Free Blogger Federico Aldrovandi Viaggi disordinati

Appunti sparsi di un irrequieto senza fissa dimora

Eccomi

Utente: karestia
Complicato dire chi io sia, ma essenzialmente sono un viaggiatore che spera di poter vedere il piu' possibile, da piu' punti di vista, sotto diverse luci. Vorrei capire. A giudicare ci pensino gli altri.

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sabato, 18 luglio 2009
Rome dans le coeur

Un'altra vita fa
 
Mirko posa il settantacinque sul nostro tavolo, porta via quella vuota e brindiamo con un sorriso sincero e in silenzio. In quel silenzio che dura meno di sessanta secondi io penso, penso che sono felice, che questa città con il sole che brucia di giorno e la folla che si dà spintoni negli stretti vicoli per avanzare la notte, questa città è quasi più bella ancora d'estate. Penso al parco questo pomeriggio con il delicato profumo saturo di sole degli oleandri, al prato bruciato e ricoperto di malve. Alla ruvida scorza odorosa del pino sul quale mi sono appoggiata. Al silenzio afoso di questa città il giorno del suo Santo. Lucilla mi sorride ancora ma si accende una sigaretta. Ha sicuramente qualcosa da raccontami, fuma. Mi gira la testa e già non riesco più tanto a parlare. Ho questo mio sorriso ebete che confondo con la beatitudine. Di quei momenti in cui provo un grande senso di realizzazione. Questo è il mio bar, nel mio "barrio", mi sembra in quell'attimo che tutta la mia vita stia qui, anzi che il senso della vita stia qui. So che prima di sentire Lucilla, quello che muore dalla voglia di dirmi, dovrò dirle qualcosa di me. La faccio languire un pò ed inizio a raccontarle la mia ultima missione nel dettaglio. Paziente mi ascolta e prende appunti mentali per potermi dare il suo giudizio alla fine, ma non le lascio il tempo di reagire e mi sento molto abile nella mia transizione verso il racconto di quello che lei bramava di sentire. Accendiamo un'altra sigaretta e faccio un cenno a Mirko, sempre più reattivo, che non giudica mai il nostro ubriacarci confessionale. La testa fa fatica a sostenersi ma ormai la lingua si è sciolta e non mi ferma più nessuno. Ascolto e sentenzio, ho sempre un parere su tutto e per tutti, anche per i vicini del tavolo accanto. Lucilla prosegue nel suo racconto, ascolto, interrompo, giudico, consiglio. Il poeta mancato del tavolo accanto riprova ad entrare in conversazione, crede di aver capito dal nostro sorriso complice e dai nostri sottointesi, mi interpella con un "Ti rifugi nel saffico" che capisco immediatamente essere la citazione più brillante della sua carriera. Ma l'effetto da noi ricercato è inverso e leggiamo nei suoi occhi viscidi, nella bruttezza del suo sorriso che scopre due denti rotti (o malformati) l'eccitazione dell'imbecille senza senso dell'umorismo. Il poeta senza raffinatezza. Ridiamo ancora, parliamo ancora, il tempo e la birra non bastano mai per dirci tutto. Tutto sugli uomini, tutto suoi ricordi, mai una serata lucide. Quei mille risvegli a casa senza nessun ricordo del rientro. Con la testa pesante, la nausea, altre bottiglie vuote, piatti sporchi della spaghettata delle 7. Da quei tempi non è cambiato niente o quasi, sono gli altri che sono invecchiati, e noi che ci siamo dovute adeguare ai tempi in cui viviamo. Non c'è più quella piazzetta in cui si fumava gratis solo perché ero la migliore a rollare. Non c'è più quel ragazzo che facevamo impazzire con i nostri scherzi, che mi faceva impazzire d'amore. I mille fidanzati di Lucilla di quel tempo fingiamo di non riconoscerli per strada. Ma noi ci vediamo sempre e comunque, almeno una volta al mese in questo bar, come la nostra ultima spiaggia alcolica. Abbiamo sempre tanto da raccontarci, da stupirci ancora. Stasera è particolarmente ricca di rivelazioni e promesse solenni. Stasera ci scambiamo le password delle email, nel caso succeda qualcosa a una di noi. Peccato che l'alcol cancelli così tanta memoria in noi. In fondo non so se sia tanto un peccato. Lucilla mia sorella. Quando ti ho conosciuta non parlavi quasi mai. Non bevevi neanche. Adesso hai recuperato. E spesso non mangiavi, cercavi di far sparire questo corpo. A quei tempi cercavi di non vivere, in nulla, ti sentivi in troppo. Ti ho preso sotto la mia ala, ti sei messa ad esistere, a vivere, in tutto, intensamente. Ora sei tu a preoccuparti per me, lo leggo nei tuoi occhi nel momento in cui lo penso. Sicuramente come me ti ricordi di quella mattina come se fosse ieri, in cui ci siamo svegliate, dopo settimane, mesi di eccessi senza tregua per il nostro corpo, senza occasioni per la mente di capire e prendere distanza rispetto a quello che stava accadendo, quella mattina ci siamo svegliate, e senza consultarci abbiamo capito che era ora di farla finita e di crescere. Tutto questo era stato un gioco in un mondo al quale non appartenevamo, ed era ora di tornare alla realtà che ci aspettava, che dovevamo costruire. Quell'estate sei scappata in Tunisia, e io ho lasciato questa città e questo paese, per più di 4 lunghi anni. E quando sono tornata abbiamo ripreso il gioco dove era stato interrotto. Avevo scoperto questo bar grazie al pittore messicano. Appena sbarcata qua, appena abbandonata quell'altra vita piccolo borghese evidentemente troppo stretta per me, ero pronta a farmi trascinare in tutti gli abissi. Io con il pittore messicano, Lucilla con il chitarrista russo. Il gin tonic era il cocktail perfetto, Claudio li faceva sempre carichi per me, Marcello mi apriva sempre la serranda dopo le 2 per l'ultimo giro. I risvegli erano pesanti, con grandi sensi di colpa per cose fatte di cui non rimaneva che un vago ricordo, o nel peggiore dei casi un sospetto, e l'emicrania batteva forte. Ma che ridere quella volta in cui ti eri finalmente liberata dal chitarrista ucraino - ora russo da quando era crollata l'Unione Sovietica secondo lui - e ti avevo lasciata la sera con quel ragazzo a modo che ti avevo presentato. Vi avevo sentito tornare ubriachi nella notte e mi ero riaddormentata soddisfatta con il senso del dovere compiuto. La mattina entrando trionfante in cucina per salutarvi e prendere ufficialmente atto della mia opera, ho impiegato ben 30 secondi per mettere a fuoco la mia miopia peggiorata dai vapori dei gin tonic e ammettere che di fronte a me, chi indossava la tua ridicola tuta siriana che gli stava troppo stretta e troppo corta non poteva essere quel ragazzo, bensì il maledetto chitarrista di via del Corso. Quel giorno non penso di essere stata credibile neanche un minimo con il mio saluto al finto artista che friggeva le uova nella mia cucina di fronte a te che mi sorridevi, complice e orgogliosa di aver dirottato il mio piano!

