Free Blogger Federico Aldrovandi Viaggi disordinati

Appunti sparsi di un irrequieto senza fissa dimora

Eccomi

Utente: karestia
Complicato dire chi io sia, ma essenzialmente sono un viaggiatore che spera di poter vedere il piu' possibile, da piu' punti di vista, sotto diverse luci. Vorrei capire. A giudicare ci pensino gli altri.

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mercoledì, 19 novembre 2008
Divagazioni di un bancario errante

VI Puntata: Sei mesi in sei viaggi.
 
 
Un’estate velocissima quella passata.
Quasi non mi sono accorto del fatto che in pochi giorni sono saltato dalle maniche corte al cappotto e per strada le ragazze continuano ad avere le minigonne, ma invece delle zanzare, devono scansare i cadaveri congelati di qualche senzatetto che non ha resistito alle temperature polari.
Così non ho avuto il tempo d’imprecare per il caldo soffocante di Washington, a parte un paio di volte in cui mi sono ritrovato la camicia striata sulle spalle dal sudore, dopo appena una ventina di minuti di camminata per arrivare a lavoro.
In realtà non ho avuto nemmeno il tempo per osservare la primavera sorgere sui prati da pascolo di questa città che, nonostante tutto, gli americani considerano una meta turistica obbligatoria, tornando nelle loro case nelle praterie infinitamente felici per aver visto un obelisco bianco, una casa coloniale bianca circondata dalle amatissime truppe in assetto anti-sommossa e qualche memoriale ai vari caduti in guerra in uno stile neoclassico in marmo bianco che alla lunga nauseerebbe anche un proprietario di bordelli russo.
Ovviamente Washington è una meta turistica anche per gli europei, ma solo fin quando non la visitano, dato che dopo 48 ore di permanenza chiamano il tour operator, lo minacciano di rigargli la macchina e di farlo internare in un centro d’igiene mentale e si fanno trasferire gratuitamente a New York per riprendersi un po’ dallo shock.
In questi pochi mesi sono saltato dall’Europa all’Asia, passando per il Sud America e facendo una capatina in Africa.
Ovviamente ho avuto il tempo per godermi un minimo di vacanze, volando in Florida, dove io ed Anita siamo stati ospitati da una squisita famiglia di amici che ci ha coccolato per dieci giorni, sommergendoci di attenzioni, cibo, comodità e portandoci a spasso nei diversi posti che volevamo visitare.
Dalla base di partenza di Pensacola, dove in realtà non c’è molto da fare, se non mangiare granchi al burro, godersi il mare e riflettere sul perché l’uomo decida di stabilirsi in un posto devastato ogni anno da almeno un paio di uragani, ci siamo spostati in una delle città più inaspettatamente incredibili che possiate trovare negli Stati Uniti: New Orleans.
Pronunciata “Niu Orlins” da coloro che vivono a nord del confine con la Georgia e “Nu Orla” dai locali, è davvero un posto a cui andrebbe dedicata una tappa di qualsiasi tour negli States.
Arrivando in autostrada vi fate un’idea di cosa vuol dire essere sommersi dall’acqua: ci sono interi quartieri abbandonati, completamente marci, dove la vegetazione ha cominciato ad infiltrarsi nelle strade dissestate, coprendo le rovine degli edifici corrosi da metri di fango e detriti.
La zona più interessante è il quartiere francese, dove originariamente si stabilirono le truppe di sua maestà il Duca d’Orleans (da cui il nome della città) nei primi anni del ‘700.
Anche qui non si capisce bene il motivo della scelta, dato che la zona era un’enorme palude malsana, sferzata dagli uragani per un terzo dell’anno, devastata da un caldo tropicale e popolata da animali pericolosi per il resto del tempo.
Non che il tutto sia cambiato molto ai nostri giorni, ma per lo meno oggi abbiamo le medicine.
Ma si sa che i francesi hanno gusti particolari, altrimenti non saremmo mai riusciti a fargli credere che la Bellucci sia davvero un’attrice e che la Bruni possa davvero essere in grado di elaborare pensieri propri, figuriamoci di fare la cantautrice o la first lady.
Ma torniamo al quartiere francese: se vi capita di andarci vi consiglio di perdervi nelle sue strade, cercando i punti storici che lo caratterizzano, come la House of the Rising Sun, da cui è tratta una famosissima canzone popolare americana, poi riadattata da gente tipo gli Animals, Joan Baez e Bob Dylan negli anni ’60.
Oppure la Casa Posseduta di Madame Delphine LaLaurie, sposa del Dottor Louis LaLaurie, insieme a cui la burlona francese (sarà un caso?) si era divertita ad allestire una vera e propria camera delle torture in un’ala separata della casa.
