V Puntata: Muzungo Abuze
Operazione “Maglia della Nazionale”.
Pochi kilometri sopra la latitudine 0°, 0°19 a Nord, per la precisione.
Africa subsahariana, Regione dei Grandi Laghi.
Ormai è una tradizione consolidata, a cui mi sottopongo più che volentieri, soprattutto perchè mi fornisce l’occasione per scoprire zone della città in cui mi trovo.
Si tratta in pratica di una richiesta, che mi viene fatta ogni volta che vado in un paese nuovo, da Andrea, uno di quegli amici che riesce a stare dietro alle mie peregrinazioni nonostante ci conosciamo da circa 20 anni: “Mi porti la maglia della nazionale di calcio?”
Per cui questa volta mi ritrovo a vagare a Kampala, Uganda, nel bel mezzo di un pomeriggio equatoriale, alla ricerca di qualcosa di simile ad un negozio di sport.
Il contorno è talmente caotico, estraneo, rumoroso, che riesco solo a concentrarmi sulle questioni essenziali: memorizzare fotograficamente le strade per tornare indietro e fare attenzione a quello che succede entro un raggio d’azione di 5 metri.
La prima operazione è alquanto complessa e tanto per rendere l’idea, provate ad immaginarvi nel bel mezzo di un centro cittadino che somiglia ad una periferia cresciuta a colpi di abusivismo, strade asfaltate ma ricoperte di uno strato indelebile di terra rossa, marciapiedi quasi impraticabili, centinaia di persone che camminano in ogni direzione e strade intasate da un traffico in preda all’anarchica gestione di pulmini straripanti, macchine centenarie, carretti trainati a mano, biciclette ed esseri viventi di ogni tipo.
Non esiste un solo semaforo in tutta la città ma guardo il groviglio e penso sorpreso: “Eppur si muove... con la spasmodica lentezza africana con cui si muove tutto, ma si muove!”.
Di cartelli stradali nemmeno a parlarne, saranno stati smontati ed usati per chissà cosa, nel continuo processo di riciclaggio che in Africa prevede un utilizzo creativo di qualsiasi bene a disposizione.
Dopo mezz’ora di camminata, smetto di preoccuparmi troppo del fatto che sono l’essere più bianco che si possa trovare nel raggio di diverse centinaia di metri, dato che quasi nessuno fa caso al fatto che sia lì e quei pochi che mi notano non leggono il cartello con su scritto: “Sparami, ne avrai sicuramente da guadagnare” che anche stavolta ho portato con me.
Cerco di seguire le indicazioni datemi dal concierge dell’hotel e ripenso al suo sguardo nel momento in cui ha capito che avrei raggiunto la destinazione a piedi; era un misto di scetticismo sulle mie reali intenzioni ed una punta di sdegno per la condizione di alterazione alcolica pomeridiana in cui secondo lui mi sarei necessariamente dovuto trovare per affrontare una simile scelta.
Alla quinta svolta a vuoto sono quasi deciso a mollare l’impresa, anche perchè non voglio rischiare di perdere troppo tempo e rimanere all’aperto al tramonto, mettendo davvero a repentaglio la mia già precaria incolumità; ma poi scorgo in lontananza una vetrina in cui, attraverso uno strato di polvere e grasso, si riesce ad intravedere un manichino vestito da tennista.
Cerco un altro sport, ma questa è la mia ultima possibilità e decido di giocarmela.
Faccio bene, dato che il negozio è davvero fornito di un po’ tutto, per cui acquisto la maglia e, seguito dallo sguardo incuriosito delle commesse, mi dirigo fuori per tornare in albergo.
Mi rendo conto immediatamente che non posso permettermi il lusso di sbagliare strada e quindi mi fermo sull’uscio e chiedo alle ragazze indicazioni per l’hotel.
Mi guardano dubbiose e mi rendo immediatamente conto che non hanno mai nemmeno pensato di avvicinarcisi a quell’hotel, è troppo aldilà dei loro più ottimistici giorni, che non sanno dov’è, nonostante sia a non più di 20 minuti di cammino.
Applico i fondamentali dell’orientamento per donne e gli do altri punti di riferimento, tipo negozi, cartelloni colorati, palazzi con i fiori ed improvvisamente si accendono dal loro torpore topografico e capiscono da dove vengo.
O almeno lo spero.
Iniziano a ridere e ripetono cantilenando qualcosa in Luganda, una delle lingue usate in Uganda: “Muzungu abuze, muzungu abuze...”: si stanno divertendo e non so se la cosa prelude ad un rituale di cannibalismo ugandese a me sconosciuto o se semplicemente ho rappresentato il vertice comico degli ultimi mesi di lavoro in quel negozio in cui i clienti abituali sono principalmente le mosche, ma solo quando non fa troppo caldo.
