Free Blogger Federico Aldrovandi manhattan | Viaggi disordinati

Appunti sparsi di un irrequieto senza fissa dimora

Eccomi

Utente: karestia
Complicato dire chi io sia, ma essenzialmente sono un viaggiatore che spera di poter vedere il piu' possibile, da piu' punti di vista, sotto diverse luci. Vorrei capire. A giudicare ci pensino gli altri.

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martedì, 13 febbraio 2007
Diario di un navigante in un paese senza mare

VII Puntata: Life is what happens to you while you’re busy making other plans (John Lennon – Beautiful Boy)
 
 
Eccomi di nuovo nel continente americano, con in testa l’idea di volare presto in Nicaragua ed una voglia matta di passare un fine settimana a New York.
L’arrivo è molto tranquillo, con il poliziotto della dogana che finge d’interessarsi a quello che farò alla World Bank, scartabella il mio passaporto soffermandosi pericolosamente sui visti di Marocco, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, poi trova quello del suo adorato Console a Roma e mi fa procedere senza dirottarmi per ulteriori controlli a Guantanamo.
Evito anche che si prendano le mie impronte digitali e la traccia fotografica della mia retina, dato che entro con uno status quasi diplomatico, e procedo verso l’uscita, con la strana sensazione di avere ancora addosso gli occhi del poliziotto.
Vorrei fare a meno di prendere il taxi, ma la mia ricerca su internet per capire come giungere in città con i mezzi pubblici non ha dato esiti positivi e le indicazioni dell’aeroporto sui trasporti a disposizione sembrano essere state disposte dalla lobby dei tassisti, con il chiaro intento d’indurre il viaggiatore ad arrendersi all’inevitabile salasso.
Ed infatti, dopo dieci minuti di vagabondaggio scarsamente proficuo, mi arrendo e pago la corsa in centro: la bellezza di 65$ che, solo dopo qualche giorno, vengo a sapere avrei potuto recuperare se avessi richiesto una ricevuta.
Ho a disposizione un appartamento di una sessantina di metri quadri, con cucina ed elettrodomestici che mi permetteranno di evitare spese inutili, il letto è sfacciatamente enorme, ma la moquette della stanza mi carica ogni tre passi di elettricità statica, con la spiacevole conseguenza che ogni volta che accendo la luce becco una scarica elettrica che mi fa imprecare in diverse lingue.
Per annullare l’effetto del jetlag esco a cena con Roberta, con cui ci eravamo visti l’ultima volta due anni prima, a Barcellona, davanti ad una squisita paella all’astice.
Mentre cammino su Pennsylvania Avenue per raggiungere il punto d’incontro, passo davanti ad una cancellata nera, dietro la quale, in fondo ad un parco di un centinaio di metri, s’intravede nella penombra un edificio basso, in stile coloniale, abbastanza anonimo se non fosse per il fatto che è isolato completamente da tutto il resto, ad una distanza notevole da altri edifici e da qualsiasi contatto con possibili intrusi.
“Ma guarda, sono davanti alla Casa Bianca...”
E mentre rifletto sbadatamente su dove mi trovo, scorro mentalmente le immagini dei film in cui l’ho vista decine di volte: imponente, maestosa, perfetta, inavvicinabile.
Niente di tutto ciò, a parte l’ultimo aggettivo; non mi sembra nulla di particolare, forse perchè è notte, ma certamente perchè ci si aspetta qualcosa di meglio da uno che governa le sorti del mondo.
Dev’essere lo stile anglosassone, a pensarci meglio.
Anche il primo ministro inglese vive in un appartamentino come tanti, di quelli che te lo immagini rientrare col latte in mano dopo aver portato il cane a fare la pipi sull’alberello di fronte.
Allora il nostro Napolitano dovrebbe governare la galassia, con quella residenza da niente in cima al Quirinale.
Forse invece è tutto inversamente proporzionale: più è piccola la residenza e più potere hai.
Da oggi starò più attento a quelli che vivono in case piccole.
La prima cosa che mi salta agli occhi è la grandissima percentuale di afroamericani, molti più che a New York, dato che secondo le stime ufficiali sono circa il 60% degli abitanti della città; inoltre sembra che la situazione di questo gruppo etnico sia molto migliore che in altre zone degli Stati Uniti, grazie ad un reddito superiore e ad una maggiore integrazione nel tessuto sociale.
Il valzer di cocktail e cibo si apre poco dopo, per terminare intorno a mezzanotte, quando il mio affaticamento e gli effetti dell’alcool prendono il completo possesso delle terminazioni nervose che governano le mie palpebre.
Salgo su un taxi il cui autista di origini arabe inizia un’interessantissima conversazione sulle molteplici infamità cui ci conduce la religione, mentre io comincio a sentire un torpore che mi avvolge e immagino che sia la stessa sensazione che provano coloro che svengono per assideramento.
Provo ad argomentare, anche se in linea di massima siamo sulla stessa lunghezza d’onda e poi sono stanco marcio e lo lascio alla sua critica delle interpretazioni mistificatrici di Bibbia e Corano.
Rientro a casa con un po’ più di serenità, dopo aver constatato per l’ennesima volta che gli “illuminati” esistono in ogni etnia, paese, gruppo sociale.
Ovviamente l’attacco di sonno svanisce nel momento esatto in cui poggio la testa sul cuscino, dato che il mio corpo ha ormai superato il limite del suo orario biologico: è convinto che siano le 7 e 30 del mattino e nonostante la stanchezza sia enorme, non riesco a dormire che per cinque orette, rigirandomi continuamente in un sonno superficiale.
Il mattino dopo è dedicato ad una passeggiata in città, con ennesimo passaggio davanti alla Casa Bianca, alla ricerca di eventuali smentite alla mia prima impressione.
Che ovviamente viene confermata.