I due, organizzatori di meravigliose feste a cui partecipava l’elite della società di New Orleans d’inizio ‘800, avevano lo stravagante passatempo di effettuare vere e proprie vivisezioni sui propri schiavi, creando abomini e sperimentando orrori che appuntarono metodicamente e che diedero ispirazione ad un altro genio della medicina occidentale, il Dottor Josef “Angelo della Morte” Mengele.
Fortunatamente uno dei cuochi un giorno decise di dare fuoco alla casa e le camere degli orrori furono scoperte dai pompieri durante le operazioni di spegnimento.
I coniugi LaLaurie riuscirono a scampare il linciaggio della folla inferocita ed oggi, dopo una serie di proprietari che hanno raccontato le più stravaganti esperienze metafisiche, il palazzo è di proprietà di Nicholas Cage.
New Orleans ha dato i natali anche ad altri personaggi controversi della storia americana, fra cui lo scrittore Truman Capote (se non avete letto il suo “A sangue freddo” fatelo al più presto prima che le fiamme della dannazione vi scaldino le natiche) e Larry Harvey Oswald, ovvero colui che uccise John Fitzgerald Kennedy (o almeno colui che finora è stato riconosciuto come l’unico ideatore ed esecutore dell’omicidio più controverso della storia americana).
I due frequentarono la stessa scuola, ma non credo che siano entrambi menzionati con la stessa enfasi nell’annuario dell’istituto.
Se avete davvero molta fortuna potreste anche incrociare Brad Pitt e Angelina Jolie con la loro nidiata di figli multietnici, dato che anche loro posseggono un appartamento in zona.
Altra tappa obbligatoria è il Cafè du Monde, dove un cantante di strada, una volta scoperta la provenienza di Anita, l’ha soprannominata “Polpettina piccante” (qui le polpette sono un piatto tipicamente italiano), provocando gli applausi di tutti gli astanti.
Ovviamente il soprannome è a tutt’oggi utilizzato, in onore di quel lampo di genio.
Dovete assolutamente andare al Cafè du Monde per mangiare delle frittelle cosparse di zucchero a velo che vi provocheranno un incontrollato eccesso di salivazione ogni volta che ci ripenserete.
Accompagnatele con qualsiasi altra cosa che non sia il loro famosissimo cafè au lait, che per noi italiani è solo un caffellatte bollente troppo zuccherato.
Il Jazz ovviamente è ovunque, in ogni angolo, in ogni locale.
Vi basterà andare in uno qualsiasi dei vari tuguri che di notte brillano dall’interno di una luce fioca ed avventurarvi come carbonari nelle porte spalancate dei pub più antichi degli USA, per poter godere del miglior jazz che abbiate mai sentito, se non siete stati prima a New York, ovviamente.
Il resto della città probabilmente offre molto altro, ma io mi posso limitare a consigliarvi di non perdere un’escursione sul tram storico che attraversa il Garden District, dove potrete ammirare alcune delle case più meravigliose dell’intera nazione americana e dove idealmente stabilirei il mio indirizzo, qualora il destino mi costringesse a vivere a New Orleans.
Non tanto per lo spettacolare contorno architettonico e per l’atmosfera moderatamente europea che vi si respira, quanto per il fatto che l’intero quartiere sorge in cima ad una timida collina, unico punto al di sopra del livello del mare ed al riparo dalle inondazioni che periodicamente affogano il resto della città.
Il resto della vacanza è sguisciato rapidamente via troppo in fretta, regalandomi solo l’opportunità d’immergermi di fronte alle coste di Pensacola sul relitto della Oriskany, una portaerei della seconda guerra mondiale affondata di proposito per creare la più grande barriera corallina artificiale del mondo.
Sfortunatamente non ho potuto osservare da vicino nessuno squalo, ma la sensazione di nuotare a 30 metri di profondità dentro un bestione di 31.000 tonnellate, è davvero impagabile.
I rimanenti mesi, come vi ho detto, appartengono ad un magma confuso d’immagini, sovrastate dalla fretta con cui ho viaggiato da un continente all’altro, perdendo il contatto con il tempo e con le persone.
Vale la pena darvi solo piccoli cenni, dato che quasi tutto è costituito da particolari personali tediosi ed a volte troppo intensi per poter essere descritti a parole.
Sono stato a Vienna per una settimana e, credeteci o no, ho visto la luce del sole soltanto per due giorni.
Il resto del tempo l’ho passato in albergo, costretto fra le mura di una conferenza che mi ha stremato.
Ovviamente la sera mi sono concesso qualche uscita a cena, tanto per gustare la celeberrima Schnitzel viennese, ovvero quella cotoletta panata che la mamma ci metteva davanti quando aveva esaurito le scorte nel frigorifero e che a noi piaceva tanto solo perché potevamo finalmente utilizzare il ketchup per le patatine di contorno.
Della capitale austriaca mi ha sorpreso ben poco, se non la vitalità degli abitanti, decisamente più amichevoli ed inclini alla conversazione dei loro cugini di lingua tedesca.
