VIII Puntata:O que não mata, engorda.
Arrivo a Salvador de Bahia dopo un viaggio di una dozzina d’ore reltivamente tranquille, ma nel mezzo di un periodo della mia vita che potrei definire come uno dei peggiori mai sperimentati.
Non mi sto lamentando, ma vi vorrei solo dare il quadro della situazione, il punto di osservazione corretto, per poi riuscire a comprendere tutto quello che viene dopo.
La donna con cui volevo vivere il resto della mia vita mi ha mollato, scoprendo che lei il resto della sua vita lo voleva vivere con qualcun’altro; a lavoro mi sento come uno di quei cartoncini di succo di frutta a cui infili una cannuccia in un buco e ne ciucci fuori il contenuto, senza riuscire bene a distinguere dov’è che mi stiano infilando la cannuccia; non riesco ad andare ad arrampicare neanche quelle poche volte che passo per l’Italia e la palestra è un lusso che riesco a permettermi si e no il fine settimana; per aggiungere insulto al danno, nonostante un aspetto ingannevole, sto invecchiando anche io ed i miei tempi di recupero dopo una nottata di eccessi alcolici si stanno allungando drasticamente, mettendomi di fronte a mattinate troppo lunghe rispetto al vantaggio che ottengo da notti sempre più corte.
E l’ultima rappresentante del sesso femminile che mi ha dato il suo numero di telefono in un locale aveva la metà della mia età, cosa che per qualcuno potrebbe anche rappresentare un successo, ma a me ha provocato una reazione di sconforto profondo, che si è riassorbita solo dopo ore che l’ho vista andare via sculettando in quella gonna davvero troppo corta.
E vi assicuro che è stato duro cancellare il numero dal mio telefono.
L’aeroporto di Salvador è pulito, caldissimo e vuoto.
Arrivo pochi giorni prima del Carnevale e mi aspettavo di dover sgomitare fra ragazzini urlanti e turisti milanesi precotti in solarium, pacchi di generi d’importazione e una festosa comitiva di praticanti della Capoeira pronti ad improvvisare un inatteso spettacolo davanti ai nastri dei bagagli.
Le percussioni per di più avrebbero urtato non poco il mio sistema nervoso, privo di caffeina alle 8 del mattino.
Invece non trovo che poche persone ad accogliere qualche locale al rientro a casa per le vacanze.
E nessun altro.
Nel vero senso della parola, tanto che non c’era nemmeno colui che mi sarebbe dovuto venire a prendere, ovvero il mio capo, presso cui sarei dovuto essere ospite per tutta la vacanza.
Mando un sms di avvertimento al cellulare della moglie, nella speranza che non lo abbia spento e mi siedo ad attendere.
Dopo circa un paio d’ore di attesa su una panchina, sono ormai pronto ad affrontare il famigerato ritmo di vita bahiano, consistente in una mescola di lassismo latinoamericano ed indolenza africana che si sconvolge totalmente solo durante il Carnevale, per poi ritornare ai ritmi di una tartaruga zoppa che cammina su un tappeto di colla.
Finalmente il mio capo arriva e mi confessa spudoratamente che si era scordato e che: “meno male che ti sei ricordato il numero di mia moglie”.
Da lì capisco che sarà una vacanza dalle tinte forti: sono emozionalmente fragile, pericolosamente incline agli eccessi, particolarmente stressato ed il mio anfitrione, al secondo giorno di vacanza, è già ad un livello post-sbornia tale che non si ricorda di avermi dato lui stesso il numero della moglie il giorno prima, avvertendomi di chiamare in caso di emergenza.
Sorvolo e ci dirigiamo in macchina verso la casa al mare dove passeremo i prossimi tre giorni.
Prima però ci fermiamo al supermercato a fare spesa e carichiamo il carrello come se dovessimo sfamare un esercito.
Capirò solo dopo il motivo.
Alle due bottiglie di Gin e Vodka da me acquistate al duty free, aggiungiamo del vino, birra, succhi di frutta vari, Cachaça, Campari e Martini Rosso (chi indovina per primo il cocktail principe della vacanza si merita la menzione d’onore degli Alcolisti Anonimi).
La cassa è qualcosa di estenuante, per due motivi.
