Free Blogger Federico Aldrovandi Viaggi disordinati

Appunti sparsi di un irrequieto senza fissa dimora

Eccomi

Utente: karestia
Complicato dire chi io sia, ma essenzialmente sono un viaggiatore che spera di poter vedere il piu' possibile, da piu' punti di vista, sotto diverse luci. Vorrei capire. A giudicare ci pensino gli altri.

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

mercoledì, 26 settembre 2007
Divagazioni di un bancario errante

II Puntata: Un matrimonio e un funerale
 
Domenica scorsa si sono sposati due cari amici.
Lei è addirittura una compagna di liceo, con cui non abbiamo mai smesso di tenere i contatti, nonostante le carriere, i figli, le nuove amicizie, a smentire un po’ quella regola per cui dopo la maturità si perde per strada una parte della propria vita, lasciando cadere nell’oblio coloro con cui si sono condivise alcune delle emozioni più forti che si possano mai provare in una vita.
Molti di noi, molti di quella classe di un liceo classico polveroso e statico, hanno deciso che non era davvero il caso di lasciare che il tempo c’ingrigisse i ricordi, dato che aveva già il potere di ingrigire i nostri capelli, di farci spuntare le prime rughe, di imbolsirci un po’ e sconfiggerci da tanti altri punti di vista.
Molti di noi hanno deciso di dare battaglia al tempo e di mantenere vivi quei ricordi, nel corso di pomeriggi a casa a bere e ridere di gusto, fra i giocattoli dei figli, le bollette da pagare e le nuove fidanzate che s’incontrano per la prima volta.
Così succede che a Capodanno c’è sempre una casa in cui festeggiare insieme, ad agosto qualcuno propone una vacanza e a Pasquetta finiamo per rivangare interrogazioni catastrofiche, professori leggendari, battute memorabili o figuracce epiche.
Il tutto ha il sapore di quegli stessi giorni in cui ci preoccupavamo del brufolo in fronte, del compito di matematica o della “pischella” che non ci cagava di striscio.
Perchè siamo sempre noi, rinforzati da mogli, fratelli, compagne e fidanzati che si sono aggiunti nel corso del tempo.
Questi ultimi poi, sembrano affascinati da questo nostro modo di mantenere il legame, tanto che alcuni, imbrigliati nelle maglie della nostra amicizia, iniziano a farne parte viva, costituendo essi stessi la struttura di nuovi ricordi, più recenti ovviamente, ma che nel corso del tempo cominciano ad assumere le stesse sfumature mitologiche, lo stesso vitale stimolo a proseguire.
Ognuno di noi ricorda il passato degli altri e ci possiamo specchiare in noi stessi guardando il volto amico di chi sta spegnendo le candeline di una torta, di chi prepara un bagaglio o di chi è triste per qualche motivo.
Chiara e Massi si sono sposati domenica, dopo anni di convivenza, dopo una bimba meravigliosa, con dei bei boccoli biondi ed una pazienza infinita, ogni volta che le invadiamo casa per uno dei nostri raduni.
Si sono sposati ed io non c’ero.
Ma d’altra parte non ci sono stato in tante occasioni e probabilmente non ci sarò in tante altre.
Loro, i compagni di classe di quel liceo classico polveroso, lo sanno e lo capiscono, anche se chissà quante volte avranno biasimato questa mia scelta.
A volte lo faccio anche io, figuriamoci se non ne hanno il diritto, o quantomeno la facoltà, loro, che mi conoscono da una vita e da una vita continuano ad invitarmi, a volermi partecipe delle loro gioie.
Si sono sposati, Chiara e Massi, ed io li ho pregati di ritenermi presente, di contare sui miei auguri per una vita felice, di pensare che, anche se a migliaia di miglia, ero con loro per un’altra giornata delle nostre.
Vivere da vagabondo, da emigrante, da viaggiatore, ditelo un po’ come vi pare, vuol dire anche questo.
E vuol dire anche non poter essere vicino a chi ne avrebbe bisogno.
Oggi è morto il padre della mia più cara amica.
Mi è arrivato il suo messaggio con tre parole, secche, precise inequivocabili.
L’ho richiamata subito, stava per andare a casa dei suoi, era al lavoro.
Sono stato uno dei primi a cui lo ha detto, anche se sono qui e non posso andarmene dall’ufficio per raggiungerla ed abbracciarla.
Non sapevo cosa dire, non so mai cosa dire, quando muore qualcuno.
Perchè non c’è molto da dire, ma anche perchè mi sento ogni volta colpevole di una mancanza, di un delitto nei confronti dell’amicizia, come quella volta che non c'ero, a portare in spalla, insieme ai miei fratelli ed al mio migliore amico, la bara di un uomo che ci ha visti crescere, che ci ha fatto giocare a casa sua, con suo figlio, uno di coloro con cui sono cresciuto.
Non sapevo come rincuorarla, come darle quel supporto che tutti noi agognamo quando succede qualcosa di simile.
L’ho sentita forte, come sempre, dura, come troppo spesso in questi ultimi mesi.
So che si sente colpevole di non essere stata lì, in quel momento finale, quando lei, il medico di casa, avrebbe dovuto verificare l’ultimo respiro di chi l’aveva tenuta in braccio da bambina.
Avrei voluto dirle che non deve nemmeno pensarle certe idiozie, avrei voluto dirle che non deve sentirsi colpevole di nulla, se non di aver creduto, in qualche istante di umana disperazione, che tutto il dolore che stava provando potesse sparire come in un brutto sogno.
Invece non ho detto che parole ordinarie, superflue.
Ora devo ricominciare a fare quello che stavo facendo prima che giungesse il trillo di quel messaggio, ad interrompere la quiete di questa vita distante da tutti.
Ed ogni volta che sentirò di nuovo quel suono, nei prossimi giorni, ripenserò al fatto che non avrò potuto essere al suo fianco, come ogni buon amico dovrebbe, in certi momenti.
Poi i giorni passeranno, il senso di colpevolezza affogherà nella quotidiana lotta per fare in modo che non affoghi tutto il resto, di certo ci rivedremo a Natale, per abbracciarci in silenzio, forse lei mi verrà a trovare.
Anche il suo dolore passerà, dimenticherà i pensieri folli che le sono passati per la testa in certi istanti, ricomincerà a sorridere, ad essere la splendida donna che è sempre stata.
Magari riuscirà anche a dimenticare che non ero lì con lei, o forse semplicemente farà finta che ci fossi anch’io, a ringraziare il padre per essere stato ciò che è stato.
E per una volta ancora avrò perso qualcosa per strada, lasciando una lacrima a segnare il punto.