Con loro è possibile anche dialogare senza rischiare di far esplodere una guerra.
A compensare la delusione c’è stata l’esperienza mistica della Sacher Torte del Cafè Sacher, quello che custodisce la ricetta originale ed i cui cuochi sono separati rigidamente in settori, senza la possibilità di conoscere gli ingredienti e la lavorazione delle parti di competenza dei loro colleghi.
Il responsabile della marmellata non sa cosa fa il cuoco della glassa di cioccolato ed ovviamente nessuno conosce i segreti dell’impasto soave che è racchiuso nel mezzo.
Immagino che al mattino debbano entrare in pasticceria da porte diverse, con nomi codificati, secondo orari asburgicamente scanditi e non possano rivolgersi la parola qualora si ritrovino affiancati nei bagni.
So per certo che, nel caso in cui cambino lavoro, firmano un contratto con penali mostruosamente alte che li costringono a non rivelare il poco che sanno.
Si vocifera che alcuni siano stati costretti ad anni di esilio a Chattanooga, dove hanno servito frittelle e sciroppo d’acero nella catena International House of Pancackes, finchè la nausea non li ha portati a fare i camionisti sulla direttrice Dortmund - Cosenza.
Di Praga vi ho già detto, quindi non vi racconto del mio terzo viaggio da quelle parti, tanto non ho fatto altro che ingozzarmi di maiale e bere ettolitri di birra.
Abu Dhabi, dopo la mia precedente esperienza a Dubai, ha confermato la mia idea che gli Emirati Arabi sono un posto da evitare con cura.
Aldilà della artificiosità del posto, a rafforzare la mia idiosincrasia nei confronti del paese sono stati gli eccessi di fanatismo religioso che ancora persistono in quel recondito scatolone di sabbia che è la penisola Araba.
Io che abolirei la possibilità di trasmettere l’angelus del pastore tedesco sulle reti nazionali, ho provato un senso di fastidio indicibile ad ogni stonato muezzin dell’alba, un imbarazzo profondo per tutte quelle donne coperte di nero come scarafaggi giganti, una fame stizzosa ed una sete nevrotica per l’assurda imposizione di non mangiare e bere durante il Ramadan.
In certi giorni mi sembravo un terrorista in clandestinità, costretto a nascondere il cibo nello zaino, per trafugarlo nella stanza d’albergo e poterlo consumare lontano dagli sguardi severi dei censori del Profeta.
Che diavolo ci vadano a fare le coppie in viaggio di nozze, è ancora un dubbio che tormenta le mie notti.
Proporrei un esame di sanità mentale ed un soggiorno ricreativo in una miniera cinese nello Shanxi per tutti coloro che decidono di andare da quelle parti in luna di miele e tornino soddisfatti per la scelta.
Recentemente invece sono potuto finalmente andare in Sud America, dove il contorno è decisamente migliore.
Santiago del Cile mi ha accolto nello splendore della primavera australe, permettendomi di alternare il lavoro a qualche ora di relax nelle strade di una capitale ordinata ed abbastanza moderna.
L’accento cileno è particolarissimo, forse eccessivo, ma certamente non sgradevole, per cui mi sono prodigato in elevate disquisizioni su uno degli argomenti di conversazione più amati dai sudamericani: il calcio.
Era sufficiente far cenno alle mie moderate simpatie per la Juventus che il nome di Marcelo “El Matador” Salas spuntava immediatamente fuori e da lì cominciava l’excursus attraverso i vari campioni sudamericani che hanno militato nel campionato italiano.
Ad accompagnarmi negli sproloqui, spesso conditi da vapori alcolici, c’erano anche due colleghi, uruguaiano ed argentino, ed alla fine, dall’alto di una bacheca comune zeppa di ben otto coppe del mondo, concludevamo che il gene italiano, presente in maniera maggioritaria in entrambe i due paesi latini, era decisamente essenziale per la vittoria nel calcio.
In una delle serate in questione ho potuto fare la conoscenza di un giornalista sportivo italiano, il quale, incuriosito dai toni entusiastici di una conversazione sulle qualità difensive di Pablo Montero, si è presentato ed ha aggiunto la sua competenza professionale prima che la chiacchierata deragliasse nel delirio.
La conoscenza con il suddetto mi ha consentito di accedere ad un pezzo fondamentale della storia del Cile.
Infatti il caso ha voluto che il giornalista fosse in Cile per intervistare un collega, Manuel Alberto “Gato” Gamboa, un monumento del giornalismo sportivo nazionale, una specie di Sandro Ciotti cileno, in relazione ad un fatto vecchio di 35 anni: la deportazione dei prigionieri politici dentro l’Estadio Nacional di Santiago, subito dopo il golpe di Pinochet.