Primo, la cassiera è di una lentezza esasperante e calcolo in 28 minuti il tempo necessario per fare il conto, tanto che mi offro di mettere io stesso le vettovaglie dentro i sacchetti, altrimenti non si finisce e poi non ce la faccio più a resistere con addosso una camicia di flanella ed i jeans lunghi, in un luogo dove l’essere umano più coperto indossa una canottiera e dei pinocchietti sotto il ginocchio.
Secondo, la cassiera è di una bellezza esasperante e calcolo in 28 minuti il tempo in cui me ne sto lì, con la faccia da beota a guardarla fare le manovre più stupide cercando di non pensare alle varie distorsioni erotiche del tutto, tanto che mi offro di mettere io stesso le vettovaglie dentro i sacchetti, altrimenti mi tocca chiederle il numero subito e non voglio sembrare il classico italiano in vacanza nella Bahia.
Il Brasile è questo, non è mai un solo scenario, non vedi mai soltanto un lato, non esiste mai una sola spiegazione, tutto è coperto da un doppio strato di bugie e la verità è dura e dolce, protetta bene, come la polpa del cocco.
Arriviamo a casa e scopro con terrore qualcosa che mi porta quasi a chiedere di essere riportato all’aeroporto: sotto lo stesso tetto, con noi, ci saranno tre bambini, tutti al di sotto dei dieci anni, tutti, al di sopra di quella troppo breve fase della vita in cui si limitano a mangiare, dormire, cagare e, soprattutto, non parlano.
La quantità abnorme di cibo era dovuta anche a questo.
Li guardo con sospetto e cerco immediatamente di fargli capire che devono tenersi lontani, non devono parlarmi e non devono pensare nemmeno lontanamente che possa volere giocare con loro.
Mi guardano senza sospetto e mi fanno immediatamente capire che non si terranno lontani, mi parleranno e stanno solo aspettando che mi metta il costume per andare insieme a giocare in spiaggia.
Afferro la prima birra e cerco di dimenticare tutto, mi stendo sull’amaca in veranda e mi addormento pesantemente con un sottofondo di grida acute, musica tambureggiante ed un vociare fra cucina e salotto che sembra quello caldo e profumato di quando le donne di famiglia, da bambino, preparavano la salsa di pomodoro nel giardino della casa di mia nonna, in campagna.
Il Brasile è una sveglia dolce fra onde che s’infrangono sulla barriera corallina di fronte casa, mentre le foglie delle palme da cocco sibilano la canzone di una natura ancora sporca e gonfia di vita.
E osservi il mare dal prato davanti alla spiaggia, pronto a tuffarti nel liquido che ti avvolgerà per il resto del giorno, quell’alcol che ti aspetta dolce e affascinante, accompagnato dalla musica che pervade tutto, dalla sabbia al pranzo, dal volo degli uccelli al colore del tramonto.
I piedi sfiorano il prato curato e le mani accarezzano la frutta dolce e densa di liquidi, che lasci colare ai lati della bocca per farti decorare la gola con arabeschi sensuali.
Lo zucchero secco sulla pelle sparirà via al primo tuffo.
Ti stendi ancora un po’ al sole e lasci che il corpo assorba l’abbraccio dell’aria calda, soffocante, con la sua pressione costante.
E vivi una vita schifosamente piena di tutto quello che si può volere, accarezzando la felicità e vedendola sparire dentro un bicchiere, come un gorgo in cui sprofondano tutti i tuoi sogni.
Oppure, in Brasile, ti svegli una mattina e sei un miserabile dei tanti, con la fortuna di servire qualcuno che mangerà frutta sul prato davanti alla spiaggia, dopo aver dormito fra lenzuola di cui non conosci neanche l’uso, perché a te serve solo un materasso, qualcosa di meglio della tavola su cui hai passato i primi anni della tua vita e che ti ha dato quella schiena irregolare e primitiva, appena un po’ diversa da quella di una scimmia.
E pensi che sei fortunato, che non devi sparare a nessuno, che hai un tetto, un lavoro e a fine anno hai lavorato davvero solo pochi giorni.
Non sei tuo padre, morto falciato da una macchina agricola, non sei tuo nonno, sfinito dalla febbre quando aveva pochi anni più di quanti ne hai ora tu.
T’incontri sulla soglia del giardino che da’ sulla spiaggia, nero e bianco, povero e ricco, locale e straniero, stanco e assonnato, annoiato e sconfitto.
