Free Blogger Federico Aldrovandi jazz | Viaggi disordinati

Appunti sparsi di un irrequieto senza fissa dimora

Eccomi

Utente: karestia
Complicato dire chi io sia, ma essenzialmente sono un viaggiatore che spera di poter vedere il piu' possibile, da piu' punti di vista, sotto diverse luci. Vorrei capire. A giudicare ci pensino gli altri.

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venerdì, 07 settembre 2007
Divagazioni di un bancario errante

I Puntata: E tutti a ballare a Dupont Circle
 
La musica era talmente travolgente che chiunque finisse ad una distanza di meno di 20 metri dai fiati scatenati dell’orchestra veniva risucchiato come in un vortice di frenesia ritmica, impossibilitato a rimanere fermo e travolto da spasmi più o meno coordinati, a seconda del grado di abilità nella danza.
Ve lo dice uno che di fronte alla proposta di un ballo, diniega cortesemente adducendo una scusa che normalmente colpisce nel segno e spegne gli entusiasmi della intraprendente donzella: “Mi spiace, ma sono meno coordinato di una scogliera”.
Eppure quella sera, in quell’angolo di piazza gremita, anch’io accennavo un balbettio dei piedi, scuotevo l’anca in maniera oscenamente comica e mi lasciavo trasportare dallo swing improvvisato di quei musici da strada.
Anita, al mio fianco, era certa che non fossi ubriaco, dato che aveva seguito da vicino il ritmo bassamente alcolico della serata appena trascorsa, ma si ritrovava a guardarmi fra il divertito ed il sorpreso; arresasi di fronte ad anni di rifiuti quando mi si proponeva una serata in locali dove il ballo predomina, ora mi osservava incredula scimmiottare qualcosa di simile ad un assolo di danza nel bel mezzo di quella baraonda di trombe, sassofoni, clarinetti, tube e tromboni.
C’era una ragazza bionda tutta treccine che sembrava una di quelle prime file da Charleston nei film sul proibizionismo americano dei primi del ‘900, solo che lei indossava pantaloni da rapper e bracciali multicolore e ad un primo sguardo non avrei mai sospettato che fosse in grado d’imitare alla perfezione le mosse ritmate e travolgenti di Josephine Baker.
Davanti a lei un omone di colore, che le dava spalla e la rendeva ancora più credibile di fronte alla platea, formata da matrone nere enormi e sorridenti, homeless sdentati, studenti univeristari che mischiavano al ritmo un po’ di sano pogo alla Sid Vicious, coppie gay ed etero, di tutte le età e con vestiti da sera o pantaloncini da uscita libera e sacchetti della spesa.
Nel mezzo io ed Anita, che eravamo alla fine di una delle nostre prime serate a Washington DC.
Perchè è qui che ora vivo.
All’angolo fra Massachusetts Avenue e la 17sima Strada, a due passi da Dupont Circle, un po’ la Campo dei Fiori di questa città che gli statunitensi hanno deciso di rendere capitale della loro nazione.
Fatte le dovute proporzioni, ovviamente.
E mi ritrovo qui, dopo qualche settimana di organizzazione, lontano migliaia di kilometri dal mio vecchio appartamento in Arsenija Čarnojevića, Belgrado.
Si ricomincia.
Lavoro nuovo, città in un altro continente, nuovi colleghi.
E quindi nuovo titolo a queste divagazioni da condividere.
Perchè “bancario errante”?
Perchè ora lavoro per la Banca Mondiale, quindi sono un bancario, e perchè una parte del mio lavoro dovrò portarla a termine in vari paesi del mondo, errando fra una lingua e l’altra, a cominciare dallo spagnolo del Perù, dove probabilmente andrò a Dicembre.
Troppo lungo e complesso spiegare come ci sono arrivato, così ho deciso di partire subito dalle storie di tutti i giorni, per raccontare cosa c’è qui, cosa non mi aspettavo e cosa già conoscevo.
Quello che non mi aspettavo era di svegliarmi la mattina e trovare un cervo davanti alla porta finestra della casa che avevo affittato per il compleanno di Anita nell’ultimo fine settimana di Agosto.
Io in mutande e lui con la bocca piena di foglie, nessuno dei due con un’espressione particolarmente intelligente.
Già, perchè non mi venite a dire che se decidete di fare una sorpresa alla vostra compagna e la portate in una baita isolata in montagna nel bel mezzo della Virginia, vi aspettate una cosa del genere.
Io pensavo che saremmo stati a poche centinaia di metri dalla civiltà, con una bella vista su una vallata ed una Jacuzzi nel bagno.
Invece no!
Assoluto silenzio radio, con i cellulari che hanno smesso di funzionare a 10 miglia dall’arrivo, verde a perdita d’occhio, foreste intatte e fitte, autostrade enormi che lambivano gli alberi e poi viuzze sterrate, inerpicate nella vegetazione che smette di circondare la macchina solo quando si giunge nei pressi della enorme baita, punto finale del viaggio.
Ad accoglierci Judy e Richard, ex dipendenti della Banca Mondiale in pensione.
Ho letto una volta che il motivo per cui le donne parlano di più degli uomini, risiede nel maggiore sviluppo che in esse ha la parte del cervello deputata a tale funzione; inoltre, nello stesso libro, ho letto che al termine di una giornata le donne hanno utilizzato mediamente 20.000 parole, contro le 7.000 di un uomo.
Ciò causa spesso problemi di coppia la sera, quando il maschio siede a tavola, mangia e bofonchia si e no qualche muggito, mentre lei si prodiga nel dettagliato resoconto della giornata.
Tornando a Richard e Judy, essendo assolutamente isolati dal resto del mondo, rappresentavano un esempio perfetto della questione, con lei che aveva da parte in arretrato almeno qualche milione di parole in attesa di essere proferite a qualcuno e lui che ormai s’era abituato ad usarne anche meno della metà di quelle di cui aveva bisogno nel mondo civile.