Il giorno dopo l’incontro, libero da impegni professionali, mi sono fatto invitare dentro lo stadio deserto ed ho potuto assistere alla conversazione fra i due giornalisti, per ascoltare dal vivo il racconto di chi ha vissuto quegli eventi in prima persona.
E non è un modo di dire, dato che “El Gato”, ora un tenace ottuagenario, in quello stadio è stato deportato, insieme a circa 40.000 altri cileni, per essere torturato e picchiato per quasi 2 mesi.
Molti di loro non tornarono mai a casa, chi ha fatto ritorno non ha mai più dimenticato quei 58 giorni.
Le parole del vecchio giornalista mi sono rimaste nelle tempie per ore, tambureggianti come un infarto, asciutte come la bocca di tutti noi, che lo ascoltavamo raccontare particolari terribili con la calma di chi ha smesso di essere legato su quel tavolo da tortura tanti anni fa, ma non ha mai rimosso del tutto nemmeno il più piccolo dettaglio.
Mentre ero lì ha iniziato a suonare nella mia memoria la colonna sonora di “Missing” lo splendido film di Costas Gravas, con un superlativo Jack Lemmon, costantemente immerso nella maschera di dolore di un padre della “middle class” statunitense, catapultato nel mezzo del caos post-golpista alla ricerca del giovane figlio, scomparso e mai ritrovato.
L’ho confessato al giornalista italiano, ci siamo voltati verso il campo di calcio ed abbiamo ascoltato la musica in silenzio per qualche secondo, poi ci siamo diretti verso l’uscita con Gamboa, a respirare un’aria meno pesante.
Guardatelo quel film, è davvero toccante.
Subito dopo sono volato per un paio di giorni a Buenos Aires, fra mercatini artigianali e bistecche di ottima carne, coppie di ballerini di tango nei giardini accecati dal sole e locali notturni pieni di una vita contrastata e contraddittoria.
Baires è un enorme animale di circa 14 milioni di persone, cuore pulsante di un paese che ad inizio del passato secolo rappresentava una delle prime 5 potenze economiche mondiali, centro di una nazione che ora annaspa fra rinnovamento economico ed archeologia politica.
D’altra parte il 50% del codice genetico argentino è italiano, mentre il resto è spagnolo: sarebbe stato impossibile evitare che il risultato fosse un popolo vitale e corrotto, geniale e meschino, poetico ed egoista.
Lì mi sono sentito a casa, a metà fra Roma e Madrid, stessa architettura, stessa confusionaria organizzazione, stessa indolente voglia di sorridere.
Avrei voluto andare a vedere una partita nella Bombonera, lo stadio del Boca Juniors di Maradona, ma avevo poco tempo ed ho preferito girovagare per la Recoleta e Palermo, due dei quartieri da visitare e vivere.
Dopo essermi ripromesso di tornare a Baires per vivere tutto quello che non ho potuto in appena due giorni, ho deciso di sedermi in un caffè assolato per godermi i racconti di calcio di Alberto Fontanarrosa, uno scrittore argentino che vi consiglio caldamente.
In tutti questi miei viaggi per la maggior parte del tempo sono solo, in particolare nel tempo libero, dato che i colleghi preferisco frequentarli esclusivamente quando è necessario ed inevitabile.
Per questo spesso mi ritrovo anche a mangiare solo e visto che non sopporto di perdermi le prelibatezze culinarie dei luoghi in cui vado, non mi faccio certo scoraggiare dall’idea di andarmene al ristorante in solitudine, magari con un libro da leggere in attesa delle pietanze.
L’unico scoglio è quello di non lasciarsi impressionare dallo sguardo impietosito dei camerieri che ti accompagnano verso il tavolo, lacerati dalla riflessione che se almeno fossi cieco, avresti il cane a farti compagnia.
Ovviamente ho fatto qualche incontro strano anche da quelle parti, come a confermare che non riesco a fare a meno di trovarmi in situazioni assurde sempre e comunque.
Il migliore è stato quello con una gaia coppia gay, sguaiata e rumorosa come solo certe checche sanno essere.
Sono stati fatti accomodare al tavolo accanto al mio, in un bizzarro locale dentro un appartamento in stile neobarocco, dopo che un gruppo di trentenni in serata libera per il compleanno di una di loro l’aveva lasciato senza che nemmeno una mi avesse degnato di uno sguardo, che so, di compassione.
Ovviamente non sono riuscito a conseguire lo stesso livello di disinteresse nei confronti dei due simpatici chiacchieroni, che hanno immediatamente iniziato a cinguettare per invitarmi al loro tavolo, dato che non potevano sopportare la vista di un povero ragazzo abbandonato a se stesso.
Ho declinato signorilmente l’invito, cercando di acquietarli e di non rendere partecipe della conversazione anche i soli due tavoli all’altro estremo del locale che non erano stati attratti dai gridolini estasiati dei due.
