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Complicato dire chi io sia, ma essenzialmente sono un viaggiatore che spera di poter vedere il piu' possibile, da piu' punti di vista, sotto diverse luci. Vorrei capire. A giudicare ci pensino gli altri.
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III Puntata: Land of opportunities
Qualche giorno fa, al rientro in casa dopo una maratona di tredici ore fra lavoro e palestra, ho accolto la richiesta di Anita di andare a fare due passi dopo cena, come un pugile colpito, a mezza strada fra la posizione eretta ed il suolo, accoglie l’ennesimo impietoso destro dall’avversario in trance agonistica.
L’idea ha continuato a sembrarmi ferocemente crudele sin quando non mi è stato proposto di andare in una libreria vicino casa dove è possibile passeggiare fra i libri, ascoltare musica dal vivo e magari fermarsi a bere una birra nel pub all’interno.
Al pensiero delle sillabe “bir-ra”, un dimenticato serbatoio di emergenza ha iniziato a far fluire energia dentro le mie stanche membra e in poco meno di mezz’ora ero pronto sull’uscio di casa, con le chiavi in mano ed i capelli ancora bagnati, che scodinzolavo come un cane all’ora della passeggiatina.
Quel posto mi piace da impazzire.
Un po’ perchè mi ricorda la libreria-pub di un mio amico a Roma, zeppa di libri di viaggio e buone bottiglie di vino e birra, un po’ perchè il mio inglese mi consente ormai di leggere in lingua originale e quindi posso dedicarmi ad oziare un’oretta alla ricerca di un romanzo da sfogliare, con il sottofondo di un cantante blues.
Dopo qualche minuto di analisi delle uscite più recenti, mi sono diretto nel reparto “Viaggi”, dove di solito mi spiaggio come una balena disorientata.
Potrebbero lasciarmi lì per ore e, se non fosse stato per Anita che mi ha riportato alla realtà trascinandomi via per mano, probabilmente lo avrebbero anche fatto.
Stavolta però avevo le mie buone ragioni.
Fra le guide della Lonely Planet ed i romanzi di Chatwin, ho scovato un libro che ha immediatamente attratto la mia attenzione: “I posti più pericolosi del mondo”, di Robert Young Pelton.
Il volume, alla sua quarta edizione, mostra le statistiche criminali, descrive i luoghi più pericolosi, elenca i gruppi mafiosi, terroristici, paramilitari e le organizzazioni separatistiche, include le malattie più letali e le usanze cui il viaggiatore deve fare attenzione.
Sono presi in considerazione, sotto la lente d’ingrandimento dell’autore, paesi come l’Afghanistan, la Cecenia, la Liberia, il Congo o la Colombia.
E gli Stati Uniti d’America.
Ho sgranato gli occhi quando ho letto il titolo del capitolo dedicato agli USA e non ho potuto fare a meno di andare a leggere qualcosa circa il paese che mi ospita.
I numeri sono talmente tanti e talmente tanto crudeli che non conviene soffermarcisi troppo, ma la mia passione per le statistiche e l’istintiva attrazione che l’essere umano prova per il macabro, devono essere soddisfatti almeno in parte.
A fronte di 301 milioni di abitanti (a Luglio del 2007), si stima che in America ci siano circa 200 milioni di armi da fuoco, concentrate nelle mani di circa un quarto della popolazione.
Questo vuol dire che se togliete dal totale i bambini (ed a volte invece li dovreste includere, visto che cominciano a portare le armi a scuola fin dalle elementari), i pacifisti e gli abitanti di quegli Stati in cui possedere un’arma senza apposita licenza è reato, avrete una cifra che si avvicina a 3 armi da fuoco per ogni adulto a cui è consentito averne.
Circa 2 milioni di questi hanno con sé una pistola in macchina, mentre un altro milione la porta addosso.
Ogni anno circa lo 0.011% degli statunitensi muore per colpa di un’arma da fuoco.
O gli spara qualcuno in un centro commerciale, oppure il bimbo dalla camminata inesperta inciampa sul mitra lasciato inavvertitamente incustodito nel tinello e fa saltare la testa della nonna sul divano.
