XI Puntata: "La mia prima India"
Era parecchio che non m’immergevo in una realtà diversa da quella ovattata e confortevole di un paese europeo o altamente industrializzato.
Ad aprile ho visitato i campi dove alloggiano i lavoratori delle imprese edili di Dubai e la sensazione che mi è rimasta dentro è stata la stessa di quando mi allenavo nella boxe francese con un compagno di quindici chili più pesante di me: un calcio fra l’ultima costola ed il fegato, di quelli che ti sgonfiano come un palloncino lasciato aperto e ti fanno cadere al suolo floscio e senza forma dopo aver prodotto flautolenze incontrollabili a causa della perdita di controllo degli sfinteri.
Ma il ritorno al lusso degli alberghi ed i grattacieli illuminati di apparenza di Dubai mi avevano aiutato a dimenticare, o forse semplicemente mi avevano impedito di fomentare ulteriormente la mia indignazione, tanto era rimasta seppellita dal contrasto con lo sfarzo.
Il mio arrivo in India, quindi, mi ha dato la possibilità di riavvicinarmi un po’ a quelle sensazioni che, per quanto mi riguarda, sono la linfa vitale del mio peregrinare.
Il fatto è che a guardarli da fuori certi paesi non sembrano male, anzi, sono quasi ormai entrati a far parte di una sorta di Olimpo inferiore che li divide da quelli in via di sviluppo e li avvicina a quelli industrializzati.
Ma se li vedi da vicino, se ci cammini dentro, se ne senti gli odori rivoltanti e ne vedi gli angoli meno spolverati, ti rendi conto che c’è ancora una abisso che li separa da quello a cui sei abituato nella tua vita ordinaria.
E quelle sensazioni, di tanto in tanto, mi servono per tenere a mente che non mi devo adagiare, che non devo smettere di ricordarmi cosa voglio fare, che non mi devo assuefare all’idea che tutto stia migliorando.
Non voglio definirmi un avvoltoio che si nutre di pestilenza e disperazione per poter essere soddisfatto di quello che fa, nè sono il sadico spettatore di una messa in scena di tragica quotidianeità.
Dico solo che non basta leggere i dati dei rapporti che mi passano sotto gli occhi tutti i giorni, nè è sufficiente guardare ai progressi sbandierati dai media per potersi davvero fare un’idea di cosa c’è aldilà di un confortevole letto a due piazze con vista sul mare.
A volte è necessario calarsi in prima persona in certi luoghi e riportare se stessi alla realtà, altrimenti s’invecchia presto e si smette di aver voglia di cambiare.
Sono diventato troppo filosofico, per cui torniamo ai toni che mi si confanno di più.
Il volo per l’India da Washington dura all’incirca 21 ore, ma quello che mi distrugge di più è il fuso orario.
È la prima volta in vita mia che raggiungo questa longitudine e le 9 ore e mezza di fuso, nonostante la comodità del viaggio, mi rendono meno simpatico di un coccodrillo a cui hanno pestato la coda.
E come un coccodrillo ho atteso il momento giusto per schizzare fuori dall’acqua a tradimento e trascinare con me nel fango la mia preda.
Stavolta ha la forma di uno di quei cinquantenni americani a cui sembra abbiano impiantato uno strato di plexiglas dove un tempo c’era la pelle del viso.
La testa del malcapitato, evidentemente immersa in precedenza in una copiosa quantità di gel, mi viene servita su un piatto d’argento dalla ineffabile precisione crucca: sul mio usuale volo Lufthansa hanno venduto troppi biglietti in classe business ed indovinate a chi è toccato il posto assegnato due volte?
La felicità si può raggiungere facilmente e quando l’americano oltremodo chiassoso in cerca di pistolettate da saloon mi si avvicina sbandierandomi la sua carta d’imbarco sotto il naso e pretendendo il posto che avevo guadagnato prima di lui, la mia occasione di afferrare la mia porzione di Eden è tanto certa quanto per Adamo una notte di sesso con Eva, causa assenza totale di concorrenza.
Alzo lo sguardo appena un poco dalla pagina dei film in programmazione sull’aereo, frugo nella tasca e gli porgo la mia carta d’imbarco senza proferire parola.