Postato da: karestia a 12:48 | link | commenti (1)

venerdì, 10 luglio 2009
Divagazioni di un bancario errante

X Puntata: "Ma che fai nella vita?"
 
Per far capire che lavoro faccio a chi non lo sapesse o non lo avesse ancora capito, ecco il risultato degli ultimi 6 mesi di fatiche (fra le varie altre cose...).
 
L'Aquila, 8 Luglio 2009. - (Adnkronos) - "Considerato l'impatto sullo sviluppo dei flussi di rimesse" i leader del G8 si sono impegnati - nella dichiarazione conclusiva su Sviluppo e Africa approvata questo pomeriggio - a "facilitare un piu' efficiente trasferimento e migliore uso di queste rimesse" ed a favorire la cooperazione tra organizzazioni nazionali ed internazionali in questo ambito.
"Punteremo a rendere i servizi finanziari piu' accessibili agli emigranti ed a coloro che ricevono le rimesse nei paesi in via di sviluppo", scrivono i leader del G8 nella dichiarazione. "Lavoreremo in particolare per raggiungere l'obiettivo di una riduzione dei costi medi del trasferimento delle rimesse dall'attuale 10 per cento al 5 per cento in cinque anni attraverso un piu' intenso scambio di informazioni, trasparenza, competizione e cooperazione con i partner" per assicurare una crescita nelle entrate per gli emigranti e le loro famiglie nei paesi in via di sviluppo.

Postato da: karestia a 00:42 | link | commenti (6)

giovedì, 02 luglio 2009
Divagazioni di un bancario errante

IX Puntata: Parole pruriginose
 
Ad Irene, perchè qualche risata possa seppellire il dolore di noi tutti, che non abbiamo potuto salutarti per il tuo ultimo viaggio.
 
