Free Blogger Federico Aldrovandi guatemala | Viaggi disordinati

Appunti sparsi di un irrequieto senza fissa dimora

Eccomi

Utente: karestia
Complicato dire chi io sia, ma essenzialmente sono un viaggiatore che spera di poter vedere il piu' possibile, da piu' punti di vista, sotto diverse luci. Vorrei capire. A giudicare ci pensino gli altri.

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lunedì, 09 luglio 2007
Cronaca di una vita centroamericana

II puntata: “Ridateci la città”.
 
 
Cari amici,


questa settimana il nome di Guatemala è apparso sui periodici e le televisioni di tutto il mondo. Tanto per dare dei numeri, più di 600 giornalisti della carta stampata e circa 300 della televisione sono nel paese per trasmettere la 119a sessione del  Comitato Olimpico Internazionale.
A questi aggiungete, le delegazioni di tutto il mondo, le forze dell’ordine, la sicurezza privata, ecc.
Oggi si deciderà dove si terranno i prossimi giochi olimpici invernali.
I candidati sono Austria (Salisburgo), Russia (Sochi) e Corea del sud (PyeongChang).
Di nuovo una città in stato d’assedio: le strade intorno ai principali alberghi dove si tengono i vari eventi sono chiuse al traffico e come al solito io, con il mio ufficio, mi trovo al centro di
tutto questo!
Spazi aerei chiusi, un dispiegamento di polizia impressionante e le solite manifestazioni di protesta cercando di approfittare della copertura mediatica!
In questo caso si tratta di proteste sul tema scottante del “femicidio”.
I vari capi di stato gironzolano per la zona mettendo in crisi lo stato già precario del traffico cittadino.
La via sotto l’ufficio è diventata la via del “deporte” (sport) dove vengono presentati spettacoli, esibizioni ecc.
La giornata iniziale per esempio ha previsto una interessante dimostrazione del gioco della pelota maya!
Mentre vi scrivo fuori “urlano” i clacson di inferociti guatemaltechi che cercano di raggiungere la propria meta (così tutto il giorno!).
Questa mattina l’edificio dove mi trovo era “assediato” da giovani di un collegio austriaco che cercavano di sponsorizzare la candidatura austriaca.
Molti carini peccato che è veramente difficile lavorare con 200 ragazzini urlanti con tanto di tamburi e magafoni!!
Mi fa piacere che una volta tanto i riflettori siano puntati sul Guatemala per qualcosa di positivo, anche se questo complica la vita di noi poveri mortali.
A volte questi eventi possono essere occasioni per stabilire contatti tra paesi.
Ad esempio ieri, Putin, che sta partecipando alla sessione del COI, ha annunciato che a partire dal 2008 la Russia aprirà un’ambasciata in Guatemala.
Inoltre ha espresso la possibilità di un investimento importante di imprese russe di gas e combustibile nel paese.
Ha informato anche che le compagnie russe di energia sono interessate a costruire una piattaforma elettrica in Guatemala.
Insomma viva lo sport, viva Guatemala...ma ridateci la città!!!