Postato da: karestia a 18:45 | link | commenti (10)

giovedì, 13 settembre 2007
Cronaca di una vita centroamericana

III puntata: “Elezioni”
 
Cari amici,

mentre in Europa dormite Guatemala freme per sapere del suo futuro.
Oggi, 9 di Settembre, si sono svolte le elezioni generali.
I seggi si sono chiusi alle 18 ed ora, in nottata, stanno arrivando i primi risultati.
Un grande risultato, per una giovane democrazia come quella guatemalteca, è stata l’affluenza, che pare si attesti intorno al 60% (delle persone esistenti, con documento di identità e iscritti alle
liste elettorali!!!).
Meno democratica è stata la campagna elettorale, marcata da morti di candidati, minacce, diffamazione e soprattutto dalla mancanza di opzioni… opzioni democratiche ed oneste.
In pratica si deve scegliere il meno peggio.
Molti dei candidati, addirittura anche alla presidenza, sono coinvolti nel narcotraffico, riciclaggio di denaro sporco e tanto altro.
La cosa triste è che tutto questo è pubblico, ma nessuno si è preoccupato di aprire un’inchiesta e questi brutti ceffi hanno continuato la campagna elettorale comprando voti con pochi soldi, con un kg. di fagioli o di farina.
I risultati sono ancora fluttuanti ed è ancora presto per tirare le somme.
Al momento è in testa il Partito patriota il cui slogan è MANO DURA; CABEZA Y CORAZON!!!
Sicuramente il fattore sicurezza in questo paese è sentito come un problema molto serio che non permette lo sviluppo del paese.
Il livello di delinquenza (secondo i dati del BID, nella capitale si registrano più di 100 omicidi ogni mille abitanti) dunque non è solo un problema di carattere nazionale, ma anche un elemento che potrebbe fare la differenza in queste elezioni.
In Guatemala ci sono 22 partiti politici legalmente iscritti, però di questi solo 14 si sono presentati alle elezioni.
Sicuramente il panorama politico è marcatamente di destra.
In questa amalgama di posizioni a destra, quello che predomina sono posizioni neoliberali e alcuni militaristi.
Senza dubbio la maggior parte non si definisce propriamente come tale e il panorama sembra registrare una mancanza di ideologia.
Le elezioni inoltre mostrano una costante sociale: gli indigeni e le donne continuano ad essere i maggiori esclusi.
Nei giorni passati era impossibile transitare in una strada senza incontrare un panorama saturo di
fotografie, manifesti e pubblicità elettorale, addirittura muri di case dipinte con la faccia di qualche candidato sorridente o con i colori di un partito, sassi e alberi anche loro assoggettate a questa campagna elettorale selvaggia.
Per aumentare il caos cittadino poi non sono mancate carovane di macchine che facevano rumore o gente con magliette dei vari partiti ad ogni angolo di strada che cercava di attaccare alle macchine adesivi dei propri partiti.
Purtroppo tutto questo continuererà ancora perché quasi sicuramente nessun candidato conquisterà la maggioranza e quindi ci sarà il ballottaggio e allora comincerà il balletto delle alleanze.
Purtroppo chiunque vincerà non sarà una grande svolta per il paese.
La strada è ancora lunga…
Per ora l’unica certezza è che stasera termina la “ley seca”.
Una legge applicata dal 2004 che non permette di vendere e consumare alcolici dall’una di notte alle sette di mattina e che in questo caso è stata applicata da ieri a mezzogiorno fino al termine
delle elezioni per aiutare i cittadini ad arrivare sobri ad un momento così importante
come quello di esercitare il diritto di voto!!!
Vi terrò aggiornati.

