Free Blogger Federico Aldrovandi danubio | Viaggi disordinati

Appunti sparsi di un irrequieto senza fissa dimora

Eccomi

Utente: karestia
Complicato dire chi io sia, ma essenzialmente sono un viaggiatore che spera di poter vedere il piu' possibile, da piu' punti di vista, sotto diverse luci. Vorrei capire. A giudicare ci pensino gli altri.

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domenica, 21 gennaio 2007
Diario di un navigante in un paese senza mare

VI puntata: “Andare e tornare in un batter d’ali”
 
 
Dopo mesi d’inattività, in attesa che qualcuno di coloro che tengono in mano le redini della mia vita professionale si degni di darmi una certezza definitiva su cosa farò da grande, eccomi ad aver l’opportunità di tornare a Belgrado.
Purtroppo solo per qualche giorno, il tempo di riempire due valigie con i vestiti estivi che mi serviranno in Nicaragua, dove andrò per qualche settimana agli inizi i Febbraio, per poi rientrare forse, e soltanto forse, in Serbia.
In questi due giorni ho visto le rive del Danubio costeggiate da alberi enormemente spettrali e spogli, tanto che l’assenza di vegetazione e la luce brillante dell’inverno rendono la maestosità del fiume ancora più evidente.
La mitezza straordinaria del clima continentale mi ha consentito di non affrontare metri di neve e panorami glaciali, ma soprattutto ha evitato la concreta possibilità che il mio corpo fosse rinvenuto in qualche angolo della città allo scioglimento dei ghiacci, dato che difficilmente sopporto per più di trenta secondi temperature inferiori allo zero.
Mi sono sentito stranamente osservato mentre camminavo comunque infagottato nel mio piumino, alle cui estremità si potevano intravedere sciarpa, guanti e cappello di lana; i belgradesi devono aver trovato curioso il fatto che qualcuno potesse trovare freddo quel gennaio quasi primaverile per loro, mente io ritenevo più che giustificabile il mio abbigliamento per i dieci gradi centigradi in cui ero immerso.
Ho fatto ritorno nel ristorante già citato in passato, questa volta accompagnato da indigeni in grado di spiegarmi il menù in cirillico ed evitarmi sgradevoli sorprese.
In realtà con me c’erano diverse amiche e ho lasciato campo libero a loro nella scelta delle portate, anche prevedendo eventuali necessità dietetiche e non volendo imporre loro cibi eccessivamente calorici.
Le donzelle si sono prodigate in una serie di ordinazioni concitate, con il cameriere che ha sfoggiato le sue migliori doti di oste circense per riuscire a coordinare mano, orecchie ed occhi e recepire senza errori le differenti richieste che provenivano dai quattro angoli di una tavolata in cui sette commensali su nove erano donne.
Credo che al termine della serata abbia comunque dovuto sbronzarsi pesantemente per dimenticare l’esperienza.
Io sono rimasto in attesa di capire cosa avrei mangiato insieme ad altri due italiani per i quali il serbo rimane comprensibile tanto quanto un gargarismo con l’acido cloridrico.
Il mio timore circa la necessità di controllare l’apporto calorico del cibo è stato immediatamente messo in discussione quando sono giunte le prime portate, per poi crollare definitivamente sotto i colpi delle fiamminghe di carne.
Oltre a creme di peperoni e fagioli in umido, ci siamo avventati con ingordigia famelica su salsicce, grigliate miste e fegatini di pollo avvolti nella pancetta (di cui ho chiesto una seconda portata…), per poi terminare con dolcetti al miele e noci che avrebbero potuto costituire da sé un alimento sufficiente a sopravvivere in una foresta per quindici giorni.
La serata è terminata con un’appendice alcolica in grado di mantenere costante il livello di ebbrezza dopo i fiumi di birra consumati al tavolo.
Ovviamente il mattino dopo ho avuto qualche difficoltà a raggiungere la caffettiera, ma il fatto che lo stia raccontando testimonia il successo della mia spedizione.
