I Puntata: E tutti a ballare a Dupont Circle
La musica era talmente travolgente che chiunque finisse ad una distanza di meno di 20 metri dai fiati scatenati dell’orchestra veniva risucchiato come in un vortice di frenesia ritmica, impossibilitato a rimanere fermo e travolto da spasmi più o meno coordinati, a seconda del grado di abilità nella danza.
Ve lo dice uno che di fronte alla proposta di un ballo, diniega cortesemente adducendo una scusa che normalmente colpisce nel segno e spegne gli entusiasmi della intraprendente donzella: “Mi spiace, ma sono meno coordinato di una scogliera”.
Eppure quella sera, in quell’angolo di piazza gremita, anch’io accennavo un balbettio dei piedi, scuotevo l’anca in maniera oscenamente comica e mi lasciavo trasportare dallo swing improvvisato di quei musici da strada.
Anita, al mio fianco, era certa che non fossi ubriaco, dato che aveva seguito da vicino il ritmo bassamente alcolico della serata appena trascorsa, ma si ritrovava a guardarmi fra il divertito ed il sorpreso; arresasi di fronte ad anni di rifiuti quando mi si proponeva una serata in locali dove il ballo predomina, ora mi osservava incredula scimmiottare qualcosa di simile ad un assolo di danza nel bel mezzo di quella baraonda di trombe, sassofoni, clarinetti, tube e tromboni.
C’era una ragazza bionda tutta treccine che sembrava una di quelle prime file da Charleston nei film sul proibizionismo americano dei primi del ‘900, solo che lei indossava pantaloni da rapper e bracciali multicolore e ad un primo sguardo non avrei mai sospettato che fosse in grado d’imitare alla perfezione le mosse ritmate e travolgenti di Josephine Baker.
Davanti a lei un omone di colore, che le dava spalla e la rendeva ancora più credibile di fronte alla platea, formata da matrone nere enormi e sorridenti, homeless sdentati, studenti univeristari che mischiavano al ritmo un po’ di sano pogo alla Sid Vicious, coppie gay ed etero, di tutte le età e con vestiti da sera o pantaloncini da uscita libera e sacchetti della spesa.
Nel mezzo io ed Anita, che eravamo alla fine di una delle nostre prime serate a Washington DC.
Perchè è qui che ora vivo.
All’angolo fra Massachusetts Avenue e la 17sima Strada, a due passi da Dupont Circle, un po’ la Campo dei Fiori di questa città che gli statunitensi hanno deciso di rendere capitale della loro nazione.
Fatte le dovute proporzioni, ovviamente.
E mi ritrovo qui, dopo qualche settimana di organizzazione, lontano migliaia di kilometri dal mio vecchio appartamento in Arsenija Čarnojevića, Belgrado.
Si ricomincia.
Lavoro nuovo, città in un altro continente, nuovi colleghi.
E quindi nuovo titolo a queste divagazioni da condividere.
Perchè “bancario errante”?
Perchè ora lavoro per la Banca Mondiale, quindi sono un bancario, e perchè una parte del mio lavoro dovrò portarla a termine in vari paesi del mondo, errando fra una lingua e l’altra, a cominciare dallo spagnolo del Perù, dove probabilmente andrò a Dicembre.
Troppo lungo e complesso spiegare come ci sono arrivato, così ho deciso di partire subito dalle storie di tutti i giorni, per raccontare cosa c’è qui, cosa non mi aspettavo e cosa già conoscevo.
Quello che non mi aspettavo era di svegliarmi la mattina e trovare un cervo davanti alla porta finestra della casa che avevo affittato per il compleanno di Anita nell’ultimo fine settimana di Agosto.
Io in mutande e lui con la bocca piena di foglie, nessuno dei due con un’espressione particolarmente intelligente.
Già, perchè non mi venite a dire che se decidete di fare una sorpresa alla vostra compagna e la portate in una baita isolata in montagna nel bel mezzo della Virginia, vi aspettate una cosa del genere.
Io pensavo che saremmo stati a poche centinaia di metri dalla civiltà, con una bella vista su una vallata ed una Jacuzzi nel bagno.