“C’hai la scabbia”.
Quattro parole secche (tre e mezzo, per la precisione), pronunciate con una leggera inflessione siciliana che non ha fatto altro che confermare la bontà della mia scelta nell’optare per un medico italiano.
Basta poco per rendere felice un uomo.
Vi sembrerà strano, ma quando ho sentito il medico annunciare la diagnosi con quelle parole, ho davvero provato un moto di commozione, quasi avrei voluto abbracciarlo.
Considerate le circostanze, credo che non avrebbe apprezzato un contatto tanto intimo, per cui ho deciso di limitarmi ad un “Grazie” spezzato in gola dall’emozione.
So che per molti di voi (forse tutti) questa affermazione può giustificare una chiamata urgente ai miei genitori per chiedere se effettivamente la mia salute mentale sia ancora intatta e se gli effetti di tutte le cadute infantili non stiano finalmente ed inesorabilmente emergendo alla luce, ma lasciatemi spiegare ancora per qualche riga e magari converrete con me sull’entusiasmo per una simile notizia.
Per chi non lo sapesse la scabbia è causata da invisibili acari che scavano sotto la pelle del proprio anfitrione una rete di cunicoli in cui depositano uova e organizzano la loro vita in modo da poter rendere impossibile quella dell’essere in cui vivono.
Non lo fanno con perfidia, è nella loro natura.
La scabbia nei paesi civilizzati è abbastanza rara da contrarre e normalmente è riconducibile a sitauzioni di scarsa igene ed associata ad altre malattie parassitarie.
Come dire che se sei un barbone e dormi per strada, probabilmente il meglio che ti possa capitare è la scabbia.
Ovvio che nel caso di un cane le possibilità di contrarla rotolandosi su un prato o strofinandosi con propri simili dalle pratiche igeniche non ortodosse aumentano considerevolmente.
Ma mi sento di poter escludere quasi totalmente che abbia potuto contrarre la scabbia in entrambe i due casi sopracitati.
Infatti credo di aver datro il benvenuto ai miei ospiti microscopici a Dubai o ad Abu Dhabi, in un meraviglioso albergo a cinque stelle per cui ho pagato una somma decisamente troppo alta, tutto sommato.
Ovviamente questa deve essere la vendetta del dio che sovraintende alla religione musulmana, dato che nelle precedenti puntate mi ero permesso di criticare i costumi locali in maniera alquanto esplicita.
Spero che a questa non seguano un’altra serie di maledizioni bibliche, dato che nei primi 6 mesi di questo anno, mi sembra di essermi sufficentemente immolato sull’altare della sfortuna.
Ma ritorniamo alla scabbia.
La sintomatologia è semplice: un prurito diffuso, costante ed implacabile su tutto il corpo, ma soprattutto in quelle zone che sono più sconvenienti da grattare in pubblico e meno raggiungibli quando non si ha una di quelle manine in legno di cui vi siete sempre chiesti l’utilizzo quando le avete notate sulle bancarelle delle fiere.
E che ovviamente non avete mai deciso di comprare, pagandone uno scotto carissimo in seguito.
Il prurito poi aumenta con il calore, dato che i simpatici acari lo gradiscono vieppiù e, sentendosi a proprio agio, aumentano le loro attività vitali, dandosi a banchetti con i propri simili e sfornando nidiate che colonizzano altri spazi del vostro tessuto epidermico.
Quindi il prurito vi attacca soprattutto sotto le coperte al momento di prendere sonno, sotto la doccia calda (uno dei pochi piaceri del risveglio) o mentre le vostre chiappe sono sedute sulla sedia dell’ufficio ovvero, nel mio caso, circa 10 ore al giorno.
Avendo parenti medici da cui ho assorbito alcune basiche cognizioni di patologia, ho inizialmente ricondotto il tutto ad un’allergia alimentare, causata da qualche cibo variamente speziato ingerito in uno dei miei viaggi intorno al globo.
Ho provato a ridurre le quantità di alcool e grassi nel mio corpo, ma senza sostanziali risultati, se non quello di aumentare la depressione ed il nervosismo causati dal prurito e dalle notti insonni.
Il consulto con i medici di famiglia non ha portato a risultati migliori, dato che nè mio fratello nè mio padre sono riusicti a pensare che il tutto potesse essere causato da un parassita.
A loro discolpa devo informarvi del fatto che il prurito era totalmente “sine materia”, ovvero senza le manifestazioni cutanee proprie di una patologia dermatologica (ve l’ho detto che ho assorbito un po’ di cognizioni di medicina...).
