VIII Puntata: E qui invece di mari ce ne sono due…
Stavolta mi risulta difficile trovare l’incipit giusto, perché non so se cominciare dicendovi che in Honduras c’ero già stato e quindi non ho potuto piantare la 26esima bandierina sul mappamondo in cui segno i paesi del globo su cui ho poggiato il piede almeno una volta, oppure parlare dall’inizio di Tegucigalpa, in assoluto una delle città più brutte che abbia mai visto.
E considerate che una simile affermazione viene da uno che giudica decente anche Brescia.
Oppure potrei aggiornarvi sulle mie peripezie aeree, sbattuto fra un continente e l’altro e preda dei controlli incrociati di mille doganieri; magari però v’interessa di più il lato sociale della questione e vorreste sapere cosa c’è di nuovo nel panorama dello sviluppo economico hondureño.
Tutto insieme risulterebbe un calderone immenso, in cui si potrebbe perdere di vista il senso di questa puntata.
Ma in fin dei conti questa potrebbe essere una puntata di cesura col passato, in grado di dare un diverso taglio a ciò che va profilandosi all’orizzonte, ovvero la chiusura del Diario di un navigante e l’apertura di qualcos’altro, considerando che quel titolo era collegato alla mia permanenza in Serbia e che tale permanenza non solo s’è ormai interrotta da tempo, ma sembra anche difficilmente rinnovabile.
Ma cominciamo a scrivere, altrimenti v’annoiate.
Il piano di voli d’andata prevede una notte di riposo a Houston dopo aver fatto scalo a Newark: mi comincio a preparare con due delle città più indecenti degli Stati Uniti per non sobbalzare di fronte alla visione di Tegucigalpa.
Ovviamente mi stordisco con una cena a base di colesterolo e sostanze plastiche varie, che però deve essere stato il risultato migliore raggiunto negli ultimi anni dallo chef dell’infame albergo in cui soggiornavo, dato che mi chiedeva continuamente se andasse tutto bene, gioioso e tronfio dall’alto dei suoi 185 cm cosparsi di lardo e sudore.
In realtà credo che fosse più la mia faccia disgustata a preoccuparlo, memore del fatto che non aveva ripassato bene la manovra di Heimlic che, per chi non lo sapesse, è appesa in tutti i ristoranti degli Stati Uniti a ricordarti che da un momento all’altro ti potresti strozzare con quel tenero bocconcino che ti stai gustando, quindi invece di pensare alla bella serata che stai passando con la gnocca che hai davanti, dovresti grattarti lo scroto e concentrarti sulla corretta masticazione!
Il mattino dopo in aeroporto, mentre attendo l’imbarco, mi ritrovo nel fuoco incrociato di tre hondureñe di mezz’età che si raccontano dei figli, di quella volta che hanno rapinato il cognato della sorella, di quel negozio che c’era una volta vicino al Parque Central, della varicella della nipotina a cui stanno riportando una bambola, della fame e dei morti che hanno visto negli anni ’80; con disinvoltura, senza troppa enfasi, come se si parlasse dei panni da stirare.
Poi concludono con una salto diretto nell’ambito religioso: benvenuti in America Latina!
E’ tutto un florilegio di “Gracias a Dios” “Dios nos dió la vida” “Tenemos que seguir el camino de Jesus” eccetera, eccetera; con condimenti di versi del Vangelo e interpretazioni teologiche della Bibbia da messa delle 7 della Domenica, col prete ancora nauseato dalla sbronza della sera prima.
“Usted habla español?” “Chi? io? No, no! No entiendo!” e mi sorridono poco convinte, anzi, certe che ho capito tutto e che non possono più parlare liberamente.
E invece dopo poco se ne dimenticano e ricominciano il loro delirio fanatico ultracattolico-evangelista, al che mi precipito verso il pub alle mie spalle e mi scolo una birra alle 10 di mattina, tanto per dimenticare.