“E questa cosa sarebbe?”
“Mi scusi, non sapevo che nel remoto nulla da dove lei proviene non sono stati in grado di fornirle le basiche nozioni di apprendimento che avrebbero potuto facilmente aiutarla nel trovare risposta alla sua domanda” e dopo una pausa sufficientemente lunga per dargli la possibilità d’iniziare a decifrare il senso della mia risposta, senza lasciarlo davvero in grado di comprendere fino in fondo, ho aggiunto: “It’s my fucking boarding pass... Dude!”
Quello farfuglia qualcosa, analizza i biglietti e comincia a chiedere spiegazioni alzando la voce tanto che il rumore delle turbine era paragonabile al ronzio di una mosca.
Accortosi del fatto che un passeggero che non ero io stava per avere un infarto, un gentilissimo steward (a proposito, sapete confermarmi se uno dei requisiti internazionalmente richiesti per poter fare gli steward è l’omosessualità?) prende in mano la situazione e tenta di calmare il cowboy ormai paonazzo.
Dopo pochi efficentissimi controlli nei perfetti archivi germanici, il biondo ariano si avvicina a me e, con un’espressione degna del Tadzio di “Morte a Venezia” di Luchino Visconti, m’informa che a causa di un imbarazzantissimo equivoco si vede costretto a chiedermi di cambiare posto.
Attendo solo un secondo con un espressione che gli faccia capire che già so dove vuole arrivare, ma che voglio avere la soddisfazione di sentirmelo dire davanti alla versione a grandezza d’uomo del Big Jim ingelatinato.
Lui coglie al volo e puntualmente mi conferma con una voce leggermente più nervosa: “Se vuole seguirmi l’accompagno al suo nuovo posto in Prima classe”.
Il morso alla mela proibita non vale altrettanto.
Arrivo a Mumbai all’una di notte, insonnolito, stordito dagli alcolici inutilmente tracannati per dormire e con un gorgoglio intestinale che fa prevedere urgenze imprevedibili.
L’ultima cosa che desidero è di venire investito da una massa di umidità bollente non appena la porta dell’aereo si spalanca.
La hostess ne è la prima vittima, con evidenti conseguenze sulla compattezza del trucco del contorno occhi: in pochi attimi la vedo trasfigurarsi in un panda in piena crisi narcolettica.
Fortunatamente ho prenotato il trasporto in albergo in anticipo e quindi mi ritrovo accompagnato nel parcheggio da un simpaticissimo ed incomprensibile ragazzo, di cui riesco a decifrare il contorto inglese solo quando mi porge dell’acqua aggiungendo “Water?” con una pronuncia della W all’italiana che immediatamente resuscita i miei gorgogli intestinali.
Mi porge domande da cui non riesco ad estrarre nessun suono che provochi il minimo stimolo sinaptico nella zona del mio cervello che domina la lingua inglese, ma continua a ripetere i mugugni come se davvero si aspettasse di essere compreso.
Ho risposto qualcosa con un espressione che deve averlo condotto alla conclusione più ovvia: era chiaramente di fronte al risultato uno degli ultimi fallimentari tentativi di applicare un’intensa terapia di elettroshock per la cura di un disturbo mentale.
L’hotel è quello dove dopo una settimana avrebbe alloggiato anche il Segretario di Stato americano Ms. Hillary Clinton e dove a Novembre del 2008 una decina di parlamentari europei si barricarono in camera per sfuggire agli attacchi terroristici che per 3 giorni sconvolsero Mumbai e causarono 173 morti, di cui 9 dei 10 terroristi membri del commando.
Il tutto mi fa ben sperare, per una serie di considerazioni che vi chiedo di condividere con me.
Innanzitutto il mio albergo in questo momento è probabilmente stracolmo di agenti segreti americani che stanno analizzando nel minimo dettaglio la sicurezza della quasi prima donna presidente degli Stati Uniti: difficilmente qualcuno potrebbe entrare con un mitra sottobraccio e sperare di compiere più di 3 metri nella hall senza essere ricoperto dai puntini rossi dei laser dei cecchini.