Il risultato è stato un assalto logorroico da parte della simpatica ed ospitale padrona di casa, la quale mi ha ripetuto tutto ciò che aveva già scritto nelle dettagliate email ed ha infarcito ogni frase con domande a cui non mi lasciava rispondere.
Anita nel frattempo era in una fase di trance da jet-lag che le impediva di reagire agli stimoli esterni con prontezza, per cui sorrideva beatamente, senza mascherare affatto la sua totale incapacità di seguire una sola virgola del discorso.
Liberatici dell’arzilla anfitriona, abbiamo scelto la camera da letto fra le due disponibili, prenotato il ristorante più vicino e ci siamo tuffati nel cibo più sorprendente degli ultimi anni.
La Thornton River Grille è un ristorante tutto in legno, con la cucina a vista ed un menù davvero particolare, nel cuore di Sperryville, una cittadina fuori dagli Stati Uniti, totalmente priva di catene multinazionali, piena di piccole botteghe di artisti locali e negozi di modernariato, con un unico forno che prepara deliziosi muffin e torte ai mirtilli da delirio dei sensi.
Insomma, tutto quello che non t’immagini di trovare nell’America di provincia.
Il fine settimana è proseguito con una passeggiata a cavallo in cui mi sono sentito John Wayne, in sella al mio purosangue Sugar, fra alberi di mele e dolci colline.
Avevo un elmetto di carbonio in testa che mi faceva sembrare il falso alieno sezionato nel falso video sull’Area 51, faceva un caldo che sudavo come un ippopotamo eccitato, ma stavo cavalcando in America, in sella al purosangue Sugar.
Tanto per farvi capire quant’era eccitante la cosa, vi posso solo aggiungere che ad accompagnarci nella passeggiata c’erano Ethel, una tredicenne che cavalcava dall’età di 3, ed il fratellino minore, non più alto di un metro e venti, ma taciturno e serio come un vero cow-boy, tanto che pensavo che da un momento all’altro avrebbe tirato fuori da una tasca il tabacco da masticare, per dedicarsi a sputare a terra boccate di saliva nera.
L’epilogo degno di nota s’è materializzato la notte prima della partenza, quando mi accingevo a preparare un piatto di pasta con i funghi da innaffiare con un ottimo vino locale.
Tempesta da film catastrofico e improvviso blackout.
Due secondi dopo ci ritroviamo Judy alla porta di casa, con torce, candele e acqua, che ci spiega l’accaduto, nel caso noi europei non avessimo chiaro il concetto di blackout, e ci offre di andare da loro a goderci la luce del generatore a benzina, in attesa del ritorno della corrente elettrica nella nostra baita.
Ovviamente avrei preferito vagare nei boschi alla ricerca di un Grizzly con cui giocare allo schiaffo del soldato, piuttosto che sorbirmi la logorrea della nostra amabile vicina, per cui abbiamo gentilmente declinato, aggiungendo che la Thornton River Grille ci attendeva per un bis della sera precedente.
Al ritorno a casa Anita s’è fatta prendere da un sottile ed insidioso senso di panico per la situazione contingente.
In effetti ho effettuato rapidamente una valutazione della situazione: in Italia nessuno sapeva dov’eravamo e d’altra parte non avevo dato l’indirizzo esatto nemmeno ai miei contatti americani; eravamo nel bel mezzo del nulla, isolati da altre forme di vita umana da almeno un’ora di cammino in boschi bui e popolati di animali selvatici; avevo trovato l’indirizzo della casa su internet ed eravamo arrivati lì con un’auto a noleggio; la casa era enorme ed assolutamente penetrabile dall’esterno; l'elettricità non era tornata e ciò aggiungeva un tocco spettrale ad ombre e rumori; ciliegina sulla torta, al rientro ci troviamo i coniugi pensionati che ci salutano dalla finestra della loro casa, illuminati da dietro in uno scenario a metà fra “Arsenico e vecchi merletti” ed un film di Hitchcock.
Ed il panico ovviamente s’è insinuato virulento anche in me.
In conclusione, ho dormito due ore, dato che, ostentando sicumera e virile sprezzo del pericolo per calmare le fobie irrazionali di Anita, sono riuscito nell’intento di farla addormentare fra lampi e tuoni, ma ho atteso tutta la notte il colpo d’accetta che avrebbe fatto partire la follia omicida della loquace Judy, mentre il taciturno Richard avrebbe iniziato a demolire le pareti di legno con la sua motosega da 150 cavalli.
Un perfetto film horror, con tanto di bella che urla disperata sul letto ma poi alla fine si salva e l’unico che crepa subito squartato è lui!
Mettetevi un po’ nei miei panni, voi avreste dormito?
Il risveglio di Anita è stato quello di una bambina di 6 anni al primo giorno di vacanze estive che non vede l’ora di andare a provare la nuova bicicletta nel parco vicino casa.
Il mio assomigliava più a quello di un paziente allettato a cui devono fare una rettoscopia ed ha scambiato l’aspirapolvere con il sondino dell’ecografo.
Ma poi la Skyline Drive ha rimesso tutto a posto e ci siamo goduti questa striscia di strada che corre sulla vetta di una catena montuosa, fermandoci ad ogni belvedere per osservare il panorama e goderci il fresco della mattina.
Uno stop in Virginia a fare spesa in un megastore Kmart, la riconsegna del veicolo all’aeroporto, due passi nel nostro nuovo quartiere prima di affrontare la settimana alle porte.
Poi quel concerto improvvisato pochi giorni fa.
Ed il ritorno a casa mano nella mano, con il CD artigianale acquistato a 10 dollari e la musica della Congregation of Peace for All People Orchestra nelle orecchie.