Aldilà di queste mie escursioni gastronomiche, ho avuto finalmente l’opportunità di parlare con alcuni amici per approfondire il loro modo di vedere la situazione politica, l’opinione che hanno di noi “cooperanti”, le sensazioni circa il futuro, le frustrazioni del presente e le fatiche quotidiane, allo stesso tempo simili alle nostre ma profondamente più complesse per chi ha alle spalle un passato ancora dolorosamente vivo.
Mi hanno ribadito quanto ci sia bisogno che le nuove generazioni si confrontino con il mondo esterno per non sclerotizzarsi in atteggiamenti mentali radicali e quanto invece coloro che hanno vissuto la guerra in prima persona debbano avere la possibilità di costruirsi un presente meno arrancante e faticoso, in cui possano trovare redenzione e sollievo dopo anni di faticoso procedere.
Parlare con loro di tutto quello che ci veniva in mente è stato un esercizio interessante e che mi ha dato finalmente una prospettiva davvero reale e sincera sul paese in cui vorrei vivere per i prossimi anni, ma soprattutto mi ha concesso di conoscere persone splendidamente testarde e dannatamente attaccate ad una volontà di tornare a sorridere sin nella parte più nascosta di se stessi.
Pensavo a tutto questo quando la prima turbolenza ha iniziato a scuotere la fusoliera dell’Airbus della SwissAir con cui stavo per atterrare nello scalo di Zurigo.
Non ho mai avuto una particolare paura di volare, quindi ho sempre pensato che la tecnologia e le statistiche debbano davvero essere prese in seria considerazione quando si parla di sicurezza del trasporto aereo.
Alla seconda turbolenza ho cercato di ricordare quale fosse la percentuale d’incidenti avvenuti in volo ed ho concluso che non era assolutamente rilevante e che su un aereo svizzero la manutenzione sarebbe dovuta essere certamente perfetta, quindi ero in mani sicure.
Quando il capitano ha detto che stavamo per entrare in un fronte nuvoloso in cui ci sarebbe stata la possibilità di forti turbolenze subito prima e durante l’atterraggio, ho immediatamente ricordato le parole di un amico steward che mi spiegava come le fasi davvero critiche di un volo siano solo il decollo e l’atterraggio e che il 95% degli incidenti si verifica in questi due momenti.
Appunto.
Proprio ora che arriviamo in una zona di “forti turbolenze”, che nel linguaggio edulcorato dei piloti vuol dire “una tempesta di quelle che vi toccherà stare attenti agli schizzi di vomito del vostro vicino”.
La terza “turbolenza” è stata in realtà una serie di scuotimenti in tutte le direzioni che ci hanno accompagnati per i successivi quindici minuti, causando panico e caos in tutto l’aereo.
Nonostante il pessimo indizio delle hostess ancorate ai loro seggiolini che chiedevano di mantenere la calma con la voce di una vergine rincorsa da dieci marinai di lunga tratta appena sbarcati, ho tentato di riporre una serena fiducia nelle capacità di volo del capitano, ripromettendomi di metterlo fra i miei eroi personali in caso fossimo giunti sani e salvi a destinazione, o di condannarlo ad una resurrezione nelle vesti di un parassita sui testicoli di un cammello affetto da orchite in caso di schianto al suolo.
Fatto sta che al secondo tentativo di atterraggio, dopo aver sfiorato il suolo con l’ala destra proprio mentre eravamo pronti a poggiare le ruote sull’asfalto, il nostro eroe elvetico ci ha portati sani e salvi nella piazzola di sosta, nella gioia plaudente di tutta la sua ormai affezionata tifoseria.
La storia successiva ve la risparmio, anche perché le quattro ore di attesa nella zona internazionale sono state caratterizzate solo da un panino sintetico col formaggio svizzero peggiore che abbia mai ingurgitato, pagato una cifra che ha condannato i miei eredi ai lavori forzati in una fabbrica di orologi a cucù in provincia di Losanna per ripianare il mio debito.
Inoltre la partenza per Roma, dove sono giunto dopo 10 ore dalla chiusura della porta di casa a Belgrado, è stata meno traumatica, grazie al fatto che le raffiche di vento della tempesta Kyrill erano oramai alle nostre spalle e ci spingevano, saltellando burlone, oltre le Alpi.