Invece no!
Assoluto silenzio radio, con i cellulari che hanno smesso di funzionare a 10 miglia dall’arrivo, verde a perdita d’occhio, foreste intatte e fitte, autostrade enormi che lambivano gli alberi e poi viuzze sterrate, inerpicate nella vegetazione che smette di circondare la macchina solo quando si giunge nei pressi della enorme baita, punto finale del viaggio.
Ad accoglierci Judy e Richard, ex dipendenti della Banca Mondiale in pensione.
Ho letto una volta che il motivo per cui le donne parlano di più degli uomini, risiede nel maggiore sviluppo che in esse ha la parte del cervello deputata a tale funzione; inoltre, nello stesso libro, ho letto che al termine di una giornata le donne hanno utilizzato mediamente 20.000 parole, contro le 7.000 di un uomo.
Ciò causa spesso problemi di coppia la sera, quando il maschio siede a tavola, mangia e bofonchia si e no qualche muggito, mentre lei si prodiga nel dettagliato resoconto della giornata.
Tornando a Richard e Judy, essendo assolutamente isolati dal resto del mondo, rappresentavano un esempio perfetto della questione, con lei che aveva da parte in arretrato almeno qualche milione di parole in attesa di essere proferite a qualcuno e lui che ormai s’era abituato ad usarne anche meno della metà di quelle di cui aveva bisogno nel mondo civile.
Il risultato è stato un assalto logorroico da parte della simpatica ed ospitale padrona di casa, la quale mi ha ripetuto tutto ciò che aveva già scritto nelle dettagliate email ed ha infarcito ogni frase con domande a cui non mi lasciava rispondere.
Anita nel frattempo era in una fase di trance da jet-lag che le impediva di reagire agli stimoli esterni con prontezza, per cui sorrideva beatamente, senza mascherare affatto la sua totale incapacità di seguire una sola virgola del discorso.
Liberatici dell’arzilla anfitriona, abbiamo scelto la camera da letto fra le due disponibili, prenotato il ristorante più vicino e ci siamo tuffati nel cibo più sorprendente degli ultimi anni.
La Thornton River Grille è un ristorante tutto in legno, con la cucina a vista ed un menù davvero particolare, nel cuore di Sperryville, una cittadina fuori dagli Stati Uniti, totalmente priva di catene multinazionali, piena di piccole botteghe di artisti locali e negozi di modernariato, con un unico forno che prepara deliziosi muffin e torte ai mirtilli da delirio dei sensi.
Insomma, tutto quello che non t’immagini di trovare nell’America di provincia.
Il fine settimana è proseguito con una passeggiata a cavallo in cui mi sono sentito John Wayne, in sella al mio purosangue Sugar, fra alberi di mele e dolci colline.
Avevo un elmetto di carbonio in testa che mi faceva sembrare il falso alieno sezionato nel falso video sull’Area 51, faceva un caldo che sudavo come un ippopotamo eccitato, ma stavo cavalcando in America, in sella al purosangue Sugar.
Tanto per farvi capire quant’era eccitante la cosa, vi posso solo aggiungere che ad accompagnarci nella passeggiata c’erano Ethel, una tredicenne che cavalcava dall’età di 3, ed il fratellino minore, non più alto di un metro e venti, ma taciturno e serio come un vero cow-boy, tanto che pensavo che da un momento all’altro avrebbe tirato fuori da una tasca il tabacco da masticare, per dedicarsi a sputare a terra boccate di saliva nera.
L’epilogo degno di nota s’è materializzato la notte prima della partenza, quando mi accingevo a preparare un piatto di pasta con i funghi da innaffiare con un ottimo vino locale.
Tempesta da film catastrofico e improvviso blackout.
Due secondi dopo ci ritroviamo Judy alla porta di casa, con torce, candele e acqua, che ci spiega l’accaduto, nel caso noi europei non avessimo chiaro il concetto di blackout, e ci offre di andare da loro a goderci la luce del generatore a benzina, in attesa del ritorno della corrente elettrica nella nostra baita.