La cosa non è stata facile, per cui ho dovuto accettare un calice di champagne recapitato al tavolo (finora lo avevo visto fare solo nei film… e sinceramente non avrei mai voluto essere il destinatario del gesto galante, per lo meno non da parte di due uomini!) ed ho aggiunto che non avrei potuto far tardi per impellenti impegni professionali il giorno seguente.
Il ritorno in albergo è stato accompagnato da un sorriso sulla mia faccia per il paradossale imbarazzo provato, ma anche per la serena riflessione che se non viaggiassi, non potrei mai godermi l’assurdità di certe situazioni.
L’ultima tappa di queste peregrinazioni è stata Tunisi, dove ho soggiornato mentre l’evento più importante dei prossimi decenni prendeva corpo nel paese in cui ho la residenza.
Già, fra 40 anni, intorno al fuoco con i nipotini, mentre sputacchio un biscotto ammollato dal the, io potrò dire che, nonostante vivessi negli USA, quando il primo afroamericano è stato eletto alla Casa Bianca, io non c’ero!
Sono riuscito a schivare l’evento, trovandomi una conferenza in Tunisia!
Roba da non crederci.
Nel contempo sono riuscito a schivare abilmente anche tutti i venditori della Medina, ormai avvezzo all’arte del diniego, della risposta secca, della finzione circa la propria ristrettezza economica.
Avere a che fare con i mercanti arabi è davvero dura, perché sono subdoli, tenaci, fingono sordità parziale quando dici “no” e riacquistano l’udito al minimo sospiro di cedimento, se dici che non hai spazio nella valigia, ti dicono che spediscono tutto a casa, se dici che non ti serve, rispondono che è il regalo perfetto per tua madre, se dici che non hai contante, ti ritrovi a dargli la carta di credito senza nemmeno sapere cosa hai acquistato.
Uno mi ha accalappiato ad un semaforo sulla strada per la Medina, mi ha accompagnato durante tutto il tragitto, fingendo totale disinteresse per gli aspetti mercantilistici della vita, raccontandomi dettagli culturali, indicandomi le attrazioni migliori e gli scenari da non perdere.
Mi ha scorrazzato in quel dedalo di vicoli in cui ci si può soltanto perdere ed alla fine mi ha presentato il conto cercando di farmi acquistare i tappeti di famiglia.
Sapevo che saremmo giunti al momento della battaglia, ma ero pronto ed ho rifiutato cordialmente adducendo una grave patologia collegata all’uso di coloranti per la lana, lasciandoli smarriti e senza possibilità di replica.
Ma non fate la stessa cosa se capitate nel Maghreb, ormai la scusa è stata ufficialmente inserita nel bollettino dell’Associazione dei Mercanti Arabi ed una replica adeguata è stata fatta circolare a tempo record in tutti i suk del Mediterraneo.
Avrei voluto andare ad Hammamet, a tirare una monetina sulla tomba di Craxi, ma poi ho riflettuto che avrei inquinato con un metallo pesante quella bella terra ed ho deciso di non replicare la splendida serata di tanti anni fa davanti all’Hotel Raphael.
Ora sono qui a Washington, un po’ cinico ed un po’ indaffarato, preso da mille pensieri, mentre la CNN tambureggia costantemente sul prossimo arrivo dell’angelo nero nella residenza che finora ha accolto solo WASP (White Anglo Saxon Protestants), a parte il caso di Kennedy, che però è stato mandato via prima che la locazione scadesse.
Speriamo che questa volta i padroni di casa non vogliano anticipare ulteriormente lo sfratto esecutivo.

Postato da: karestia a 22:57 | link | commenti (11)

lunedì, 10 novembre 2008
Feu Sur La Bengò

II puntata: Lo chef consiglia: carpaccio di orecchini.
 
Premessa
Tutte le mie giornate hanno una colonna sonora.
Prima del racconto vero e proprio vi invito a leggere il breve resoconto di un fine settimana di libertà di circa sei mesi prima.
Terminato di scrivere, mi sono ricordato di questi appunti e mi è sembrato che si fossero finalmente svegliati dal letargo per andare ad accoppiarsi con la mia giornata di fine ottobre.
Una volta letto il prologo, ma solo una volta letto il prologo! dovreste leggere il racconto ascoltando “With My Own Two Hands” di Ben Harper… se non avete la canzone in questione sotto mano… che Dio vi perdoni, come è possibile?
…ma in definitiva ciccia al culo!
 
Prologo 26.IV.2008
La canzone del giorno non riesco a trovarla, quella che come canta Mina ti passa per la testa facendo zum zum, quella che non ricordi se hai sentito la mattina in macchina o la sera prima pisciando nel cesso del locale con i pantaloni un po’ sollevati nel disperato tentativo di non farli bagnare nel pantano di quella che speri sia piscia, dove già sono immerse le suole delle tue scarpe.
