VI Puntata: Sei mesi in sei viaggi.
Un’estate velocissima quella passata.
Quasi non mi sono accorto del fatto che in pochi giorni sono saltato dalle maniche corte al cappotto e per strada le ragazze continuano ad avere le minigonne, ma invece delle zanzare, devono scansare i cadaveri congelati di qualche senzatetto che non ha resistito alle temperature polari.
Così non ho avuto il tempo d’imprecare per il caldo soffocante di Washington, a parte un paio di volte in cui mi sono ritrovato la camicia striata sulle spalle dal sudore, dopo appena una ventina di minuti di camminata per arrivare a lavoro.
In realtà non ho avuto nemmeno il tempo per osservare la primavera sorgere sui prati da pascolo di questa città che, nonostante tutto, gli americani considerano una meta turistica obbligatoria, tornando nelle loro case nelle praterie infinitamente felici per aver visto un obelisco bianco, una casa coloniale bianca circondata dalle amatissime truppe in assetto anti-sommossa e qualche memoriale ai vari caduti in guerra in uno stile neoclassico in marmo bianco che alla lunga nauseerebbe anche un proprietario di bordelli russo.
Ovviamente Washington è una meta turistica anche per gli europei, ma solo fin quando non la visitano, dato che dopo 48 ore di permanenza chiamano il tour operator, lo minacciano di rigargli la macchina e di farlo internare in un centro d’igiene mentale e si fanno trasferire gratuitamente a New York per riprendersi un po’ dallo shock.
In questi pochi mesi sono saltato dall’Europa all’Asia, passando per il Sud America e facendo una capatina in Africa.
Ovviamente ho avuto il tempo per godermi un minimo di vacanze, volando in Florida, dove io ed Anita siamo stati ospitati da una squisita famiglia di amici che ci ha coccolato per dieci giorni, sommergendoci di attenzioni, cibo, comodità e portandoci a spasso nei diversi posti che volevamo visitare.
Dalla base di partenza di Pensacola, dove in realtà non c’è molto da fare, se non mangiare granchi al burro, godersi il mare e riflettere sul perché l’uomo decida di stabilirsi in un posto devastato ogni anno da almeno un paio di uragani, ci siamo spostati in una delle città più inaspettatamente incredibili che possiate trovare negli Stati Uniti: New Orleans.
Pronunciata “Niu Orlins” da coloro che vivono a nord del confine con la Georgia e “Nu Orla” dai locali, è davvero un posto a cui andrebbe dedicata una tappa di qualsiasi tour negli States.
Arrivando in autostrada vi fate un’idea di cosa vuol dire essere sommersi dall’acqua: ci sono interi quartieri abbandonati, completamente marci, dove la vegetazione ha cominciato ad infiltrarsi nelle strade dissestate, coprendo le rovine degli edifici corrosi da metri di fango e detriti.
La zona più interessante è il quartiere francese, dove originariamente si stabilirono le truppe di sua maestà il Duca d’Orleans (da cui il nome della città) nei primi anni del ‘700.
Anche qui non si capisce bene il motivo della scelta, dato che la zona era un’enorme palude malsana, sferzata dagli uragani per un terzo dell’anno, devastata da un caldo tropicale e popolata da animali pericolosi per il resto del tempo.
Non che il tutto sia cambiato molto ai nostri giorni, ma per lo meno oggi abbiamo le medicine.
Ma si sa che i francesi hanno gusti particolari, altrimenti non saremmo mai riusciti a fargli credere che la Bellucci sia davvero un’attrice e che la Bruni possa davvero essere in grado di elaborare pensieri propri, figuriamoci di fare la cantautrice o la first lady.
Ma torniamo al quartiere francese: se vi capita di andarci vi consiglio di perdervi nelle sue strade, cercando i punti storici che lo caratterizzano, come la House of the Rising Sun, da cui è tratta una famosissima canzone popolare americana, poi riadattata da gente tipo gli Animals, Joan Baez e Bob Dylan negli anni ’60.
Oppure la Casa Posseduta di Madame Delphine LaLaurie, sposa del Dottor Louis LaLaurie, insieme a cui la burlona francese (sarà un caso?) si era divertita ad allestire una vera e propria camera delle torture in un’ala separata della casa.
I due, organizzatori di meravigliose feste a cui partecipava l’elite della società di New Orleans d’inizio ‘800, avevano lo stravagante passatempo di effettuare vere e proprie vivisezioni sui propri schiavi, creando abomini e sperimentando orrori che appuntarono metodicamente e che diedero ispirazione ad un altro genio della medicina occidentale, il Dottor Josef “Angelo della Morte” Mengele.