La sicurezza dell’albergo è stata notevolmente rinforzata e tutte le macchine vengono fatte fermare fuori dai cancelli ed ispezionate, mentre tutti gli ospiti passano sotto il metal detector e le borse introdotte negli scanner.
Inoltre la statistica gioca a mio favore, dato che le probabilità che uno stesso sito venga attaccato da più di un attentato terroristico, sono praticamente nulle.
È successo soltanto al World Trade Center a New York, dove il 26 febbraio del 1993 un manipolo di estremisti islamici tentò di far crollare la Torre Nord su quella Sud facendo esplodere 680 kg. di urea nitrato nel garage dell’edificio.
Il tentativo come sapete fallì, ma non scoraggiò i piani dei discepoli di Maometto, cui si deve riconoscere la pervicacia nel perseguire le proprie intenzioni.
Intenzioni che definire folli non è esattamente corretto, visto come poi la storia abbia dato loro ragione.
In ogni caso la statistica e la scelleratezza dell’amministrazione Bush mi fanno propendere per il fatto che simili errori non si ripetano due volte nella storia.
Infine un’ultimo fattore mi rincuora: sono riusciti a sopravvivere una decina di europarlamentari imbolsiti e impigriti dalla vita sedentaria di Strasburgo, probabilmente ce la potrei fare anche io, se proprio l’albergo dovesse essere attaccato una seconda volta.
Il portiere è cortesissimo, ma continuo a non capire la gran parte di quello che dice dondolando la testa come uno di quei pupazzetti caricaturali a cui dai dei colpetti per vederli muovere ritmicamente.
Giungo alla conclusione che è colpa della stanchezza e del fuso orario e lo liquido per dedicarmi al riposo estremo.
Il problema è che neanche un sonno semiletargico ed un’abbondante colazione hanno un effetto particolarmente risolutivo sulle mie capacità di comprensione auditiva: continuo a non capire quello che mi dicono.
Il dramma è che lo stesso accade nella maggior parte dei colloqui con i vari rappresentanti delle amministrazioni locali: mi sento frustrato e ignorante, colto da un’improvvisa sensazione d’isolamento, come quando sei in un paese straniero di cui non riesci nemmeno lontanamente ad afferrare la lingua.
La verità è solo che la grandissima maggioranza degli indiani ha un accento terribilmente forte e pronuncia l’inglese in maniera totalmente diversa, confondendo l’interlocutore con movimenti del collo che non corrispondono, nemmeno quelli, ai segni mimici più usuali.
Tanto per farvi capire meglio la divertente follia di certe conversazioni vi dico che i movimenti della testa che notoriamente indicano il “si” ed il “no” qui sono invertiti, per cui mi sono ritrovato un paio di volte davanti all’autista che quando gli chiedevo se fossimo in tempo per l’incontro successivo, mi rispondeva con un’aria contrita: “Absolutely!”, annuendo ripetutamente per indicare in realtà: “Assolutamente no! C’è un traffico da evacuazione di massa, piove incessantemente da tre settimane e hai chiacchierato 20 minuti più del previsto: non ce la faremo mai!”.
Ed io rilassato e felice mi sedevo in macchina certo che con 10 minuti di tempo avremmo raggiunto l’obiettivo successivo in questa caotica metropoli.
Mumbai, capitale dello Stato del Maharashtra, è infatti, secondo alcune statistiche, la seconda città più popolosa del mondo, con 14 milioni di abitanti; è invece solo al quarto posto se s’includono i sobborghi e si considera l’agglomerato urbano nel complesso: soltanto 19 milioni di persone.
Da queste parti si produce il 5% del PIL dell’India, da qui passano il 70% delle transazioni finanziarie del paese ed il porto, da solo, gestisce il 60% del commercio marittimo dell’intera nazione.
Purtroppo non ho avuto il tempo di poterne apprezzare gli aspetti positivi, quali la cultura millenaria e le commistioni etniche, ma in compenso mi sono beccato tanta acqua piovana da aver definitivamente avviato un processo di artrosi che potrà essere fermato solo da un eventuale soggiorno di due settimane nel Sahara.
Per la maggior parte dei cinque giorni di permanenza sono stato intrappolato in un traffico apocalittico, assolutamente fuori dal controllo di qualsiasi entità regolatrice, condito da un frastuono simile a quello di un istituto d’igene mentale all’ora della mensa.