In pratica la mia pelle era intatta, senza un solo sintomo di quella che normalmente è un’infezione dalle manifestazioni abbastanza evidenti, quali eritremi, escoriazioni, arrossamenti e venature rossastre sottopelle.
Come alcuni di voi avranno già sperimentato sulla propria pelle (ed io l’ho fatto, credetemi) quando i medici non capiscono una mazza di quello che sta succedendo, cominciano ad andare per esclusione.
Così, tanto per escludere il peggio, dietro indicazione di mio padre, mi sono fatto prescrivere dalla mia dottoressa una serie di esami del sangue a cui lei ne ha voluti aggiungere un’altra dozzina.
Il timore non confessato di mio padre era che potessi avere un linfoma di Hodgkin, un caso di tumore maligno che manda in tilt il sistema linfatico e provoca appunto un prurito davvero fastidioso, soprattutto agli arti e durante la notte.
Nel mio caso ero abbastanza certo che non si trattasse di questo, dato che a prudermi erano altre zone meno nobili (e non per questo meno sensibili), ma per tranquillizzare il resto della famiglia e procedere con le esclusioni, mi sono sottoposto al salasso ematico con estremo piacere, facendo finta di non capire che stessero temendo per il peggio.
Non voglio tediarvi oltre, per cui giungo alla conclusione della vicenda.
Esasperato e sfinito dalla mancanza di sonno, mi sono confessato con una collega.
Lei candidamente e con tutta calma mi ha detto: “C’hai la scabbia”, per passare poi a fornirmi i dettagli della sua esperienza personale con gli acari in questione e distanziarsi leggermente, tanto per essere sicura di non ripetere l’avventura.
Inizialmente non ho capito bene cosa stesse dicendo, dato che il termine inglese e la pronuncia americana non facevano sobbalzare alla mia mente nulla di conosciuto a cui potessi dare un minimo di credito.
Quando finalmente l’incomprensione linguistica si è risolta ho assunto un’espressione simile a quella di John Belushi nella chiesa di James Taylor nel film “The Blues Brothers” ed inginocchiatomi dentro un fascio di luce proveniente da un dio diverso da quello rancoroso dei musulmani, ho esclamato: “Ho la scabbia!!!”
Il giorno dopo mi sono recato dalla dottoressa di turno nella clinica della World Bank e le ho raccontato tutto, soprattutto nella parte in cui il racconto della mia collega coincideva perfettamente con il mio caso: prurito “sine materia”, soprattutto in coincidenza con l’aumento del calore, stesso luogo di contagio (anche lei odia gli Emirati...) e stessi tentativi di risolvere altrimenti.
Apro una breve parentesi sul sistema sanitario americano e giuro di non dilungarmi troppo.
Innanzitutto smettetela di lamentarvi di quello italiano, dato che non avete nemmeno la più pallida idea di quanto siate fortunati.
Quindi ricordatevi una cosa: se state male negli USA, trovatevi un dottore flessibile e con un minimo di voglia di starvi a sentire, quindi non parlate con anglosassoni, irlandesi, tedeschi, svedesi o comunque chiunque provenga da nord delle Alpi.
Mi sentirei di esculdere anche trentini e altoatesini, tanto per essere sicuri.
Spagnoli, sudamericani, arabi e africani vanno benissimo.
Gli indiani anche, se riuscite a capire cosa vi dicono con il loro accento da slot machines inceppate.
Ve lo dico perchè sono loro che devono prescrivervi le medicine, da loro dipende il vostro benessere e da loro dipende la ricetta per una stupidissima pomata per curare la scabbia, la cui applicazione su tutto il corpo durante una notte curerebbe definitivamente il problema e vi riporterebbe a dormire dopo settimane di parziale insonnia.
Ora se il medico che avete di fronte non è sufficentemente flessibile da accettare l’idea che il vostro racconto possa esulare dai protocolli epidemiologici che ha imparato minuziosamente, non sognatevi di poter mai ottenere la maledettissima pomata.
Neanche piangendo in aramaico o minacciando ritorsioni nei confronti della famiglia.
Tentativi che,  nella esatta sequenza, non hanno fatto altro che innervosire ancor di più la famigerata dottoressa Kennedy.
Spero ora comprendiate il perchè, giunto alla ottava settimana di prurito, abbia provato un afflato tanto spontaneo per il dottore che finalmente aveva riconosciuto il problema e mi aveva improvvisamente condotto a poche ore dalla sua soluzione.
La scabbia è stata curata, ho dormito con la pesantezza di un orso narcotizzato per circa due settimane e la dottoressa Kennedy ha dovuto spiegare al suo superiore il motivo dell’email ricevuta da un paziente che si dichiarava “alquanto deluso dalle capacità cliniche della dottoressa e dalla sua scarsa flessibilità”.