Postato da: karestia a 12:04 | link | commenti (1)
serbia, danubio, belgrado

venerdì, 09 giugno 2006
Diario di un navigante in un paese senza mare

IV puntata: Bellezze da preservare
 
 
Son qui già da più di due mesi eppure non noto in me alcun segno di sofferenza o insofferenza.
Le settimane si susseguono rapidamente, intervallate da giorni di riposo in cui mi godo la città, dai primi tepori mentre mi alleno all’aperto, dal ritorno del freddo proprio quando speravo di aver definitivamente chiuso l’anta dell’armadio in cui ci sono i tre maglioni di lana leggera che avevo portato con me a fine Marzo, con la speranza di aver compiuto solo un gesto di prudenza estrema, di quelli che fanno tanto piacere alla mamma.
Ormai ho preso piede nel circolo festaiolo e divertente d’italiani e serbi che contribuiscono a farmi conoscere locali e luoghi di ritrovo notturno, guadagnandomi sul campo la nomina, puramente di fantasia, a vice-sindaco italiano di Belgrado.
È stata dura, ma attraverso una serie di prove estenuanti, fra cui la deglutizione in una sola serata di una birra da mezzo litro e di cinque coppe di un cocktail dal fascinoso ma mendace nome di “Multiple screaming orgasm”, sono riuscito ad agguantare l’agognata riconoscenza.
In realtà la mia fama si è consolidata anche grazie al fatto che quella stessa sera, al rientro dal locale, abbia passato indenne un controllo di polizia a cui altri avrebbero potuto difficilmente scampare.
Ed il successo in quest’operazione non è ovviamente dovuto a meriti che si possano a me attribuire, anzi, devo dire che ho cercato di fare tutto perchè l’esito del controllo andasse per il peggio.
Infatti, giunto in prossimità del posto di blocco, sono riuscito a notare il poliziotto che m’intimava di fermarmi, ma poi, in preda al panico lucido di chi sa di non poter passare indenne neanche un test etilico settato sui parametri di Bukowski, non ho fatto caso al gesto del medesimo poliziotto che mi diceva di andare, accortosi dell’origine straniera del sottoscritto.
Mi sono allora diligentemente fermato sul lato destro della carreggiata e, per dimostrare che la mia prontezza di riflessi e la mia lucidità non erano affatto intaccate dal baccanale appena conclusosi, sono sceso dall’auto in barba a tutte le normali procedure richieste dalla polizia di tre quarti del pianeta, ed in un perfetto inglese britannico ho innocentemente e diligentemente rivolto un “Good afternoon, Sir” all’ufficiale di fronte a me.
Alle quattro e mezza del mattino.
Questi mi ha fissato negli occhi e fra una bolla di alcool etilico e l’ombra di un calice vuoto, ha scorto nel mio sguardo i segni evidenti dell’ubriachezza, forse appena stemperata dai sintomi di un forte sonno ed di un vago malessere intestinale.
Ha storto il labbro in una smorfia indecifrabile, a metà fra il sorriso e lo sprezzo, con quella sottile tendenza verso la compassione, che per me significava in quel momento la differenza fra la libertà ed una notte almeno in una cella di detenzione del più vicino commissariato di Belgrado.
Non so se abbia davvero compreso il fatto che gli stessi augurando un buon pomeriggio all’alba di un sabato mattina per lui lavorativo, ma sono certo che fosse a fine turno e non avesse nessuna intenzione di stare a verificare quali fossero le procedure per mettermi sotto custodia, per cui mi ha detto qualcosa d’incomprensibile girando lo sguardo e facendo finta che non fossi là.
Sono rimasto per alcuni istanti in attesa di un verdetto di colpevolezza che non avrebbe fatto gridare nessuno allo scandalo nel panorama del sistema giudiziario balcanico, ma poi ho intuito, anche grazie al suggerimento di amici serbi, che dovevo risalire in auto e filarmela il prima possibile, onde evitare che la mia bocca senza controllo producesse ulteriori fonemi in grado di urtare definitivamente la già minata benevolenza dell’agente.
Da quella sera vengo quasi sempre salutato con un corale “Good afternoon, Sir”.
Ma ritorniamo al discorso iniziale.