Postato da: karestia a 19:47 | link | commenti (5)
washington, jazz, belgrado

mercoledì, 21 marzo 2007
Un'italiana nella Grande Mela

X puntata: Cosmos & blood in the Village
 
 
9 p.m.
Bar.
Alcolizzandoci in finestra.
Seduta su un divano rappezzato bevevo il mio Cosmo quotidiano.
Faceva caldo, la primavera sembrava essere arrivata.
Gorka fumava sigarette a caro prezzo.
Diego raccontava vite di cantanti Folk di cui neanche la loro madre sa il nome.
Francesca mostrava scarpe nuove.
Tiziana controllava il territorio.
Lo stereo del locale suonava una canzone dei “The Killers”.
Una luce ci illuminava… la fama?
Diego dice: “Hay un meneo”.
“Meneo?”.
Traduzione di Tiziana: “Qualcosa bolle in pentola”.
Io: “Tiziana sei pronta per mandare il Cv allo Zingarelli e forse ti prendono per i corsi di spagnolo della terza età”.
Davanti a noi qualcosa bolliva in pentola… la pentola illuminata da 3 fari di elicottero stile Red Carpet degli Oscar.
La NYPD era più numerosa che nella puntata di chiusura di CSI.
Il gesso cominciava a fare figurine sul cemento.
Cadaveri.
Satellite di Fox News.
Live on National Tv a reti unificate.
Diego è stato seguito nel bagno dalla polizia.
Non abbiamo mai saputo se in quel bagno ha perso un qualche tipo di verginità.
Terrore.
“Scusi un altro Cosmo…”.
Un cartello sull’edificio di fronte inneggiava: “Peace in the world”.
Fox godeva come un porco per questa coincidenza.
Che è successo?
Cazzo che è successo?
Versioni:
- hanno sparato a un barista
- hanno sparato a un barista e un poliziotto
- hanno sparato e un barista e due poliziotti
- hanno sparato a tutti , tutti morti
Tutte le versioni vere.
“Vabbe’ raga’ chi ha fame?”.
Il Massacro era stato in pizzeria.
Di che avete voglia?
All’unanimità: “Pizza”.
Un pacchetto di sigarette: 7 dollari
Un cheesburger con american cheese (de plastica): 12 dollari
Entrata per il Moma: 20 dollari
Biglietto metro 7 giorni: 24 dollari
Una notte jazz al Village Vannguard: 35 dollari
Una chitarra per Diego (che non è mai stata comprata ma che è stato l'obiettivo e la paranoia di una settimana): 2000 dollari
Massacro al Village: non ha prezzo
Per il tutto il resto c’è Master Card.

