Free Blogger Federico Aldrovandi Viaggi disordinati

Appunti sparsi di un irrequieto senza fissa dimora

Eccomi

Utente: karestia
Complicato dire chi io sia, ma essenzialmente sono un viaggiatore che spera di poter vedere il piu' possibile, da piu' punti di vista, sotto diverse luci. Vorrei capire. A giudicare ci pensino gli altri.

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mercoledì, 27 maggio 2009
Rome dans le coeur

I Puntata: J’ai presque oublié
 
Il titolo della serie l'ho scelto io, ma se vorrà l'autrice lo potrà cambiare.
Il titolo della puntata lo ha scelto lei e conoscendola si capisce il perchè.
Lei è Lucia, la nuova viaggiatrice ospite ed autrice di questo blog.
Scrive, ovviamente, da Roma, dove vive da tanto tempo.
Mi è piaciuta da subito l'idea di dare spazio a chi può guardarci da un punto di vista diverso, criticarci ed ammirarci senza sentirsi mai troppo e definitivamente italiana, pur amandoci nel profondo.
Benvenuta!
 
Le divise degli spazzini che riprendono i colori della squadra di calcio. O forse il contrario ? Gli ausiliari del traffico anche loro dai colori della squadra di calcio, il cameriere che impiega minimo 25 minuti a servirti il solito espresso da bere esclusivamente in piedi (anche se sei stanco la mattina). Il cameriere ti conosce ormai, e non ti chiede più che cosa vuoi bere, ti porta direttamente il tuo solito latte macchiato, gratificando il tuo arrivo con un “Buongiorno Dottoressa” enfatizzato dall’allegria naturale dell’autoctono per cui il caffé mattutino è più che un rito religioso, ed è un onore per lui servirlo proprio alla Dottoressa. Ma perché in piedi? Io mi sono sempre sentita un po’ impostore. Non sono dottoressa! Ma che delizia essere impostori qua. Non ho mai visto una concentrazione così importante di dottoresse, avvocati, architetti al metro quadro. Senza parlare degli onorevoli ed altri illustrissimi!... Forse non riesco ancora a cogliere appieno tutta l’autoironia di questo popolo. La donna delle pulizie che viene per la prima volta in ufficio, ti da del lei, ma come ti avvicini si rende conto che sembri troppo giovane per non darti del tu e ti chiede con gentilezza se sei stagista. E’ troppo tempo che vivo qua per formalizzarmi ancora di queste piccole manifestazioni di disprezzo nei confronti dell’essere giovani. Rido soltanto e ripropongo la mia solita battuta sull’ottima crema antirughe (ne ho un’altra sulla menopausa-vissuta-con-serenità-che-mantiene-giovani che funziona meravigliosamente). Le ragazze in canottiera e pantaloncini corti sulla via Prenestina che per cinque euro ti lavano la macchina da cima a fondo, le spazzine truccatissime in via Giulia, le attraversate della città in bici fino all’incidentato selciato del ghetto fra i turisti spaventati e le signore anziane con il carrello che bestemmiano al mio passaggio, parole che indovino soltanto, lette negli occhi infuriati di chi rifiuta di aver perso la gioventù e non sopporta tanta spensieratezza e tanta agilità. Parole che non sento, isolata nell’ipnosi auditiva delle cuffie che mi sparano alla rinfusa una delle 872 canzoni registrate in questo ipod. Momenti di pura gioia, nessuna domanda esistenziale può trovare la sua pertinenza in quegli attimi di estrema grazia vitale. Parole di questa canzone che mi trovano proprio in questo momento, mi ricordano proprio te. Mi ricordano di quando ti amavo. Mi ricordano anche di come ti amavo. Quell’altra esaltazione spensierata del cuore, quel farneticare dell’anima verso un nuovo universo nostro e segreto. Parole seppellite, dentro al cuore freddo del mattino dicono. Il sole che brucia, che aspetto per 4 mesi in un letargo contrito e doloroso. Il sole che brucia e le vampate inebrianti di gelsomino che ti prendono all’angolo di una strada buia e solitaria vicino alla piazza del Fico. Il fico l’hanno tagliato ormai. Questo posto in cui vivo, in cui mi dispero, in cui mi esalto, in cui sopravvivo con il dolce e malinconico malinteso dell’incomprensione e dell’esoticità. Questo posto in cui posso anche proferire un bel neologismo. Questo posto adesso è casa mia.