Quello della creperia è il mio cesso preferito, un pisciatoio a muro con la cassa della filodiffusione ad altezza faccia ad allietare la già di per sé piacevole evacuazione vescicale.
Sei al tavolo e quando credi sia arrivata la musica giusta per cambiare l’acqua, ti alzi e vai, se è di quelle particolarmente belle ti trattieni anche per una controllata all’olio e ai filtri.
Allo scoccare del terzo mese ti trovi un poco spiazzato dall’imprevista pausa di tre giorni alla quale non eri più abituato.
Non pensando a cosa sia meglio fare, pascoli nella tua terrazza, sentendo musica, scrivendo, uscendo per fare un giro e mangiando un’insalata di quelle da 5 minuti e 5 scatolette bandita da Greenpeace.
Non sai se essere contento o sconcertato, il tuo nuovo stato d’animo t’impone di mettere in campo una sorta di catenaccio per difenderti dagli attacchi di qualsiasi problema.
Blocchi ogni contropiede con la tranquillità e lo stile a testa alta di Baresi, disimpegnando il gioco con la classe di Aldair.
Ti sembra assurdo non godere delle cose e lasciare che altre possano farcirle con salse inopportune tipo ketchup sugli spaghetti.
C’è tuttavia una velata ipotesi di sconcerto, non sembra naturale la tua lucida alienazione, esiste un fondo impercettibile di preoccupata impazienza.
Nella tua sicurezza senti sottile, nel profondo, qualcosa che aleggia pericolosamente indeciso…
Allora cambio tutto, un attaccante per un centrale, difesa a tre e provo a pensarla di brutto, ma tra le tante che ho ascoltato proprio non ce ne è una che spicca, piacevoli ma piatte, mi manca la protagonista, eppure questa mattina affogando la vodka dell’alba con il mio Lavazza crema e gusto… mi era tornata in mente quella della sera prima, che ha accompagnato docile il polpo alla gallega, la quesadilla piccante e il brownie.
Quella che mi ha fatto ordinare il secondo amaro alle erbe… quello secco!
Quello dolce te lo bevi tu e tutta la tua famiglia!
E mentre mi sembra di ricordare l’esatta collocazione dei fondi del mio primo caffè quotidiano mi esplode dentro, si presenta al provino in tiro come nessun’altra delle aspiranti protagoniste, fa un numero da urlo e quella faccia languida che al regista non dispiace............ Penny Lane is in my ears and in my eyes...
 
31.X.2008… Taca la music! 
Nello stesso piatto hai parcheggiato la tortilla di patate, il prosciutto, il queso de cabra fuso e le verdure saltate in padella affogate nel peperoncino, il tutto accompagnato da una heineken… un singolo ingrediente o più probabilmente la combinazione degli stessi ti ha svegliato più volte nella notte in preda a incubi infernali.
Quando il tuo cellulare canta “Wouldn’t be so nice”, ci metti un po’ a capire che non sei stato rapito dagli alieni, erutti l’ennesimo vento infuocato, pensi “Cazzo” e battezzi gli artefici della tua canzone-sveglia “Bitch Boys”.
Brancolando nel buio alla ricerca di una felpa che ti faccia da vestaglia per la colazione, avverti una serie di colpi seguiti da una sonora bestemmia… infili la felpa e alzando il mento rapidamente verso l’alto intendi domandare al tuo coinquilino zoppicante cosa è successo… altra bestemmia… si è fatto tutta la scala in legno di culo… ti trovi a immaginare che, se si fosse rotto l’osso del collo, avresti scavalcato cautamente il corpo per non inquinare le prove e saresti andato a preparare il caffè prima di prendere qualsiasi affrettata decisione…
In ospedale ti occupi subito di Mhamed un marocchino con evidenti conflitti anagrafici, che sta pian piano rigettando dall’ombelico la protesi che gli hai messo circa due mesi prima.
Chiedi a Pablo di farti una TC della parete addominale, chiedi gli esami del sangue e spieghi che in base ai risultati di queste prove deciderai se operarlo o trattarlo con terapia medica.
Ti chiamano Pablo, il Primario e la Collega di reparto…
Con Pablo vedi la TC, e convenite sul fatto che a livello ombelicale l’infiammazione ha assunto connotati tali da non farvi capire una minchia… ti senti sollevato e pensi proprio che sia il caso di operarlo e rimuovere la protesi ribelle… ti attivi con l’anestesista crucca per portarlo in sala operatoria.
Il Primario ti chiede se puoi scendere in sala per fare un’endoscopia intraoperatoria al paziente che stanno operando di acalasia…
La collega ti domanda se per caso puoi sostituirla in ambulatorio per un paio d’ore…
Provi a ricordare la tecnica della Trasmigrazione attraverso Satori della Scuola di Nanto, ma un paio di punti proprio ti sfuggono… rammaricandoti per non averla ripassata recentemente sviluppi rapidamente un piano B e pensi che in un posto puoi stare, il secondo dovrà aspettare, il terzo dovrà necessariamente appellarsi alla legge del Menga.