Postato da: karestia a 09:47 | link | commenti (1)
jazz

martedì, 13 febbraio 2007
Diario di un navigante in un paese senza mare

VII Puntata: Life is what happens to you while you’re busy making other plans (John Lennon – Beautiful Boy)
 
 
Eccomi di nuovo nel continente americano, con in testa l’idea di volare presto in Nicaragua ed una voglia matta di passare un fine settimana a New York.
L’arrivo è molto tranquillo, con il poliziotto della dogana che finge d’interessarsi a quello che farò alla World Bank, scartabella il mio passaporto soffermandosi pericolosamente sui visti di Marocco, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, poi trova quello del suo adorato Console a Roma e mi fa procedere senza dirottarmi per ulteriori controlli a Guantanamo.
Evito anche che si prendano le mie impronte digitali e la traccia fotografica della mia retina, dato che entro con uno status quasi diplomatico, e procedo verso l’uscita, con la strana sensazione di avere ancora addosso gli occhi del poliziotto.
Vorrei fare a meno di prendere il taxi, ma la mia ricerca su internet per capire come giungere in città con i mezzi pubblici non ha dato esiti positivi e le indicazioni dell’aeroporto sui trasporti a disposizione sembrano essere state disposte dalla lobby dei tassisti, con il chiaro intento d’indurre il viaggiatore ad arrendersi all’inevitabile salasso.
Ed infatti, dopo dieci minuti di vagabondaggio scarsamente proficuo, mi arrendo e pago la corsa in centro: la bellezza di 65$ che, solo dopo qualche giorno, vengo a sapere avrei potuto recuperare se avessi richiesto una ricevuta.
Ho a disposizione un appartamento di una sessantina di metri quadri, con cucina ed elettrodomestici che mi permetteranno di evitare spese inutili, il letto è sfacciatamente enorme, ma la moquette della stanza mi carica ogni tre passi di elettricità statica, con la spiacevole conseguenza che ogni volta che accendo la luce becco una scarica elettrica che mi fa imprecare in diverse lingue.
Per annullare l’effetto del jetlag esco a cena con Roberta, con cui ci eravamo visti l’ultima volta due anni prima, a Barcellona, davanti ad una squisita paella all’astice.
Mentre cammino su Pennsylvania Avenue per raggiungere il punto d’incontro, passo davanti ad una cancellata nera, dietro la quale, in fondo ad un parco di un centinaio di metri, s’intravede nella penombra un edificio basso, in stile coloniale, abbastanza anonimo se non fosse per il fatto che è isolato completamente da tutto il resto, ad una distanza notevole da altri edifici e da qualsiasi contatto con possibili intrusi.
“Ma guarda, sono davanti alla Casa Bianca...”
E mentre rifletto sbadatamente su dove mi trovo, scorro mentalmente le immagini dei film in cui l’ho vista decine di volte: imponente, maestosa, perfetta, inavvicinabile.
Niente di tutto ciò, a parte l’ultimo aggettivo; non mi sembra nulla di particolare, forse perchè è notte, ma certamente perchè ci si aspetta qualcosa di meglio da uno che governa le sorti del mondo.
Dev’essere lo stile anglosassone, a pensarci meglio.
Anche il primo ministro inglese vive in un appartamentino come tanti, di quelli che te lo immagini rientrare col latte in mano dopo aver portato il cane a fare la pipi sull’alberello di fronte.
Allora il nostro Napolitano dovrebbe governare la galassia, con quella residenza da niente in cima al Quirinale.
Forse invece è tutto inversamente proporzionale: più è piccola la residenza e più potere hai.
Da oggi starò più attento a quelli che vivono in case piccole.
La prima cosa che mi salta agli occhi è la grandissima percentuale di afroamericani, molti più che a New York, dato che secondo le stime ufficiali sono circa il 60% degli abitanti della città; inoltre sembra che la situazione di questo gruppo etnico sia molto migliore che in altre zone degli Stati Uniti, grazie ad un reddito superiore e ad una maggiore integrazione nel tessuto sociale.
Il valzer di cocktail e cibo si apre poco dopo, per terminare intorno a mezzanotte, quando il mio affaticamento e gli effetti dell’alcool prendono il completo possesso delle terminazioni nervose che governano le mie palpebre.
Salgo su un taxi il cui autista di origini arabe inizia un’interessantissima conversazione sulle molteplici infamità cui ci conduce la religione, mentre io comincio a sentire un torpore che mi avvolge e immagino che sia la stessa sensazione che provano coloro che svengono per assideramento.
Provo ad argomentare, anche se in linea di massima siamo sulla stessa lunghezza d’onda e poi sono stanco marcio e lo lascio alla sua critica delle interpretazioni mistificatrici di Bibbia e Corano.
Rientro a casa con un po’ più di serenità, dopo aver constatato per l’ennesima volta che gli “illuminati” esistono in ogni etnia, paese, gruppo sociale.
Ovviamente l’attacco di sonno svanisce nel momento esatto in cui poggio la testa sul cuscino, dato che il mio corpo ha ormai superato il limite del suo orario biologico: è convinto che siano le 7 e 30 del mattino e nonostante la stanchezza sia enorme, non riesco a dormire che per cinque orette, rigirandomi continuamente in un sonno superficiale.
Il mattino dopo è dedicato ad una passeggiata in città, con ennesimo passaggio davanti alla Casa Bianca, alla ricerca di eventuali smentite alla mia prima impressione.
Che ovviamente viene confermata.