I pochi connazionali che vivono qui sono tutti più o meno miei coetanei, decisi a rimanere nei dintorni il più possibile ed assolutamente convinti del fatto che si debba parlare pochissimo di Belgrado, cercando di non esaltarne la bellezza un po’ trascurata, la modernità dei locali, il fascino delle donne, nascondendone a lungo la cultura artistica o i pregi gastronomici e non menzionando mai che a Novi Sad si svolge ogni anno il festival musicale più grande e famoso d’Europa, con la partecipazione di centinaia di artisti celebri, di nicchia ed esordienti.
Non vogliono rischiare d’imbattersi, durante la passeggiata sulla bella Knez Mihailova, in comitive chiassose di romani e milanesi che inneggiano cori da stadio o s’insultano a vicenda con un utilizzo sproporzionato della potenza vocale a loro disposizione.
Non vogliono lo svilimento di quegli angoli appartati e intimi in cui si possono gustare ottimi espressi mentre si ascolta il sassofono di uno studente del conservatorio e sperano di non dover fronteggiare l’arrivo di quel triste turismo da marpioni di mezz’età che scavalcano le frontiere per venire a raschiare il barile delle loro voglie con le donne locali, magari aspettandosi da queste atteggiamenti lascivi e quel pizzico di disperazione che li aiuterebbe a superare la loro pochezza di “ominicchi”, non sapendo invece che da queste parti la dignità non se l’è venduta quasi nessuno, le donne serbe, meno che mai.
Di loro posso dire che mi ha sorpreso conoscerne così tante che parlano un perfetto italiano (oltre che un perfetto inglese), che sono tendenzialmente molto allegre, divertenti, curiose, serene.
Tutto ciò, ovviamente, l’ho verificato dopo aver palesato senza mezzi termini la mia natura di uomo felicemente impegnato e riscontrando, in tutte, una sorta di reazione stupita, come se avessero la tentazione di rispondere cordialmente: “Mi fa piacere per te, mio caro sconosciuto con cui sto piacevolmente scambiando due parole, ma anche se non me lo avessi detto non sarei mai stata colta dalla tentazione di andare oltre questa semplice chiacchierata”.
Non che abbiano una stima troppo alta di se stesse ma, come ho detto, la dignità è un carattere distintivo del popolo serbo, magari a volte tanto ostentata da sfociare in una punta di superbia, caratteristica di chi è sempre stato abituato a camminare a testa alta e non ha ancora fatto l’abitudine ai continui inchini richiesti dalla Storia.
So, poi, di andare controcorrente, ma non riesco ad ammettere il fatto che tutti giudichino le donne serbe estremamente belle e credano che la concentrazione di corpi e visi meravigliosi sia più alta che in Italia.
Ritengo che le proporzioni siano le stesse, ma riconosco che qui il problema del sovrappeso è decisamente inferiore rispetto al Belpaese, dato che lo sport è praticato diffusamente, certi vizi alimentari ancora non sono giunti e si cammina tanto perchè la benzina e le macchine costano.
Inoltre la bellezza serba è per noi italiani molto affascinante, perchè pur non essendo spigolosa e fredda come quella nordica o russa, ha caratteristiche che contrastano molto con il fenotipo italiano e quindi gli occhi chiari, i capelli biondi, l’altezza ed il fisico slanciato, lasciano talmente stupefatti che dopo averne incontrate un paio di quelle sopra la media, si è talmente storditi che la capacità di discernere obiettivamente viene definitivamente minata.
E molti, pur vivendo qui da anni, ancora non ci hanno fatto l’abitudine, oppure sono talmente ubriachi di questo tipo di donna da rimanere in una sorta di perenne, inconscia “trance da serba”.
Mi dicono di aspettare prima di emettere giudizi definitivi, ancora devo vedere il centro, poi devo andare in quel certo locale, quindi dicono che dovrò conoscere quel certo giro, infine mi chiedono di attendere di partecipare ad alcune serate estive sui barconi del Danubio.
Tre quarti delle attività menzionate le ho già sperimentate, ma non ho ancora cambiato idea: quelle belle sono splendide, ma ce ne sono più o meno quante in Italia.
Sarò felicissimo di dovervi annunciare un’eventuale smentita.

