Free Blogger Federico Aldrovandi Viaggi disordinati

Appunti sparsi di un irrequieto senza fissa dimora

Eccomi

Utente: karestia
Complicato dire chi io sia, ma essenzialmente sono un viaggiatore che spera di poter vedere il piu' possibile, da piu' punti di vista, sotto diverse luci. Vorrei capire. A giudicare ci pensino gli altri.

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mercoledì, 28 febbraio 2007
Un'italiana nella Grande Mela

IX puntata: Rod Stewart e Rete 4
 
 
Dopo l'ospite di Lauren che ci aveva mollate in cima a un palco di Broadway, quando due giorni fa ho ricevuto un email di uno dei miei ospiti (quelli che coccolo e chiamo e abbraccio, e parlo di politica, e rido, e non dico "my pleasure" e metto faccette nelle mail che non iniziano mai con "Dear Mr." insomma uno di quelli per cui rompo qualunque etichetta impresariale)((qualcuno qui direbbe comandamento))  dicevo, quando ricevo una sua mail dicendo che aveva due entrate per il concerto del giorno dopo al Madison Square Garden (THE MOST FAMOUS ARENA IN THE WORLD), (insisto... dopo il Colosseo cazzoni!) ho tremato... mi sono immaginata sul megascreen costretta a un pubblico e megamediatico karaoke in inglese, fuori tempo, accecata dai riflettori e con ai piedi le pantofole!
Decido cmq di scegliere il da farsi in base al cantante... e chi era????? chi era????
Rod Stewart!!!
A rega’ un tuffo totale negli ‘80, un sessantenne ancora pieno de capelli (e se s’è fatto il trapianto! Pippo Baudo gli dovrebbe chiedere il numero dell'estetista perchè so proprio tanti quei capelli) che ancora va lì, riempie the most famous arena, riceve grida femminili arrapate con i suoi jeans e giacchetta di pelle e i suoi movimenti a sculetto (che io m'immaginavo ogni volta che scuoteva il sedere che si rompesse l'anca da un momento all'altro, e chiudevo gli occhi per istinto come quando si vedono scene troppo violente in tv... come sono sensibile...).
Beh, sono andata co’ n’amica perchè questo momento di storia americana non si può perdere e risulta che i posti erano in braccio a Rod Stewart, prima fila sotto, ma dico proprio sotto perchè non c’è la marana di gente in piedi ma solo posti seduti (e te credo la media erano 50 anni ma ‘ndo  pogano e saltano questi...), tanto che gli potevo contare le zampe di gallina.
Non conoscevo la prima canzone quindi mi sono dedicata a una rapida analisi della fauna locale: nel nostro settore solo o riccastri sessantenni o fan sfegatati sessantenni più qualche donna trentenne con gli ormoni fuori decennio.
Ma discutiamo della security della most famous arena in the world che ha placcato letteralmente una poveraccia di 50 anni che aveva trovato miracolosamente l’equilibrio necessario per salire sul palco, ringalluzzita dal suo idolo che cantava “If you want my body and you think I’m sexy come on sugar let me know”.
Questa è stata agguantata con una violenza da dogana del JFK di fronte a liquidi sospetti (tipo disinfettante lenti a contatto, biberon, cartucce per penne stilografiche...) e portata di peso (e di peso ce n’era tanto) fuori dalla portata del suo idolo e magari in galera per 24 ore così impara a essere TROPPO anni ‘80 quando ormai siamo nel 2000!
Alla seconda canzone il mio spirito di osservazione è andato in vacanza travolto da note conosciute e archiviate nella memoria da secoli... "It’s a heartache, nothing but a heartache... tonight is the night, it is gonna be alright...”, poi mi sono pure quasi commossa a “still I look to find a reason to believe... knowing that you lied straight-faced while I cried… still I look to find a reason to believe... someone like you makes it hard to live without, somebody else, someone like you makes it easy to give never think about myself...” ma poi il mega momento storico è arrivato e mi sono sgolata a “I WANNAAAAA KNOWWWW HAVE YOU EVER SEEN THE RAAAAAIN”.
La mia amica mi ha guardata sconvolta e mi ha detto: “E meno male che non sei una fan!” e io gli ho sparato un: “OH ma questa è quella dei Bellissimi di Rete 4!!! Questa SE DEVE canta’!!! (la mia amica mi ha guardata perplessa visto che è spagnola e “los guapissimos de telecuatro” ancora non sono stati esportati).
Per tutte le notti che ho aspettato le 11 per vedere finalmente qualcosa di decente!! (e poi incazzarmi come una iena con quella mora tettona che li annunciava, perchè il 60% delle volte erano i “Bruttissimi di rete4”, repertorio completo di Alvaro Vitali e il trash italiano che è così trash che manco si ritiene degno della rivalutazione del trash).
Avevo pure il pass per il back stage e sarei potuta andarlo a ringraziare per avermi fatto rivivere le mie cantate notturne pre-film mentre mio padre grida: “sei ANCORA in piedi???” e io: “NooOOOooOOO... mo spengo...” e un’ora dopo: “MA CHE SEI ANCORA IN PIEDI??? ....NOoooOOooooO... sto seduta...” e tipica risposta ormai rassegnata: “Ah Robbe’ però!! E che cavolo...”.
Ma rega’ questa gioia non ve l'ho potuta dare, perdonatemi!
Il concerto è stato chiuso da “Forever Young” e come senno’... e io ho pensato che non fosse proprio sbagliato che la cantasse, non nel senso ovvio voglio dire.
Che scegliere di non ritirarsi e beccarsi i commenti sarcastici di una che magari avrà vissuto una vita manco un decimo intensa come la sua, non mi sembra poi del tutto una scelta sbagliata, fregarsene voglio dire.
Se non lo avesse fatto io forse non avrei più cantato la sigla dei Bellissimi di Rete 4...
“Someone told me long ago there's a calm before the storm, I know; It's been comin' for some time. When it's over, so they say, It'll rain a sunny day, I know; Shinin' down like water. I want to know, have you ever seen the rain? I want to know, have you ever seen the rain comin' down on a sunny day? Yesterday, and days before, sun is cold and rain is hard, I know; been that way for all my time. 'til forever, on it goes through the circle, fast and slow, I know; It can't stop, I wonder”.