Un abbraccio,

Flavia

Postato da: karestia a 22:36 | link | commenti (3)

venerdì, 07 settembre 2007
Divagazioni di un bancario errante

I Puntata: E tutti a ballare a Dupont Circle
 
La musica era talmente travolgente che chiunque finisse ad una distanza di meno di 20 metri dai fiati scatenati dell’orchestra veniva risucchiato come in un vortice di frenesia ritmica, impossibilitato a rimanere fermo e travolto da spasmi più o meno coordinati, a seconda del grado di abilità nella danza.
Ve lo dice uno che di fronte alla proposta di un ballo, diniega cortesemente adducendo una scusa che normalmente colpisce nel segno e spegne gli entusiasmi della intraprendente donzella: “Mi spiace, ma sono meno coordinato di una scogliera”.
Eppure quella sera, in quell’angolo di piazza gremita, anch’io accennavo un balbettio dei piedi, scuotevo l’anca in maniera oscenamente comica e mi lasciavo trasportare dallo swing improvvisato di quei musici da strada.
Anita, al mio fianco, era certa che non fossi ubriaco, dato che aveva seguito da vicino il ritmo bassamente alcolico della serata appena trascorsa, ma si ritrovava a guardarmi fra il divertito ed il sorpreso; arresasi di fronte ad anni di rifiuti quando mi si proponeva una serata in locali dove il ballo predomina, ora mi osservava incredula scimmiottare qualcosa di simile ad un assolo di danza nel bel mezzo di quella baraonda di trombe, sassofoni, clarinetti, tube e tromboni.
C’era una ragazza bionda tutta treccine che sembrava una di quelle prime file da Charleston nei film sul proibizionismo americano dei primi del ‘900, solo che lei indossava pantaloni da rapper e bracciali multicolore e ad un primo sguardo non avrei mai sospettato che fosse in grado d’imitare alla perfezione le mosse ritmate e travolgenti di Josephine Baker.
Davanti a lei un omone di colore, che le dava spalla e la rendeva ancora più credibile di fronte alla platea, formata da matrone nere enormi e sorridenti, homeless sdentati, studenti univeristari che mischiavano al ritmo un po’ di sano pogo alla Sid Vicious, coppie gay ed etero, di tutte le età e con vestiti da sera o pantaloncini da uscita libera e sacchetti della spesa.
Nel mezzo io ed Anita, che eravamo alla fine di una delle nostre prime serate a Washington DC.
Perchè è qui che ora vivo.
All’angolo fra Massachusetts Avenue e la 17sima Strada, a due passi da Dupont Circle, un po’ la Campo dei Fiori di questa città che gli statunitensi hanno deciso di rendere capitale della loro nazione.
Fatte le dovute proporzioni, ovviamente.
E mi ritrovo qui, dopo qualche settimana di organizzazione, lontano migliaia di kilometri dal mio vecchio appartamento in Arsenija Čarnojevića, Belgrado.
Si ricomincia.
Lavoro nuovo, città in un altro continente, nuovi colleghi.
E quindi nuovo titolo a queste divagazioni da condividere.
Perchè “bancario errante”?
Perchè ora lavoro per la Banca Mondiale, quindi sono un bancario, e perchè una parte del mio lavoro dovrò portarla a termine in vari paesi del mondo, errando fra una lingua e l’altra, a cominciare dallo spagnolo del Perù, dove probabilmente andrò a Dicembre.
Troppo lungo e complesso spiegare come ci sono arrivato, così ho deciso di partire subito dalle storie di tutti i giorni, per raccontare cosa c’è qui, cosa non mi aspettavo e cosa già conoscevo.
Quello che non mi aspettavo era di svegliarmi la mattina e trovare un cervo davanti alla porta finestra della casa che avevo affittato per il compleanno di Anita nell’ultimo fine settimana di Agosto.
Io in mutande e lui con la bocca piena di foglie, nessuno dei due con un’espressione particolarmente intelligente.