Fortunatamente uno dei cuochi un giorno decise di dare fuoco alla casa e le camere degli orrori furono scoperte dai pompieri durante le operazioni di spegnimento.
I coniugi LaLaurie riuscirono a scampare il linciaggio della folla inferocita ed oggi, dopo una serie di proprietari che hanno raccontato le più stravaganti esperienze metafisiche, il palazzo è di proprietà di Nicholas Cage.
New Orleans ha dato i natali anche ad altri personaggi controversi della storia americana, fra cui lo scrittore Truman Capote (se non avete letto il suo “A sangue freddo” fatelo al più presto prima che le fiamme della dannazione vi scaldino le natiche) e Larry Harvey Oswald, ovvero colui che uccise John Fitzgerald Kennedy (o almeno colui che finora è stato riconosciuto come l’unico ideatore ed esecutore dell’omicidio più controverso della storia americana).
I due frequentarono la stessa scuola, ma non credo che siano entrambi menzionati con la stessa enfasi nell’annuario dell’istituto.
Se avete davvero molta fortuna potreste anche incrociare Brad Pitt e Angelina Jolie con la loro nidiata di figli multietnici, dato che anche loro posseggono un appartamento in zona.
Altra tappa obbligatoria è il Cafè du Monde, dove un cantante di strada, una volta scoperta la provenienza di Anita, l’ha soprannominata “Polpettina piccante” (qui le polpette sono un piatto tipicamente italiano), provocando gli applausi di tutti gli astanti.
Ovviamente il soprannome è a tutt’oggi utilizzato, in onore di quel lampo di genio.
Dovete assolutamente andare al Cafè du Monde per mangiare delle frittelle cosparse di zucchero a velo che vi provocheranno un incontrollato eccesso di salivazione ogni volta che ci ripenserete.
Accompagnatele con qualsiasi altra cosa che non sia il loro famosissimo cafè au lait, che per noi italiani è solo un caffellatte bollente troppo zuccherato.
Il Jazz ovviamente è ovunque, in ogni angolo, in ogni locale.
Vi basterà andare in uno qualsiasi dei vari tuguri che di notte brillano dall’interno di una luce fioca ed avventurarvi come carbonari nelle porte spalancate dei pub più antichi degli USA, per poter godere del miglior jazz che abbiate mai sentito, se non siete stati prima a New York, ovviamente.
Il resto della città probabilmente offre molto altro, ma io mi posso limitare a consigliarvi di non perdere un’escursione sul tram storico che attraversa il Garden District, dove potrete ammirare alcune delle case più meravigliose dell’intera nazione americana e dove idealmente stabilirei il mio indirizzo, qualora il destino mi costringesse a vivere a New Orleans.
Non tanto per lo spettacolare contorno architettonico e per l’atmosfera moderatamente europea che vi si respira, quanto per il fatto che l’intero quartiere sorge in cima ad una timida collina, unico punto al di sopra del livello del mare ed al riparo dalle inondazioni che periodicamente affogano il resto della città.
Il resto della vacanza è sguisciato rapidamente via troppo in fretta, regalandomi solo l’opportunità d’immergermi di fronte alle coste di Pensacola sul relitto della Oriskany, una portaerei della seconda guerra mondiale affondata di proposito per creare la più grande barriera corallina artificiale del mondo.
Sfortunatamente non ho potuto osservare da vicino nessuno squalo, ma la sensazione di nuotare a 30 metri di profondità dentro un bestione di 31.000 tonnellate, è davvero impagabile.
I rimanenti mesi, come vi ho detto, appartengono ad un magma confuso d’immagini, sovrastate dalla fretta con cui ho viaggiato da un continente all’altro, perdendo il contatto con il tempo e con le persone.
Vale la pena darvi solo piccoli cenni, dato che quasi tutto è costituito da particolari personali tediosi ed a volte troppo intensi per poter essere descritti a parole.
Sono stato a Vienna per una settimana e, credeteci o no, ho visto la luce del sole soltanto per due giorni.
Il resto del tempo l’ho passato in albergo, costretto fra le mura di una conferenza che mi ha stremato.
Ovviamente la sera mi sono concesso qualche uscita a cena, tanto per gustare la celeberrima Schnitzel viennese, ovvero quella cotoletta panata che la mamma ci metteva davanti quando aveva esaurito le scorte nel frigorifero e che a noi piaceva tanto solo perché potevamo finalmente utilizzare il ketchup per le patatine di contorno.