La percentuale non è enorme, ma se la guardate in numeri equivale ad una bomba nucleare su Macerata, ovvero una cittadina di 40.000 abitanti, o dieci volte il totale dei morti per gli attentati dell’11 Settembre 2001!
Dal 1971 ad oggi, ci sono stati più morti per armi da fuoco all’interno dei confini nazionali, del totale di tutti i caduti all’estero per le guerre sostenute dagli USA a partire da Woodorow Wilson per giungere a George W. Bush.
Vi vorrei ricordare solo che si tratta di due guerre mondiali, una in Corea, una in Vietnam (considerata a ragione una delle più grandi tragedie nazionali), operazioni militari varie in Sudamerica, Africa e Asia, una guerra nei Balcani, due in Iraq, una in Afghanistan e forse ne dimentico qualcuna.
Ogni 5 minuti avviene uno stupro (288 stupri al giorno, 105.120 all’anno!), ogni 29 un omicidio, ogni 30, potete vedere notiziari locali, sport e meteo sui canali d’informazione!
Indubbiamente l’autore pigia il tasto del sarcasmo per scoperchiare le questioni irrisolte di questa grande nazione, ma certamente fornisce fonti ufficiali e dati sconcertanti.
Il fatto è che qui in America a volte sembra tutto paradossale, contraddittorio, in conflitto con quell’aura di serenità e perfezione con cui l’immaginario collettivo dipinge gli States al di fuori dei confini nazionali.
Chi non ha mai vissuto qui crede che gli States siano un mix fra Happy Days, Baywatch, McDonald e gli stadi della NFL.
Io che c’ho passato quasi un anno della mia vita, comincio solo ora a comprendere davvero i meccanismi che fanno muovere questo paese, le paure che lo attraversano, i problemi che vive la gente comune.
E mi rendo conto che ci sono stereotipi e vere e proprie leggende circa gli USA che li rendono un paese perfetto e dannato.
Agognato e odiato al tempo stesso.
Quante volte avete sentito dire che in America ci si può scaricare dalle tasse qualsiasi acquisto, dal frigorifero nuovo alla spesa, ai giocattoli per i figli?
E che si paga pochissimo di tasse, che il fisco è severo ma giusto, che l’imposizione fiscale permette di fare una bella vita a tutti?
Niente di più falso: dal reddito totale di fine anno si possono dedurre più o meno le stesse spese che si deducono da noi, come il mutuo per la casa, parte delle spese sanitarie (di cui parlerò dopo), le spese strettamente connesse all’attività professionale; la nostra ICI qui si chiama Property Tax e se venisse introdotta in Italia chiederemmo di avere in pasto il primo ministro, accusandolo d’introdurre misure bolsceviche, dato che la suddetta tassa consiste in una percentuale che varia fra il 5 ed il 10 per cento del valore di mercato della casa di proprietà!
Ogni anno!
Vuol dire che se avete una casa a Manhattan da un milione di dollari (e vi assicuro che le case da quelle parti costano parecchio) potreste dover dare allo stato di New York una sciocchezzuola come 70.000 dollari!
Ogni anno!
Se poi volete provare a non pagare, cercate di nascondere bene i soldi in qualche paradiso fiscale e scappate non appena potete, perchè qui se vi prendono non solo vi fate parecchi anni di galera, ma vi ritrovate gli agenti dell’FBI con il listino delle proprietà che vi hanno sequestrato davanti alla porta di casa quando meno ve lo aspettate.
Quanto al famoso stile di vita americano, la cosiddetta American way of life, vi farei vedere dove vivono gli operai, le donne delle pulizie, i commessi di Starbucks, i carpentieri, le persone comuni, senza una laurea e con un lavoro medio.
Vi farei vedere cosa mangiano, i vestiti che indossano, dove vanno a scuola i figli.
Vi rendereste conto che coloro che non sono al di sopra del livello medio, fanno una vita misera, di sacrifici, incertezze, paure.