Già, perchè non mi venite a dire che se decidete di fare una sorpresa alla vostra compagna e la portate in una baita isolata in montagna nel bel mezzo della Virginia, vi aspettate una cosa del genere.
Io pensavo che saremmo stati a poche centinaia di metri dalla civiltà, con una bella vista su una vallata ed una Jacuzzi nel bagno.
Invece no!
Assoluto silenzio radio, con i cellulari che hanno smesso di funzionare a 10 miglia dall’arrivo, verde a perdita d’occhio, foreste intatte e fitte, autostrade enormi che lambivano gli alberi e poi viuzze sterrate, inerpicate nella vegetazione che smette di circondare la macchina solo quando si giunge nei pressi della enorme baita, punto finale del viaggio.
Ad accoglierci Judy e Richard, ex dipendenti della Banca Mondiale in pensione.
Ho letto una volta che il motivo per cui le donne parlano di più degli uomini, risiede nel maggiore sviluppo che in esse ha la parte del cervello deputata a tale funzione; inoltre, nello stesso libro, ho letto che al termine di una giornata le donne hanno utilizzato mediamente 20.000 parole, contro le 7.000 di un uomo.
Ciò causa spesso problemi di coppia la sera, quando il maschio siede a tavola, mangia e bofonchia si e no qualche muggito, mentre lei si prodiga nel dettagliato resoconto della giornata.
Tornando a Richard e Judy, essendo assolutamente isolati dal resto del mondo, rappresentavano un esempio perfetto della questione, con lei che aveva da parte in arretrato almeno qualche milione di parole in attesa di essere proferite a qualcuno e lui che ormai s’era abituato ad usarne anche meno della metà di quelle di cui aveva bisogno nel mondo civile.
Il risultato è stato un assalto logorroico da parte della simpatica ed ospitale padrona di casa, la quale mi ha ripetuto tutto ciò che aveva già scritto nelle dettagliate email ed ha infarcito ogni frase con domande a cui non mi lasciava rispondere.
Anita nel frattempo era in una fase di trance da jet-lag che le impediva di reagire agli stimoli esterni con prontezza, per cui sorrideva beatamente, senza mascherare affatto la sua totale incapacità di seguire una sola virgola del discorso.
Liberatici dell’arzilla anfitriona, abbiamo scelto la camera da letto fra le due disponibili, prenotato il ristorante più vicino e ci siamo tuffati nel cibo più sorprendente degli ultimi anni.
La Thornton River Grille è un ristorante tutto in legno, con la cucina a vista ed un menù davvero particolare, nel cuore di Sperryville, una cittadina fuori dagli Stati Uniti, totalmente priva di catene multinazionali, piena di piccole botteghe di artisti locali e negozi di modernariato, con un unico forno che prepara deliziosi muffin e torte ai mirtilli da delirio dei sensi.
Insomma, tutto quello che non t’immagini di trovare nell’America di provincia.
Il fine settimana è proseguito con una passeggiata a cavallo in cui mi sono sentito John Wayne, in sella al mio purosangue Sugar, fra alberi di mele e dolci colline.
Avevo un elmetto di carbonio in testa che mi faceva sembrare il falso alieno sezionato nel falso video sull’Area 51, faceva un caldo che sudavo come un ippopotamo eccitato, ma stavo cavalcando in America, in sella al purosangue Sugar.
Tanto per farvi capire quant’era eccitante la cosa, vi posso solo aggiungere che ad accompagnarci nella passeggiata c’erano Ethel, una tredicenne che cavalcava dall’età di 3, ed il fratellino minore, non più alto di un metro e venti, ma taciturno e serio come un vero cow-boy, tanto che pensavo che da un momento all’altro avrebbe tirato fuori da una tasca il tabacco da masticare, per dedicarsi a sputare a terra boccate di saliva nera.
