Eccomi

Complicato dire chi io sia, ma essenzialmente sono un viaggiatore che spera di poter vedere il piu' possibile, da piu' punti di vista, sotto diverse luci. Vorrei capire. A giudicare ci pensino gli altri.
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I Puntata: J’ai presque oublié
Il titolo della serie l'ho scelto io, ma se vorrà l'autrice lo potrà cambiare.
Il titolo della puntata lo ha scelto lei e conoscendola si capisce il perchè.
Lei è Lucia, la nuova viaggiatrice ospite ed autrice di questo blog.
Scrive, ovviamente, da Roma, dove vive da tanto tempo.
Mi è piaciuta da subito l'idea di dare spazio a chi può guardarci da un punto di vista diverso, criticarci ed ammirarci senza sentirsi mai troppo e definitivamente italiana, pur amandoci nel profondo.
Benvenuta!
Le divise degli spazzini che riprendono i colori della squadra di calcio. O forse il contrario ? Gli ausiliari del traffico anche loro dai colori della squadra di calcio, il cameriere che impiega minimo 25 minuti a servirti il solito espresso da bere esclusivamente in piedi (anche se sei stanco la mattina). Il cameriere ti conosce ormai, e non ti chiede più che cosa vuoi bere, ti porta direttamente il tuo solito latte macchiato, gratificando il tuo arrivo con un “Buongiorno Dottoressa” enfatizzato dall’allegria naturale dell’autoctono per cui il caffé mattutino è più che un rito religioso, ed è un onore per lui servirlo proprio alla Dottoressa. Ma perché in piedi? Io mi sono sempre sentita un po’ impostore. Non sono dottoressa! Ma che delizia essere impostori qua. Non ho mai visto una concentrazione così importante di dottoresse, avvocati, architetti al metro quadro. Senza parlare degli onorevoli ed altri illustrissimi!... Forse non riesco ancora a cogliere appieno tutta l’autoironia di questo popolo. La donna delle pulizie che viene per la prima volta in ufficio, ti da del lei, ma come ti avvicini si rende conto che sembri troppo giovane per non darti del tu e ti chiede con gentilezza se sei stagista. E’ troppo tempo che vivo qua per formalizzarmi ancora di queste piccole manifestazioni di disprezzo nei confronti dell’essere giovani. Rido soltanto e ripropongo la mia solita battuta sull’ottima crema antirughe (ne ho un’altra sulla menopausa-vissuta-con-serenità-che-mantiene-giovani che funziona meravigliosamente). Le ragazze in canottiera e pantaloncini corti sulla via Prenestina che per cinque euro ti lavano la macchina da cima a fondo, le spazzine truccatissime in via Giulia, le attraversate della città in bici fino all’incidentato selciato del ghetto fra i turisti spaventati e le signore anziane con il carrello che bestemmiano al mio passaggio, parole che indovino soltanto, lette negli occhi infuriati di chi rifiuta di aver perso la gioventù e non sopporta tanta spensieratezza e tanta agilità. Parole che non sento, isolata nell’ipnosi auditiva delle cuffie che mi sparano alla rinfusa una delle 872 canzoni registrate in questo ipod. Momenti di pura gioia, nessuna domanda esistenziale può trovare la sua pertinenza in quegli attimi di estrema grazia vitale. Parole di questa canzone che mi trovano proprio in questo momento, mi ricordano proprio te. Mi ricordano di quando ti amavo. Mi ricordano anche di come ti amavo. Quell’altra esaltazione spensierata del cuore, quel farneticare dell’anima verso un nuovo universo nostro e segreto. Parole seppellite, dentro al cuore freddo del mattino dicono. Il sole che brucia, che aspetto per 4 mesi in un letargo contrito e doloroso. Il sole che brucia e le vampate inebrianti di gelsomino che ti prendono all’angolo di una strada buia e solitaria vicino alla piazza del Fico. Il fico l’hanno tagliato ormai. Questo posto in cui vivo, in cui mi dispero, in cui mi esalto, in cui sopravvivo con il dolce e malinconico malinteso dell’incomprensione e dell’esoticità. Questo posto in cui posso anche proferire un bel neologismo. Questo posto adesso è casa mia.