Qui a Washington, nella capitale degli Stati Uniti d’America, c’è la più alta percentuale di povertà infantile del paese e ci sono 40.000 senza tetto.
E non sono i nostri clochard che spesso vagabondano per scelta o colpiti da malattie mentali; sono famiglie di uomini, donne e bambini che hanno perso la casa per colpa di un mutuo con tassi da usura, di un lavoro che improvvisamente sparisce, di una malattia che non si può curare.
Già, perchè provate ad entrare in un ospedale americano a fare delle normali analisi del sangue, di quelle che in Italia il medico ti prescrive se hai mal di stomaco, tanto per cominciare, per poi passare a ricerche più approfondite qualora sorgessero dei dubbi.
Non tutti se le possono permettere.
Una persona su sette, per l’esattezza.
Che in totale sono 40 milioni di persone senza nessuna assistenza sanitaria.
Più o meno quanto l’intera popolazione dell’Argentina, o di Portogallo, Belgio, Repubblica Ceca ed Ungheria messi insieme.
A cui dovete aggiungere altri milioni di persone la cui assistenza sanitaria è parziale, a volte molto.
Attenzione a non credere alle leggende però!
Non è vero che se v’investono e non avete l’assicurazione vi lasciano nel mezzo della strada, anzi, mentre l’ambulanza riparte vi passa sopra in retromarcia per finirvi del tutto.
La legge dice che dovete essere soccorsi e “stabilizzati”.
Ovvero vi devono riportare ad una condizione ottimale, in cui siete in grado di sopravvivere.
Subito dopo, però, dovete pagare, altrimenti non potete usufruire del servizio sanitario.
Il che significa che, con le vostre fratture multiple, sarete trasferiti in una struttura per gli indigenti, con servizi decisamente peggiori e senza nessuna speranza di ottenere pratiche riabilitative o terapie particolari.
Lo stesso vale se siete uomini o donne sopra i 50 anni e dovete fare una mammografia o un’analisi della prostata, esami che da noi sono di routine e che si fanno annualmente, mentre qui costano migliaia di dollari.
Questo per parlare degli aspetti negativi e delle false leggende che circolano su questo paese.
Poi invece ci sono aspetti sorprendenti, piacevolmente.
Chiunque in Europa è certo del fatto che gli Stati Uniti siano il vero problema dell’inquinamento globale e che il loro approccio alla questione del surriscaldamento del pianeta sia il motivo per cui non si riescono a prendere decisioni davvero concrete per dare una svolta alla situazione.
Falso, per lo meno in parte.
È vero che l’attuale governo è nelle mani dei produttori dei carburanti fossili, ostaggio di gente che non ha nessuna intenzione di chiudere o riconvertire un’attività redditizia e radicata, ma è anche vero che il movimento ambientalista e le ventate di cambiamento sono molto più forti che da noi.
Più di cento città statunitensi hanno deciso di aderire simbolicamente al Protocollo di Kyoto e si sono riproposte di tagliare le emissioni di CO2 entro i limiti stabiliti dal trattato, attraverso strategie diverse, a livello locale.
A San Francisco le buste della spesa, per legge, non potranno più essere in plastica, a meno che non siano fatte con un nuovissimo composto completamente biodegradabile.
La California ha adottato leggi speciali che danno incentivi enormi a chi acquista auto ibride, pannelli solari o fonti di energia rinnovabile.
Inoltre secondo la mentalità americana, firmare un trattato, un accordo, un contratto e poi non rispettarlo, sarebbe un fatto alquanto imbarazzante, grave nei confronti sia dell'opinione pubblica che della propria coscienza.
Non come in Italia, dove l'accordo di Kyoto è stato firmato immediatamente e poi è rimasto quasi del tutto lettera morta, tanto che siamo il paese che dovrà versare più multe in Europa!
Delle nostre coscienze non parlo, tanto sarebbe come cercare una vergine in un bordello.
E questo è solo un esempio.
Ma ripeto, questo è un paese enorme, contraddittorio, in cui le sfumature sono infinite, ma dove la libertà di espressione è un bene fondamentale, da difendere con i denti.