Accenno un sorriso a metà fra uno spasmo labiale e una smorfia da intasamento intestinale, certo di sapere che la traduzione che mi attende è simile a: “Sei messo davvero male Biancaneve”.
Invece continuano a ridere ed una di loro, con le lacrime agli occhi, mi guarda e mi dice “Uomo bianco perso!”
Mi rilasso, sorrido sinceramente, cerco comprensione con l’espressione del mio vecchio cane sorpreso con la bistecca in bocca e mi faccio insegnare come si pronuncia la frase, in caso dovesse servirmi in futuro per guadagnare simpatia.
Poi mi portano sulla soglia, mi dicono più o meno qualcosa di sensato e m’incammino salutando verso l’hotel.
Appena scorgo il profilo arancione della struttura, mi sento ormai salvo, anche se il pensiero di rientrare là dentro mi rende ogni volta nauseato e stizzito, dato che quelle stesse mura sono state testimoni di un periodo a dir poco infame della storia ugandese.
L’hotel infatti è stato costruito su specifiche indicazioni di Idi Amin, sanguinoso dittatore che governò l’Uganda dal 1971 al 1978.
Amin era un simpatico mattacchione che si auto-conferì il titolo di “Sua Eccellenza il Presidente a vita, Feldmaresciallo Al Hadji Dottor Idi Amin, Victoria Cross, Distinguished Service Order, Military Cross, Signore di Tutte le Bestie della Terra e dei Pesci del Mare e Conquistatore dell'Impero britannico in Generale e dell'Uganda in Particolare”.
Durante il suo regime si stima che circa 300.000 ugandesi (alcuni dicono mezzo milione) siano stati massacrati a causa della sua folle politica di pulizia etnica e se volete conoscere la sua storia e quella di un giovane medico scozzese che per un periodo fu suo consigliere personale, vi consiglio di vedere il film “L’ultimo Re di Scozia”, in cui un superlativo Forest Whitaker indossa i panni del macellaio ugandese e si guadagna pienamente una statuetta dorata dell’Academy Awards.
Nell’Hotel Serena, colui che il Foreign Office britannico descriveva come “uno splendido esemplare e un buon giocatore di calcio”, aveva allestito un ufficio personale ed una camera delle torture che si trovava esattamente due piani sotto la mia stanza, al numero 311.
Dormire in quel palazzo mi procurava quindi una sensazione di irritazione particolare.
Per il resto, la mia conoscenza di Kampala è limitata agli uffici visitati, ad un paio di ristoranti abbastanza accettabili e ad un piccolo mercatino artigianale in cui mi sono divertito a spendere un paio d’ore senza riuscire ad acquistare molto.
Ho anche visitato le sorgenti del fiume Nilo, o almeno di quelle che in Uganda vengono pubblicizzate come tali.
In realtà si tratta di una pozza di acque termali che sbucano nel bel mezzo della confluenza del lago Vittoria in uno dei vari affluenti del Nilo Bianco, il Nilo Vittoria.
La portata di acqua che fuoriesce da quei venti metri quadri di sorgente è talmente ridicola rispetto alla maestosità del resto delle acque che insieme ai miei compagni di escursione abbiamo immediatamente capito di essere stati raggirati dall’industria turistica locale, ma la cortesia con cui ci stavano raccontando tutta la storia ed il rispetto per la felice intuizione imprenditoriale con cui si organizzavano le escursioni, ci hanno fatto soprassedere rispetto alle intenzioni di ammutinamento della canoa su cui eravamo scortati.
Insomma, le mie aspirazioni da novello Livingstone erano frustrate, il sole coceva implacabile la mia pelle e la sosta di riposo per una birra rinfrescante era ancora a due ore di distanza.
Per di più il posto scelto dall’autista a tal fine era in un sobborgo periferico di Kampala, nel bar di un albergo sconquassato, dove eravamo indecisi se fosse meno pericoloso versare la birra nei bicchieri dalla trasparenza a dir poco offuscata, o tracannarla direttamente dalla bottiglia, senza chiederci se i topi della cantina avessero avuto occasione di strusciarvisi a sufficienza nei giorni precedenti.
In compenso ho preso pillole antimalaria per 20 giorni, ho volato per circa 26 ore, ho imprecato per la precarietà della connessione internet ed ho litigato a distanza con quasi tutta la mia famiglia.