Postato da: karestia a 09:26 | link | commenti (18)
danubio, belgrado

venerdì, 05 maggio 2006
Diario di un navigante in un paese senza mare

III puntata: Somiglianze e differenze
 
 
Non ho mai avuto paura dei cani, ma quando ti trovi davanti un pit bull di 40 chili sciolto e con tanta voglia di farsi sentire, la vocina che ti suggerisce il vecchio adagio “can che abbaia non morde” finisce seppellita sotto i decibel del quadrupede e affogata dall’effetto ipnotico dell’adrenalina, sufficiente a scatenare un’irrazionale ritirata come unica soluzione a tutti i tuoi problemi.
Ma, mentre noti le venature dei muscoli della mascella del canide, ricordi in un istante che l’unica via di fuga alle tue spalle è un angusto corridoio di 3 metri, dopo il quale ti attendono una rampa di sei gradini alti e stretti ed una porta che all’andata hai aperto spingendo ed uscendo dovrai tirare, con inevitabile rallentamento della corsa verso la salvezza delle tue terga.
Già senti il dolore provocato dai denti canini sul polpaccio, poi immagini che forse sei fortunato e ti becca alla natica, oppure ti dice male e ti salta prima al braccio e poi ti sbrana con calma, mentre il padrone tenta di staccartelo di dosso.
Nel frattempo l’adrenalina cala rapidamente di concentrazione, anche a causa del fatto che compare una figura che sembra poter gestire la bestia con una certa autorevolezza, o almeno te lo auguri.
Ragioni e abbassi le braccia, ti pieghi leggermente e dici due paroline dolci a quel sacco minaccioso di muscoli e pelo, sperando, con quel tuo gesto di buona volontà, di provocare uno scodinzolio che allenti un po’ la tensione.
Il movimento del tronchetto che si congiunge al corpo della bestiolina giunge immediatamente a segnalarti il felice esito del tentativo, ma continua ad essere accompagnato dagli abbai e nonostante la figura umana di cui sopra ti faccia cenno di non preoccuparti, stenti ad arrischiare una mossa ulteriormente coraggiosa e razionale.
Anzi, speri che prima o poi si decidano a tenere a freno quelle manifestazioni di benvenuto con un guinzaglio o almeno con una mano.
Niente da fare, devi proprio fidarti del fatto che i cani non ti spaventano e che anche questo è solo un esemplare diligente che stava avvertendo del tuo arrivo il resto degli umani.
E ti va bene anche stavolta.
La palestra è uno scantinato di non più di trenta metri quadri in cui, oltre alla polvere ed ai materassi di rito, ci sono la proprietaria del cerbero serbo e due ragazzini che insieme non fanno 40 anni.
Appena entrato mi rendo conto che il guardiano di quell’infero è in realtà la controfigura scema di un cane da guardia ed a conferma di ciò, me lo ritrovo sotto le ginocchia, con il guinzaglio in bocca, che mi chiede di giocare al tiro della corda con uno sguardo beota e simpatico al tempo stesso.
Ovviamente accetto, e mi sono guadagnato definitivamente un amico.
Cercando di superare i limiti della mia capacità di conversazione in serbo, inizio a comunicare a gesti con la signora e man mano che ci arrabattiamo in quel confronto dialettico su alte teorie esistenziali, mi rendo conto che è in tutto e per tutto simile a colei che mi ha insegnato quel poco che so dell’arrampicata.
Avevo di fronte la copia serba della Snella, la mia istruttrice romana.
Se la chiamiamo Snella ci sarà un motivo, per cui immaginatevi una donna alta 180 centimetri e dal peso non superiore ai 50 chili.
 