Ti scambi un sorriso comunque, perchè qui si fa così, perchè ti viene naturale, qualsiasi cosa ti sia successa, qualsiasi cosa non vada come dovrebbe.
Decido di riprendere in mano la situazione e non vedo modo migliore che quello di tuffarmi in acqua e nuotare finche ho fiato, fin quando non sono in mezzo alle onde e non sento più il rumore di nulla, solo il rimbombo del mio respiro e l’acqua che smette di essere calda e comincia a scorrere sotto di me in correnti oceaniche e rapide.
Mi volto e sono distante da tutti, forse troppo, ora che non ho più l’allenamento di una volta.
Rifletto sulla questione e capisco che è meglio tornare indietro, prima che mi debbano venire a ripescare in Sudafrica.
Il ritorno è più lento e mentre ormai mancano poche bracciate al momento in cui potrò camminare, vedo qualcosa che mi terrorizza.
I tre bambini mi aspettano sulla riva gridanti ed in preda ad un’eccitazione spasmodica, mentre il mio capo rassicura le mamme preoccupate: “Non vi preoccupate, Carlo faceva il bagnino, li teniamo sotto controllo noi!”.
Sono letteralmente tentato dall’unica opzione disponibile, ovvero fare un’inversione di rotta ed andare a cercare nel Pacifico un branco di squali che mi divori.
Il primo bambino mi si lancia contro spalancando le braccia e fidandosi completamente del fatto che lo afferrerò e non lo lascerò affogare.
Lo schivo abilmente e lui piomba in acqua come un sasso, sfortunatamente in un punto in cui tocca, per cui riesce a tornare in piedi e, ridendo come un pagliaccio malefico, ritorna alla carica mirando alla gamba.
A quel punto partono le altre due.
Il branco ha circondato la preda: mentre tento di proteggermi i genitali dall’incursione del maschio, le femmine colpiscono di lato, una aggrappandosi al braccio con tutto il peso del corpo, l’altra, più grande, mirando al collo, con una presa degna di un lottatore professionista che affossa sempre più la mia gamba sinistra nel fondo sabbioso.
Tento uno sforzo disperato, inutile come quello di uno gnu fra le fauci dei leoni, ma sono in ginocchio, sovrastato dalla superiorità numerica e dalla strategia di caccia.
Mi abbandono placidamente alla sconfitta e finisco sotto il livello dell’acqua.
Riemergo sputando salmastro, tossendo e cercando d’individuare la la prima vittima della mia vendetta.
Me li ritrovo tutti intorno che ridono e gridano, mi prendono in giro e mi schizzano con le poche gocce che riescono a sollevare con le loro manine.
In quell’esatto istante mi rendo conto che qualsiasi cosa faccia non se ne andranno, che anche se li dovessi bastonare tornerebbero comunque, in cerca di quel gioco sereno che vogliono disperatamente.
Esplodo a ridere anche io e inizio a lasciare che tutto scivoli sul fondo, che il mare diluisca il dolore, la solitudine, che le onde sciacquino via le nauseanti tele tessute dai laboriosi ragni della mia mente.
In quell’esatto istante comincio a voler giocare con loro, che mi daranno tutta l’allegria che mi serviva e che rimarranno uno dei punti più dolci della vacanza.
Un paio di giorni dopo ci trasferiamo a Salvador, pronti per il carnevale.
La città è simile a tante trascurate e caotiche città sudamericane, ma qui c’è il mare a fare da cornice, una musica diversa come colonna sonora ed una topografia che arrocca gran parte della città a ridosso di una montagna, a picco su una baia spettacolare.
Sorrento con altri 5 milioni di abitanti, tutti in trepida attesa di quel carnevale che sta per far esplodere il pesante tappo della normalità, come un Vesuvio di colori, suoni e reazioni chimiche.
E poi c’è il Pelourinho, ovvero il centro storico, anche questo non particolarmente diverso dagli indolenti e malinconici centri coloniali delle altre città del continente, da Antigua in Guatemala a Puebla in Messico, ai borghi colombiani o al delizioso centro di San Josè, a Puerto Rico.
Se non fosse che mentre tutti questi consistono in una manciata d’isolati preservati più o meno bene, il Pelourinho è un enorme dedalo di strade, vicoli, salite e panorami che si susseguono per chilometri, senza una precisa geometria, a volte abbandonato ad un decadimento che strugge, a volte perfettamente mantenuto, anche grazie ai fondi ricevuti dall’UNESCO, che l’ha dichiarato patrimonio culturale dell’umanità.