Vi risparmio i dettagli dell’atterraggio a Tegucigalpa, perché non voglio togliere a nessuno l’ebbrezza di atterrare in quello che mi è stato comunicato soltanto dopo essere l’aeroporto più pericoloso del mondo per percentuale d’incidenti avvenuti.
In realtà, alla quarta picchiata del capitano per evitare le montagne circostanti, mentre si stagliavano davanti a me le carcasse dei veivoli a bordo pista schiantatisi in precedenza e mai rimossi, ho iniziato a pensare che, le parole di chi me lo aveva descritto come un “divertente giro sulle montagne russe”, fossero una benemerita presa per il culo.
Ma le simpatiche nonne-hostess della Continental ci rassicuravano tutte sorridenti dai loro posti, eccetto una la cui dentiera rotolava verso la Prima classe dopo aver perso due incisivi nel cocktail di un passeggero della Business.
Già, perché le hostess della Continental sono tutte almeno settuagenarie, non sto scherzando!
Arrancano tra le file di sedili con quelle capigliature da casalinga di provincia dei telefilm americani degli anni ’50, con colori improbabili, cotonature degne delle Bangles e unghie laccate tipo quelle della zia rincoglionita che ognuno di noi ha nell’albero genealogico.
Bukowski diceva che lui prendeva le donne quando non erano più donne ed alla Continental credo che abbiano fatto di quelle parole il loro motto: prendono le hostess quando non sono più hostess!
Le aspiranti devono avere come requisito minimo il raggiungimento di 10 anni di ritiro della pensione all’ufficio postale, perché vi assicuro che alcune avevano problemi di deambulazione, altre invece manifestavano problemi di artrite alle mani e mentre ti versavano le bibite dovevi stare attento che non gli cascasse il thermos del caffè bollente sulle parti del tuo corpo meno pronte a tale evenienza.
La spiegazione potrebbe essere anche un’altra, ovvero che le pagano talmente poco che sono costrette a lavorare da circa 50 anni, ovvero da quando, agli albori dell’aviazione, la PanAm e Howard Hughes si contendevano i cieli d’America!
La cosa non mi sorprenderebbe, conoscendo un po’ il sistema previdenziale statunitense.
Ma torniamo a Tegucigalpa.
Finalmente si torna a parlare spagnolo, con quella sonorità dolce e malinconica che hanno i centroamericani, molto cantilenata, quasi dispiaciuta di non poter direttamente cantare un paio di strofe, mentre ti pregano di porgergli i documenti.
Raccolgo i bagagli, passo il controllo doganale, ricevo il primo complimento dalla ispettrice e ciò mi fa ricordare un aspetto di questi luoghi che avevo scoperto anni fa in Guatemala: qui in Centroamerica sono considerato una specie di Brad Pitt!
Uomini normali di tutto il mondo, sappiate che esiste un luogo dove ognuno di voi può sentirsi un vero divo, può gioire del fatto che le donne si girino per strada a guardarvi, può assaporare il gusto di sorridere ad una ragazza e vederla svenire ai propri piedi: questo luogo è il Centroamerica!
Già, perché qui la mescolanza con i Maya o in generale con le popolazioni indigene precolombiane è ancora molto evidente e, a dire il vero, non è che i centroamericani eccellano per qualità fisiche.
Quindi, a parte pochi casi isolati, persone come me, bianche, con capelli leggermente più chiari del nero corvino, alti più della media della popolazione (che nel mio caso è un vero miracolo!) e con un accento straniero, possono davvero rivivere in prima persona situazioni simili a quelle dei Beatles assediati da orde di femmine urlanti!
Ringalluzzito dalla sensazione di sentirmi un modello sulla passarella, entro nell’enorme 4x4 che mi attende fuori dall’aeroporto per portarmi in albergo.
L’Intercontinental è uno di quei posti che qualche anno fa non avrei mai avvicinato, soprattutto perché non avevo i soldi per permettermelo, ma anche perché consideravo gli alberghi a 5 stelle (ed in parte li considero ancora) come delle isole sfacciatamente ed eccessivamente felici, in posti in cui il minimo che si dovrebbe fare è rendersi conto che di felicità non è che ce ne sia una grossa quantità in giro.