L’epilogo degno di nota s’è materializzato la notte prima della partenza, quando mi accingevo a preparare un piatto di pasta con i funghi da innaffiare con un ottimo vino locale.
Tempesta da film catastrofico e improvviso blackout.
Due secondi dopo ci ritroviamo Judy alla porta di casa, con torce, candele e acqua, che ci spiega l’accaduto, nel caso noi europei non avessimo chiaro il concetto di blackout, e ci offre di andare da loro a goderci la luce del generatore a benzina, in attesa del ritorno della corrente elettrica nella nostra baita.
Ovviamente avrei preferito vagare nei boschi alla ricerca di un Grizzly con cui giocare allo schiaffo del soldato, piuttosto che sorbirmi la logorrea della nostra amabile vicina, per cui abbiamo gentilmente declinato, aggiungendo che la Thornton River Grille ci attendeva per un bis della sera precedente.
Al ritorno a casa Anita s’è fatta prendere da un sottile ed insidioso senso di panico per la situazione contingente.
In effetti ho effettuato rapidamente una valutazione della situazione: in Italia nessuno sapeva dov’eravamo e d’altra parte non avevo dato l’indirizzo esatto nemmeno ai miei contatti americani; eravamo nel bel mezzo del nulla, isolati da altre forme di vita umana da almeno un’ora di cammino in boschi bui e popolati di animali selvatici; avevo trovato l’indirizzo della casa su internet ed eravamo arrivati lì con un’auto a noleggio; la casa era enorme ed assolutamente penetrabile dall’esterno; l'elettricità non era tornata e ciò aggiungeva un tocco spettrale ad ombre e rumori; ciliegina sulla torta, al rientro ci troviamo i coniugi pensionati che ci salutano dalla finestra della loro casa, illuminati da dietro in uno scenario a metà fra “Arsenico e vecchi merletti” ed un film di Hitchcock.
Ed il panico ovviamente s’è insinuato virulento anche in me.
In conclusione, ho dormito due ore, dato che, ostentando sicumera e virile sprezzo del pericolo per calmare le fobie irrazionali di Anita, sono riuscito nell’intento di farla addormentare fra lampi e tuoni, ma ho atteso tutta la notte il colpo d’accetta che avrebbe fatto partire la follia omicida della loquace Judy, mentre il taciturno Richard avrebbe iniziato a demolire le pareti di legno con la sua motosega da 150 cavalli.
Un perfetto film horror, con tanto di bella che urla disperata sul letto ma poi alla fine si salva e l’unico che crepa subito squartato è lui!
Mettetevi un po’ nei miei panni, voi avreste dormito?
Il risveglio di Anita è stato quello di una bambina di 6 anni al primo giorno di vacanze estive che non vede l’ora di andare a provare la nuova bicicletta nel parco vicino casa.
Il mio assomigliava più a quello di un paziente allettato a cui devono fare una rettoscopia ed ha scambiato l’aspirapolvere con il sondino dell’ecografo.
Ma poi la Skyline Drive ha rimesso tutto a posto e ci siamo goduti questa striscia di strada che corre sulla vetta di una catena montuosa, fermandoci ad ogni belvedere per osservare il panorama e goderci il fresco della mattina.
Uno stop in Virginia a fare spesa in un megastore Kmart, la riconsegna del veicolo all’aeroporto, due passi nel nostro nuovo quartiere prima di affrontare la settimana alle porte.
Poi quel concerto improvvisato pochi giorni fa.
Ed il ritorno a casa mano nella mano, con il CD artigianale acquistato a 10 dollari e la musica della Congregation of Peace for All People Orchestra nelle orecchie.

Postato da: karestia a 19:47 | link | commenti (5)
washington, jazz, belgrado