Postato da: karestia a 10:09 | link | commenti
guatemala

mercoledì, 16 maggio 2007
Diario di un navigante in un paese senza mare

VIII Puntata: E qui invece di mari ce ne sono due…
 
 
Stavolta mi risulta difficile trovare l’incipit giusto, perché non so se cominciare dicendovi che in Honduras c’ero già stato e quindi non ho potuto piantare la 26esima bandierina sul mappamondo in cui segno i paesi del globo su cui ho poggiato il piede almeno una volta, oppure parlare dall’inizio di Tegucigalpa, in assoluto una delle città più brutte che abbia mai visto.
E considerate che una simile affermazione viene da uno che giudica decente anche Brescia.
Oppure potrei aggiornarvi sulle mie peripezie aeree, sbattuto fra un continente e l’altro e preda dei controlli incrociati di mille doganieri; magari però v’interessa di più il lato sociale della questione e vorreste sapere cosa c’è di nuovo nel panorama dello sviluppo economico hondureño.
Tutto insieme risulterebbe un calderone immenso, in cui si potrebbe perdere di vista il senso di questa puntata.
Ma in fin dei conti questa potrebbe essere una puntata di cesura col passato, in grado di dare un diverso taglio a ciò che va profilandosi all’orizzonte, ovvero la chiusura del Diario di un navigante e l’apertura di qualcos’altro, considerando che quel titolo era collegato alla mia permanenza in Serbia e che tale permanenza non solo s’è ormai interrotta da tempo, ma sembra anche difficilmente rinnovabile.
Ma cominciamo a scrivere, altrimenti v’annoiate.
Il piano di voli d’andata prevede una notte di riposo a Houston dopo aver fatto scalo a Newark: mi comincio a preparare con due delle città più indecenti degli Stati Uniti per non sobbalzare di fronte alla visione di Tegucigalpa.
Ovviamente mi stordisco con una cena a base di colesterolo e sostanze plastiche varie, che però deve essere stato il risultato migliore raggiunto negli ultimi anni dallo chef dell’infame albergo in cui soggiornavo, dato che mi chiedeva continuamente se andasse tutto bene, gioioso e tronfio dall’alto dei suoi 185 cm cosparsi di lardo e sudore.
In realtà credo che fosse più la mia faccia disgustata a preoccuparlo, memore del fatto che non aveva ripassato bene la manovra di Heimlic che, per chi non lo sapesse, è appesa in tutti i ristoranti degli Stati Uniti a ricordarti che da un momento all’altro ti potresti strozzare con quel tenero bocconcino che ti stai gustando, quindi invece di pensare alla bella serata che stai passando con la gnocca che hai davanti, dovresti grattarti lo scroto e concentrarti sulla corretta masticazione!
Il mattino dopo in aeroporto, mentre attendo l’imbarco, mi ritrovo nel fuoco incrociato di tre hondureñe di mezz’età che si raccontano dei figli, di quella volta che hanno rapinato il cognato della sorella, di quel negozio che c’era una volta vicino al Parque Central, della varicella della nipotina a cui stanno riportando una bambola, della fame e dei morti che hanno visto negli anni ’80; con disinvoltura, senza troppa enfasi, come se si parlasse dei panni da stirare.
Poi concludono con una salto diretto nell’ambito religioso: benvenuti in America Latina!
E’ tutto un florilegio di “Gracias a Dios” “Dios nos dió la vida” “Tenemos que seguir el camino de Jesus” eccetera, eccetera; con condimenti di versi del Vangelo e interpretazioni teologiche della Bibbia da messa delle 7 della Domenica, col prete ancora nauseato dalla sbronza della sera prima.
“Usted habla español?” “Chi? io? No, no! No entiendo!” e mi sorridono poco convinte, anzi, certe che ho capito tutto e che non possono più parlare liberamente.
E invece dopo poco se ne dimenticano e ricominciano il loro delirio fanatico ultracattolico-evangelista, al che mi precipito verso il pub alle mie spalle e mi scolo una birra alle 10 di mattina, tanto per dimenticare.