Postato da: karestia a 05:00 | link | commenti (5)

venerdì, 08 maggio 2009
Feu Sur La Bengò

III puntata: Un vegetariano e un fumatore conquistano Madrid.
 
 
27/04/09 ore 23:09
 
Chi non salta la premessa ha una pazienza da leonessa.
 
We're just two lost souls swimming in a fish bowl, year after year, running over the same old ground. What have we found? The same old fears,,,,,wish you were here.
 
Il diario delle tue emozioni solo 24 ore fa lo immaginavi pregno di felicità e sensazioni positive. Ad incupire il tuo viaggio la solita miriade di pensieri che sempre assalgono ogni tua partenza, aggiungi alla ricetta l’ennesima follia burocratica che alimenta in maniera compulsiva la tua idiosincrasia per pratiche, certificati e affini e il piatto è servito.
Provo a scremare rapidamente le note tristi per giungere al lieto racconto di un bel fine settimana cominciato quasi 15 mesi fa.
In aeroporto come al solito ti brucia addosso la tua vita da zingaro, pratiche interminabili, l’ennesima ricerca di un appartamento con ennesimo trasloco annesso e un messaggino che ti ricorda che il progetto della casa è pronto e inviato sulla tua mail. Un progetto che ti piacerebbe vedere con lei sdraiati sul letto, fantasticando sulla collocazione di mobili e quadri, stuzzicando distrattamente tra mille altri pensieri, la fantasia femminile spiccatamente sensibile alle questioni di arredo domestico. Ti piacerebbe sbuffare senza darlo a vedere all’analisi ripetuta all’infinito del colore del bagno o della cucina. Ti piacerebbe poterle dare quello che un uomo dovrebbe dare alla donna che ama. Ti piacerebbe non doverle ripetere che chi ci sta intorno non ricorderà i giorni come noi perché tutti sembreranno confusi nella nebbia monotona del passato. I nostri sforzi e la nostra distanza saranno invece la chiave della nostra matura felicità. Mentre spingi il tuo trolley sul tapis roulant è molto più difficile convincere anche te stesso che tutto questo non sembrerà solo un assurdo lasso di tempo buttato al vento unidirezionale della vita che come un treno non ti permette di vedere due volte lo stesso panorama dal finestrino.
Provi a tornare alla cronaca del tuo successo, ti frenano le facce sorridenti da mare della foto del tuo desktop e ci riesci solo perché lei ti ha suggerito di buttare giù due righe dell’accaduto e ti ha incredibilmente stupito in una sincera dichiarazione di stima della tua testardaggine, quando davi superficialmente per scontato che non potesse capire tutto questo.
 
 
Seul 1988 ti è entrata nel cuore. Sei in terza media. Tema: descrivi il personaggio dello sport che più ammiri.
 