Il motivo è complesso da raccontare e forse non riuscirei a spiegarlo bene, ma diciamo solo che quando si vive lontani dalle proprie radici, ci s’impone di considerare gli eventi, soprattutto quelli più importanti, come qualcosa a cui non si può rimediare, su cui si ha un margine minimo di manovra, che a volte è praticamente nullo.
Si deve imparare ad accettare la scissione della propria esistenza in due vite diverse, con orari, luoghi, protagonisti diversi e fatti che accadono mentre si dorme.
Su una vita si ha il controllo quasi totale, sull’altra il minimo.
Ma bisogna sempre essere certi di avere ancora un ruolo, seppur minimo, nelle vite di coloro che rimangono a casa.
È la necessità solo di un’illusione, il puro bisogno di sapere davvero ciò che accade, la volontà di far sapere che si vorrebbe essere presenti, la fredda certezza di non avere alcuna possibilità di farlo.
Poi tutto è passato, chissà se mi hanno capito, fatto sta che ho lasciato l’Uganda per andare in Repubblica Ceca, in una delle città più belle che mi sia capitato di visitare, Praga.
Mi sono rivisto adolescente a leggere “Il Processo” di Kafka ed avrei voluto averlo con me, insieme agli altri romanzi del grande autore praghese, per sfogliarlo nell’atmosfera mitteleuropea della Città Vecchia, fra vicoli silenziosi e torri cariche di fascinoso mistero.
Mi sono anche affacciato dalla finestra del Castello di Praga da cui furono lanciati i messi dell’imperatore Mattia, il 23 Maggio 1618, in uno degli episodi cruciali che portarono alla Guerra dei Trent’anni.
E devo dire che la sensazione è stata abbastanza insolita, come se ancora potessi sentire l’odore di letame su cui i due malcapitati atterrarono senza subire grandi conseguenze, trasportato in un viaggio temporale fin nel cuore del XVII secolo.
Più realisticamente era tutto dovuto al mio vicino, che probabilmente aveva digerito male le copiose quantità di grassi animali della cucina locale.
Ho camminato tantissimo mano nella mano con Anita, abbiamo scoperto insieme che Praga in realtà è un territorio d’oltralpe italiano, con ristoratori, speculatori edilizi, commercianti e orde turistiche simili a stormi di anatre starnazzanti in 25 dialetti italici diversi.
Una sera, dopo troppi giorni di cibo dal sapore casalingo, abbiamo deciso di provare il bis della cucina ceca, soddisfatti da un esperimento perfettamente riuscito in precedenza, e ci siamo diretti verso una tipica birreria praghese, fuori dal circuito turistico, quindi molto economica e spettacolarmente gustosa.
Fra litri di fantastica birra, Anita ha gustato un gulash da ovazione ed io ho spolpato un ginocchio di maiale da un kilo e mezzo, tanto che alcuni avventori locali sono rimasti piacevolmente sorpresi dalla mia performance masticatoria.
La mattina dopo, ancora steso nel letto, mi sono sentito un po’ come Gregor Samsa al primo tentativo di rialzarsi dopo l’avvenuta metamorfosi, ma poi, terrorizzato dall’idea di essermi davvero tramutato in uno scarafaggio gigante, sono schizzato in piedi in preda ad un rigurgito incontrollabile della mia entomofobia.
Appurata la verità, ho osservato l’espressione di beata incoscienza in cui versava Anita, ancora dolcemente adagiata sul cuscino, mentre un rivoletto di bava le inumidiva la guancia e con un rantolo rilassato passava dal “grugnito vivace con brio” al “sibilo adagio ma non troppo”.
Ho raccolto le energie e mi sono preparato alla giornata di lavoro e riunioni, l’ultima in quella splendida città inondata di primavera.
Il ritorno a casa è andato benone ed ora che ho cominciato a viaggiare in business ed a frequentare le lounges dedicate ai frequent flyers delle compagnie, potrei attraversare l’oceano decine di volte al mese.
Certo il ritmo circadiano ne risente un po’ e ci si ritrova a mangiare hotdog con crauti e birra alle 9 di mattina, mentre alle 11 ti viene servito salmone in salsa di carciofi e sauvignon neozelandese, ma quando atterri sei talmente satollo che puoi tranquillamente rimandare il rifornimento del frigorifero che hai lasciato vuoto prima di partire.
E torni in quella casa dove ora vivi la tua vita in tempo reale, mentre l’altra, quella che hai lasciato lontano, scorre in un modo tutto suo e a te non resta che sperare che potrai sempre sapere la verità.