Proseguo con un supermercato carissimo, in cui la spesa per 2 settimane mi è costata 100$, ma la nota piacevole è stata quella di aver ammutolito un autista di bus che ha litigato con tutti i passeggeri che sono scesi nelle quattro fermate del mio tragitto: appurato che era nervoso e considerato che anche io non ero proprio al massimo del buonumore dopo l’impatto ostile riservatomi dalla città, mi sono predisposto allo scontro con meticolosa precisione.
Al momento di scendere non mi ha aperto la porta, mi ha costretto ad attraversare l’intero bus per giungere all’uscita anteriore barcollando carico di buste della spesa ed infine mi ha beffardamente apostrofato dicendo: “Comunque è aperta”, riferendosi alla porta posteriore che aveva spalancato, quando ormai ero giunto davanti all’altra uscita.
E’ stato un attimo, ero tirato come la corda di un arco ed il gaglioffo non sapeva di avere di fronte un romano con una buona capacità di traduzione.
Censuro me stesso, ma vi lascio immaginare il suo sguardo quando mi sono voltato e gli ho urlato di consideare la possibilità che vi fosse anche dell’altro “aperto” nella sua vita, suggerendogli inoltre che anche sua nonna poteva condividere lo stesso tipo di condizione.
In realtà ora che ci penso ho rischiato un po’, non tanto perchè ero di fronte ad un energumeno di venti centimetri più alto e di trenta più largo, ma perchè negli ultimi anni Washington ha vinto più volte il titolo onorifico di “Capitale dell’omicidio”, con il più alto numero di morti assassinati negli Stati Uniti in rapporto alla popolazione.
Non sono andato a rimpolpare le statistiche, per cui sono ben felice di averlo visto rimanere di stucco, impossibilitato a lasciare la sua postazione di guida, in onore del suo profondo senso del dovere di lavoratore pubblico del Distretto di Columbia.
Il resto del tempo l’ho passato lavorando, andando in palestra, guardando “Friends” in versione originale.
Ah quasi dimenticavo di accennare al fatto che sono stato a New York.
Il viaggio volutamente effettuato sul pullman della Greyhound, per poter dire che anche io, una volta nella vita, sono salito su uno di quei torpedoni cromati protagonisti di tante fughe anonime dei personaggi del grande schermo; l’impatto con lo skyline di Manhattan dal New Jersey, con le luci colorate che ti fanno identificare subito l’Empire State Building, mentre l’Hudson River scorre nero sotto il George Washington Bridge; il caos della metropolitana, che ti schiaffeggia non appena spingi le porte che danno verso l’interno della Port Authority Station e ti suona in mente “Take the A train” il pezzo che compose Billy Strayhorn e divenne un classico della band di Duke Ellington; ci sali perchè, guarda caso, passa di là proprio in quel momento e ti lasci dondolare verso l’Upper West Side, dove hai già prenotato un tavolo al Cleopatra’s Needle, in tempo per vedere la fine del concerto jazz della serata, appena prima che cominci la jam session del pubblico; il freddo che s’incanala ventoso su Amsterdam Avenue, mentre ricominci a pensare a quante volte hai fatto quelle strade, a quante volte hai desiderato avere uno di quegli appartamenti che vedi pieni di libri dalla strada, con il pub in legno scuro sotto, tanto per essere sicuro che la birra non mancherà mai, magari su una strada secondaria, con un paio di alberelli e la ringhiera laccata di nero che ti accompagna sui quattro gradini verso l’ingresso; e poi il mattino luminoso, quasi troppo prima che la caffeina abbia fatto svanire il fastidio del risveglio; una vecchia signora a cui portare un mazzo di fiori e sentirla parlare del gatto, della figlia che vive lontano, di te che sei stato il primo a farle gli auguri per il compleanno, del fatto che vuole rialzarsi dalla sedia a rotelle e che vuole provare a sconfiggere la distrofia con le cellule staminali; il brunch in un buco da dieci coperti gestito da ex hippies che in uno slancio di egualitarismo iconografico mettono accanto alla Madonna, un dipinto di Shiva ed un Buddha in ceramica; Broadway, per comprare un imbrago ad una quindicina di euro meno che in Italia e per tuffarsi fra lingue e vestiti; un Deli dove comprare qualche birra e delle patatine, per un aperitivo casareccio prima della cena a Brooklyn, in un locale che sta spopolando dopo un paio di comparsate in “Sex and the City”; la notte a Williamsbourg, fra ragazzini drogati, taxiste ispaniche e retate sfiorate di cinque minuti; ancora quel freddo che ti constringe a tremare, a farti pentire di essere uscito dal locale in cui eri, anche se è tardi e domani ti devi svegliare presto; la domenica che non è mai silenziosa, dove la gente si affretta a fare ciò che ha rimandato durante la settimana, per poi chiudersi a mangiare dopo aver saltato la colazione; nella zona “bene”, quella dei portieri in livrea e dei cagnolini minuscoli con cappottini ricamati, con i palazzi puliti e la passarella che ti accompagna dal portone al taxi, casomai piovesse; un conto troppo caro per un pasto che in Italia si potrebbe definire appena sufficente; gli ultimi minuti a camminare su Lexington, verso Grand Central, uno sguardo alle Nazioni Unite, l’ingresso in stazione; ancora qualche minuto, non portatemi via ora, devo vedere soltanto l’atrio della biglietteria, con la volta celeste dipinta sul soffitto, a venti metri da terra; e poi c’è l’ultimo tratto verso la metro, fra le scale mobili e le passarelle in marmo bianco che hanno fatto da cornice al finale di “Carlito’s way”, con Al Pacino che fugge verso un treno che non prenderà mai, ammazzato davanti alla porta da Benny Blanco del Bronx; di nuovo il levriero che corre sulla fiancata del bus, stavolta in direzione opposta, lontano da tutto ciò.