Ovviamente avrei preferito vagare nei boschi alla ricerca di un Grizzly con cui giocare allo schiaffo del soldato, piuttosto che sorbirmi la logorrea della nostra amabile vicina, per cui abbiamo gentilmente declinato, aggiungendo che la Thornton River Grille ci attendeva per un bis della sera precedente.
Al ritorno a casa Anita s’è fatta prendere da un sottile ed insidioso senso di panico per la situazione contingente.
In effetti ho effettuato rapidamente una valutazione della situazione: in Italia nessuno sapeva dov’eravamo e d’altra parte non avevo dato l’indirizzo esatto nemmeno ai miei contatti americani; eravamo nel bel mezzo del nulla, isolati da altre forme di vita umana da almeno un’ora di cammino in boschi bui e popolati di animali selvatici; avevo trovato l’indirizzo della casa su internet ed eravamo arrivati lì con un’auto a noleggio; la casa era enorme ed assolutamente penetrabile dall’esterno; l'elettricità non era tornata e ciò aggiungeva un tocco spettrale ad ombre e rumori; ciliegina sulla torta, al rientro ci troviamo i coniugi pensionati che ci salutano dalla finestra della loro casa, illuminati da dietro in uno scenario a metà fra “Arsenico e vecchi merletti” ed un film di Hitchcock.
Ed il panico ovviamente s’è insinuato virulento anche in me.
In conclusione, ho dormito due ore, dato che, ostentando sicumera e virile sprezzo del pericolo per calmare le fobie irrazionali di Anita, sono riuscito nell’intento di farla addormentare fra lampi e tuoni, ma ho atteso tutta la notte il colpo d’accetta che avrebbe fatto partire la follia omicida della loquace Judy, mentre il taciturno Richard avrebbe iniziato a demolire le pareti di legno con la sua motosega da 150 cavalli.
Un perfetto film horror, con tanto di bella che urla disperata sul letto ma poi alla fine si salva e l’unico che crepa subito squartato è lui!
Mettetevi un po’ nei miei panni, voi avreste dormito?
Il risveglio di Anita è stato quello di una bambina di 6 anni al primo giorno di vacanze estive che non vede l’ora di andare a provare la nuova bicicletta nel parco vicino casa.
Il mio assomigliava più a quello di un paziente allettato a cui devono fare una rettoscopia ed ha scambiato l’aspirapolvere con il sondino dell’ecografo.
Ma poi la Skyline Drive ha rimesso tutto a posto e ci siamo goduti questa striscia di strada che corre sulla vetta di una catena montuosa, fermandoci ad ogni belvedere per osservare il panorama e goderci il fresco della mattina.
Uno stop in Virginia a fare spesa in un megastore Kmart, la riconsegna del veicolo all’aeroporto, due passi nel nostro nuovo quartiere prima di affrontare la settimana alle porte.
Poi quel concerto improvvisato pochi giorni fa.
Ed il ritorno a casa mano nella mano, con il CD artigianale acquistato a 10 dollari e la musica della Congregation of Peace for All People Orchestra nelle orecchie.
VI puntata: “Andare e tornare in un batter d’ali”
Dopo mesi d’inattività, in attesa che qualcuno di coloro che tengono in mano le redini della mia vita professionale si degni di darmi una certezza definitiva su cosa farò da grande, eccomi ad aver l’opportunità di tornare a Belgrado.
Purtroppo solo per qualche giorno, il tempo di riempire due valigie con i vestiti estivi che mi serviranno in Nicaragua, dove andrò per qualche settimana agli inizi i Febbraio, per poi rientrare forse, e soltanto forse, in Serbia.
In questi due giorni ho visto le rive del Danubio costeggiate da alberi enormemente spettrali e spogli, tanto che l’assenza di vegetazione e la luce brillante dell’inverno rendono la maestosità del fiume ancora più evidente.
La mitezza straordinaria del clima continentale mi ha consentito di non affrontare metri di neve e panorami glaciali, ma soprattutto ha evitato la concreta possibilità che il mio corpo fosse rinvenuto in qualche angolo della città allo scioglimento dei ghiacci, dato che difficilmente sopporto per più di trenta secondi temperature inferiori allo zero.