Vi risparmio i dettagli dell’atterraggio a Tegucigalpa, perché non voglio togliere a nessuno l’ebbrezza di atterrare in quello che mi è stato comunicato soltanto dopo essere l’aeroporto più pericoloso del mondo per percentuale d’incidenti avvenuti.
In realtà, alla quarta picchiata del capitano per evitare le montagne circostanti, mentre si stagliavano davanti a me le carcasse dei veivoli a bordo pista schiantatisi in precedenza e mai rimossi, ho iniziato a pensare che, le parole di chi me lo aveva descritto come un “divertente giro sulle montagne russe”, fossero una benemerita presa per il culo.
Ma le simpatiche nonne-hostess della Continental ci rassicuravano tutte sorridenti dai loro posti, eccetto una la cui dentiera rotolava verso la Prima classe dopo aver perso due incisivi nel cocktail di un passeggero della Business.
Già, perché le hostess della Continental sono tutte almeno settuagenarie, non sto scherzando!
Arrancano tra le file di sedili con quelle capigliature da casalinga di provincia dei telefilm americani degli anni ’50, con colori improbabili, cotonature degne delle Bangles e unghie laccate tipo quelle della zia rincoglionita che ognuno di noi ha nell’albero genealogico.
Bukowski diceva che lui prendeva le donne quando non erano più donne ed alla Continental credo che abbiano fatto di quelle parole il loro motto: prendono le hostess quando non sono più hostess!
Le aspiranti devono avere come requisito minimo il raggiungimento di 10 anni di ritiro della pensione all’ufficio postale, perché vi assicuro che alcune avevano problemi di deambulazione, altre invece manifestavano problemi di artrite alle mani e mentre ti versavano le bibite dovevi stare attento che non gli cascasse il thermos del caffè bollente sulle parti del tuo corpo meno pronte a tale evenienza.
La spiegazione potrebbe essere anche un’altra, ovvero che le pagano talmente poco che sono costrette a lavorare da circa 50 anni, ovvero da quando, agli albori dell’aviazione, la PanAm e Howard Hughes si contendevano i cieli d’America!
La cosa non mi sorprenderebbe, conoscendo un po’ il sistema previdenziale statunitense.
Ma torniamo a Tegucigalpa.
Finalmente si torna a parlare spagnolo, con quella sonorità dolce e malinconica che hanno i centroamericani, molto cantilenata, quasi dispiaciuta di non poter direttamente cantare un paio di strofe, mentre ti pregano di porgergli i documenti.
Raccolgo i bagagli, passo il controllo doganale, ricevo il primo complimento dalla ispettrice e ciò mi fa ricordare un aspetto di questi luoghi che avevo scoperto anni fa in Guatemala: qui in Centroamerica sono considerato una specie di Brad Pitt!
Uomini normali di tutto il mondo, sappiate che esiste un luogo dove ognuno di voi può sentirsi un vero divo, può gioire del fatto che le donne si girino per strada a guardarvi, può assaporare il gusto di sorridere ad una ragazza e vederla svenire ai propri piedi: questo luogo è il Centroamerica!
Già, perché qui la mescolanza con i Maya o in generale con le popolazioni indigene precolombiane è ancora molto evidente e, a dire il vero, non è che i centroamericani eccellano per qualità fisiche.
Quindi, a parte pochi casi isolati, persone come me, bianche, con capelli leggermente più chiari del nero corvino, alti più della media della popolazione (che nel mio caso è un vero miracolo!) e con un accento straniero, possono davvero rivivere in prima persona situazioni simili a quelle dei Beatles assediati da orde di femmine urlanti!
Ringalluzzito dalla sensazione di sentirmi un modello sulla passarella, entro nell’enorme 4x4 che mi attende fuori dall’aeroporto per portarmi in albergo.