Proseguo con un supermercato carissimo, in cui la spesa per 2 settimane mi è costata 100$, ma la nota piacevole è stata quella di aver ammutolito un autista di bus che ha litigato con tutti i passeggeri che sono scesi nelle quattro fermate del mio tragitto: appurato che era nervoso e considerato che anche io non ero proprio al massimo del buonumore dopo l’impatto ostile riservatomi dalla città, mi sono predisposto allo scontro con meticolosa precisione.
Al momento di scendere non mi ha aperto la porta, mi ha costretto ad attraversare l’intero bus per giungere all’uscita anteriore barcollando carico di buste della spesa ed infine mi ha beffardamente apostrofato dicendo: “Comunque è aperta”, riferendosi alla porta posteriore che aveva spalancato, quando ormai ero giunto davanti all’altra uscita.
E’ stato un attimo, ero tirato come la corda di un arco ed il gaglioffo non sapeva di avere di fronte un romano con una buona capacità di traduzione.
Censuro me stesso, ma vi lascio immaginare il suo sguardo quando mi sono voltato e gli ho urlato di consideare la possibilità che vi fosse anche dell’altro “aperto” nella sua vita, suggerendogli inoltre che anche sua nonna poteva condividere lo stesso tipo di condizione.
In realtà ora che ci penso ho rischiato un po’, non tanto perchè ero di fronte ad un energumeno di venti centimetri più alto e di trenta più largo, ma perchè negli ultimi anni Washington ha vinto più volte il titolo onorifico di “Capitale dell’omicidio”, con il più alto numero di morti assassinati negli Stati Uniti in rapporto alla popolazione.
Non sono andato a rimpolpare le statistiche, per cui sono ben felice di averlo visto rimanere di stucco, impossibilitato a lasciare la sua postazione di guida, in onore del suo profondo senso del dovere di lavoratore pubblico del Distretto di Columbia.
Il resto del tempo l’ho passato lavorando, andando in palestra, guardando “Friends” in versione originale.
Ah quasi dimenticavo di accennare al fatto che sono stato a New York.
Il viaggio volutamente effettuato sul pullman della Greyhound, per poter dire che anche io, una volta nella vita, sono salito su uno di quei torpedoni cromati protagonisti di tante fughe anonime dei personaggi del grande schermo; l’impatto con lo skyline di Manhattan dal New Jersey, con le luci colorate che ti fanno identificare subito l’Empire State Building, mentre l’Hudson River scorre nero sotto il George Washington Bridge; il caos della metropolitana, che ti schiaffeggia non appena spingi le porte che danno verso l’interno della Port Authority Station e ti suona in mente “Take the A train” il pezzo che compose Billy Strayhorn e divenne un classico della band di Duke Ellington; ci sali perchè, guarda caso, passa di là proprio in quel momento e ti lasci dondolare verso l’Upper West Side, dove hai già prenotato un tavolo al Cleopatra’s Needle, in tempo per vedere la fine del concerto jazz della serata, appena prima che cominci la jam session del pubblico; il freddo che s’incanala ventoso su Amsterdam Avenue, mentre ricominci a pensare a quante volte hai fatto quelle strade, a quante volte hai desiderato avere uno di quegli appartamenti che vedi pieni di libri dalla strada, con il pub in legno scuro sotto, tanto per essere sicuro che la birra non mancherà mai, magari su una strada secondaria, con un paio di alberelli e la ringhiera laccata di nero che ti accompagna sui quattro gradini verso l’ingresso; e poi il mattino luminoso, quasi troppo prima che la caffeina abbia fatto svanire il fastidio del risveglio; una vecchia signora a cui portare un mazzo di fiori e sentirla parlare del gatto, della figlia che vive lontano, di te che sei stato il primo a farle gli auguri per il compleanno, del fatto che vuole rialzarsi dalla sedia a rotelle e che vuole provare a sconfiggere la distrofia con le cellule staminali; il brunch in un buco da dieci coperti gestito da ex hippies che in uno slancio di egualitarismo iconografico mettono accanto alla Madonna, un dipinto di Shiva ed un Buddha in ceramica; Broadway, per comprare un imbrago ad una quindicina di euro meno che in Italia e per tuffarsi fra lingue e vestiti; un Deli dove comprare qualche birra e delle patatine, per un aperitivo casareccio prima della cena a Brooklyn, in un locale che sta spopolando dopo un paio di comparsate in “Sex and the City”; la notte a Williamsbourg, fra ragazzini drogati, taxiste ispaniche e retate sfiorate di cinque minuti; ancora quel freddo che ti constringe a tremare, a farti pentire di essere uscito dal locale in cui eri, anche se è tardi e domani ti devi svegliare presto; la domenica che non è mai silenziosa, dove la gente si affretta a fare ciò che ha rimandato durante la settimana, per poi chiudersi a mangiare dopo aver saltato la colazione; nella zona “bene”, quella dei portieri in livrea e dei cagnolini minuscoli con cappottini ricamati, con i palazzi puliti e la passarella che ti accompagna dal portone al taxi, casomai piovesse; un conto troppo caro per un pasto che in Italia si potrebbe definire appena sufficente; gli ultimi minuti a camminare su Lexington, verso Grand Central, uno sguardo alle Nazioni Unite, l’ingresso in stazione; ancora qualche minuto, non portatemi via ora, devo vedere soltanto l’atrio della biglietteria, con la volta celeste dipinta sul soffitto, a venti metri da terra; e poi c’è l’ultimo tratto verso la metro, fra le scale mobili e le passarelle in marmo bianco che hanno fatto da cornice al finale di “Carlito’s way”, con Al Pacino che fugge verso un treno che non prenderà mai, ammazzato davanti alla porta da Benny Blanco del Bronx; di nuovo il levriero che corre sulla fiancata del bus, stavolta in direzione opposta, lontano da tutto ciò.