Gli indiani infatti utilizzano il clacson senza soluzione di continuità, alcuni pigiando il tasto per decine di secondi, mentre sfrecciano pericolosamente fra vacche e biciclette.
Il clacson è uno strumento di dialogo fra vetture: ci sono segnali simili a quelli Morse che indicano le intenzioni dei conducenti, altri che sono puri sfoghi di rabbia, altri minacce a sfondo religioso, altri ancora divulgazioni amichevoli delle notizie appena trasmesse dal radiogiornale a tutti coloro che non possono permettersi l’autoradio.
Da buon romano la cosa mi faceva letteralmente uscire di senno e mi ritrovavo ad inveire vigorosamente contro chiunque suonasse in prossimità della nostra macchina, quindi in pratica passavo il tempo a lanciare epiteti incomprensibili a tutti coloro intorno a me.
Dopo un po’ ho rinunciato all’idea di poter minacciare di morte i 14 milioni di abitanti della città ed ho semplicemente proibito al nostro autista di utilizzare il clacson: dovevo avere la possibilità di redimere almeno una persona.
In proposito il governo sta cercando di sensibilizzare la popolazione con campagne pubblicitari che evidenziano i danni alla salute causati dall’inquinamento acustico, soprattutto nei bambini.
Apparentemente però senza grossi riscontri, dato che sul retro delle vetture in molti casi si possono vedere adesivi che dicono: “Per favore suonate!” oppure “Clacson? Si grazie!”
L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda per le città e le zone industriali un livello massimo di 75 decibel, precisando che l’esposizione a tale livello deve essere limitata nel tempo, considerando che il normale rumore di una città è di 45dB.
A Mumbai il livello d’inquinamento acustico medio è di 75-90dB, con picchi di 100dB, mentre a Calcutta si possono raggiungere i 120dB: praticamente è come in ogni angolo della città ci fosse un aereo che decolla.
Solo per vostro riferimento: 130 dB è il livello di rumore prodotto dall’eruzione di un vulcano.
L’inquinamento dell’aria poi è qualcosa di semplicemente indescrivibile, con decine di migliaia di vecchie Ape Piaggio colorate di verde e giallo, riadattate a microtaxi ed in grado di creare tappi di lamiere agli incroci che hanno del catastrofico.
Il parco macchine nazionale poi prevede vecchi taxi londinesi ridipinti ed un modello di vettura prodotta localmente che è un’incrocio fra la FIAT 600 e la Trabant prodotta nella ex DDR prima della caduta del muro, il tutto con un’età media che viaggia intorno ai 30-40 anni.
Non esattamente dei motori con filtri antiparticolato e limiti alle emissioni di idrocarburi.
Il momento più basso della missione è stata però una cena in un ristorante cinese all’interno dell’albergo.
Per carità, cibo ottimo, servizio impeccabile e nonostante l’arredamento fosse un po’ troppo pacchiano, la sensazione era davvero quella di essere molto più vicini alla reale atmosfera di un ristorante cinese di quanto non si possa esserlo a Roma o Washington.
Il fatto è che, mentre sceglievo le pietanze da degustare seduto in beata solitudine, devo aver toccato le corde più sensibili dell’animo del cameriere, il quale, per evitarmi una cena amaramente solitaria, ha depositato sul mio tavolo un’ampolla di vetro contenente un pesce rosso, aggiungendo delicatamente: “Questo è per tenerle compagnia stasera”.
Per un iniziale, lunghissimo istante quel gesto paradossale mi ha lasciato senza parole, ma non appena mi sono ripreso dallo stupore non ho potuto fare a meno di replicare: “Beh, se potesse portarmi un essere umano femminile altrettanto loquace e con pretese economiche al di sotto dei 200 dollari a notte sarebbe meglio, ma in mancanza mi accontento del pesce!”
Ovviamente ho proseguito la cena in compagnia del pesce, il quale però mi ha costantemente voltato le spalle, forse perchè ho fatto di tutto per farmi servire nel piatto dei suoi simili e credo che il poveretto abbia ancora incubi che lo tormentano in cui s’immagina circondato da verdure e spezie sopra un letto di riso fumante.