L’Intercontinental è uno di quei posti che qualche anno fa non avrei mai avvicinato, soprattutto perché non avevo i soldi per permettermelo, ma anche perché consideravo gli alberghi a 5 stelle (ed in parte li considero ancora) come delle isole sfacciatamente ed eccessivamente felici, in posti in cui il minimo che si dovrebbe fare è rendersi conto che di felicità non è che ce ne sia una grossa quantità in giro.
Oggi devo confessare senza vergogna che ho apprezzato le comodità, non per il gusto di averle a disposizione, ma per il semplice fatto che senza di esse il lavoro da svolgere sarebbe stato molto più duro e certamente più disagiato.
Il fatto di dover convivere con altri colleghi, meno abituati alla mia visione realisticamente avventuriera di questo lavoro, mi ha poi forzato ad assumere atteggiamenti che decisamente non sopporto, dettati dal timore di qualsiasi evenienza e diretti a fare di tutto per scongiurarla.
Abitudini quali prendere solo i taxi dell’albergo, uscire solo a certe ore, non camminare da soli per strada, non allontanarsi troppo dalle zone vigilate, sono tutte ottime abitudini, se ti vesti in giacca e cravatta e porti un orologio o un paio di occhiali da sole in ogni istante della tua vita.
Altre volte sono solo eccessive e sintomo di un’incapacità di affrontare le situazioni in maniera differente, per adattarsi a realtà che richiedono semplicemente buon senso.
Se hai addosso un paio di jeans e dentro le tasche i soldi li porti sfusi, magari in 3 tasche diverse e lasci il cellulare in camera, mi da fastidio pensare che ad ogni costo ci siano pericoli in ogni lato: ci sono quartieri da non frequentare, atteggiamenti da evitare, ore sconsigliabili, ma sinceramente in tanti anni di vita vagabonda, le uniche rapine che ho subito hanno avuto luogo a Roma, in pieno giorno, a poche centinaia di metri da casa mia.
Il caso è diverso se sei in centro a Tegucigalpa e cammini in gruppo: una decina di vestiti blu incravattati nel bel mezzo di venditori ambulanti, macchine incastrate nel traffico e file di persone che aspettano per ore il taxi collettivo alla fermata.
Per la prima volta in vita mia mi sono sentito un bersaglio ambulante, con un cartello attaccato dietro la schiena che diceva: “Sparami, sicuramente ne hai da guadagnare!”
I colleghi locali ci rassicuravano ed in realtà lo abbiamo dovuto fare solo un paio di volte, per non più di 5 minuti ciascuna; la sensazione però non è stata piacevole.
L’ultimo giorno ero stufo della vita di segregazione e insieme a tre colleghi meno timorosi, abbiamo preso un taxi normale e ce ne siamo andati a fare un giro in centro.
Abbiamo comprato qualche oggetto d’artigianato e ci siamo fermati nelle librerie più spoglie che abbia mai visto, dove però ho comprato ad un prezzo indicibilmente basso l’edizione commemorativa di “Cent’anni di solitudine” che la Real Academia Española ha pubblicato in onore degli 80 anni di Márquez.
Ho rivisto i vecchi campesiños con il machete appeso alla cinta, le mani aggrovigliate dalla fatica, le rughe scavate in una pelle di cuoio; le donne che insieme alle proprie figlie preparavano sacchetti di plastica multicolore ripieni di frutta; i bambini sbandati, accovacciati in un angolo e persi chissà dove, tra i vapori dei benzeni che raccolgono in bottigliette strette al petto come loro unico tesoro; i poliziotti, carichi di armi e dagli stivali pesanti, con lo sguardo necessariamente invadente, sempre in tensione; le guardie private all’ingresso dei negozi, smagrite e giovanissime, con fucili a pompa più pesanti di loro.
Ho visto però anche i sorrisi sinceri di coloro che ti spiegavano la strada e aggiungevano “Para servirle” dopo il tuo “Muchas gracias”; ho ascoltato musica in ogni angolo, in ogni ufficio, in ogni negozio, in tutti i mercati, perché qui la musica c’è sempre, forse a distrarti dalla fame inguaribile, dal fetore diffuso, dal caldo che t’incolla le palpebre, o forse solo perché la musica costa poco e ti parla un linguaggio ideale, privo di dolore, in cui la quotidianità si smorza e la bocca sussurra parole sensuali e dal peso leggero.