Della capitale austriaca mi ha sorpreso ben poco, se non la vitalità degli abitanti, decisamente più amichevoli ed inclini alla conversazione dei loro cugini di lingua tedesca.
Con loro è possibile anche dialogare senza rischiare di far esplodere una guerra.
A compensare la delusione c’è stata l’esperienza mistica della Sacher Torte del Cafè Sacher, quello che custodisce la ricetta originale ed i cui cuochi sono separati rigidamente in settori, senza la possibilità di conoscere gli ingredienti e la lavorazione delle parti di competenza dei loro colleghi.
Il responsabile della marmellata non sa cosa fa il cuoco della glassa di cioccolato ed ovviamente nessuno conosce i segreti dell’impasto soave che è racchiuso nel mezzo.
Immagino che al mattino debbano entrare in pasticceria da porte diverse, con nomi codificati, secondo orari asburgicamente scanditi e non possano rivolgersi la parola qualora si ritrovino affiancati nei bagni.
So per certo che, nel caso in cui cambino lavoro, firmano un contratto con penali mostruosamente alte che li costringono a non rivelare il poco che sanno.
Si vocifera che alcuni siano stati costretti ad anni di esilio a Chattanooga, dove hanno servito frittelle e sciroppo d’acero nella catena International House of Pancackes, finchè la nausea non li ha portati a fare i camionisti sulla direttrice Dortmund - Cosenza.
Di Praga vi ho già detto, quindi non vi racconto del mio terzo viaggio da quelle parti, tanto non ho fatto altro che ingozzarmi di maiale e bere ettolitri di birra.
Abu Dhabi, dopo la mia precedente esperienza a Dubai, ha confermato la mia idea che gli Emirati Arabi sono un posto da evitare con cura.
Aldilà della artificiosità del posto, a rafforzare la mia idiosincrasia nei confronti del paese sono stati gli eccessi di fanatismo religioso che ancora persistono in quel recondito scatolone di sabbia che è la penisola Araba.
Io che abolirei la possibilità di trasmettere l’angelus del pastore tedesco sulle reti nazionali, ho provato un senso di fastidio indicibile ad ogni stonato muezzin dell’alba, un imbarazzo profondo per tutte quelle donne coperte di nero come scarafaggi giganti, una fame stizzosa ed una sete nevrotica per l’assurda imposizione di non mangiare e bere durante il Ramadan.
In certi giorni mi sembravo un terrorista in clandestinità, costretto a nascondere il cibo nello zaino, per trafugarlo nella stanza d’albergo e poterlo consumare lontano dagli sguardi severi dei censori del Profeta.
Che diavolo ci vadano a fare le coppie in viaggio di nozze, è ancora un dubbio che tormenta le mie notti.
Proporrei un esame di sanità mentale ed un soggiorno ricreativo in una miniera cinese nello Shanxi per tutti coloro che decidono di andare da quelle parti in luna di miele e tornino soddisfatti per la scelta.
Recentemente invece sono potuto finalmente andare in Sud America, dove il contorno è decisamente migliore.
Santiago del Cile mi ha accolto nello splendore della primavera australe, permettendomi di alternare il lavoro a qualche ora di relax nelle strade di una capitale ordinata ed abbastanza moderna.
L’accento cileno è particolarissimo, forse eccessivo, ma certamente non sgradevole, per cui mi sono prodigato in elevate disquisizioni su uno degli argomenti di conversazione più amati dai sudamericani: il calcio.
Era sufficiente far cenno alle mie moderate simpatie per la Juventus che il nome di Marcelo “El Matador” Salas spuntava immediatamente fuori e da lì cominciava l’excursus attraverso i vari campioni sudamericani che hanno militato nel campionato italiano.
Ad accompagnarmi negli sproloqui, spesso conditi da vapori alcolici, c’erano anche due colleghi, uruguaiano ed argentino, ed alla fine, dall’alto di una bacheca comune zeppa di ben otto coppe del mondo, concludevamo che il gene italiano, presente in maniera maggioritaria in entrambe i due paesi latini, era decisamente essenziale per la vittoria nel calcio.
In una delle serate in questione ho potuto fare la conoscenza di un giornalista sportivo italiano, il quale, incuriosito dai toni entusiastici di una conversazione sulle qualità difensive di Pablo Montero, si è presentato ed ha aggiunto la sua competenza professionale prima che la chiacchierata deragliasse nel delirio.