Mi sono sentito stranamente osservato mentre camminavo comunque infagottato nel mio piumino, alle cui estremità si potevano intravedere sciarpa, guanti e cappello di lana; i belgradesi devono aver trovato curioso il fatto che qualcuno potesse trovare freddo quel gennaio quasi primaverile per loro, mente io ritenevo più che giustificabile il mio abbigliamento per i dieci gradi centigradi in cui ero immerso.
Ho fatto ritorno nel ristorante già citato in passato, questa volta accompagnato da indigeni in grado di spiegarmi il menù in cirillico ed evitarmi sgradevoli sorprese.
In realtà con me c’erano diverse amiche e ho lasciato campo libero a loro nella scelta delle portate, anche prevedendo eventuali necessità dietetiche e non volendo imporre loro cibi eccessivamente calorici.
Le donzelle si sono prodigate in una serie di ordinazioni concitate, con il cameriere che ha sfoggiato le sue migliori doti di oste circense per riuscire a coordinare mano, orecchie ed occhi e recepire senza errori le differenti richieste che provenivano dai quattro angoli di una tavolata in cui sette commensali su nove erano donne.
Credo che al termine della serata abbia comunque dovuto sbronzarsi pesantemente per dimenticare l’esperienza.
Io sono rimasto in attesa di capire cosa avrei mangiato insieme ad altri due italiani per i quali il serbo rimane comprensibile tanto quanto un gargarismo con l’acido cloridrico.
Il mio timore circa la necessità di controllare l’apporto calorico del cibo è stato immediatamente messo in discussione quando sono giunte le prime portate, per poi crollare definitivamente sotto i colpi delle fiamminghe di carne.
Oltre a creme di peperoni e fagioli in umido, ci siamo avventati con ingordigia famelica su salsicce, grigliate miste e fegatini di pollo avvolti nella pancetta (di cui ho chiesto una seconda portata…), per poi terminare con dolcetti al miele e noci che avrebbero potuto costituire da sé un alimento sufficiente a sopravvivere in una foresta per quindici giorni.
La serata è terminata con un’appendice alcolica in grado di mantenere costante il livello di ebbrezza dopo i fiumi di birra consumati al tavolo.
Ovviamente il mattino dopo ho avuto qualche difficoltà a raggiungere la caffettiera, ma il fatto che lo stia raccontando testimonia il successo della mia spedizione.
Aldilà di queste mie escursioni gastronomiche, ho avuto finalmente l’opportunità di parlare con alcuni amici per approfondire il loro modo di vedere la situazione politica, l’opinione che hanno di noi “cooperanti”, le sensazioni circa il futuro, le frustrazioni del presente e le fatiche quotidiane, allo stesso tempo simili alle nostre ma profondamente più complesse per chi ha alle spalle un passato ancora dolorosamente vivo.
Mi hanno ribadito quanto ci sia bisogno che le nuove generazioni si confrontino con il mondo esterno per non sclerotizzarsi in atteggiamenti mentali radicali e quanto invece coloro che hanno vissuto la guerra in prima persona debbano avere la possibilità di costruirsi un presente meno arrancante e faticoso, in cui possano trovare redenzione e sollievo dopo anni di faticoso procedere.
Parlare con loro di tutto quello che ci veniva in mente è stato un esercizio interessante e che mi ha dato finalmente una prospettiva davvero reale e sincera sul paese in cui vorrei vivere per i prossimi anni, ma soprattutto mi ha concesso di conoscere persone splendidamente testarde e dannatamente attaccate ad una volontà di tornare a sorridere sin nella parte più nascosta di se stessi.
Pensavo a tutto questo quando la prima turbolenza ha iniziato a scuotere la fusoliera dell’Airbus della SwissAir con cui stavo per atterrare nello scalo di Zurigo.
Non ho mai avuto una particolare paura di volare, quindi ho sempre pensato che la tecnologia e le statistiche debbano davvero essere prese in seria considerazione quando si parla di sicurezza del trasporto aereo.