Nuova Delhi è stata decisamente più accogliente, dato che è stata strutturata in maniera migliore dal punto di vista topografico e non deve combattere con le miriadi di difficoltà di Mumbai.
Il traffico è molto più regolare, almeno per gli standard indiani, anche se l’uso del clacson è comunque tale da soffocare qualsiasi altro rumore.
La città offre molto ed il quartiere governativo è composto da ampi vialoni alberati che congiungono snodi ariosi e piazze enormi.
Il palazzo presidenziale si trova al termine di un immenso prato che idealmente si rifà a quello di fronte al Capitol Hill di Washington e devo dire che tra i due non saprei decidere quale abbattere per primo.
La parte vecchia della città è divertentissima, se vi piace farvi calpestare le dita dei piedi dalle ruote delle biciclette, ed è in pratica il quartiere musulmano della capitale.
Alla fine della via principale, Chandni Chowk, vi trovate di fronte alla famosa Masjid-i Jahân-Numâ, ovvero la moschea più grande d’India.
Nel suo cortile si possono radunare all’incirca 25,000 fedeli e ci sono voluti circa 6 anni di lavori per completarla.
Considerando il fatto che risale alla metà del 1600 e che la Salerno-Reggio Calabria continua ad essere in costruzione da circa 30 anni, non verrò tacciato di esagerazione se affermo che il tutto ha le caratteristiche di un’opera maestosa.
Durante gli attacchi del Novembre 2008 anche qui furono fatte saltare un paio di bombe che provocarono “soltanto” 13 feriti.
In questo caso gli attentatori devono aver sbagliato qualche calcolo, dato che in quel momento la moschea era frequentata da circa un migliaio di persone, nel primo venerdì dopo il giorno in cui i musulmani festeggiano il compleanno di Maometto.
Grazie alla mia barba incolta, ad un collega giordano che mi ha spiegato cosa dire all’ingresso ed alla mia proverbiale mancanza di rispetto per qualsiasi credenza religiosa, mi sono intrufolato dentro fingendomi musulmano ed ho potuto girovagare un po’, soddisfatto per l’incursione furtiva.
Senza nessuna conseguenza per la frizzante avventura, almeno per quello che riguarda la mia vita terrena, mi sono diretto insieme ai colleghi nel dedalo di vicoli della città vecchia, alla ricerca di uno dei ristoranti più famosi dell’intera Asia.
Karim è il ristorante dove una antichissima famiglia di cuochi, la cui dinastia vanta il pregio di aver servito anche imperatori, ha aperto il suo avamposto del sapore nel lontano 1913, dopo essere rientrati in India dopo un lungo esilio imposto dagli inglesi.
Dal punto di vista estetico potreste rimanere scottati dal carattere del locale, che definire informale sarebbe quantomeno eufemistico, ma vi assicuro che le vette di piacere sensoriale che ricaverete dalle prelibatezze assaporate, valgono decisamente il rischio di contrarre qualche infezione intestinale.
Alla fin fine si tratta solo di non versare l’acqua nei bicchieri e di sgrassare un po’ il piatto con un fazzoletto, ma per il resto le dosi industriali di peperoncino e curry provvedono a sterminare qualsiasi agente patogeno.
Naturalmente non ho potuto fare a meno di assaporare piatti tipici e stravaganti, come il cervello in umido in salsa speziata che ha provocato una reazione di disgusto inenarrabile nel mio collega locale induista e rigorosamente vegetariano.
Il giorno dopo il mio intestino ha voluto farmi presente il suo disappunto per lo stress a cui lo stavo sottoponendo, ma ho saputo subito riconquistarne l’affetto con un paio di giorni a base di verdure e riso.
Non ho molto di più da raccontare, per vostra fortuna, anche perchè sono ripartito dall’India con una velata sensazione di disappunto per non aver incontrato nemmeno un elefante per strada.
Non crediate che stia esagerando come è mio solito, dato che non è poi così raro imbattersi in cartelli stradali che segnalano il divieto di sosta o di accesso ai pachidermi!
Immaginate che delusione sapere di essere andati tanto vicini a vederne uno in strada e ritrovarsi invece a riflettere amaramente sul fatto che, una volta abbandonata l’India, l’unica esperienza vagamente simile in quanto a magnitudine sarà quella di osservare il culo mastodontico delle hostess della United.