Poi il viaggio s’è concluso, il ritorno s’è fatto vicino e salutare questo paese, m’è sembrato difficile.
Anche se questa città continuava a risultare pur sempre orribile, la osservavo nell’ottica di chi non sa mai staccarsi da un luogo in cui ha appena cominciato a grattare via la fuliggine dai vetri della comprensione.
L’orribile Tegucigalpa, a cui m’abituavo ogni giorno di più, iniziava a somigliare al ricordo di Chiquimula, di Huehuetenango, di Città del Guatemala ed io cominciavo ad aver voglia di fermarmi, di non partire.
Sembra strano a dirsi, ma qui, quando la gente ti dice: “Mi casa es tu casa”, sente davvero quello che dice.
Ho comprato una buona bottiglia di rum, ho impacchettato tutto e mi sono preparato alle 20 ore di volo che mi attendevano.
Ma ancora un paio di note positive prima di chiudere.
Ho incontrato persone piacevolmente folli, ho scambiato conversazioni interessanti ed ho scoperto aspetti di me stesso in tutti coloro con cui lavoravo.
Due su tutti, i membri statunitensi del gruppo di lavoro: Gregory, da me definito “l’Americano più europeo che abbia mai conosciuto”, con un profondo disprezzo per l’attuale amministrazione Bush, tale da fargli rifiutare il posto fisso che la decennale tradizione familiare gli avrebbe garantito al Dipartimento di Stato, una passione viscerale per il vino ed il buon cibo e con diversi anni di vita vagabonda in Europa e Africa; e John, un esperto di statistica in pensione, con uno spagnolo perfetto ma dall’accento irresistibilmente ed americanamente comico, una tenacia incredibile nel cercare le sue verità numeriche e 5 anni di Ecuador alle spalle, in cui oltre alle tante altre vesti ufficiali, ha indossato anche quelle di allevatore di polli, impiego che gli è valso il soprannome di “Gringo loco” in una bella fetta del paese.
Ma devo citare anche Diana e Geremy, marito e moglie volontari medici dell’Oregon, in Honduras per 20 giorni a fare interventi di palatoschisi gratuitamente; li ho salvati dall’ispezione corporale nell’aeroporto di Tegucigalpa, facendo l’interprete e spiegando loro perché non potevano portare certi prodotti nel bagaglio a mano; mi hanno ringraziato per tutto il volo e volevano anche offrirmi un panino al triplo burro con insaccati vari, ma ho spiegato amabilmente che il mio fegato aveva già pronta una citazione in giudizio per ciò che gli avevo imposto fino a quel momento e che ogni ulteriore attacco sarebbe stato visto dal mio organo interno come una provocazione inaccettabile.
Persone che ti riconciliano col mondo che vorresti odiare, ma che a volte semplicemente non conosci.
Solite hostess, soliti scali, soliti poliziotti statunitensi all’immigrazione scortesi, incomprensibili e frustrati, soliti negozi da duty free aeroportuale, solite decine di persone obese all’inverosimile.
Poi l’Europa, aeroporto di Amsterdam, dove tutto aveva un tocco di classe diverso e al posto del fast food di hamburger c’era quello di sushi, con tanto di cuoco giapponese in divisa.
E anche le olandesi, che notoriamente sono le donne più belle del mondo fino a 20 anni ma poi si tramutano in chianine bionde, sembravano splendidamente slanciate rispetto alle gigantesche proporzioni d’oltreoceano; i poliziotti sorridevano amabilmente, accennavano un “Arrivederci” stentato ma graditissimo e ti lasciavano nelle mani di colleghi sereni, calmi, dal tono di voce paziente.
Avrei da dire qualcosa anche sull’aereo dell’Alitalia che mi ha riportato a casa e sui 55 minuti di attesa davanti al nastro dei bagagli, ma non vorrei offendere nessuno con parenti nella compagnia di bandiera, quindi mi limito a sperare che la compri presto qualcuno in grado di farla sembrare degna di un paese civile.