L’età’ è leggermente superiore a quella della sua collega italiana, oppure è portata con meno spensieratezza ed eleganza, le sue mani sono marcate dalla pratica decennale di quello sport, con calli ovunque, un’ossatura intaccata da una prima forma d’artrosi, vene in rilievo ed unghie curate e corte.
I capelli sono biondi con leggere venature biancastre qui e là, ma la lunghezza è la stessa ed anche il volume, tanto che continuo ad immaginare che da un momento all’altro inizi a parlare in romanesco, con quel suo inconfondibile difetto di pronuncia delle consonanti sibilanti.
Invece niente, mi tocca farmi aiutare da uno dei ragazzini, il quale contribuisce ad alimentare le mie speranze di un chiarimento circa le questioni orari e abbonamento dicendo di poter parlare inglese, ma poi fa solo in modo che alla confusionaria mescolanza di italo-serbo, si aggiungano incomprensioni nella lingua di Albione.
Non vedo l’ora di cominciare.
Pacchetto completo: dodici euro per dieci ingressi, non oso chiedere di mostrarmi la doccia, ho a disposizione un bilanciere riciclato da una palestra ginnasiale d’epoca titina, tre ore d’allenamento tutti i giorni e un paio di allergie da polvere e pelo di cane in regalo.
Se poi mentre mi alleno riesco anche a cadere sulla coda del quadrupede brontolone, vinco il concorso “Sentiti anche tu un chewingum per un giorno”.
E’ tutto concentrato in poche parole, pochi gesti, un commiato con la promessa di tornare prossimamente ed una frase in cui mi dicono qualcosa da cui riesco ad estrapolare un nome conosciuto: Ada Ciganlija.
Lavorano anche lì, mi fanno capire.
Mentre passeggio per una città macchiata dalla luce giallastra dei lampioni, mi rendo conto di quanto sia divertente questa mia peregrinazione per palestre e punti d’arrampicata del mondo.
Ogni volta che arrivo in un posto nuovo m’informo dove posso praticare questo sport, che io considero solo un modo per tornare bambino, quando giocavo ad arrampicarmi ovunque ci fosse qualcosa da scalare.
E la cosa paradossale è che spesso sulle notizie c’inciampo e scopro i punti migliori per caso, come se, tornato bambino, durante una corsa in un parco, mi si parasse davanti un bel salice dai rami ampi e robusti.
A New York m’e’ capitato mentre avevo appena iniziato a correre dentro Central Park, a due passi dall’ingresso più vicino al mio appartamento di Harlem.
Neanche qualche passo di corsa ed eccomi di fronte ad un enorme masso di granito macchiato qui e là dall’inconfondibile impronta dei climbers: il bianco della magnesite, necessaria a mantenere le mani asciutte ed a facilitare l’aderenza sulla roccia.
Qui invece cerco una palestra e nella stessa sera sento lo stesso nome pronunciato due volte: Ada Ciganlija.
La prima volta me n’ha parlato un collega locale, ora la versione serba della Snella.
“Devo andarci; magari c’e’ davvero qualcosa d’interessante”.
E mentre mi dirigo verso la macchina noto che intorno a me non c’e’ nulla di strano, niente di cui debba preoccuparmi o perlomeno niente che mi metta in guardia.
E’ una strana sensazione, soprattutto perché ciò che ho incontrato per strada mi ha abituato nel tempo a controllare gli angoli scuri, a camminare sul bordo più luminoso del marciapiede e perché, nonostante la fiducia che ho nel genere umano, ho messo da parte un sufficiente numero di esperienze che m’hanno insegnato come comportarmi quando non sono a casa mia, o quantomeno m’hanno fatto capire che è meglio non essere mai troppo fiduciosi, ne’ in se stessi ne’ nell’altro.
Anche se in realtà è proprio a casa mia, nella mia città, che mi hanno rapinato per la prima volta.
Per di più in pieno giorno.
Ma da quella mattina ho imparato qualcosa.
Ed ho continuato ad imparare mentre ero in posti che non conoscevo, dove il rischio di trovarmi in situazioni spiacevoli era ancora più nascosto, anche se paradossalmente più palese.
Perché i segnali di pericolo non erano gli stessi che avevo nel mio bagaglio di memorie e nonostante sapessi di essere un puntino bianco in un mondo dai colori intensi, non sempre potevo prevedere la reazione di quel mondo alla mia presenza, per quanto serena e rilassata potesse essere la situazione in un determinato momento.
Qui a Belgrado invece niente mi sembra minaccioso, nonostante alcune strade siano peggio illuminate di altre, nonostante ci siano poche automobili in giro a quest’ora di lunedì, nonostante mi sia capitato d’entrare in un palazzone d’edilizia popolare tanto simile a quelli che a Roma hanno creato ampie aree di microcriminalità e disagio sociale.
Non è l’Eden e naturalmente, volendo trovarle, potrei incorrere in alcune situazioni rischiose, ma la differenza sta proprio in questo, nel fatto che dovrei cercarle.
A casa mia mi sono venute a cercare.
In questa città sorniona e dai locali nascosti mi dirigo con calma verso il letto, gustandomi la sensazione di sicurezza e soddisfazione che mi ha dato questa escursione notturna alla ricerca dei miei giochi da bambino.
Mentre guido osservo le illuminazioni notturne dei monumenti dal ponte che attraversa il Danubio.
Sembra tutto elegante, maestoso, con il fiume nero che incornicia quelle sponde severe.
In silenzio mi lascio alle spalle un altro giorno in questa nuova casa e, rassicurato, penso che i guai stavolta non mi verranno a cercare.
Rovescio maliziosamente questa riflessione e mi chiedo se, come al solito, farò in modo di trovarmelo, qualche guaio.
Comincerò a pensarci domani, ora ho proprio voglia d’infilarmi sotto le coperte e lasciarmi cullare dalla curiosità.
Mi sento bene, quieto e divertito, con un gioco nuovo da trovare.
Con un nome in testa.
Ada Ciganlija.

Postato da: karestia a 16:25 | link | commenti (51)
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