In tutto questo m’ingozzo di churrasco e birra, vago pigramente fra case di parenti del mio capo e feijoade notturne dal tasso alcolico sempre più forte, tanto per non arrivare impreparato al primo giorno di carnevale.
Poi comincia tutto.
Non pensavo di poter vedere qualcosa di simile, davvero.
Non so bene se riesco a rendere l’idea ma solo per farvi capire le dimensioni della cosa, per prendere le maglie che ci consentiranno di partecipare attivamente alla festa seguendo i Trios Electricos, dobbiamo andare in un centro di distribuzione grande quanto la Fiera di Roma, in cui l’unica attività è appunto la consegna delle suddette maglie.
Circa 2 milioni di persone si radunano in questo posto, ed io mi ritrovo con 3 ragazzini da controllare mentre il mio capo sparisce in una coda di cui non si vede la fine.
Ovviamente m’impongo con la voce per non farli spostare di un centimetro, ma la mossa autoritaria dura troppo poco, per cui devio verso la corruzione di basso livello: tre gelati e li metto a sedere per terra mentre io mi scolo una birra in santa pace.
La scena è talmente comica, per l’inadeguatezza del sottoscritto a gestire le piccole belve, che raccolgo la solidarietà di una balenottera nera che lavora per il quotidiano della città.
Alla fine il mio capo torna e ci trova a posare per una foto che verrà pubblicata la settimana dopo nella pagina dedicata al carnevale.
Mai avrei pensato di essere immortalato da un quotidiano brasiliano mentre tre ragazzini mi si abbarbicano addosso con le mani appiccicose di zucchero secco!
Il primo giorno di carnevale mi sento addosso la stessa eccitazione di quando mio padre mi ha portato per la prima volta allo stadio, a vedere Lazio – Palermo, nella speranza che potessi diventare tifoso biancoceleste.
Allora c’era ancora il vecchio stadio Olimpico di Roma, quello delle Olimpiadi del ’60, senza la copertura e con Monte Mario dietro che si vedeva tutto.
Entrando ricordo il buio del tunnel, il brusio della folla, la luce in fondo e la voglia di correre avanti a scoprire cosa ci fosse; poi la striscia verde che diventa un prato infinito, il boato delle migliaia di voci in coro, dei tamburi, le bandiere e la caotica precisione di tutto, il senso di smarrimento e la magia di sapere che tutte le volte che ci tornerai sarà così, magari ogni volta un po’ meno, ma per sempre rivivrai quell’istante e ti ricorderai di ringraziare chi te la fatto scoprire.
Immaginatevi ora un lungomare di circa sei chilometri, con i palazzi da un lato ed il mare al tramonto dall’altro.
Immaginate dei TIR di una ventina di metri (i Trios Eletricos di cui sopra), sulla cui cima cui hanno installato un vero e proprio palco da concerto, con amplificatori, strumenti e anche un piccolo parterre per gli ospiti d’onore.
Moltiplicate il numero dei Trios per trenta e mettete intorno a ciascuno qualche migliaio di persone tutte vestite con la stessa maglietta (quella acquistata qualche giorno prima).
Poi aggiungete un cordone di 600 persone che circondano il camion e racchiudono il gruppo appartenente a ciascun Trio, dividendolo dalle altre decine di migliaia di individui che si accalcano ai lati del percorso.
Lasciate esplodere nella vostra mente la musica più alta che ricordate e visualizzate i camion che cominciano a camminare lentamente, con i cantanti che incitano la folla e il tutto che comincia a saltellare come un prato di popcorn su una padella rovente.
Non siete ancora vicini ad un decimo di quello che è il Carnevale della Bahia.
É un ritmo scatenato che ti s’insinua nei muscoli, è un percorso che dura all’incirca sei ore, è una follia collettiva in cui tutto smette di avere senso e le emozioni più basilari, più primordiali, emergono e si mescolano al contorno caotico e delirante.
Il carnevale è un miscuglio di sudore, saliva, fango, piscia, alcool e lacrime.
I corpi si schiacciano l’uno contro l’altro, dopo pochi minuti scivoli sulla pelle di chi ti circonda, sudato e incosciente, mentre un esercito di venditori ambulanti rifornisce di birra e acqua chi segue i Trios, svicolando fra i controlli del cordone di sicurezza, che regola istintivamente il flusso di accessi e periodicamente rimanda fuori gli intrusi.