Postato da: karestia a 19:51 | link | commenti (4)
viaggi, honduras, guatemala

domenica, 08 aprile 2007
Cronaca di una vita centroamericana

I puntata: “Saludos desde Guate”.
 
New entry nel blog!
Flavia, amica ed ex collega di lavoro, trasferitasi in Guatemala con il marito per lavorare ad un programma di cooperazione che andrà avanti per un paio d’anni.
Spero entri a far parte di coloro che hanno voglia di raccontare con continuità le loro esperienze lontano dall’Italia ma nel frattempo la ringrazio per aver fatto il primo, importante passo.
¡Adelante viajeros y gitanos!
Raccontate tutto quello che potete!
 
Guatemala città in stato d’assedio!
E’ stato un mese duro per la città di Guatemala.
Abbiamo iniziato con l’enorme voragine che si è creata in piena città, nella zona 6.
Le foto hanno fatto il giro del mondo.
Tre morti e molte famiglia hanno perso la casa.
Si parlava da giorni di rumori provenienti dal sottosuolo, probabilmente una faglia nel precario sistema fognario.
Non ha fatto il giro del mondo invece la notizia dell’uccisione di 3 deputati salvadoregni e del loro autista mentre venivano in Guatemala per una sessione del parlamento centroamericano.
Ad ucciderli è stata la polizia stessa.
I colpevoli, arrestati quasi subito, sono stati a loro volta uccisi 3 giorni dopo nel carcere di alta sicurezza nel quale erano detenuti!!!
Improvvisamente ci si indigna per qualcosa di cui tutti conoscono l’esistenza: gli squadroni della polizia.
Sono stati fatte tante ipotesi, altri arresti, ministri destituiti, ma la verità probabilmente non la conosceremo mai.
Il mio ufficio si trova nella zona 10 e la casa non molto lontana.
Qui si trovano la maggior parte degli uffici e degli alberghi dove si svolgono i principali eventi. Ogni volta vengono chiuse le strade, il traffico deviato, centinaia di poliziotti e guardie del corpo riempiono le strade dando un colpo d’occhio impressionante.
Abbiamo iniziato con la visita di Bush.
Le autorità locali riponevano molte aspettative nella visita di 24 ore del presidente americano, soprattutto in un maggiore appoggio al paese, alla lotte al narcotraffico e in modo particolare al tema degli immigranti.
Tema molto dibattuto in questo periodo a causa degli innumerevoli clandestini residenti negli USA. 
Contrastanti le reazioni rispetto ai risultati di questa visita.
Le principali proposte del presidente sono state di dare vita ad un piano regionale contro il narcotraffico, promuovere programmi sull’educazione e la salute (formazione del personale medico) e appoggiare la Comisión Internacional contra la Impunidad en Guatemala (Cicig) e le esportazioni di verdure dell’occidente del paese oltre ad offrire appoggio affinché ci siano elezioni libere il prossimo settembre.
Queste le “offerte” del presidente Bush, nessun accordo firmato, non un passo indietro rispetto alla deportazione degli immigranti.
Bush ha poi passato il testimone al BID (Banco Interamericano de Desarrollo) che ha tenuto la sua XIX riunione dei governatori (hanno partecipato 5 capi di stato e 4500 personalità!).
In questi giorni si sono svolte, sedute plenarie, fori e seminari con la società civile, il settore privato e i giovani, per quasi una settimana.
Stesso scenario: stessi hotel della zona 10, migliaia di poliziotti, strade chiuse, traffico in tilt e i poveri chapini (e io!) che devono fare i salti mortali per arrivare al proprio posto di lavoro.
In questa settimana sono state prese diverse decisioni e lanciate nuove iniziative.
Tra queste ricordo la decisione di “condonare” debiti a Bolivia, Guyana, Haiti, Honduras e Nicaragua per diversi milioni di dollari.
Il Guatemala non è tra questi paesi.
Negli stessi giorni davanti a questi hotel, mentre si svolgevano le sedute di lavoro, centinaia di guatemaltechi hanno protestato criticando la politica del BID per il fatto che la maggiora parte dei programmi di sviluppo riguarda il settore privato e non la popolazione più vulnerabile.
Siamo poi passati alla III Cumbre continentale dei popoli indigeni con delegazioni di Bolivia, Perú, México, Colombia, Ecuador, Venezuela, Nicaragua, El Salvador, Panamá e Stati Uniti.
La 3 giorni si è svolta tra le rovine maya di Iximché, Tecpan, Chimaltenango.
L’evento è iniziato con rituali e cerimonie maya, i sacerdoti e le guide spirituali hanno inaugurato l’evento invocando saggezza e chiarezza per i partecipanti.
Da parte del Guatemala hanno partecipato 75 delegazioni di comunità maya tra cui: k’iche’s, kaqchikeles, mames y q’eqchi’es.
La cumbre è terminata con la condanna a Bush e a tutti i governi neoliberali, la condanna del trattato di libero commercio che il governo degli USA ha firmato con alcuni paesi latinoamericani, proclami ai governi contro lo sterminio dei popoli indigeni e le discriminazioni contro questi popoli, appoggio alla candidatura alla presidenza di Rigoberta Menchù e a Evo Morales, presidente boliviano, per la sua candidatura al premio nobel e tanto altro ancora.
Abbiamo chiuso il mese di marzo con la visita dei reali di Spagna e ci prepariamo per la “Semana Santa”.
La settimana per eccellenza delle vacanze.
In questo giorni la città si svuota, siamo in piena estate e tutti vanno al mare a godersi un po’ di sole in attesa della stagione delle piogge ormai alle porte, senza dimenticare le tante processioni di questi giorni, un mix tra sacro e profano, molto sceniche e vissute con grande trasporto.
Abbiamo poi la famosa infiorata di Antigua (ne fanno una uguale al paesello dei miei genitori!!): un tappeto di diversi km di fiori con i quali vengono fatti dei quadri molto belli.
Vi auguro una felice Pasqua.

