Free Blogger Federico Aldrovandi Viaggi disordinati

Appunti sparsi di un irrequieto senza fissa dimora

Eccomi

Utente: karestia
Complicato dire chi io sia, ma essenzialmente sono un viaggiatore che spera di poter vedere il piu' possibile, da piu' punti di vista, sotto diverse luci. Vorrei capire. A giudicare ci pensino gli altri.

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giovedì, 24 luglio 2008
Feu sur la bengó

I puntata: Una mela al giorno toglie il medico di torno.
 
Bienvenido!
Il nuovo autore è il mio fratellone chirurgo.
Ho letto il racconto tutto di un fiato, alternando risate, smorfie di disgusto per i dettagli da mattanza e contrizioni di commozione.
Credo che riscuoterà successo, ma questo lo dovrete dire voi.
La traduzione del titolo della serie è “Fuoco sotto la bengolea”, lui dice che ha un senso.
Si apre ufficialmente la gara a chi lo indovina.
Io mi arrendo già da ora.
 
Lunedì 14.VII.08 poco più tardi ma per le 11:00 p.m.
Terrazza, un bicchiere di Porto Cruz, una Winston e i Depeche Mode che cantano “Dreaming of Me” dal mio portatile via IPod.
Se non ci fossero quei cacacazzi dell’albergo di fronte con i loro balli di gruppo forse potrei sentire anche il rumore del mare.
La mia giornata è cominciata molte ore fa.
Un sorso di sonno sudato e forzato dall’impegno del giorno successivo, colazione, serie di caffè, cambio e passaggio di consegne in caffetteria.
Il solito interminabile giro visita della domenica mattina.
Non hai tempo di fare le dimissioni perché si svegliano i colleghi del Pronto Soccorso.
Lourdes la pediatra venezuelana scopre la fronte molto incompleta di un bambino di dieci anni che ha deciso di buttarsi di testa in piscina nonostante il cielo coperto suggerisca una partita alla play station.
Da una garza in un sacchetto con ghiaccio tira fuori il pezzo di puzzle mancante, raccolto da un volenteroso soccorritore/palombaro dell’ambulanza.
Cute e capelli, la forma coincide, sembra la sezione di un midollo spinale.
Chiamiamo Palma per un consiglio dal plastico… vale la pena tentare…
Provi a ritrovare nella memoria le pagine dei tuoi tre mesi in chirurgia plastica e t’incammini in sala operatoria.
Il matto alla console anestetica seda il bimbo a ritmo di rumba catalana, lui prima di addormentarsi ci fa la linguaccia nonostante l’infermiera abbia provato gentilmente a chiamarlo “corazon” mentre prendeva sonno.
La perdita di sostanza è illuminata per benino dalla scialitica e non possiamo far altro che constatare… “Cazzo se sanguina!!”… due o tre arteriuzze schizzano come botti di sidro basco.
Toccatine coagulanti con la punta di colorado per non ischemizzare troppo i tessuti.
Disinfettiamo e prepariamo l’innesto on the rock, lo ripuliamo con grazia dai capelli e dallo scarso sottocutaneo in eccesso e ci accingiamo ad infiltrare con anestetico e a suturare con altrettanta grazia con nylon 4/0.
I bordi coincidono perfettamente, il niño si agita un po’ e siamo costretti a mettere qualche punto da Cirque du Soleil.
Un capo del filo lo lasci lungo per annodare a comprimere la garza grassa e quella con betadine che dovranno coprire per tre giorni la sorpresa viva o morta che scopriremo in ambulatorio.
Il matto sveglia il bambino gridandogli “Forza dobbiamo muoverci c’è la polizia! Butta la roba e andiamo…”.
Sono quasi le quattro, la mensa sta per chiudere e anche se ho i miei dubbi, l’amputazione che dobbiamo fare tra una mezz’oretta potrebbe toglierci l’appetito…
“La fai te la prossima…” e scucchiaiando nella zuppa di carote ripasso a mente l’anatomia del fascio vascolo-nervoso dell’arto inferiore e penso se per l’arteria femorale è meglio la legatura o il punto trasfisso.