Postato da: karestia a 22:58 | link | commenti
viaggi, washington, jazz, new york, manhattan, casa bianca

giovedì, 08 febbraio 2007
Un’italiana nella Grande Mela

VII Puntata: Washington D.C.


Il buon Carlo mi chiama e mi fa': "Vado a Washington a lavorare per la Banca Mondiale saró lí per due settimane prima che mi inviino in missione in Nicaragua".
E' stato un attimo... mi sono immaginata avvolta in un cappotto nero al lato del Potomac con un cappello leggermente inclinato sul davanti passando una copia del Washington Post al mio vecchio amico con dentro codici segreti... dicendo nel salutarci senza un bacio o un abbraccio qualcosa ad effetto tipo: “Ora non combatto piú per niente, meno che per me. Mi interessa una sola cosa: me stesso".
Insomma sono andata in delirio spionistico.
Ma non è colpa mia... i fatti hanno avuto il loro peso:
1) Dormivo all'Hotel della compagnia a Pentagon City, dalla finestra si vedeva quella bella figura geometrica spiaccicata come una figurina.
Breve digressione fashion sul look autunno\inverno made in Pentagon City: elegante e sempre casual mimetica maculata, i cui pantaloni creano un gioioso sbuffo sul polpaccio ricadendo in pieghe dentro i sempre di moda anfibi.
O, per una serata in compagnia, vi consigliamo un fantastico completo blu decorato con nastrini e medaglie dai colori vivaci e attuali... con la mia rinomata timidezza ho chiesto a uno di 40 anni che cosa rappresentassero quelle 4 file di stellette: "Una fila per ogni guerra che ho combattuto".
Oh, 40 anni... come ha fatto?
E cosi Carlo mi aiuta nel conto "Iraq - Desert Storm, Yugoslavia, Afghanistan e Iraq – Enduring Freedom”.
E giá siamo a 4.
E noi che sbadigliamo quando i nonni cominciano con "ehhhh...quando c'era la Guerra...".
Il nostro passato remoto é il loro presente, se non futuro anteriore.
2) Rilassatevi a Pentagon City: un bagno in piscina scioglierá la tensione!
Adesso se in piscina ci siete solo voi e una donna sui 60 (che ancora non so chi fosse) e, seduto a un tavolino un uomo completamente vestito con tanto di scarpe e zaino nero che avvolge una pistola (c'avevo gli occhi che bruciavano di cloro per riuscire a tenerli il piú aperti possible) in un asciugamano e con estrema naturalezza la appoggia nello zaino... beh se vi trovate in questa situazione non fate come me: 20 vasche alla media di Rosolino per poi chiudervi in sauna fino a farvi venire la pelle color aragosta pensando “qua un uomo con le scarpe nere non ci puo entrare!”.
Credo che potremmo definire questa solida e razionale reazione come "paura".
3) Non fatevi influenzare dalla cittá fantasma: costruita a uso e consumo di Ministeri e Uffici Governativi.
Cosa ho visto?
Bandiere americane, tante, dappertutto.
Sotto l'obelisco ce ne sono talmente tante mosse dal vento che se chiudete gli occhi potete credere di essere in porto a Ventotene e sentire il rumore delle vele.
Cecchini, in tutina nera aderente, sui tetti della Casa Bianca che vi puntano il cannocchiale contro e vi assicuro che il pacchetto di sigarette lo tirate fuori al rallentatore... e gli scoiattoli del giardino li guardate con sospetto.
L'idea di Carlo che siano imbottiti di tritolo e usati come mine antiuomo non mi sembra poi cosi ridicola.
4) Come sono gli abitanti di DC?
A Georgetown abbiamo visto una macchina parcheggiata all'ingresso di un garage.
Il padrone di casa ha lasciato una nota sulla macchina che diceva "A causa della sua sosta sul passo carrabile non sono potuto uscire con la mia macchina. This is against the law. I called the police".
Mentre vi fanno multare e chiamano il carro attrezzi vi fanno pure, giá che ci sono, un rapido ripasso di diritto.
E vi ricordano che siete degli sporchi criminali, come chi beve birra per strada senza usare il sacchetto di carta...
Come ci siamo difesi dalla pressione governativa????
- con un Sunday brunch in un locale di 100 anni fa in legno scuro di fronte a una centrale elettrica davvero poco invitante ma che dentro ci ha sorpreso con gruppo jazz dal vivo, champagne finchè non muori per un'embolia dovuta alle bollicine ingoiate, e cibo dallo stile New Orleans.
- con cosmopolitan a raffica prima di cena.
- con cena al ristorante Jaleo di José Andres (Gorka questo é stato davvero un sacrificio ma l'ho fatto solo per te!!! Era tutto "de primera"!!!! Per una critica gastronomica piú dettagliata ti scrivo in privato...)
- con La Galleria Nazionale d'Arte e l'esposizione di Jasper Johns
- con il negozio di souvenir della Nasa: Danilo sono stata a un passo da mandarti per posta un meraviglioso pacco con dentro la Barbie Astronauta (nera per dare un colpo completo al concetto di pari opportunitá) con la sua tutina azzura e lo shuttle privato alto quanto dal piede al suo ginocchio! Solo l'idea della tua faccia nel vederlo ne sarebbe valsa la pena!
- con sane chiacchiere tra vecchi amici, e un ringiovanito accento romano (che sfodero nelle occasioni speciali)
Adesso basta, silenzio... sono di nuovo a NY!
E per difendermi dal casino e dal rumore che mi è mancato tanto questo fine settimana m’infilo l'Ipod nelle orecchie... donna piena di contraddizioni...