Postato da: karestia a 11:29 | link | commenti
guatemala

martedì, 25 luglio 2006
Diario di un navigante in un paese senza mare.

V puntata: “Stand clear of the closing doors”.
 
 
E un altro amico se ne va a vivere a New York.
Sono già quattro e sembra che la Grande Mela non smetta di attrarre i talentuosi amici del sottoscritto.
Il fatto che io ci sia andato ma non sia riuscito a rimanere, vuol forse dire che l’aggettivo “talentuoso” proprio non mi si confà.
Comunque questa continua fuga di cervelli non mi dispiace affatto, dato che la folta schiera di amici residenti oltreoceano mi consentirà di poter approfittare della loro ospitalità nel momento in cui dovessi trovare irresistibile l’idea di tornare a dare un’occhiata al Central Park.
Loro ancora non lo sanno, ovviamente, ma prima o poi piomberò nei loro appartamenti di Manhattan per prendere possesso del divano, o forse anche della camera degli ospiti, visto che guadagnano tutti discretamente e magari possono permettersi un alloggio sufficientemente spazioso.
Gli ultimi due emigranti sono decisamente quelli che si sono guadagnati la promozione sul campo.
R. ha lavorato per una vita a Barcellona, scalando rapidamente i vertici dell’azienda presso cui operava ed ottenendo un’offerta a cui non si poteva dire di no.
Da quanto so è ancora in cerca di una sistemazione dove non debba convivere con la mutazione genetica di uno scarafaggio di 32 kili “ispanohablante” al modico prezzo di 900 dollari al mese, ma intanto si sta prodigando nella redazione della più completa guida di locali jazz che abbia mai visto la luce, sostenendo il terribile onere di estenuanti jam sessions solo grazie all’aiuto di una fornitura industriale di birra.
F. invece era con me a New York tre anni fa e questo mi fa sperare che ci sia una seconda opportunità anche per me, talento o meno.
Lui è al rientro da una missioncina di tutto relax in Liberia con le Nazioni Unite.
Non c’è bisogno di spiegarvi nel dettaglio la reazione che ha avuto quando gli hanno detto che sarebbe tornato all’ombra del Palazzo di Vetro, ma sembra che in quella zona dell’Africa occidentale siano iniziate a circolare voci su di un bianco che corre ininterrottamente da giorni con un enorme baule pieno di tutti i suoi averi sulle spalle, intonando a squarciagola Frank Sinatra: “... these vagabond shoes are longing to stray...”.
New York poi è talmente enorme, viva, densa, caotica, che sette mesi non mi sono bastati e ne vorrei ancora altrettanti, o forse ancora di più, per imparare a guidare al di fuori di Manhattan, per iniziare ad avere il mio ristorante preferito, per andare a mangiare in tutti gli altri, per finire di visitare il Metropolitan Museum, per salire sulle nuove torri in costruzione a Ground Zero, per ascoltare il sassofono di tutti i locali di Harlem che mi mancano, per mangiare i granchi arrosto in New Jersey, per trovarmi di fronte al set di una puntata di Law & Order, per godermi ancora una volta il sole steso in un angolo di Strawberry Field, per comprare un enorme muffin al cioccolato nel caffé sulla 110.ma in cui mi fermavo a fare colazione la domenica mattina, per sentire ancora una volta l’incomprensibile pronuncia del capotreno quando le porte della metropolitana si stanno per chiudere.
Riuscirò mai a vivere in un posto per più di qualche anno?
Non credo.