Anche se questo vuol dire accettare che qualcuno la usi a proprio vantaggio palesemente, spudoratamente, senza la decenza di evitare la disinformazione.
Non importa cosa ti dicano, basta che possano dirlo.
Certo, un italiano che critica gli Stati Uniti su questo punto non è credibile.
Ma il fatto è che qui tutto è portato agli estremi: sono in grado di far dimettere un presidente per uno scandaluccio di spionaggio da niente e poi su ogni canale televisivo ci sono dibattiti, pubblicità, interventi, a volte tanto divergenti ed assurdi che ti chiedi come sia possibile che certe persone parlino in pubblico: pochi giorni fa erano di fronte uno scienziato che portava dati a riprova del fatto che la situazione climatica sta diventando preoccupante ed un rappresentante della Associazione dei produttori di carbone.
Carbone!
Il petrolio è nulla a confronto!
Ci sono circa 40 incendi sotterranei in miniere di carbone negli USA, alcuni bruciano da decenni, uno, a Centralia, in Pennsylvania, è esploso nel 1962 e dopo 45 anni e 40 milioni di dollari hanno deciso di lasciarlo bruciare, tanto che la cittadina è stata evacuata, gli interventi di spegnimento sospesi e l’autostrada che passava di lì deviata.
E quell’idiota diceva a tutti che il carbone è una fonte energetica irrinunciabile, che sorregge l’economia statunitense e che senza di esso la famosa “American way of life” non sarebbe possibile.
Intanto Centralia brucia, si stima che continuerà a farlo per i prossimi 250 anni e sprofonda lentamente.
Ma state certi che se si giungerà ad un cambiamento radicale, tutto avrà origine da qui.
Un po’ perchè sono un popolo ricco di risorse, avvolto in uno spirito pionieristico innato e radicato, un po’ perchè saranno gli unici economicamente in grado di far ripartire il mondo in caso di un collasso generale.
È un popolo testardo, ferocemente convinto che la legge della giungla debba essere il pilastro fondamentale del rapporto fra gli uomini, aldilà del bene e del male.
Hanno il problema dell’obesità diffusa (il 34% della popolazione adulta) e come lo risolvono?
Bombardano il pubblico con decine di programmi televisivi in cui dei volenterosi, rigogliosamente al di sopra dei 150 chilogrammi dopo anni d’inattività fisica e “cibo spazzatura”, si confessano, si sfidano, si espongono al resto del paese per dimostrare quanto sia bello perdere peso e tornare a vivere una vita diversa da quella di un manzo all’ingrasso.
“Il grande perdente” (dove “loser” in inglese produce un gioco di parole fra colui che perde peso e perciò vince nel gioco) fa sfidare dieci montagne di ciccia in un campo di lavoro dove le calorie sono drammaticamente ridotte e l’attività fisica di una settimana è quella che in precedenza hanno svolto nell’arco della loro intera, epicurea vita.
“Voglio tornare ad avere il fisico di una Cheerleader della Scuola Superiore”, nonostante il titolo più obbrobriosamente lungo della storia degli show televisivi, non propone nulla di nuovo, se non il progressivo rinascimento fisico e spirituale di 10 donne che ai bei tempi erano le reginette della loro scuola e dopo il terzo figlio, il secondo matrimonio o il quinto quintale di patatine ed hamburger, hanno assunto forme degne di un quadro di Botero.
Non so se sbagliano, ma certamente muovono milioni di dollari in palestre, diete, interventi chirurgici di liposuzione o di riduzione dell’intestino e chi può paga, mangia correttamente, va in palestra tre volte a settimana oppure al circolo a giocare a tennis, chi invece per ignoranza, pigrizia o indigenza sceglie i trigliceridi ed il colesterolo, si avvia ad una morte da infarto o ad una vecchiaia molto corta.
In realtà è solo una versione più sofisticata della regola per cui se nasci gazzella è meglio che cominci a correre sin dal mattino presto.
Se poi mentre corri ti azzoppi, cosa vuoi, anche il leone dovrà pur mangiare!