P.S. Washington è considerata la cittá dei Musei, perché ce ne sono diversi, ma soprattutto perché sono tutti gratis!
Ne elenco di interessanti:
- Freer Gallery la cui esposizione s’intitola "Tea Bowls in Bloom: botanical decoration on tea ceremony ceramic"
- International Spy Museum (tanto per rimanere in tema)
- National Museum of American Jewish military history
E potrei andare avanti...

Postato da: karestia a 18:32 | link | commenti
washington, jazz, casa bianca

martedì, 25 luglio 2006
Diario di un navigante in un paese senza mare.

V puntata: “Stand clear of the closing doors”.
 
 
E un altro amico se ne va a vivere a New York.
Sono già quattro e sembra che la Grande Mela non smetta di attrarre i talentuosi amici del sottoscritto.
Il fatto che io ci sia andato ma non sia riuscito a rimanere, vuol forse dire che l’aggettivo “talentuoso” proprio non mi si confà.
Comunque questa continua fuga di cervelli non mi dispiace affatto, dato che la folta schiera di amici residenti oltreoceano mi consentirà di poter approfittare della loro ospitalità nel momento in cui dovessi trovare irresistibile l’idea di tornare a dare un’occhiata al Central Park.
Loro ancora non lo sanno, ovviamente, ma prima o poi piomberò nei loro appartamenti di Manhattan per prendere possesso del divano, o forse anche della camera degli ospiti, visto che guadagnano tutti discretamente e magari possono permettersi un alloggio sufficientemente spazioso.
Gli ultimi due emigranti sono decisamente quelli che si sono guadagnati la promozione sul campo.
R. ha lavorato per una vita a Barcellona, scalando rapidamente i vertici dell’azienda presso cui operava ed ottenendo un’offerta a cui non si poteva dire di no.
Da quanto so è ancora in cerca di una sistemazione dove non debba convivere con la mutazione genetica di uno scarafaggio di 32 kili “ispanohablante” al modico prezzo di 900 dollari al mese, ma intanto si sta prodigando nella redazione della più completa guida di locali jazz che abbia mai visto la luce, sostenendo il terribile onere di estenuanti jam sessions solo grazie all’aiuto di una fornitura industriale di birra.
F. invece era con me a New York tre anni fa e questo mi fa sperare che ci sia una seconda opportunità anche per me, talento o meno.
Lui è al rientro da una missioncina di tutto relax in Liberia con le Nazioni Unite.
Non c’è bisogno di spiegarvi nel dettaglio la reazione che ha avuto quando gli hanno detto che sarebbe tornato all’ombra del Palazzo di Vetro, ma sembra che in quella zona dell’Africa occidentale siano iniziate a circolare voci su di un bianco che corre ininterrottamente da giorni con un enorme baule pieno di tutti i suoi averi sulle spalle, intonando a squarciagola Frank Sinatra: “... these vagabond shoes are longing to stray...”.
New York poi è talmente enorme, viva, densa, caotica, che sette mesi non mi sono bastati e ne vorrei ancora altrettanti, o forse ancora di più, per imparare a guidare al di fuori di Manhattan, per iniziare ad avere il mio ristorante preferito, per andare a mangiare in tutti gli altri, per finire di visitare il Metropolitan Museum, per salire sulle nuove torri in costruzione a Ground Zero, per ascoltare il sassofono di tutti i locali di Harlem che mi mancano, per mangiare i granchi arrosto in New Jersey, per trovarmi di fronte al set di una puntata di Law & Order, per godermi ancora una volta il sole steso in un angolo di Strawberry Field, per comprare un enorme muffin al cioccolato nel caffé sulla 110.ma in cui mi fermavo a fare colazione la domenica mattina, per sentire ancora una volta l’incomprensibile pronuncia del capotreno quando le porte della metropolitana si stanno per chiudere.