In pochi minuti i tuoi vestiti sono intrisi di umori che non sono soltanto tuoi e ti rendi conto che nessuno fa caso a chi gli sta accanto, si è tutti una sola materia pulsante, danzante, grondante.
Mentre cerco di orientarmi e dare un senso a ciò che sto vivendo, vengo spinto e sbatacchiato come uno spaventapasseri in una tormenta, ma dopo un po’ mi risveglio e mi accorgo che il mio capo non scherzava: una delle attività preferite dei giovani bahiani durante il carnevale è baciare!
Centinaia di coppie spontanee si formano continuamente, casualmente, senza regola, con il solo rispetto del tacito accordo che lascia alla donna l’ultima parola.
Ci si bacia intensamente, senza pudore, con una passione disinteressata nei confronti dell’altro individuo, con il solo scopo di godere della sensualità del gesto, dell’istintività della scelta, della mancanza assoluta di malizia.
Ovviamente l’alcool gioca la sua parte e ci si trova di fronte a scene improbabili, in cui almeno uno dei due si pentirebbe amaramente di fronte ad un filmato delle malefatte mostrato il giorno dopo, ad un livello di sobrietà maggiore.
È tutto solo gioco e seduzione, istinto e casualità.
Alla fine del percorso sei stravolto fisicamente, frastornato e pregno di adrenalina.
Continui a ballare mentre il cordone si scioglie e il tuo Trio si disperde alla fine di quel percorso che ti ha portato dal tramonto fin nel cuore della notte.
È allora che ti rendi conto delle decine di bambini coperti di stracci che s’intrufolano scalzi e sudici fra le gambe della folla diradata, in caccia di lattine di birra da infilare nei sacchi di plastica che quasi li coprono completamente, come scarafaggi che spingono enormi palle di letame.
Noti le tue scarpe e le vedi ricoperte di un liquame fangoso che contiene probabilmente un intero compendio di malattie infettive, micosi e agenti patogeni dannosissimi.
Poi ti soffermi schifato a vederli raccogliere avidamente una lattina vuota, giusto a valle di un rivolo formatosi dalla confluenza delle deiezioni dei partecipanti maschili del carnevale, su un muro tre metri più avanti.
Lo scrollano un po’ con le mani nude e lo infilano dentro il sacco, senza smettere di sgusciare in cerca di un altro obbiettivo.
Forse guadagneranno da un’intera nottata di questo lavoro infame quello che io ho speso in birra nei primi 30 minuti di percorso.
Il carnevale prosegue senza soste nei giorni a successivi, dal mezzogiorno all’alba, mentre io mi tuffo altre due volte nella follia collettiva dei carri, tanto per non perdere l’abitudine.
Finisco la vacanza con un paio di chili in meno per lo sforzo fisico sostenuto, quattro verruche sotto i piedi causate dalla ributtante fanghiglia di cui sopra e senza il paio di scarpe usate nei giorni precedenti.
Le lascio in eredità a qualcuno, in qualche favela, dove saranno sfoggiate con orgoglio da un ragazzino che riesce ancora a ritenerle degne di attenzione, magari dopo aver raccolto lattine per tutta una notte.
Il mattino della partenza sgattaiolo fuori casa all’alba con uno zaino stracolmo e troppo appariscente per permettermi di restare a lungo in strada, se non voglio essere assalito e rapinato.
Ho fatto spedire il resto dei bagagli in aeroporto due giorni prima, ma quello zaino dovevo tenerlo con me, con un paio di cambi di vestiti, i documenti ed i biglietti.
Riesco a trovare un taxi con due ragazzi che mi consentono di dividerlo con loro, probabilmente impietositi dall’idea del “gringo” abbandonato a se stesso e senza molte possibilità di uscire fuori da quella situazione.
M’imbarco nel silenzio di un mattino appena sorto, quando la folla ancora formicola nelle strade del centro, dirigendosi verso casa per dormire le poche ore che rimangono prima che tutto ricominci.
Non so se proverò la famosa saudade, ma certamente ho fatto bene a passare da quelle parti, non fosse altro perchè sono ancora in uno dei periodi peggiori della mia vita, ma almeno per qualche giorno sono riuscito a sorridere.