Circa 450 giorni orsono facevate streching imbacuccati davanti a un mare in burrasca che contrastava ferocemente con i mandorli già in fiore che avevano accompagnato la vostra mezz’ora di corsa.
Siete usciti di casa per la disperazione, come del resto pensavano e continuano a pensare i vostri amici vi aspettavate sole e mare, voi avete capito subito che non era aria, i vostri amici ancora non ne vogliono sapere e pensano che durante il vostro lungo soggiorno sull’isola non abbiate mai smesso infradito, costumi e creme solari.
La palese assenza dell’anima spagnola sull’isola vi ha spinto ad intensificare i vostri sforzi. La pigra mancanza di velleità culinarie ha accompagnato gli allenamenti verso lo sviluppo di una forma fisica sorprendente.
Tutto è continuato e la mezz’ora sono diventate tre sedute settimanali da un’ora, sole, caldo, freddo, pioggia che fosse. Ti sei trovato a fermarti dopo sessanta minuti di corsa a buon ritmo solo perché era finita la strada. Ti sei trovato per gioco a pensare a un sogno di bambino che pensavi troppo difficile da realizzare.
Di colpo però ti sei accorto che cercavi programmi di allenamento su internet, fin quando il tuo collega maratoneta di vecchia data non vi ha fornito il suo. Duro si, ma meno di quello che pensavamo, meno di tutti quelli che girano in rete, non può portarci a tagliare il traguardo.
Nel frattempo però il sogno meritava se non altro di essere svezzato, il programma è cominciato e i progressi erano rapidi e sorprendenti.
Una sera a cena siete stati presentati come futuri debuttanti a Madrid. Un istante dopo siete stati sotterrati da un pesantissimo “Madrid per debuttare….dura!”.
In poche settimane avete preso la decisione. Iscrizione, volo, albergo e da Roma ti arriva il gradito regalo di una divisa niente male. Non esistono più scuse per tirarsi indietro.
A due settimane dalla gara l’allenamento in un tuo breve soggiorno romano ti tradisce, il tuo piede diventa un pallone e il tuo ginocchio non si piega. Devi saltare l’allenamento fondamentale del fine settimana. Antinfiammatori, bendaggio occlusivo con voltaren e cuki, piede nel ghiaccio fin quasi all’ischemia e una paura mai troppo convinta di non farcela. Manca troppo poco non puoi permetterti più di tre giorni di riposo. Continui a stringere i denti, il ginocchio migliora il piede no. Speri nei 4 giorni di riposo pre-gara a base di molti carboidrati e niente corsa.
Madrid. Ritirate il vostro numero e non resta che fare il vostro gioco.
La notte prima della gara, dopo un piatto di pasta al ristorante “Totò e Peppino”, ancora senti dolore ma per la prima volta dopo tanti giorni torni a vedere i tendini sul dorso del tuo piede e poggiandolo hai meno dolore.
Ormai è davvero troppo tardi per tirarsi indietro. Siete in canottiera e calzoncini a 7 gradi, sotto la pioggia, in attesa di partire. Speri nell’adrenalina, speri che si scaldi, ma sotto sotto sai che farà un male cane e soprattutto sai che non ti fermerai, lo sai perché il giorno prima negli stand hai visto un video del personaggio del tuo tema di terza media e una sua frase te ha tocado la fibra come dicono qui. Scorreva sullo schermo con le immagini della sua vittoria, del suo bacio al suolo coreano e scorreva non a caso in italiano.
Partiti, il vento soffia freddo, la pioggia cade forte, la gente vi incita e non ve li fa sentire, sotto gli ombrelli e le mantelline urlano inspiegabilmente trasformando diecimila nessuno assetati di strada che corrono senza la minima speranza di un premio, in altrettanti eroi.
I primi venti km quasi non li sentite e vi sforzate di togliere entusiasmo alle vostre gambe perché ne restano più della metà e il piede comincia a fare un male cane.
Al 25 entrate nella casa del campo siete un po’ più stanchi ma un simpatico signore gordito e con la sigaretta in mano vi urla vamos que en la casa del campo se respira de puta madre! E col sorriso entrate nel parco, pesti un sasso, vedi le stelle e il sorriso evapora.