Riuscirò mai a vivere in un posto per più di qualche anno?
Non credo.
Il fatto è che dopo un po’ comincio a sognare ad occhi aperti e ripenso a tutto quello che ho visto e che ancora devo vedere e s’impadronisce di me un irrefrenabile istinto nomade, una scanzonata impazienza che mi contraddistingue da sempre e che mia nonna definiva con una metafora abbastanza efficace: “ti manca la terra sotto i piedi” mi ripeteva sempre quando, esausta, provava a convincermi a non intraprendere qualche nuova scorribanda infantile.
Da queste parti sto bene, anche se devo confessare che i Balcani erano l’ultimo posto in cui mi sarei aspettato di andare, visto che nella mia ideale scaletta delle destinazioni di un cooperante, questa la considero una sede da terza o quarta missione, dove rilassarsi un po’, ma non troppo, dopo aver visto qualche situazione peggiore.
Alla mia tenera età avrei puntato su qualcosa di meno digeribile, luoghi dove l’entusiasmo e gli ideali ti possono aiutare a superare realtà cui non riesce a giungere nemmeno l’immaginazione più pessimista ed in cui l’integrità fisica ti serve ad oltrepassare gli ostacoli di ambienti malsani e giornate calde.
Per un po’ ci sono andato vicino, ma poi sono finito qui e mi ritengo decisamente fortunato.
Ho assistito in diretta alla nascita del più giovane Stato europeo (quel Montenegro di cui avevo pronosticato l’indipendenza nella prima puntata), comincio a parlicchiare un po’ il serbo quando faccio la spesa, conosco bene sia il centro che alcune zone periferiche della città, ricordo i nomi dei politici ed ho il telefono di diversi buttafuori e camerieri che provvedono a trovarmi un tavolo quando non ho voglia di fare la fila.
Il bello di questo tipo di vita è proprio questo: ogni volta devi ricominciare da capo, devi cancellare tutto quello che hai imparato ed iniziare a cercare una soluzione ai problemi di tutti i giorni come se non lo avessi mai fatto in vita tua e nonostante ormai sappia a memoria quali sono i passi da compiere.
Alla fin fine tutte le agenzie immobiliari sono identiche, ma nessuna ti chiede la stessa percentuale sull'affitto di un appartamento ed i contratti sono diversi da paese a paese; in ogni grande città c’è una rivista che raccoglie tutti gli appuntamenti mondani della settimana, ma per capire cosa c’è in programmazione nei cinema devi trovare il canale giusto ogni volta; pasta e mozzarella le puoi trovare ovunque, ma mentre a Manhattan puoi ordinarle su internet e te le consegnano a casa quando vuoi, a Città del Guatemala devi chiedere al personale dell’ambasciata dove comprano il parmigiano.
A volte mi chiedo quanto durerà il panorama che vedo dal balcone di casa, se questa sinfonia è composta di più di quattro stagioni e se metterò mai insieme tanti oggetti personali per riempire un container.
Beati voi che partite, anche se vuol dire impacchettare tutto di nuovo, anche se ci si ritrova per l’ennesima volta soli di fronte a scatoloni di oggetti, libri, vestiti e ricordi da tirare fuori in una casa che ancora odora dei ricordi di altri.
Beati voi perchè non smettete mai di giocare e di mettervi in gioco, perchè non sapete arrendervi di fronte alla quiete di una vita quieta e perchè non vi rattrista sapere che quando vi presentano qualcuno per la prima volta, quello è l’inizio di un lungo addio.

Postato da: karestia a 15:17 | link | commenti (3)
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