ancora devo vedere e s’impadronisce di me un irrefrenabile istinto nomade, una scanzonata impazienza che mi contraddistingue da sempre e che mia nonna definiva con una metafora abbastanza efficace: “ti manca la terra sotto i piedi” mi ripeteva sempre quando, esausta, provava a convincermi a non intraprendere qualche nuova scorribanda infantile.
Da queste parti sto bene, anche se devo confessare che i Balcani erano l’ultimo posto in cui mi sarei aspettato di andare, visto che nella mia ideale scaletta delle destinazioni di un cooperante, questa la considero una sede da terza o quarta missione, dove rilassarsi un po’, ma non troppo, dopo aver visto qualche situazione peggiore.
Alla mia tenera età avrei puntato su qualcosa di meno digeribile, luoghi dove l’entusiasmo e gli ideali ti possono aiutare a superare realtà cui non riesce a giungere nemmeno l’immaginazione più pessimista ed in cui l’integrità fisica ti serve ad oltrepassare gli ostacoli di ambienti malsani e giornate calde.
Per un po’ ci sono andato vicino, ma poi sono finito qui e mi ritengo decisamente fortunato.
Ho assistito in diretta alla nascita del più giovane Stato europeo (quel Montenegro di cui avevo pronosticato l’indipendenza nella prima puntata), comincio a parlicchiare un po’ il serbo quando faccio la spesa, conosco bene sia il centro che alcune zone periferiche della città, ricordo i nomi dei politici ed ho il telefono di diversi buttafuori e camerieri che provvedono a trovarmi un tavolo quando non ho voglia di fare la fila.
Il bello di questo tipo di vita è proprio questo: ogni volta devi ricominciare da capo, devi cancellare tutto quello che hai imparato ed iniziare a cercare una soluzione ai problemi di tutti i giorni come se non lo avessi mai fatto in vita tua e nonostante ormai sappia a memoria quali sono i passi da compiere.
Alla fin fine tutte le agenzie immobiliari sono identiche, ma nessuna ti chiede la stessa percentuale sull'affitto di un appartamento ed i contratti sono diversi da paese a paese; in ogni grande città c’è una rivista che raccoglie tutti gli appuntamenti mondani della settimana, ma per capire cosa c’è in programmazione nei cinema devi trovare il canale giusto ogni volta; pasta e mozzarella le puoi trovare ovunque, ma mentre a Manhattan puoi ordinarle su internet e te le consegnano a casa quando vuoi, a Città del Guatemala devi chiedere al personale dell’ambasciata dove comprano il parmigiano.
A volte mi chiedo quanto durerà il panorama che vedo dal balcone di casa, se questa sinfonia è composta di più di quattro stagioni e se metterò mai insieme tanti oggetti personali per riempire un container.
Beati voi che partite, anche se vuol dire impacchettare tutto di nuovo, anche se ci si ritrova per l’ennesima volta soli di fronte a scatoloni di oggetti, libri, vestiti e ricordi da tirare fuori in una casa che ancora odora dei ricordi di altri.
Beati voi perchè non smettete mai di giocare e di mettervi in gioco, perchè non sapete arrendervi di fronte alla quiete di una vita quieta e perchè non vi rattrista sapere che quando vi presentano qualcuno per la prima volta, quello è l’inizio di un lungo addio.

Postato da: karestia a 15:17 | link | commenti (3)
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