L’amputazione è “en cima de la rodilla”, sopra al ginocchio.
Mentre opero m’immergo in quella che chiamerei dissociazione chirurgico-clinica apparente.
Pur concentrato al massimo per ottenere il miglior risultato per il paziente che hai sotto le mani, involontariamente perdi contatto con la parte umana del tuo lavoro e ti perdi in quella anatomica e chirurgica e per tutta la durata dell’intervento la tua visione dell’universo è circoscritta da telini sterili, più tardi a colloquio con i parenti ti sveglierai e comincerai a riprendere contatto in maniera importante con quella clinica e umana.
Con la testa sul registro operatorio ti perdi nei ricordi… una notte osservando il monitor appiattirsi, dopo diversi minuti che sembravano secondi, passati invano a tentare di rianimare il paziente, sei stato riportato alla realtà dall’infermiera che ti ha ricordato il tempo trascorso… hai preso l’ora, constatato il decesso e compilato il certificato di morte.
Fuori dal reparto ti sei stretto il camice sulla divisa verde nel tentativo di allontanare il freddo non solo invernale, che tentava di oltrepassare il cotone dei tuoi indumenti e passeggiando verso la tua stanza hai pensato che con la morte nel cuore avevi appena osservato un altro cuore morire… un’altra volta invece lo hai visto ripartire dopo un immenso sforzo fisico, tanti farmaci e alcune costole rotte nel disperato ma alla fine efficace tentativo di rianimazione.
Alcuni aspetti della mia vita passata in ospedale li ricordo forti, altri, molti, li ho rimossi, ma quelli che restano vengono sbocciati come un triangolo di palle da biliardo ogni volta che mi scontro con casi particolarmente toccanti.
In ogni caso sono quasi le dieci, ho parecchia fame e mi resta da drenare un ascesso perianale.
Mi copro per bene per non dover buttare i calzini e armato di bisturi elimino il nemico pus con una coltellata nel culo del povero signore, drenaggio di penrose, descrizione dell’intervento e via a mensa col matto…
Filetto di maiale con uova e insalata, yogurt al limone e una mela che ne’ Adamo ne’ Biancaneve avrebbero mangiato.
Verso le tre di notte hai finito di compilare scartoffie e rivedere terapie, provi a prendere sonno con L.A. Confidential, ci riesci dopo diverse pagine e alle sette sei in piedi per il giro visita.
Arrivi finalmente a Juan e già ti rendi conto che la dissociazione questa volta sta virando bruscamente dalla parte opposta.
Fai uscire i parenti ancora molto scossi, vedi gli occhi di un bambino in quel che rimane di un corpo da vecchio.
Non ha dolore, le costanti vitali sono nella norma, la glicemia è buona, ha riposato ed ha anche appetito, nel vassoio della colazione non resta nulla.
L’infermiera sbenda l’interminabile medicazione compressiva dal moncherino, ormai è completamente scoperta e sei pronto a dover rispondere a chissà cosa e ad inventare chissà che per consolare il simpatico signore, lui ti spiazza… portiere da una parte e palla dall’altra ed in catalano ti chiede: “…la ferita sta bene?…” “Cazzo Juan sta benissimo!” ed è proprio l’unica cosa che un chirurgo vorrebbe sentirsi chiedere da un paziente in un caso del genere! 
 
P.S.
 
El niño sta bene, l’innesto è vitale e i chirughi plastici di Palma che lo hanno visitato ci mandano a dire che abbiamo fatto un ottimo lavoro.
 
Juan è tornato a casa e prima di congedarci ha detto che chiederà a Dio di benedirmi. Speriamo che capisca il catalano.
 
Il signore nonostante la coltellata non ha più male al culo.
 
Alla fine ho messo il punto trasfisso.
 

…se fosse sempre così!

Postato da: karestia a 17:48 | link | commenti (15)