Oggi devo confessare senza vergogna che ho apprezzato le comodità, non per il gusto di averle a disposizione, ma per il semplice fatto che senza di esse il lavoro da svolgere sarebbe stato molto più duro e certamente più disagiato.
Il fatto di dover convivere con altri colleghi, meno abituati alla mia visione realisticamente avventuriera di questo lavoro, mi ha poi forzato ad assumere atteggiamenti che decisamente non sopporto, dettati dal timore di qualsiasi evenienza e diretti a fare di tutto per scongiurarla.
Abitudini quali prendere solo i taxi dell’albergo, uscire solo a certe ore, non camminare da soli per strada, non allontanarsi troppo dalle zone vigilate, sono tutte ottime abitudini, se ti vesti in giacca e cravatta e porti un orologio o un paio di occhiali da sole in ogni istante della tua vita.
Altre volte sono solo eccessive e sintomo di un’incapacità di affrontare le situazioni in maniera differente, per adattarsi a realtà che richiedono semplicemente buon senso.
Se hai addosso un paio di jeans e dentro le tasche i soldi li porti sfusi, magari in 3 tasche diverse e lasci il cellulare in camera, mi da fastidio pensare che ad ogni costo ci siano pericoli in ogni lato: ci sono quartieri da non frequentare, atteggiamenti da evitare, ore sconsigliabili, ma sinceramente in tanti anni di vita vagabonda, le uniche rapine che ho subito hanno avuto luogo a Roma, in pieno giorno, a poche centinaia di metri da casa mia.
Il caso è diverso se sei in centro a Tegucigalpa e cammini in gruppo: una decina di vestiti blu incravattati nel bel mezzo di venditori ambulanti, macchine incastrate nel traffico e file di persone che aspettano per ore il taxi collettivo alla fermata.
Per la prima volta in vita mia mi sono sentito un bersaglio ambulante, con un cartello attaccato dietro la schiena che diceva: “Sparami, sicuramente ne hai da guadagnare!”
I colleghi locali ci rassicuravano ed in realtà lo abbiamo dovuto fare solo un paio di volte, per non più di 5 minuti ciascuna; la sensazione però non è stata piacevole.
L’ultimo giorno ero stufo della vita di segregazione e insieme a tre colleghi meno timorosi, abbiamo preso un taxi normale e ce ne siamo andati a fare un giro in centro.
Abbiamo comprato qualche oggetto d’artigianato e ci siamo fermati nelle librerie più spoglie che abbia mai visto, dove però ho comprato ad un prezzo indicibilmente basso l’edizione commemorativa di “Cent’anni di solitudine” che la Real Academia Española ha pubblicato in onore degli 80 anni di Márquez.
Ho rivisto i vecchi campesiños con il machete appeso alla cinta, le mani aggrovigliate dalla fatica, le rughe scavate in una pelle di cuoio; le donne che insieme alle proprie figlie preparavano sacchetti di plastica multicolore ripieni di frutta; i bambini sbandati, accovacciati in un angolo e persi chissà dove, tra i vapori dei benzeni che raccolgono in bottigliette strette al petto come loro unico tesoro; i poliziotti, carichi di armi e dagli stivali pesanti, con lo sguardo necessariamente invadente, sempre in tensione; le guardie private all’ingresso dei negozi, smagrite e giovanissime, con fucili a pompa più pesanti di loro.
Ho visto però anche i sorrisi sinceri di coloro che ti spiegavano la strada e aggiungevano “Para servirle” dopo il tuo “Muchas gracias”; ho ascoltato musica in ogni angolo, in ogni ufficio, in ogni negozio, in tutti i mercati, perché qui la musica c’è sempre, forse a distrarti dalla fame inguaribile, dal fetore diffuso, dal caldo che t’incolla le palpebre, o forse solo perché la musica costa poco e ti parla un linguaggio ideale, privo di dolore, in cui la quotidianità si smorza e la bocca sussurra parole sensuali e dal peso leggero.