Bar des Aiglons
I due tripli sedili in fondo alla carozza della metro Balard-Créteil. La coincidenza alla stazione Concorde dove tante volte ci siamo baciati ridendo e ognuno ha preso la strada delle persone serie che vanno al lavoro. Tutte quelle volte in cui ti supplicavo di aspettarmi "ancora 5 min" per uscire insieme e prendere questa metro fino alla coincidenza. Qualche volta nella tenerezza del mattino, ancora assonnati, una carezza di troppo riusciva a convincere l'altro e ci lasciavamo andare a fare all'amore, veloce ma bene, ma soprattutto con amore, e io partivo al lavoro con il sorriso sulle labbra in mezzo ai parigini poco amabili e tantomeno felici di vivere, ormai indifferenti agli spintoni dati e ricevuti sulla strada del lavoro. Tutto ciò era così dolce, così affascinante, così facile. Eppure non bastava. Tutta la mia vita così, no, non potevo guardarla, e vederla, già così, e ancora così fra 10 anni, forse anche 20, 30. "Balard, terminus de ce train, tous les voyageurs sont invités à descendre". Una volta un conducente si era anche lasciato andare a canticchiare questa vecchia canzone di Gilbert Bécaud "Et maintenant, que vais-je faire?", riuscendo a strappare un sorriso agli infelici abitanti della stazione Balard che tornavana a casa sfiniti dalla giornata parigina. Scendo con la mia valigia vuota. Un paio d’ore dopo mi accompagni di nuovo qua con il motorino e per la prima volta rido vedendo la spia della benzina che lampeggia come sempre, la valigia piena che sta per cadere in mezzo al fitto traffico perché troppo grossa per questo scooter. L'ultima valigia, l'abbiamo festeggiata con una tartara alla brasserie sotto casa, i camerieri si sono un po’ stupiti nel rivederci insieme dopo tutto questo tempo, e noi ridevamo tanto. "A proposito, ti saluta Lucilla." "Non mi chiama mai", "Scommetto che non la chiami neanche tu"... Per colpa del telefono perdiamo le persone che amiamo di più. Era l'ultima valigia e quasi non me lo aspettavo. Allora sono definitivamente uscita dalla tua vita. Chissà come ti sei sentito. Ce n'è voluto di tempo... In poco meno di 30 minuti mi ritrovo dall'altra parte della città, e trascino come posso i maledetti 20kg dei ricordi che mi seguono tutto il giorno... che mi scuotono, che non scottano più. Penso questo, non scottano più, sono dolci, lisci, un po’ sfocati, tutti teneri, un po’ come i sassi della spiaggia, anche le schegge di vetro diventano così levigate, con il tempo.
Ed eccomi al centro del mondo, del mondo di qua, il mio luogo di ricevimento, il mio "ufficio"... Questo bar di quart’ordine. Yacine, il proprietario mi chiama "Princesse". Sicuramente chiama Princesse tutte le buone clienti. All'epoca ci offriva sempre il suo turno al momento di partire. Furbo il ragazzo, lo sapeva che la gente ha fretta qua. Con un sorriso appeso alle labbra che non si smorza mai, di fronte già al secondo Monaco alle 17 sotto il sole cocente - eccezionale qua-. Il Monaco è questa deliziosa bevanda a base di birra, limonata, e sciroppo di melograno. Totalmente trasportata dall'atmosfera. Ma non con gli occhi di voi o di qualunque altro popolo che vedono le facce ostili della gente qua, i cornetti riempiti di burro, il caffè letteralmente imbevibile, i ragazzi delle banlieues che si parlano male e cercano rogne o ballano l'hip-hop per strada. Quello che vedo io, quello che provo io, è l'esaltazione della nostalgia, di tutto quello che una volta amavo e odiavo tutti i giorni, che mi ha fatto vivere qua, che mi ha convinto a lasciare questa città. Le facce stanche nella metro, i colori, le materie, gli odori, le pelli, i vestiti, le lingue, questa miscela variegata che compone oggi la popolazione, la mia popolazione, che ho abbandonato qua per vivere in mezzo a voi, parlare la vostra lingua, bere il vostro vino. Sono tornata per rivederli, provare il brivido della nostalgia, ricordarmi per qualche ora come era vivere insieme a loro, riconoscermi in loro, in tutto ciò per cui non mi riconosco in voi.