Postato da: karestia a 13:32 | link | commenti
broadway

venerdì, 16 febbraio 2007
Un'italiana nella Grande Mela

VIII Puntata: San Valentino e Broadway
 
 
Ho scoperto che il 14 di febbraio è un festività celebrata oltreoceano con le stesse identiche modalità italiane: un tripudio di cioccolatini (infilati nelle mie tasche a manciate visto che per arrivare il ufficio passo davanti alla pasticceria dell' hotel - dramma colesterolico diario) rose rosse e ristoranti pieni di coppie e\o amiche single che devono rimediare alla mancanza di vita di coppia sbronzandosi in gruppo e affermando ad alto ed acuto volume quanto sia disprezzabile avere un fidanzato.
Io sono stata invitata a Broadway per il debutto di un nuovo musical “Spring awakening”.
Lauren ha ricevuto due entrate per il teatro da un ospite che ha deciso non andare e tutte allegre e contente ci dirigiamo (cagandoci sotto dal freddo qua c’è la neveeee) verso la 49.
All’entrata indicano la platea e lei mi fa’ “Sono proprio buoni posti”, tutta orgogliosa, e aggiunge “Visto che non abbiamo speso una lira ti invito a prendere un bicchiere di champagne” e mentre ci avviamo al bar ci dicono che possiamo lasciare borse e cappotti in un armadietto e ci danno la chiave. Laren tutta contenta mi fa “Abbiamo anche l'armadietto!!”".
Con il bicchiere in mano e il biglietto in mano continuiamo verso le prime file e arrivati in fondo non trovando la nostra lettera ci fermiamo a chiedere e sento... “Stage”.
Come stage????? ‘Azzo vuol dire stage??? Vuole proprio dire stage, palco, ci dobbiamo sedere sul palco in mezzo agli attori e ci fanno pure “Non potete salire con il bicchiere” e via 20$ nella pattumiera...
Guardo Lauren con un’espressione mista fra l’odio profondo e la risata isterica e riesco solo a dire “mo’ capisco perchè il cliente t’ha mollato i biglietti...”.
Lei ha la faccia a senso di colpa al cubo.
Ci sediamo su queste due sedie sul palco e lo spettacolo comincia.
Mi concentro nel tenere i piedi contratti sotto la sedia perchè questi ballano e cantano e ci manca solo che gli faccio lo sgambetto, quando a un certo punto uno seduto accanto a me tira fuori il microfono, l'occhio di bue mi acceca e questo comincia a cantare una canzone rock a squarciagola nel mio orecchio sinistro.
Laurel si morde la lingua per non sbottare a ridere io mi contraggo le dita per non ammazzarla di botte.
Superato il trauma e recuperata la vista, un nuovo shock: secondo atto, i due adolescenti protagonisti decidono che è il momento di passare ai fatti e si sdraiano ai miei piedi, lei sotto lui sopra, e lui...: SI! si leva i pantaloni e mi piazza il culo in faccia metre si sdraia su di lei e NO, per la cronaca non era un momento comico del musical.
Accosto la mia bocca all’orecchio di Lauren e le dico “I can count the hair on his ass”.
S’è conficcata le unghie nella coscia per non rompere il momento di pathos...
Donne, perchè finire a vedere uno spogliarello il giorno di San Valentino quando potete andare a teatro e respirare tra le chiappe di un attore???!!!
Un’ora dopo le nostre di chiappe erano distrutte visto che le sedie su cui erano poggiate erano di legno liscio stile panca della chiesa.
Ci alziamo con dolore e mentre ci dirigiamo affamate verso il ristorante dico solo: “La prossima volta che sei così gentile da invitarmi a teatro, invita qualcun altro”.
3 bicchieri di vino dopo commentavamo dimensioni e solidità dell'attore (riferendoci alla sua interpretazione ovviamente....).
Ho scoperto cosa prova un attore sul palco, ma essendo pubblico ho desiderato con tutta l’anima essere nel buio della sala e, allo stesso tempo, alzarmi e cantare con loro.
Sdoppiamento di personalità a San Valentino.
Sarà colpa di quel sorso di champagne!
Baci dal gelo newyorkino!