Il capo è sempre il capo e come il tram ha sempre la precedenza, erano nove mesi che non infilavi l’endoscopio in bocca a qualcuno e nonostante la posizione piuttosto scomoda, il colonscopio evidentemente un po’ grandino per fare una gastroscopia e l’infermiera apparentemente lobotomizzata, perdendo progressivamente la sensibilità della mano destra arrivi al punto X, transillumini la zona da tagliare, aspetti che parta la registrazione e ripeti la scena come sul set di un film, dopodiché vai dal tuo amico marocchino che ti aspetta sdraiato sul letto della sala a fianco.
Selezioni “Achtung Baby” dall’Ipod di Irene e corri a lavarti.
L’intervento fila liscio… con el dedo y sin miedo... disancori il dischetto protesico, lo invii a microbiologia per l’esame colturale t’isoli bene l’aponeurosi, rifili un po’ i bordi chiacchierati e la chiudi saldamente a punti staccati.
Comunichi al paziente, in anestesia locoregionale, che tutto va bene e se ha richieste particolari per la musica può farle… Irene ha 180 giga di canzoni.
Mentre scegli l’antibiotico per il tuo paziente, ti dicono di non andartene perché a seguire c’è un’ernia inguinale incarcerata… vedi la lastra e ti domandi come non sia ancora esploso… quando entra ti fermi a contemplare lo Zeppelin addominale e cerchi la scritta Goodyear… ti lavi nuovamente e aperto il sacco erniario noti con gioia che non c’è sofferenza intestinale e non dovrai resecare.
Reintroduci tutto al suo posto e come per magia ti trovi in un ospedale da campo ad operare sotto un bombardamento… la tua manovra ha sortito qualcosina in più dell’effetto sperato… il paziente sordo e addormentato dall’ombelico in giù da il via a un festival di fiati impressionati che il migliore dei petomani appenderebbe i fagioli al chiodo!
Mentre suturi la cute sembra finalmente che abbia terminato le munizioni del suo AK-47, cessato il fuoco corri a pranzare prima che decida di passare all’artiglieria pesante.
L’anatomopatologa che hai di lato ci tiene a ricordarti che il nodulo perianale dell’altro giorno – che tanto somiglia al gamberetto che hai sulla forchetta - l’ha mandato a fare le prove immunoistochimiche.
Controbatti dicendo che lo schwannoma inguinale che hai operato la settimana prima e che tanto ricorda il suo spezzatino, ha un solo precedente documentato in letteratura in un paziente inglese.
A colpi di caffè abbatti la cecagna postprandiale e cominci il giro delle consulenze… tra le varie rotture, un caso interessante di una donna incinta di 35 settimane con dolore addominale, rettorragia, diarrea e un’emoglobina pericolosamente bassa… toccandole la pancia e fidandoti del referto ecografico di Pablo decidi che non c’è urgenza chirurgica in atto, ha bisogno di una trasfusione, impellenza di capire perché faccia la cacca rosso pompeiano e soprattutto pensi che prima le tolgono quell’Alien dalla pancia e meglio si sentirà e più liberi saremo di studiarla e di trattarla… non manca molto, il mostro ha le ore contate, l’inizio del suo martirio è questione di minuti!
Mentre aggiorni la lista dei pazienti ricoverati… dolcetto o scherzetto?... la pediatra ti ricorda che è la notte di Halloween e ti racconta che un bebè di 1 anno ha mandato giù un orecchino… scendi a vedere, durante il viaggio in ascensore ricordi che alla sua età, per manifestare contro la guerra, hai mangiato e cagato un soldatino… erano gli anni settanta ancora avvertivamo forte lo strascico del decennio precedente… altro stile!
Alla lastra l’orecchino è aperto e diviso in due parti, la serratura avanza intrepida verso la fine del tunnel, la perla con la punta stenta… si accettano scommesse! …la perla vincente a questo punto la possiamo tranquillamente quotare a 9.7… entrambe le parti fortunatamente sembrano avere superato le colonne di Ercole del piloro… la punta però guardando il gemello che ti porge la madre non ha connotati del tutto rassicuranti… il bambolotto sembra Stewart Griffin, la tua mano esploratrice copre tutta la sua pancia e quando ti accorgi che sta per scoppiare a piangere ti lanci in uno scimmiottesco verso che rassicura prontamente la bomba a orologeria mangia-orecchini, due tirate di ciuccio e la vita torna bella più di prima.
L’addome è trattabile, non ha dolore non c’è difesa e concordi con la pediatra che è il caso di attuare il wait and see... informate la mamma dell’importanza di setacciare le produzioni corporali del piccolo come una cercatrice d’oro, di tornare tra due giorni per un controllo e di venire immediatamente in caso di febbre o se ha l’impressione che “Er Dinamite” abbia dolore al pancino… se son rose fioriranno!