La conoscenza con il suddetto mi ha consentito di accedere ad un pezzo fondamentale della storia del Cile.
Infatti il caso ha voluto che il giornalista fosse in Cile per intervistare un collega, Manuel Alberto “Gato” Gamboa, un monumento del giornalismo sportivo nazionale, una specie di Sandro Ciotti cileno, in relazione ad un fatto vecchio di 35 anni: la deportazione dei prigionieri politici dentro l’Estadio Nacional di Santiago, subito dopo il golpe di Pinochet.
Il giorno dopo l’incontro, libero da impegni professionali, mi sono fatto invitare dentro lo stadio deserto ed ho potuto assistere alla conversazione fra i due giornalisti, per ascoltare dal vivo il racconto di chi ha vissuto quegli eventi in prima persona.
E non è un modo di dire, dato che “El Gato”, ora un tenace ottuagenario, in quello stadio è stato deportato, insieme a circa 40.000 altri cileni, per essere torturato e picchiato per quasi 2 mesi.
Molti di loro non tornarono mai a casa, chi ha fatto ritorno non ha mai più dimenticato quei 58 giorni.
Le parole del vecchio giornalista mi sono rimaste nelle tempie per ore, tambureggianti come un infarto, asciutte come la bocca di tutti noi, che lo ascoltavamo raccontare particolari terribili con la calma di chi ha smesso di essere legato su quel tavolo da tortura tanti anni fa, ma non ha mai rimosso del tutto nemmeno il più piccolo dettaglio.
Mentre ero lì ha iniziato a suonare nella mia memoria la colonna sonora di “Missing” lo splendido film di Costas Gravas, con un superlativo Jack Lemmon, costantemente immerso nella maschera di dolore di un padre della “middle class” statunitense, catapultato nel mezzo del caos post-golpista alla ricerca del giovane figlio, scomparso e mai ritrovato.
L’ho confessato al giornalista italiano, ci siamo voltati verso il campo di calcio ed abbiamo ascoltato la musica in silenzio per qualche secondo, poi ci siamo diretti verso l’uscita con Gamboa, a respirare un’aria meno pesante.
Guardatelo quel film, è davvero toccante.
Subito dopo sono volato per un paio di giorni a Buenos Aires, fra mercatini artigianali e bistecche di ottima carne, coppie di ballerini di tango nei giardini accecati dal sole e locali notturni pieni di una vita contrastata e contraddittoria.
Baires è un enorme animale di circa 14 milioni di persone, cuore pulsante di un paese che ad inizio del passato secolo rappresentava una delle prime 5 potenze economiche mondiali, centro di una nazione che ora annaspa fra rinnovamento economico ed archeologia politica.
D’altra parte il 50% del codice genetico argentino è italiano, mentre il resto è spagnolo: sarebbe stato impossibile evitare che il risultato fosse un popolo vitale e corrotto, geniale e meschino, poetico ed egoista.
Lì mi sono sentito a casa, a metà fra Roma e Madrid, stessa architettura, stessa confusionaria organizzazione, stessa indolente voglia di sorridere.
Avrei voluto andare a vedere una partita nella Bombonera, lo stadio del Boca Juniors di Maradona, ma avevo poco tempo ed ho preferito girovagare per la Recoleta e Palermo, due dei quartieri da visitare e vivere.
Dopo essermi ripromesso di tornare a Baires per vivere tutto quello che non ho potuto in appena due giorni, ho deciso di sedermi in un caffè assolato per godermi i racconti di calcio di Alberto Fontanarrosa, uno scrittore argentino che vi consiglio caldamente.
In tutti questi miei viaggi per la maggior parte del tempo sono solo, in particolare nel tempo libero, dato che i colleghi preferisco frequentarli esclusivamente quando è necessario ed inevitabile.
Per questo spesso mi ritrovo anche a mangiare solo e visto che non sopporto di perdermi le prelibatezze culinarie dei luoghi in cui vado, non mi faccio certo scoraggiare dall’idea di andarmene al ristorante in solitudine, magari con un libro da leggere in attesa delle pietanze.
L’unico scoglio è quello di non lasciarsi impressionare dallo sguardo impietosito dei camerieri che ti accompagnano verso il tavolo, lacerati dalla riflessione che se almeno fossi cieco, avresti il cane a farti compagnia.
Ovviamente ho fatto qualche incontro strano anche da quelle parti, come a confermare che non riesco a fare a meno di trovarmi in situazioni assurde sempre e comunque.