Postato da: karestia a 19:42 | link | commenti
new york, broadway

martedì, 13 febbraio 2007
Diario di un navigante in un paese senza mare

VII Puntata: Life is what happens to you while you’re busy making other plans (John Lennon – Beautiful Boy)
 
 
Eccomi di nuovo nel continente americano, con in testa l’idea di volare presto in Nicaragua ed una voglia matta di passare un fine settimana a New York.
L’arrivo è molto tranquillo, con il poliziotto della dogana che finge d’interessarsi a quello che farò alla World Bank, scartabella il mio passaporto soffermandosi pericolosamente sui visti di Marocco, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, poi trova quello del suo adorato Console a Roma e mi fa procedere senza dirottarmi per ulteriori controlli a Guantanamo.
Evito anche che si prendano le mie impronte digitali e la traccia fotografica della mia retina, dato che entro con uno status quasi diplomatico, e procedo verso l’uscita, con la strana sensazione di avere ancora addosso gli occhi del poliziotto.
Vorrei fare a meno di prendere il taxi, ma la mia ricerca su internet per capire come giungere in città con i mezzi pubblici non ha dato esiti positivi e le indicazioni dell’aeroporto sui trasporti a disposizione sembrano essere state disposte dalla lobby dei tassisti, con il chiaro intento d’indurre il viaggiatore ad arrendersi all’inevitabile salasso.
Ed infatti, dopo dieci minuti di vagabondaggio scarsamente proficuo, mi arrendo e pago la corsa in centro: la bellezza di 65$ che, solo dopo qualche giorno, vengo a sapere avrei potuto recuperare se avessi richiesto una ricevuta.
Ho a disposizione un appartamento di una sessantina di metri quadri, con cucina ed elettrodomestici che mi permetteranno di evitare spese inutili, il letto è sfacciatamente enorme, ma la moquette della stanza mi carica ogni tre passi di elettricità statica, con la spiacevole conseguenza che ogni volta che accendo la luce becco una scarica elettrica che mi fa imprecare in diverse lingue.
Per annullare l’effetto del jetlag esco a cena con Roberta, con cui ci eravamo visti l’ultima volta due anni prima, a Barcellona, davanti ad una squisita paella all’astice.
Mentre cammino su Pennsylvania Avenue per raggiungere il punto d’incontro, passo davanti ad una cancellata nera, dietro la quale, in fondo ad un parco di un centinaio di metri, s’intravede nella penombra un edificio basso, in stile coloniale, abbastanza anonimo se non fosse per il fatto che è isolato completamente da tutto il resto, ad una distanza notevole da altri edifici e da qualsiasi contatto con possibili intrusi.
“Ma guarda, sono davanti alla Casa Bianca...”
E mentre rifletto sbadatamente su dove mi trovo, scorro mentalmente le immagini dei film in cui l’ho vista decine di volte: imponente, maestosa, perfetta, inavvicinabile.
Niente di tutto ciò, a parte l’ultimo aggettivo; non mi sembra nulla di particolare, forse perchè è notte, ma certamente perchè ci si aspetta qualcosa di meglio da uno che governa le sorti del mondo.
Dev’essere lo stile anglosassone, a pensarci meglio.
Anche il primo ministro inglese vive in un appartamentino come tanti, di quelli che te lo immagini rientrare col latte in mano dopo aver portato il cane a fare la pipi sull’alberello di fronte.
Allora il nostro Napolitano dovrebbe governare la galassia, con quella residenza da niente in cima al Quirinale.
Forse invece è tutto inversamente proporzionale: più è piccola la residenza e più potere hai.
Da oggi starò più attento a quelli che vivono in case piccole.
La prima cosa che mi salta agli occhi è la grandissima percentuale di afroamericani, molti più che a New York, dato che secondo le stime ufficiali sono circa il 60% degli abitanti della città; inoltre sembra che la situazione di questo gruppo etnico sia molto migliore che in altre zone degli Stati Uniti, grazie ad un reddito superiore e ad una maggiore integrazione nel tessuto sociale.