Alla seconda turbolenza ho cercato di ricordare quale fosse la percentuale d’incidenti avvenuti in volo ed ho concluso che non era assolutamente rilevante e che su un aereo svizzero la manutenzione sarebbe dovuta essere certamente perfetta, quindi ero in mani sicure.
Quando il capitano ha detto che stavamo per entrare in un fronte nuvoloso in cui ci sarebbe stata la possibilità di forti turbolenze subito prima e durante l’atterraggio, ho immediatamente ricordato le parole di un amico steward che mi spiegava come le fasi davvero critiche di un volo siano solo il decollo e l’atterraggio e che il 95% degli incidenti si verifica in questi due momenti.
Appunto.
Proprio ora che arriviamo in una zona di “forti turbolenze”, che nel linguaggio edulcorato dei piloti vuol dire “una tempesta di quelle che vi toccherà stare attenti agli schizzi di vomito del vostro vicino”.
La terza “turbolenza” è stata in realtà una serie di scuotimenti in tutte le direzioni che ci hanno accompagnati per i successivi quindici minuti, causando panico e caos in tutto l’aereo.
Nonostante il pessimo indizio delle hostess ancorate ai loro seggiolini che chiedevano di mantenere la calma con la voce di una vergine rincorsa da dieci marinai di lunga tratta appena sbarcati, ho tentato di riporre una serena fiducia nelle capacità di volo del capitano, ripromettendomi di metterlo fra i miei eroi personali in caso fossimo giunti sani e salvi a destinazione, o di condannarlo ad una resurrezione nelle vesti di un parassita sui testicoli di un cammello affetto da orchite in caso di schianto al suolo.
Fatto sta che al secondo tentativo di atterraggio, dopo aver sfiorato il suolo con l’ala destra proprio mentre eravamo pronti a poggiare le ruote sull’asfalto, il nostro eroe elvetico ci ha portati sani e salvi nella piazzola di sosta, nella gioia plaudente di tutta la sua ormai affezionata tifoseria.
La storia successiva ve la risparmio, anche perché le quattro ore di attesa nella zona internazionale sono state caratterizzate solo da un panino sintetico col formaggio svizzero peggiore che abbia mai ingurgitato, pagato una cifra che ha condannato i miei eredi ai lavori forzati in una fabbrica di orologi a cucù in provincia di Losanna per ripianare il mio debito.
Inoltre la partenza per Roma, dove sono giunto dopo 10 ore dalla chiusura della porta di casa a Belgrado, è stata meno traumatica, grazie al fatto che le raffiche di vento della tempesta Kyrill erano oramai alle nostre spalle e ci spingevano, saltellando burlone, oltre le Alpi.
IV puntata: Bellezze da preservare
Son qui già da più di due mesi eppure non noto in me alcun segno di sofferenza o insofferenza.
Le settimane si susseguono rapidamente, intervallate da giorni di riposo in cui mi godo la città, dai primi tepori mentre mi alleno all’aperto, dal ritorno del freddo proprio quando speravo di aver definitivamente chiuso l’anta dell’armadio in cui ci sono i tre maglioni di lana leggera che avevo portato con me a fine Marzo, con la speranza di aver compiuto solo un gesto di prudenza estrema, di quelli che fanno tanto piacere alla mamma.
Ormai ho preso piede nel circolo festaiolo e divertente d’italiani e serbi che contribuiscono a farmi conoscere locali e luoghi di ritrovo notturno, guadagnandomi sul campo la nomina, puramente di fantasia, a vice-sindaco italiano di Belgrado.
È stata dura, ma attraverso una serie di prove estenuanti, fra cui la deglutizione in una sola serata di una birra da mezzo litro e di cinque coppe di un cocktail dal fascinoso ma mendace nome di “Multiple screaming orgasm”, sono riuscito ad agguantare l’agognata riconoscenza.
In realtà la mia fama si è consolidata anche grazie al fatto che quella stessa sera, al rientro dal locale, abbia passato indenne un controllo di polizia a cui altri avrebbero potuto difficilmente scampare.
Ed il successo in quest’operazione non è ovviamente dovuto a meriti che si possano a me attribuire, anzi, devo dire che ho cercato di fare tutto perchè l’esito del controllo andasse per il peggio.