Il migliore è stato quello con una gaia coppia gay, sguaiata e rumorosa come solo certe checche sanno essere.
Sono stati fatti accomodare al tavolo accanto al mio, in un bizzarro locale dentro un appartamento in stile neobarocco, dopo che un gruppo di trentenni in serata libera per il compleanno di una di loro l’aveva lasciato senza che nemmeno una mi avesse degnato di uno sguardo, che so, di compassione.
Ovviamente non sono riuscito a conseguire lo stesso livello di disinteresse nei confronti dei due simpatici chiacchieroni, che hanno immediatamente iniziato a cinguettare per invitarmi al loro tavolo, dato che non potevano sopportare la vista di un povero ragazzo abbandonato a se stesso.
Ho declinato signorilmente l’invito, cercando di acquietarli e di non rendere partecipe della conversazione anche i soli due tavoli all’altro estremo del locale che non erano stati attratti dai gridolini estasiati dei due.
La cosa non è stata facile, per cui ho dovuto accettare un calice di champagne recapitato al tavolo (finora lo avevo visto fare solo nei film… e sinceramente non avrei mai voluto essere il destinatario del gesto galante, per lo meno non da parte di due uomini!) ed ho aggiunto che non avrei potuto far tardi per impellenti impegni professionali il giorno seguente.
Il ritorno in albergo è stato accompagnato da un sorriso sulla mia faccia per il paradossale imbarazzo provato, ma anche per la serena riflessione che se non viaggiassi, non potrei mai godermi l’assurdità di certe situazioni.
L’ultima tappa di queste peregrinazioni è stata Tunisi, dove ho soggiornato mentre l’evento più importante dei prossimi decenni prendeva corpo nel paese in cui ho la residenza.
Già, fra 40 anni, intorno al fuoco con i nipotini, mentre sputacchio un biscotto ammollato dal the, io potrò dire che, nonostante vivessi negli USA, quando il primo afroamericano è stato eletto alla Casa Bianca, io non c’ero!
Sono riuscito a schivare l’evento, trovandomi una conferenza in Tunisia!
Roba da non crederci.
Nel contempo sono riuscito a schivare abilmente anche tutti i venditori della Medina, ormai avvezzo all’arte del diniego, della risposta secca, della finzione circa la propria ristrettezza economica.
Avere a che fare con i mercanti arabi è davvero dura, perché sono subdoli, tenaci, fingono sordità parziale quando dici “no” e riacquistano l’udito al minimo sospiro di cedimento, se dici che non hai spazio nella valigia, ti dicono che spediscono tutto a casa, se dici che non ti serve, rispondono che è il regalo perfetto per tua madre, se dici che non hai contante, ti ritrovi a dargli la carta di credito senza nemmeno sapere cosa hai acquistato.
Uno mi ha accalappiato ad un semaforo sulla strada per la Medina, mi ha accompagnato durante tutto il tragitto, fingendo totale disinteresse per gli aspetti mercantilistici della vita, raccontandomi dettagli culturali, indicandomi le attrazioni migliori e gli scenari da non perdere.
Mi ha scorrazzato in quel dedalo di vicoli in cui ci si può soltanto perdere ed alla fine mi ha presentato il conto cercando di farmi acquistare i tappeti di famiglia.
Sapevo che saremmo giunti al momento della battaglia, ma ero pronto ed ho rifiutato cordialmente adducendo una grave patologia collegata all’uso di coloranti per la lana, lasciandoli smarriti e senza possibilità di replica.
Ma non fate la stessa cosa se capitate nel Maghreb, ormai la scusa è stata ufficialmente inserita nel bollettino dell’Associazione dei Mercanti Arabi ed una replica adeguata è stata fatta circolare a tempo record in tutti i suk del Mediterraneo.
Avrei voluto andare ad Hammamet, a tirare una monetina sulla tomba di Craxi, ma poi ho riflettuto che avrei inquinato con un metallo pesante quella bella terra ed ho deciso di non replicare la splendida serata di tanti anni fa davanti all’Hotel Raphael.
Ora sono qui a Washington, un po’ cinico ed un po’ indaffarato, preso da mille pensieri, mentre la CNN tambureggia costantemente sul prossimo arrivo dell’angelo nero nella residenza che finora ha accolto solo WASP (White Anglo Saxon Protestants), a parte il caso di Kennedy, che però è stato mandato via prima che la locazione scadesse.
Speriamo che questa volta i padroni di casa non vogliano anticipare ulteriormente lo sfratto esecutivo.