Devo dire che sono poche le soddisfazioni nella vita che superano quella di grattarsi lo scroto con un piacere elettrificante, ma ne faccio volentieri a meno sapendo che c’è un’americano in più che si pente di avere avuto a che fare con me.
L’unica parte davvero sconveniente è stata quella di dover comunicare ad un paio di persone la possibilità che avessero anche loro contratto l’infame parassita.
Immaginate la conversazione: “Ciao, come stai? Tutto bene? Non è che ultimamente ti sei scorticata la pelle durante la notte? No, non allarmarti, non è nulla... Ricordi quella cena fuori in quel ristorante carino? Si, anche io sono stato bene... Si, beh, ecco... sei sicura che non hai avuto pruriti inconsulti tali da farti pensare all’opzione dell’auto squoiatura? Non ti sei stofinata contro lo stipite della porta alla ricerca di un sollievo primoridale? No, non è nulla di grave, è che quella sera, dopo la cena, beh ecco... avrei potuto attaccarti la scabbia... ma non ti devi allarmare, non è grave”.
Non tentate di mettervi nei miei panni, è molto più imbarazzante di quanto non possiate neanche lontanamente immaginare.
Dall’ultima volta che ho messo in ordine i miei ricordi di pellegrino, ho accumulato ancora qualche decina di migliaia di miglia con la Lufthansa, tanto che ora mi vengono a prendere con una Mercedes nera sotto l’aereo se rischio di perdere la coincidenza a causa dell’incompetente ritardo del pilota tedesco.
Non sapete quanto ci godo a sentirli prodigarsi in scuse profonde per il disagio causatomi!
D’altra parte cosa c’è di meglio che essere italiani e trovarsi nella posizione di poter bacchettare non uno, ma decine di puntualissimi, impeccabili, precisi crucchi?
Cosa c’è di meglio che ritirare 100 euro (!!!) in contanti per il fatto di aver ricevuto il bagalio in ritardo all’aeroporto di Roma?
Non è una questione di denaro e nemmeno di boriosa presunzione, ma è una sorta di soddisfatto ed indiretto rinascimento dell’orgoglio nazionale all’estero, tanto vilipeso dall’Onano di Arcore in questi ultimi quindici anni.
Poi diciamoci la verità, chi non godrebbe un po’ a vedere un tedesco in tilt per il fatto di aver fatto tardi?
Ad Aprile ho visitato Cape Town, in Sudafrica, dove ho potuto soltanto permettermi una nuotata in gabbia con gli squali bianchi ed ho dovuto pagare un taxi per arrivare ai piedi della splendida Table Mountain per sentirmi dire che la funivia verso la vetta era chiusa per il vento troppo forte.
Insomma, non posso dire di aver davvero goduto della mia visita nel paese più a sud del continente africano, anche perchè nonostante l’esperienza con gli squali sia stata sinceramente indimenticablie, l’acqua era oltraggiosamente fredda per definire il tutto “piacevole”.
Come anticipato s
ono tornato a visitare la terra degli scarafaggi giganti (gli Emirati Arabi Uniti, per chi avesse perso le puntate precedenti, si sono guadagnati questo titolo dal sottoscritto per la frequente presenza di donne coperte di nero dalla testa ai piedi) e degli acari infamissimi.
Stavolta in missione ero in compagnia del mio capo e, nonostante quello che possiate pensare, la cosa non mi crea assolutamente problemi, anzi.
Con gli sceicchi abbiamo parlato per ore, concludendo poco nei primi giorni, arrovellandoci in discussioni interminabili e condite da the disgustosi e bollenti, salutandoci con reverenza in saloni enormi e vuoti.
Fortunatamente gli obiettivi della missione sono stati raggiunti tutti nelle ultime 24 ore, quando le nostre controparti ci hanno finalmente accettato come interlocutori affidabli ed hanno deciso di sbloccare tutte le decisioni che erano rimaste in sospeso fino a quel momento.
E per festeggiare ci siamo dovuti sorbire una cena che definire noiosa sarebbe un eufemismo.
Diciamo che l’aspetto piu’ positivo e’ stata la presenza di un ottimo buffet di pesce, che mi ha consentito di soddisfare la mia passione per le ostriche per i prossimi due anni.
Il collega arabo era leggermente sorpreso dal fatto che potessi ingerirne tante e credo abbia ripetuto piu’ volte a se stesso che la scelta del buffet a prezzo fisso fosse stata davvero quella giusta.
Stavolta abbiamo passato la maggior parte del tempo a Dubai, dove devo confessare che e’ possibile trovare qualcosa di positivo rispetto ad Abu Dhabi.