Il fatto è che dopo un po’ comincio a sognare ad occhi aperti e ripenso a tutto quello che ho visto e che ancora devo vedere e s’impadronisce di me un irrefrenabile istinto nomade, una scanzonata impazienza che mi contraddistingue da sempre e che mia nonna definiva con una metafora abbastanza efficace: “ti manca la terra sotto i piedi” mi ripeteva sempre quando, esausta, provava a convincermi a non intraprendere qualche nuova scorribanda infantile.
Da queste parti sto bene, anche se devo confessare che i Balcani erano l’ultimo posto in cui mi sarei aspettato di andare, visto che nella mia ideale scaletta delle destinazioni di un cooperante, questa la considero una sede da terza o quarta missione, dove rilassarsi un po’, ma non troppo, dopo aver visto qualche situazione peggiore.
Alla mia tenera età avrei puntato su qualcosa di meno digeribile, luoghi dove l’entusiasmo e gli ideali ti possono aiutare a superare realtà cui non riesce a giungere nemmeno l’immaginazione più pessimista ed in cui l’integrità fisica ti serve ad oltrepassare gli ostacoli di ambienti malsani e giornate calde.
Per un po’ ci sono andato vicino, ma poi sono finito qui e mi ritengo decisamente fortunato.
Ho assistito in diretta alla nascita del più giovane Stato europeo (quel Montenegro di cui avevo pronosticato l’indipendenza nella prima puntata), comincio a parlicchiare un po’ il serbo quando faccio la spesa, conosco bene sia il centro che alcune zone periferiche della città, ricordo i nomi dei politici ed ho il telefono di diversi buttafuori e camerieri che provvedono a trovarmi un tavolo quando non ho voglia di fare la fila.
Il bello di questo tipo di vita è proprio questo: ogni volta devi ricominciare da capo, devi cancellare tutto quello che hai imparato ed iniziare a cercare una soluzione ai problemi di tutti i giorni come se non lo avessi mai fatto in vita tua e nonostante ormai sappia a memoria quali sono i passi da compiere.
Alla fin fine tutte le agenzie immobiliari sono identiche, ma nessuna ti chiede la stessa percentuale sull'affitto di un appartamento ed i contratti sono diversi da paese a paese; in ogni grande città c’è una rivista che raccoglie tutti gli appuntamenti mondani della settimana, ma per capire cosa c’è in programmazione nei cinema devi trovare il canale giusto ogni volta; pasta e mozzarella le puoi trovare ovunque, ma mentre a Manhattan puoi ordinarle su internet e te le consegnano a casa quando vuoi, a Città del Guatemala devi chiedere al personale dell’ambasciata dove comprano il parmigiano.
A volte mi chiedo quanto durerà il panorama che vedo dal balcone di casa, se questa sinfonia è composta di più di quattro stagioni e se metterò mai insieme tanti oggetti personali per riempire un container.
Beati voi che partite, anche se vuol dire impacchettare tutto di nuovo, anche se ci si ritrova per l’ennesima volta soli di fronte a scatoloni di oggetti, libri, vestiti e ricordi da tirare fuori in una casa che ancora odora dei ricordi di altri.
Beati voi perchè non smettete mai di giocare e di mettervi in gioco, perchè non sapete arrendervi di fronte alla quiete di una vita quieta e perchè non vi rattrista sapere che quando vi presentano qualcuno per la prima volta, quello è l’inizio di un lungo addio.

Postato da: karestia a 15:17 | link | commenti (3)
jazz, new york, guatemala, manhattan