Postato da: karestia a 22:58 | link | commenti
viaggi, washington, jazz, new york, manhattan, casa bianca

martedì, 25 luglio 2006
Diario di un navigante in un paese senza mare.

V puntata: “Stand clear of the closing doors”.
 
 
E un altro amico se ne va a vivere a New York.
Sono già quattro e sembra che la Grande Mela non smetta di attrarre i talentuosi amici del sottoscritto.
Il fatto che io ci sia andato ma non sia riuscito a rimanere, vuol forse dire che l’aggettivo “talentuoso” proprio non mi si confà.
Comunque questa continua fuga di cervelli non mi dispiace affatto, dato che la folta schiera di amici residenti oltreoceano mi consentirà di poter approfittare della loro ospitalità nel momento in cui dovessi trovare irresistibile l’idea di tornare a dare un’occhiata al Central Park.
Loro ancora non lo sanno, ovviamente, ma prima o poi piomberò nei loro appartamenti di Manhattan per prendere possesso del divano, o forse anche della camera degli ospiti, visto che guadagnano tutti discretamente e magari possono permettersi un alloggio sufficientemente spazioso.
Gli ultimi due emigranti sono decisamente quelli che si sono guadagnati la promozione sul campo.
R. ha lavorato per una vita a Barcellona, scalando rapidamente i vertici dell’azienda presso cui operava ed ottenendo un’offerta a cui non si poteva dire di no.
Da quanto so è ancora in cerca di una sistemazione dove non debba convivere con la mutazione genetica di uno scarafaggio di 32 kili “ispanohablante” al modico prezzo di 900 dollari al mese, ma intanto si sta prodigando nella redazione della più completa guida di locali jazz che abbia mai visto la luce, sostenendo il terribile onere di estenuanti jam sessions solo grazie all’aiuto di una fornitura industriale di birra.
F. invece era con me a New York tre anni fa e questo mi fa sperare che ci sia una seconda opportunità anche per me, talento o meno.
Lui è al rientro da una missioncina di tutto relax in Liberia con le Nazioni Unite.
Non c’è bisogno di spiegarvi nel dettaglio la reazione che ha avuto quando gli hanno detto che sarebbe tornato all’ombra del Palazzo di Vetro, ma sembra che in quella zona dell’Africa occidentale siano iniziate a circolare voci su di un bianco che corre ininterrottamente da giorni con un enorme baule pieno di tutti i suoi averi sulle spalle, intonando a squarciagola Frank Sinatra: “... these vagabond shoes are longing to stray...”.
New York poi è talmente enorme, viva, densa, caotica, che sette mesi non mi sono bastati e ne vorrei ancora altrettanti, o forse ancora di più, per imparare a guidare al di fuori di Manhattan, per iniziare ad avere il mio ristorante preferito, per andare a mangiare in tutti gli altri, per finire di visitare il Metropolitan Museum, per salire sulle nuove torri in costruzione a Ground Zero, per ascoltare il sassofono di tutti i locali di Harlem che mi mancano, per mangiare i granchi arrosto in New Jersey, per trovarmi di fronte al set di una puntata di Law & Order, per godermi ancora una volta il sole steso in un angolo di Strawberry Field, per comprare un enorme muffin al cioccolato nel caffé sulla 110.ma in cui mi fermavo a fare colazione la domenica mattina, per sentire ancora una volta l’incomprensibile pronuncia del capotreno quando le porte della metropolitana si stanno per chiudere.
Riuscirò mai a vivere in un posto per più di qualche anno?