Al km 30 pensi sia arrivata la pajara ma sei chilometri più tardi ti renderai conto che non era quella. Dalla pajara (muro per i ciclisti) non si sfugge. A partire dal km 30 ogni metro può essere quello buono. Può essere descritta solamente come la sensazione che il carburante sia finito ed effettivamente è così. Non hai più glicogeno è devi stringere i denti in attesa che il tuo organismo cominci a bruciare i grassi. Questo dura due pagine sul libro di biochimica e due chilometri in corsa. Non senti le gambe vedi gente intorno a te che cammina o che si ferma, ma il maestro ha detto di non fermarsi, non te ne accorgi ma stai correndo più lento, l’importante è continuare a correre per 2000 metri, è garantito che passa, torni in vita e porti a casa la maratona. Il tuo compagno di viaggio si gira, sollevi il pollice, ti racconterà che avevi una faccia da incubo, la rappresentazione umana della sofferenza. Per circa 12 minuti non capisci, sei disorientato nel tempo e nello spazio, le gambe continuano a girare per inerzia come la ruota di un carrillon che porta avanti la melodia caricata, online sul grafico del tuo andamento monitorato via chip potrai constatare il tuo abbassamento di ritmo.
Ti svegli al km 38 …..vamos campeon….sois los mejores….vamos que no queda nada… eres una maquina! l’abbraccio della folla è commovente vi ha spinto e continua a spingervi per gli ultimi sette interminabili chilometri di salita, ecco perché non si debutta con Madrid!
Quella gente non ti conosce ma ti guarda negli occhi, vede il tuo volto sconvolto e ti urla di non mollare, vi prende in braccio e vi spinge verso la fine. In alcuni casi la folla stringe la strada e sembra di stare in una tappa di montagna del tour de France.
Gli ultimi tre km il dolore al piede è qualcosa di indescrivibile, per resistere pensi al tuo bisnonno che ha fatto Caporetto, le ginocchia urlano e fanno così male che corri solo perché smettano.
Il tuo compagno di sventura continua a gridarti che è fatta, continuate a ripetervi che va tutto bene e che ormai è finita, ma sapete entrambi che è una cazzata.
Continui a correre e lo fai soprattutto per tutti quelli che non possono farlo o che rimpiangono di non averlo fatto abbastanza, come il signore inglese in carrozzella accompagnato dal suo cane che salutava col sorriso i vostri pomeriggi di allenamento in riva al mare o come l’autore del libro che guarda caso stai leggendo in questi giorni che ha visto la sua vita sparire nella locked-in syndrome.
Prendi la tua ultima bottiglietta d’acqua, rovesciandotela più addosso che in bocca, entrate nel giardino del retiro, continuano a passare i km e c’è sempre più gente. Una serie di archi gonfiabili adorna l’ultimo km e 195 metri, non sei più in grado di vedere quanto manca e ogni arco speri sia quello giusto, ti urlano che mancano solo 100 metri ma continui a correre e dopo che ne hai corsi almeno 400 ti accorgi che o non era vero o sono i cento metri più lunghi della tua vita.
Adesso però vedi un arco di un colore diverso, capisci che è l’arrivo stringi i pugni e cominci a esultare, la folla ti urla campeon, il tuo tempo non è da campeon ma ti ci senti.
Durante la gara immaginando l’arrivo pensavi alle lacrime, a 10 metri dalla linea scoppi a ridere ti guardi intorno e non riesci a fissare nulla, a malapena riesci a sollevare un po’ le braccia, il dolore è scomparso, per una frazione di secondo tutto scompare, intorno a te e dentro di te non c’è più nulla, in una sensazione di gioia indescrivibile ci sei soltanto tu è la tua vittoria.
 
La vittoria è bella ma pericolosa perché ti fa perdere di vista la solitudine, la concentrazione e la fatica fisica intensa che sono alla base della vittoria stessa G.B.
 
P.S. Io proverò a smettere di fumare, lui non credo che tornerà a mangiare carne. Sicuramente entrambi ancora immersi in un mare di acido lattico già pensiamo alla prossima.

Postato da: karestia a 18:11 | link | commenti (9)