Come per esempio il pub inglese in cui ci hanno gentilmente consentito di vedere la partita della Juventus su uno degli schermi dove stavano trasmettendo le partite della Premier League.
Ovviamente nel pieno disaccordo della folla di esuli della Perfida Albione regolarmente aldila’ del limite di ubriachezza consentito dalla decenza.
Il menu’ era identico a quelli che si possono trovare nei peggior tuguri di Cardiff, con il fish ‘n chips che spiccava per sofisticatezza ed il pudding che chiudeva alla grande la scelta dei dessert.
Ci siamo guardati interdetti ed abbiamo ordinato una serie di birre per tentare di dimenticare cosa stavamo per mangiare e soprattutto per affogare la noia di una partita che ci ha fatto faticare fin troppo per trovare un luogo dove vederla, tutto considerato.
Sempre meglio che Abu Dhabi, appunto, dove invece abbiamo seguito la Vecchia Signora in un altro pub affollato di anglosassoni ubriachi, ma con il peggiorativo dettaglio di essere circondati da un innumerevole quantità di prostitute asiatiche dalla provenienza non meglio identificata.
Lascio a voi immaginare il risultato ottenuto dalla miscela delle due razze e le conseguenze dei comportamenti dei due gruppi, ma vi dico solo che alla fine abbiamo scavalcato tutti e ci siamo messi in prima fila davanti al maxischermo dopo aver convinto il barista che noi ne avremmo apprezzato meglio le qualità rispetto alla massa aggrovigliata di alcolisti e portatrici sane di malattie veneree.
Con mio sommo piacere non dovremo tornare da quelle parti per un bel po’, e certamente il ricordo delle ostriche mi aiutera’ a sopportare un eventuale ritorno.
Dopo un breve passaggio nella casa in cui pago inutilmente l’affitto a Washington, ho potuto finalmente mettere piede per la prima volta a Parigi.
Non senza inconvenienti, dato che un ennesimo disguido dei crucchi mi ha costretto a partecipare ad un vertice di un gruppo di lavoro G8 con la presenza di due Vice-Presidenti della World Bank in una maglietta bordeaux attillata ed un paio di pantaloni da trekking.
Fortunatamente tutti hanno apprezzato l’abbinamento di colori e me la sono cavata anche grazie al fatto che uno dei Vice-Presidenti era tedesco e non avrebbe potuto sparare a zero sulla propria compagnia di bandiera.
Ma tornando a Parigi, vorrei condividere con voi una domanda che continuavo a ripetermi ad ogni passo che facevo nelle assolate vie di un Maggio appena tiepido: “Quanto è bella Parigi?”
Ho camminato davanti a Notre Dame estasiato dalla austera imponenza della facciata gotica, mentre decine di parigini si sdraiavano sereni a godere il tramonto sul lungo Senna, accompagnati da una bottiglia di rosso e da qualche profumatissima delizia colesterolica.
Al Trocadero ho ammirato la perfezione dei boulevard che conducono alla Torre Eiffel e le geometrie urbanistiche piene di senso pratico ed al tempo stesso estetico, mentre dietro di me un gruppo di praticanti della Capoeira riunitosi da tutta Europa attirava una massa di gente enorme con i suoni del birimbao ed i cori ritmici che accompagnavano le evoluzioni.
Ho mangiato a Montmartre, dopo aver vagato indulgente fra i vicoli pieni di turisti, mentre i francesi si concentravano pigramente sulle scalinate della chiesa che affaccia su uno dei panorami urbani più belli che si possano immaginare.
Insomma, ho tentato di assorbire il più possibile nel poco tempo a disposizione ed ho raggiunto la conclusione che sarebbe stato inutile.
Ed è per questo che vorrei viverci a Parigi, perchè è una di quelle città di cui vale la pena provare ad essere cittadini, per potersi davvero immergere totalmente nelle atmosfere disincantate che solo chi vive la città costantemente può trovare, odiandone i ritmi frenetici ed amandone i sospiri malinconici di angoli privatissimi.
D’altra parte cosa c’è di meglio che sentirsi mandare all’inferno ad ogni attraversamento in una lingua che suona tanto dolcemente poetica?
Devo poi smentire le esagerate critiche nei confronti dei parigini e del loro malanimo.
Innanzitutto vorrei vedere voi a svegliarvi tutte le mattine e dover bere quel caffè disgraziato di cui devono sopportare la tostata maledizione.
Poi cercate di capirli, a parte il piacere ricavato dai formaggi e qualche buon vino, devono combattere tutto il giorno con acidità intestinali epiche causate da cibi oltremodo grassi ed una pasta scondita e scotta che farebbe innervosire anche un cane diabetico.