A seguire, Adria, 4 anni, vomito, febbre a 39.5, un episodio di diarrea il giorno precedente e successivo black-out evacuatorio, dolore addominale e una Proteina C reattiva alle stelle.
Dall’alto della sua tenera età non ha nessuna voglia di collaborare…
“Fammi vedere con il ditino dove hai male al pancino! …hai fatto le scorreggette Adria?”
…il dito non si muove e non ha nessuna voglia di parlare del tempo… anche la sua pancia fortunatamente non chiede di essere operata, ma d’accordo con la pediatra lo ricoverate per tenerlo sotto osservazione.
Ti allontani meditabondo dal Pronto Soccorso con un altro wait and see sul groppone.
Una paziente tedesca non molto soddisfatta del servizio offerto dal nostro albergo stacca il telefono dal muro, lancia la tazza del the e un pannolone pieno di cacca alla signora delle pulizie, si strappa di dosso tutto quello che può strapparsi, rovescia il cestino delle pulizie e riduce la sua stanza peggio di quella dei Sex Pistols… credi sia il caso di sentire se lo psichiatria non è troppo impegnato a intagliare la zucca!
…dice che è indietro con la bocca e gli occhi e ancora non ha trovato una candela, di conseguenza meglio fargli mezza fiala di aloperidolo sottocute, domani la passerà a visitare.
In mezzo a tutto questo una pancreatite acuta, un ittero ostruttivo, un tubo di kehr da togliere, una via venosa centrale da mettere, una paziente in crisi per la sonda naso-gastrica, uno urina poco, un altro non fa la cacca, un paio di pazienti con dolore postoperatorio, una manciata di prescrizioni, un pizzico di analisi da richiedere e una quantità di pazienti ricoverati che sembra la lista della spesa di Vissani.
Quando esausto pensi sia il caso di poggiare meritatamente le tue chiappe sulla poltrona della sala medici ecco che arriva la ciliegina sulla torta… ulcere da decubito in paziente di 94 anni, uno spettacolo che a notte fonda anche il mio stomaco fatica a sopportare.
Quando ti chiedono che cosa fare con quel che resta dei piedi martoriati della signora… ti fermi a fissare l’alluce necrotico, vorresti spazzarlo via con una schicchera e mentre pensi… io gliele taglierebbe quelle gambe! …suggerisci ricovero, terapia antibiotica e medicazione quotidiana con furacin… e rifletti che probabilmente non uscirà mai dall’ospedale e sarà il tuo ammazza caffè per le prossime chissà quante settimane…
Le infermiere hanno ancora un paio di problemini in reparto… giri la ruota e rispondi alle loro domande… ritiri il premio e vai ad aggiornare per l’ennesima volta la lista dei ricoverati, rivedi TC, analisi e cartelle cliniche al computer, prepari le probabili dimissioni del giorno dopo e ti lanci sul letto.
Sei talmente stanco che il russare assordante del ginecologo nella stanza affianco ti sembra poco più fastidioso del verso di una cicala….
Dopotutto non sono affatto scortesi questi alieni… tre ore dopo ti svegli prima della sveglia. Ensaimada con un caffelatte che non riesci ancora a capire come possa fare così cagare, nel senso letterale del termine!
Rivedi i tuoi pazienti, commenti tutto ai colleghi del cambio e voli fuori… la vista del sole è come un respiro profondo dopo una vasca in apnea… ti siedi in macchina e inserita l’autoradio trovi con piacere Ben Harper che ti racconta una delle tue fiabe preferite…
Prendi la bici e vi avventurate in una stradina di campagna… finita una brutta salita ti lanci pedalando come un matto con il rapporto più duro lungo un’interminabile discesa e con il vento che ti spazza i capelli ringrazi di cuore tutti coloro che ti hanno tenuto sveglio e impegnato durante le ultime 24 ore.
Tutti coloro che quotidianamente lo fanno e ti aiutano a non addormentarti e a cercare di continuare a capire la vita.
Ogni giorno ti sparano addosso una raffica di problemi, si siedono di fronte a te e li lasci parlare fin quando come sempre non sputano quello che realmente gli fa male o semplicemente quello che vogliono condividere con qualcun altro che li stia ad ascoltare… la moglie morta da poco, la nascita del nipotino, il figlio malato e così via.
Senza di loro, senza i loro problemi, senza i tuoi successi e insuccessi e in definitiva senza questo lavoro che come una droga è magico e allo stesso tempo logorante, non potresti vedere la vita come la vedi e soprattutto non potresti correre con la bici in discesa e sentirti veloce e libero come il ragazzino di vent’anni prima e pensare ogni minuto del tuo tempo libero che qualunque cosa sia, stai facendo la cosa più bella del mondo.

Postato da: karestia a 21:25 | link | commenti (2)