Non credo.
Il fatto è che dopo un po’ comincio a sognare ad occhi aperti e ripenso a tutto quello che ho visto e che ancora devo vedere e s’impadronisce di me un irrefrenabile istinto nomade, una scanzonata impazienza che mi contraddistingue da sempre e che mia nonna definiva con una metafora abbastanza efficace: “ti manca la terra sotto i piedi” mi ripeteva sempre quando, esausta, provava a convincermi a non intraprendere qualche nuova scorribanda infantile.
Da queste parti sto bene, anche se devo confessare che i Balcani erano l’ultimo posto in cui mi sarei aspettato di andare, visto che nella mia ideale scaletta delle destinazioni di un cooperante, questa la considero una sede da terza o quarta missione, dove rilassarsi un po’, ma non troppo, dopo aver visto qualche situazione peggiore.
Alla mia tenera età avrei puntato su qualcosa di meno digeribile, luoghi dove l’entusiasmo e gli ideali ti possono aiutare a superare realtà cui non riesce a giungere nemmeno l’immaginazione più pessimista ed in cui l’integrità fisica ti serve ad oltrepassare gli ostacoli di ambienti malsani e giornate calde.
Per un po’ ci sono andato vicino, ma poi sono finito qui e mi ritengo decisamente fortunato.
Ho assistito in diretta alla nascita del più giovane Stato europeo (quel Montenegro di cui avevo pronosticato l’indipendenza nella prima puntata), comincio a parlicchiare un po’ il serbo quando faccio la spesa, conosco bene sia il centro che alcune zone periferiche della città, ricordo i nomi dei politici ed ho il telefono di diversi buttafuori e camerieri che provvedono a trovarmi un tavolo quando non ho voglia di fare la fila.
Il bello di questo tipo di vita è proprio questo: ogni volta devi ricominciare da capo, devi cancellare tutto quello che hai imparato ed iniziare a cercare una soluzione ai problemi di tutti i giorni come se non lo avessi mai fatto in vita tua e nonostante ormai sappia a memoria quali sono i passi da compiere.
Alla fin fine tutte le agenzie immobiliari sono identiche, ma nessuna ti chiede la stessa percentuale sull'affitto di un appartamento ed i contratti sono diversi da paese a paese; in ogni grande città c’è una rivista che raccoglie tutti gli appuntamenti mondani della settimana, ma per capire cosa c’è in programmazione nei cinema devi trovare il canale giusto ogni volta; pasta e mozzarella le puoi trovare ovunque, ma mentre a Manhattan puoi ordinarle su internet e te le consegnano a casa quando vuoi, a Città del Guatemala devi chiedere al personale dell’ambasciata dove comprano il parmigiano.
A volte mi chiedo quanto durerà il panorama che vedo dal balcone di casa, se questa sinfonia è composta di più di quattro stagioni e se metterò mai insieme tanti oggetti personali per riempire un container.
Beati voi che partite, anche se vuol dire impacchettare tutto di nuovo, anche se ci si ritrova per l’ennesima volta soli di fronte a scatoloni di oggetti, libri, vestiti e ricordi da tirare fuori in una casa che ancora odora dei ricordi di altri.
Beati voi perchè non smettete mai di giocare e di mettervi in gioco, perchè non sapete arrendervi di fronte alla quiete di una vita quieta e perchè non vi rattrista sapere che quando vi presentano qualcuno per la prima volta, quello è l’inizio di un lungo addio.

Postato da: karestia a 15:17 | link | commenti (3)
jazz, new york, guatemala, manhattan