Inoltre vogliate essere comprensivi, quando attraversate la strada fatelo rapidamente, senza rischiare di sporcare il loro parafanghi con le macchie disordinate del vostro sangue.
I parigini non tentano d’investirvi, loro vogliono investirvi, fa parte della loro natura.
A parte ciò sono dei simpatici esseri metropolitani a cui forse farebbe bene fare un salto a Managua per capire che c’è di peggio nella vita e magari godersi un po’ di più la loro splendida città.
Al ritorno ho potuto finalmente approfittare del breve soggiorno a Washington e New York dei miei genitori, non prima di aver fatto un salto in Canada a bere birra artigianale e mangiare in un fantastico ristorante di Ottawa, dove insieme a mille altre prelibatezze locali, ho potuto assaggiare dell’ottima carne di alce.
Sulla capitale canadese non spendo molto tempo, anche perchè davvero non c’è molto da dire su un luogo che fa sorgere spontanea la riflessione circa il perchè, sbarcati da un viaggio transoceanico estenuante e ricco d’intemperie ed umidità, una masnada di disperati alla ricerca di una vita migliore abbia deciso di colonizzare un territorio dove d’inverno le temperature giungono eccessivamente al di sotto dello zero e la quantità di precipitazioni supera enormemente quella dei paesi d’origne.
Nessuno potrà mai davvero spiegarmi la ragione per cui di fronte al primo Ottobre sotto tre metri di neve Madame Marie-Helene o Mrs. Elizabeth non abbiano pressato i loro rispettivi mariti con una minaccia tipo: “O mi porti in California oppure fra due mesi ti trovi un paio di corna d’alce ed a quel punto magari posso anche spararti dicendo di averti confuso con una di loro!”
Atterato a New York ho ritrovato mio padre e mia madre, ormai completamente in balia di un delirio da frittura e hamburger che gli ha provocato seri problemi di dipendenza, tanto che mio fratello, una volta rientrati in Italia, ha dovuto nascondere le padelle dentro casa e sigillare il firgorifero per impedirgli di raggiungere la carne.
A me New York fa l’effetto della cocaina ed ogni volta che ci vado mi ritrovo a passare intere giornate camminando freneticamente, senza bisogno di eccessivo supporto alimentare, continuamante perso con lo sguardo su ciò che mi circonda, con le pupille dilatate per non perdere il minimo dettaglio.
Ho fatto marciare i miei come due alpini nella campagna di Russia e devo dire che entrambi hanno resistito abbastanza bene all’inizio, per poi cedere verso gli ultimi giorni, in una sorta di disperata ritirata dalla tundra siberiana.
Ho praticato la foratura delle vesciche di mia madre al primo giorno, mentre mio padre era talmente inebriato dalla scenografica bellezza della città che non solo ha riposto definitivamente lo scetticismo che nutriva circa l’opportunità di visitare gli States, ma ha scattato all’incirca 780 fotografie per avviare una raccolta monografica del continente da completare nei prossimi viaggi.
Entrambi hanno apprezato la maestosa assurdità del paese in cui vivo e, nonostante la vita notturna non fosse alla portata delle loro stanche membra, al momento di partire non hanno potuto trattenere la commozione di fronte all’idea di allontanarsi dai ricordi tanto intensi delle due settimane insieme: per mio padre il cheeseburger di Tony fra l’ottava e la 56esima, per mia madre i gamberoni avvolti nel bacon di un ristorante sudafricano nella stessa zona.
Credo che se venissero abbandonati in un qualsiasi punto di New York, comunque saprebbero come tornare da quelle parti.
C’è da dire ancora di Praga, dove ho finalmente rivisto mio fratello Valerio (il chirurgo che vive in Spagna) dopo circa nove mesi in cui non siamo riusciti a far coincidere i rispettivi viaggi a Roma.
Quando si dice una famiglia globalizzata!
È stata l’occasione giusta per bere qualcosa insieme in uno strano spirito di malinconica allegria, prima di tornare in Italia per poche ore, giusto in tempo per salutare mia cugina e augurarle che il viaggio verso cui è partita sia infinitamente più dolce di quello che dovremo fare noi senza di lei.
Ho provato a fare il buffone con mia zia, che mi adora ed a cui voglio un mare di bene, e spero che magari solo per qualche secondo sia riuscita a non pensare.