Ed eccomi a Fiumicino. Aspetto. Qui bisogna sempre aspettare. Non mi riesco ad abituare all’attendere. E non è come se fosse normale qua. Nessuno ama aspettare qua. Ma nessuno si preoccupa mai dell'attesa altrui, del danno recato all'altro, ognuno si fa gli affari suoi nel suo cantuccio e pazienza se l'altro deve aspettare. I miei ultimi 20kg di ricordi non si affacciano sul nastro. Ormai siamo al volo da Riga, tra un pò arriveranno le mutande impacchettate insieme ai loukoum della gente che arriva dal Cairo. Il ragazzo mi accompagna all'assistenza clienti, ma mi accusano di non aver aspettato abbastanza. Mi fa sicuramente pagare la rabbia e il disprezzo che si possono leggere nei miei occhi. Il ritorno alla realtà di qua è sempre un po’ faticoso e forzato, anche se sempre meno sentito, meno sofferto. Le prime ore (delle volte fino a più di ventiquattro...) non mi va mai di parlare la vostra lingua, e faccio in modo di non dover interagire con nessuno. E' quasi una sfida, un gioco, un gioco mezzo tragico però. Ora non lo è più tanto come prima, e proprio questa volta ero allegra e felice di stare là, ma forse per la prima volta non mi ha messo di fronte alle mie responsabilità, di fronte alle mie scelte, non mi ha posto la domanda fatale del "qua o là?". La prima vampata d'aria afosa all'aprirsi dello sportello dell'aereo mi ha tranquillizzata. Forse per la pressione bassa che ho sempre quando la temperatura supera i 30 gradi. Non sono riuscita a ridere alle battute dei 3 impiegati del servizio di pulizie seduti intorno a me sul treno del ritorno e nemmeno a sentirmi lusingata dal fatto che mi avessero presa per romana, per una volta! Tutt'al più mi sono chiusa nel suono della funzione random dell'ipod con il volume al massimo, sperando che questo dono della tecnologia riuscisse a propormi una canzone affine al mio stato d'animo come spesso riesce a fare. In quel momento mi sono accorta violentemente che qui, in questo paese, non si usa NON rispondere alle battute, soprattutto se - credono - sei del posto, e tantomeno se sei donna e loro sono 3 maschi. Per fortuna mia non sono capitata su 3 esponenti molto feroci della specie e il nostro viaggio è proseguito senza ulteriori interazioni fino al doveroso saluto di addio alla loro stazione di arrivo. Niente di questa bellissima città è riuscito a consolarmi nemmeno il giorno successivo quando la mia schizofrenia provocava attacchi di disperazione per la propensione a non cambiare mai, a rassegnarsi per tutto, quando io, francese, farei una rivoluzione, una ribellione popolare dovunque, in ogni occasione. Rivoluzione mai istigata in Francia poi, in cui il mio impegno politico si riassume in una manifestazione ai tempi del liceo contro una decisione del Preside - peraltro mio stesso padre, e lì si dovrebbe parlare di Edipo più che di rivoluzione - e Genova nel 2001, dove stavo per motivi di lavoro, siamo sinceri. Niente dicevo è riuscito a consolarmi fino all'ora dell'aperitivo in cui ho dovuto compiere la solita attraversata in bicicletta senza freni e quasi sgonfia sul benedetto selciato romanesco; sì anche i sampietrini parlano romanesco. Ti sgridano, ti strillano, ma alla fine stanno solo scherzando, ti vogliono bene, anche quando piove in bici. Forse alla bici meno. Questa discesa infinita in via Cavour è una benedizione all'ora dell'aperitivo. Un pò di meno all'ora del rientro.
Venerdì mattina. Testa pesante. Mi chiamano da Fiumicino, hanno ritrovato la valigia. Amo Roma, fa la stronza ma alla fine risolve sempre tutto. Apro tristemente la valigia e contemplo i miei ricordi.