Infatti, giunto in prossimità del posto di blocco, sono riuscito a notare il poliziotto che m’intimava di fermarmi, ma poi, in preda al panico lucido di chi sa di non poter passare indenne neanche un test etilico settato sui parametri di Bukowski, non ho fatto caso al gesto del medesimo poliziotto che mi diceva di andare, accortosi dell’origine straniera del sottoscritto.
Mi sono allora diligentemente fermato sul lato destro della carreggiata e, per dimostrare che la mia prontezza di riflessi e la mia lucidità non erano affatto intaccate dal baccanale appena conclusosi, sono sceso dall’auto in barba a tutte le normali procedure richieste dalla polizia di tre quarti del pianeta, ed in un perfetto inglese britannico ho innocentemente e diligentemente rivolto un “Good afternoon, Sir” all’ufficiale di fronte a me.
Alle quattro e mezza del mattino.
Questi mi ha fissato negli occhi e fra una bolla di alcool etilico e l’ombra di un calice vuoto, ha scorto nel mio sguardo i segni evidenti dell’ubriachezza, forse appena stemperata dai sintomi di un forte sonno ed di un vago malessere intestinale.
Ha storto il labbro in una smorfia indecifrabile, a metà fra il sorriso e lo sprezzo, con quella sottile tendenza verso la compassione, che per me significava in quel momento la differenza fra la libertà ed una notte almeno in una cella di detenzione del più vicino commissariato di Belgrado.
Non so se abbia davvero compreso il fatto che gli stessi augurando un buon pomeriggio all’alba di un sabato mattina per lui lavorativo, ma sono certo che fosse a fine turno e non avesse nessuna intenzione di stare a verificare quali fossero le procedure per mettermi sotto custodia, per cui mi ha detto qualcosa d’incomprensibile girando lo sguardo e facendo finta che non fossi là.
Sono rimasto per alcuni istanti in attesa di un verdetto di colpevolezza che non avrebbe fatto gridare nessuno allo scandalo nel panorama del sistema giudiziario balcanico, ma poi ho intuito, anche grazie al suggerimento di amici serbi, che dovevo risalire in auto e filarmela il prima possibile, onde evitare che la mia bocca senza controllo producesse ulteriori fonemi in grado di urtare definitivamente la già minata benevolenza dell’agente.
Da quella sera vengo quasi sempre salutato con un corale “Good afternoon, Sir”.
Ma ritorniamo al discorso iniziale.
I pochi connazionali che vivono qui sono tutti più o meno miei coetanei, decisi a rimanere nei dintorni il più possibile ed assolutamente convinti del fatto che si debba parlare pochissimo di Belgrado, cercando di non esaltarne la bellezza un po’ trascurata, la modernità dei locali, il fascino delle donne, nascondendone a lungo la cultura artistica o i pregi gastronomici e non menzionando mai che a Novi Sad si svolge ogni anno il festival musicale più grande e famoso d’Europa, con la partecipazione di centinaia di artisti celebri, di nicchia ed esordienti.
Non vogliono rischiare d’imbattersi, durante la passeggiata sulla bella Knez Mihailova, in comitive chiassose di romani e milanesi che inneggiano cori da stadio o s’insultano a vicenda con un utilizzo sproporzionato della potenza vocale a loro disposizione.
Non vogliono lo svilimento di quegli angoli appartati e intimi in cui si possono gustare ottimi espressi mentre si ascolta il sassofono di uno studente del conservatorio e sperano di non dover fronteggiare l’arrivo di quel triste turismo da marpioni di mezz’età che scavalcano le frontiere per venire a raschiare il barile delle loro voglie con le donne locali, magari aspettandosi da queste atteggiamenti lascivi e quel pizzico di disperazione che li aiuterebbe a superare la loro pochezza di “ominicchi”, non sapendo invece che da queste parti la dignità non se l’è venduta quasi nessuno, le donne serbe, meno che mai.
Di loro posso dire che mi ha sorpreso conoscerne così tante che parlano un perfetto italiano (oltre che un perfetto inglese), che sono tendenzialmente molto allegre, divertenti, curiose, serene.