Poi il viaggio s’è concluso, il ritorno s’è fatto vicino e salutare questo paese, m’è sembrato difficile.
Anche se questa città continuava a risultare pur sempre orribile, la osservavo nell’ottica di chi non sa mai staccarsi da un luogo in cui ha appena cominciato a grattare via la fuliggine dai vetri della comprensione.
L’orribile Tegucigalpa, a cui m’abituavo ogni giorno di più, iniziava a somigliare al ricordo di Chiquimula, di Huehuetenango, di Città del Guatemala ed io cominciavo ad aver voglia di fermarmi, di non partire.
Sembra strano a dirsi, ma qui, quando la gente ti dice: “Mi casa es tu casa”, sente davvero quello che dice.
Ho comprato una buona bottiglia di rum, ho impacchettato tutto e mi sono preparato alle 20 ore di volo che mi attendevano.
Ma ancora un paio di note positive prima di chiudere.
Ho incontrato persone piacevolmente folli, ho scambiato conversazioni interessanti ed ho scoperto aspetti di me stesso in tutti coloro con cui lavoravo.
Due su tutti, i membri statunitensi del gruppo di lavoro: Gregory, da me definito “l’Americano più europeo che abbia mai conosciuto”, con un profondo disprezzo per l’attuale amministrazione Bush, tale da fargli rifiutare il posto fisso che la decennale tradizione familiare gli avrebbe garantito al Dipartimento di Stato, una passione viscerale per il vino ed il buon cibo e con diversi anni di vita vagabonda in Europa e Africa; e John, un esperto di statistica in pensione, con uno spagnolo perfetto ma dall’accento irresistibilmente ed americanamente comico, una tenacia incredibile nel cercare le sue verità numeriche e 5 anni di Ecuador alle spalle, in cui oltre alle tante altre vesti ufficiali, ha indossato anche quelle di allevatore di polli, impiego che gli è valso il soprannome di “Gringo loco” in una bella fetta del paese.
Ma devo citare anche Diana e Geremy, marito e moglie volontari medici dell’Oregon, in Honduras per 20 giorni a fare interventi di palatoschisi gratuitamente; li ho salvati dall’ispezione corporale nell’aeroporto di Tegucigalpa, facendo l’interprete e spiegando loro perché non potevano portare certi prodotti nel bagaglio a mano; mi hanno ringraziato per tutto il volo e volevano anche offrirmi un panino al triplo burro con insaccati vari, ma ho spiegato amabilmente che il mio fegato aveva già pronta una citazione in giudizio per ciò che gli avevo imposto fino a quel momento e che ogni ulteriore attacco sarebbe stato visto dal mio organo interno come una provocazione inaccettabile.
Persone che ti riconciliano col mondo che vorresti odiare, ma che a volte semplicemente non conosci.
Solite hostess, soliti scali, soliti poliziotti statunitensi all’immigrazione scortesi, incomprensibili e frustrati, soliti negozi da duty free aeroportuale, solite decine di persone obese all’inverosimile.
Poi l’Europa, aeroporto di Amsterdam, dove tutto aveva un tocco di classe diverso e al posto del fast food di hamburger c’era quello di sushi, con tanto di cuoco giapponese in divisa.
E anche le olandesi, che notoriamente sono le donne più belle del mondo fino a 20 anni ma poi si tramutano in chianine bionde, sembravano splendidamente slanciate rispetto alle gigantesche proporzioni d’oltreoceano; i poliziotti sorridevano amabilmente, accennavano un “Arrivederci” stentato ma graditissimo e ti lasciavano nelle mani di colleghi sereni, calmi, dal tono di voce paziente.
Avrei da dire qualcosa anche sull’aereo dell’Alitalia che mi ha riportato a casa e sui 55 minuti di attesa davanti al nastro dei bagagli, ma non vorrei offendere nessuno con parenti nella compagnia di bandiera, quindi mi limito a sperare che la compri presto qualcuno in grado di farla sembrare degna di un paese civile.