All’indomani ero già sul volo per Barcellona, dove mi sono fatto un po’ di nemici nell’industria della telefonia mobile ed ho mangiato paella con una strampallata e divertentissima coppia di colleghi: un simpaticissimo australiano dall’accento per lo più incomprensibile ed una esilarante crucca deportata in Vietnam (nessuno può davvero voler andare a vivere ad Hanoi...).
Insieme abbiamo assistito alla festa di San Juan, per cui gli spagnoli utilizzano tanta polvere da sparo in fuochi artificiali e petardi che la metà basterebbe per stanare Bin Laden radendo al suolo sistematicamente l’Afghanistan.
Abbiamo dovuto abbandonare a malincuore i festeggiamenti verso l’una di mattina, costretti dal fatto che il mattino dopo avremmo dovuto parlare alla conferenza per cui eravamo stati convocati nella città catalana, convenendo circa l’opportunità di farlo senza rischiare di vomitare dietro il podio dell’oratore.
A quell’ora il resto della città stava ancora iniziando a raggiungere gli snodi principali dei festeggiamenti e vi assicuro che vedere una fiumana di spagnoli in assetto da “movida” estrema sapendo di non potersi unire alla follia collettiva, è davvero un’esperienza che sconsiglio.
Infine Amsterdam.
Bellissima, irregolare nei suoi canali sospesi fra tollerante disordine e le facciate sbilanciate dei palazzi che s’intervallano senza un’apparente coerenza estetica, ma con un’armonica alterazione di colori e proporzioni che rende l’insieme uno scenario perfetto per passeggiate alla ricerca di antiquari e fotografie d’epoca.
Non ero mai stato da quelle parti e devo confessare che il viaggio ha soddisfatto appieno tutte le mie aspettative.
Non ho mai visto tante biciclette in vita mia e, devo aggiungere, non ho mai visto tante brutte biciclette in vita mia.
Gli olandesi le usano massicciamente ed il rischio di venire investiti da una simpatica ciclista ottantenne con un vaso di tulipani nel cestino anteriore dovete davvero considerarlo, se decidete di andare ad Amsterdam.
Credo sinceramente che ci siano più biciclette che persone da quelle parti.
Inoltre il furto di questi inestetici e scomodissimi mezzi, privi di marce, pesanti e arrugginiti dalle intemperie, è molto più frequente di quanto si possa credere.
Ma secondo me il mercato secondario è poco vivace, dato che nessuno può essere disposto a spendere più di un decina di euro per mezzi tanto sconquassati.
Il tutto si riduce ad un interscambio comunitario che porta ciascun l’olandese a possedere una media di cinque biciclette all’anno, alcune di esse contemporaneamente.
Ovviamente Amsterdam è anche la capitale della libertà sessuale e dei vizi chimici.
Ero a conoscenza ovviamente di entrambi gli aspetti, ma mentre sui secondi non avevo molto più da scoprire, ero invece incuriosito dalle famose donne in vetrina.
Il quartiere a luci rosse in realtà è una grossa attrazione turistica, con centinaia di persone che comprano nei sexy shops, bevono birra e fanno festa.
La situazione è talmente normalizzata che la concentrazione di donne è poco inferiore a quella degli uomini, a dimostrazione del fatto che di davvero losco e proibito c’è ben poco.
La cosa che mi ha sorpreso sono state appunto le ragazze in vetrina, dato che non mi aspettavo fossero veramente tanto in vetrina...
Fatemi spiegare, il fatto è che non mi aspettavo di vederle dietro un vetro tipo una lonza in vendita o una raro esemplare di essere femminile extraterrestre (perchè mica vengono dalla terra quelle...), mentre invece è proprio così che le trovi: in una stanzetta illuminata di rosso che ammicano svogliate a chiunque passi, dal ragazzino spagnolo in cerca d’ispirazione per la masturbazione serale, al giovanotto italiano con le sopracciglia curate e la faccia da tronista intronato, alla signora americana che ride tanto con il marito sotto braccio.
Quello che mi ha colpito è anche la varietà dei fenotipi, con uno spettro di archetipi erotici che spaziano liberamente dalla Barbie ossigenata alla cameriera, dall’infermiera porno alla studentessa del collegio, dalla nera burrosa all’asiatica con le codine da fumetto manga.
L’unica domanda che mi è sorta spontanea di fronte ad una particolare vetrina è stata: “Ma a chi può piacere la donna dalle tette fosforescenti?”.
Non ho avuto una risposta, ma mi sono divertito ad osservare la scena di tutti coloro che si soffermavano per qualche secondo davanti a quella visione, folgorati dallo stesso dubbio.
Chissà se il giorno dopo la signorina avrà cambiato costume.

Postato da: karestia a 21:59 | link | commenti (9)
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