Tutto ciò, ovviamente, l’ho verificato dopo aver palesato senza mezzi termini la mia natura di uomo felicemente impegnato e riscontrando, in tutte, una sorta di reazione stupita, come se avessero la tentazione di rispondere cordialmente: “Mi fa piacere per te, mio caro sconosciuto con cui sto piacevolmente scambiando due parole, ma anche se non me lo avessi detto non sarei mai stata colta dalla tentazione di andare oltre questa semplice chiacchierata”.
Non che abbiano una stima troppo alta di se stesse ma, come ho detto, la dignità è un carattere distintivo del popolo serbo, magari a volte tanto ostentata da sfociare in una punta di superbia, caratteristica di chi è sempre stato abituato a camminare a testa alta e non ha ancora fatto l’abitudine ai continui inchini richiesti dalla Storia.
So, poi, di andare controcorrente, ma non riesco ad ammettere il fatto che tutti giudichino le donne serbe estremamente belle e credano che la concentrazione di corpi e visi meravigliosi sia più alta che in Italia.
Ritengo che le proporzioni siano le stesse, ma riconosco che qui il problema del sovrappeso è decisamente inferiore rispetto al Belpaese, dato che lo sport è praticato diffusamente, certi vizi alimentari ancora non sono giunti e si cammina tanto perchè la benzina e le macchine costano.
Inoltre la bellezza serba è per noi italiani molto affascinante, perchè pur non essendo spigolosa e fredda come quella nordica o russa, ha caratteristiche che contrastano molto con il fenotipo italiano e quindi gli occhi chiari, i capelli biondi, l’altezza ed il fisico slanciato, lasciano talmente stupefatti che dopo averne incontrate un paio di quelle sopra la media, si è talmente storditi che la capacità di discernere obiettivamente viene definitivamente minata.
E molti, pur vivendo qui da anni, ancora non ci hanno fatto l’abitudine, oppure sono talmente ubriachi di questo tipo di donna da rimanere in una sorta di perenne, inconscia “trance da serba”.
Mi dicono di aspettare prima di emettere giudizi definitivi, ancora devo vedere il centro, poi devo andare in quel certo locale, quindi dicono che dovrò conoscere quel certo giro, infine mi chiedono di attendere di partecipare ad alcune serate estive sui barconi del Danubio.
Tre quarti delle attività menzionate le ho già sperimentate, ma non ho ancora cambiato idea: quelle belle sono splendide, ma ce ne sono più o meno quante in Italia.
Sarò felicissimo di dovervi annunciare un’eventuale smentita.
II puntata: Il cielo di Belgrado.
Ci sono giorni in cui ti senti cupo e il cielo di Belgrado non t’aiuta.
Anzi, s’incupisce anche lui un po’ di più, forse per empatia nei tuoi confronti, forse perché vuole saggiare la tua pazienza e ridere grassamente quando comincerai ad imprecargli contro.
Ci sono giorni in cui ti senti cupo e non t’aiuta leggere di mondi lontani, perché in un mondo lontano ci sei e di voglia per confrontarti con quelli degli altri non ne hai più.
Ci sono giorni in cui ti senti cupo e vorresti solo dirlo a qualcuno e non t’aiuta tornare a casa e vedere un cartello dell’amministratore che in cirillico spiega qualcosa che non puoi capire al resto del piccolo universo di cemento che ti circonda.
Magari sono gli auguri di buona Pasqua della vicina, magari un avviso per dire a tutti, tranne che a te, che ci sarà una festa la prossima settimana e che basta vestirsi da antico romano con una tunica bianca e una corona d’alloro e presentarsi con una cassa di birra fra le braccia per garantirsi l’accesso all’”Animal House” dei Balcani; o magari serve per dire che “se quello stronzo con la macchina UNOPS parcheggia ancora qui davanti, gli piazzo una bomba sotto il culo”.
E quando ti senti cupo, non aiuta non saperlo.
Non ti aiuta nemmeno non sapere che stai contribuendo a rimettere in piedi un paese, nel tuo piccolo.
No, perché quando vai a Mali Svornik, vedi la mappa e ti rendi conto subito che sei dall’altra parte del confine rispetto a Srebrenica.
Riconosci quelle montagne, da dove i colpi d’artiglieria demolivano i villaggi bosniaci, pensi che la strada dissestata su cui arranca il 4x4 è quella attraverso cui passavano i rifornimenti per Mladic, sotto il naso della NATO, con la complice acquiescenza di alcuni dei sindaci con cui ora devi parlare di concertazione e processi democratici.
Non t’aiuta, se ti senti cupo, mangiare al tavolo con loro e notare che la tua collega, unica donna fra venti uomini, inizia ad infastidirsi dopo la terza barzelletta oscena del sindaco due posti più in là, quello che si vanta di essere il sosia di Lenin.
Ed in effetti gli assomiglia, parecchio pure.
No, non aiuta.
Nemesi storica, si chiama.
Ci siamo passati anche noi italiani, non me lo scordo.
Attraverso un bel bagno catartico ci siamo smacchiati i vestiti dal sangue ed abbiamo ricominciato.
Sapere che ho il dovere di pensare a chi in quei giorni quella guerra non la voleva, o forse manco c’era, questo aiuta.
Certo, faresti una passeggiata, così ti rinfreschi le idee, tanto di fresco ce n’e’.
Ma se ti senti cupo devi stare attento a dove vai, perché il cielo di Belgrado ti segue, ti si attacca addosso come un volantino fradicio sul parabrezza, e se ti dimentichi di non azionare il tergicristalli, invece di togliertelo di mezzo te lo ritrovi spappolato su tutto il vetro, davanti agli occhi, dispettoso e fastidioso.
E magari ti porta davanti a qualche edificio squassato da una bomba, fritto dall’interno con il napalm e scheletricamente intatto, oppure inclinato a tal punto che lo hanno lasciato lì, in attesa di demolirlo o in attesa che l’enorme crepa che lo spacca al centro prima o poi decida di allargarsi e permettere alle due metà d’imitare le mele divise dal fendente di una lama.
E se ti senti cupo non t’aiuta immaginare quei 78 giorni di pioggia esplosiva, in cui i ragazzi di Belgrado facevano l’amore sui tetti dei grattacieli, forse rassegnati, forse incazzati, spavaldi, fatalisti o incoscienti.
Forse solo per dire al loro cielo, il cielo di Belgrado, che se voleva davvero che una di quelle 300 gocce pesanti che scaricava ogni giorno cadesse su di loro, quantomeno avesse la sfrontatezza sacrilega di fargliela precipitare addosso mentre erano abbracciati.
Un bel modo di prendersi gioco del destino, comunque.
Se poi vai al ristorante e tenti di spiccicare due parole in serbo e ti rendi conto che parli come un londinese potrebbe parlare lo spagnolo dopo i primi due numeri di un corso comprato in edicola, allora la situazione si fa grave.
Ti arrendi e lasci mano libera al cameriere, il quale, in equilibrio fra il sadismo e la compassione, prima ti porta un’insalata con un formaggio acido il cui sapore si avvicina a quello di una pecora sarda poco prima della tosatura, poi ti mette davanti agli occhi una scodella con dei medaglioni di carne affogati in una sabbia mobile di pomodori, peperoni e cipolle.
Buonissimi per carità, ma gli fai capire che quel piatto potrebbe annientare le residue speranze che hai di comunicare con qualcuno in un giorno in cui già ti senti cupo, se poi ti sviene la commessa del supermercato mentre gli chiedi dov’e’ il detersivo per i piatti, non aiuta.
Quello ti guarda e, con un sguardo da marpione con anni di clientela depressa e solitaria alle spalle, ti suggerisce in una lingua universale di accontentarti per oggi, meglio un buon piatto di carne che l’idea di una pessima conversazione sui detersivi.
E questo aiuta.
Torni a casa e finalmente ti stendi, ti senti ancora cupo, ma poi ci ripensi.
78 giorni.
300 bombe al giorno.
Figuriamoci, io m’incupisco dopo 5 giorni di pioggia e freddo ad Aprile.