Il valzer di cocktail e cibo si apre poco dopo, per terminare intorno a mezzanotte, quando il mio affaticamento e gli effetti dell’alcool prendono il completo possesso delle terminazioni nervose che governano le mie palpebre.
Salgo su un taxi il cui autista di origini arabe inizia un’interessantissima conversazione sulle molteplici infamità cui ci conduce la religione, mentre io comincio a sentire un torpore che mi avvolge e immagino che sia la stessa sensazione che provano coloro che svengono per assideramento.
Provo ad argomentare, anche se in linea di massima siamo sulla stessa lunghezza d’onda e poi sono stanco marcio e lo lascio alla sua critica delle interpretazioni mistificatrici di Bibbia e Corano.
Rientro a casa con un po’ più di serenità, dopo aver constatato per l’ennesima volta che gli “illuminati” esistono in ogni etnia, paese, gruppo sociale.
Ovviamente l’attacco di sonno svanisce nel momento esatto in cui poggio la testa sul cuscino, dato che il mio corpo ha ormai superato il limite del suo orario biologico: è convinto che siano le 7 e 30 del mattino e nonostante la stanchezza sia enorme, non riesco a dormire che per cinque orette, rigirandomi continuamente in un sonno superficiale.
Il mattino dopo è dedicato ad una passeggiata in città, con ennesimo passaggio davanti alla Casa Bianca, alla ricerca di eventuali smentite alla mia prima impressione.
Che ovviamente viene confermata.
Proseguo con un supermercato carissimo, in cui la spesa per 2 settimane mi è costata 100$, ma la nota piacevole è stata quella di aver ammutolito un autista di bus che ha litigato con tutti i passeggeri che sono scesi nelle quattro fermate del mio tragitto: appurato che era nervoso e considerato che anche io non ero proprio al massimo del buonumore dopo l’impatto ostile riservatomi dalla città, mi sono predisposto allo scontro con meticolosa precisione.
Al momento di scendere non mi ha aperto la porta, mi ha costretto ad attraversare l’intero bus per giungere all’uscita anteriore barcollando carico di buste della spesa ed infine mi ha beffardamente apostrofato dicendo: “Comunque è aperta”, riferendosi alla porta posteriore che aveva spalancato, quando ormai ero giunto davanti all’altra uscita.
E’ stato un attimo, ero tirato come la corda di un arco ed il gaglioffo non sapeva di avere di fronte un romano con una buona capacità di traduzione.
Censuro me stesso, ma vi lascio immaginare il suo sguardo quando mi sono voltato e gli ho urlato di consideare la possibilità che vi fosse anche dell’altro “aperto” nella sua vita, suggerendogli inoltre che anche sua nonna poteva condividere lo stesso tipo di condizione.
In realtà ora che ci penso ho rischiato un po’, non tanto perchè ero di fronte ad un energumeno di venti centimetri più alto e di trenta più largo, ma perchè negli ultimi anni Washington ha vinto più volte il titolo onorifico di “Capitale dell’omicidio”, con il più alto numero di morti assassinati negli Stati Uniti in rapporto alla popolazione.
Non sono andato a rimpolpare le statistiche, per cui sono ben felice di averlo visto rimanere di stucco, impossibilitato a lasciare la sua postazione di guida, in onore del suo profondo senso del dovere di lavoratore pubblico del Distretto di Columbia.
Il resto del tempo l’ho passato lavorando, andando in palestra, guardando “Friends” in versione originale.
Ah quasi dimenticavo di accennare al fatto che sono stato a New York.
Il viaggio volutamente effettuato sul pullman della Greyhound, per poter dire che anche io, una volta nella vita, sono salito su uno di quei torpedoni cromati protagonisti di tante fughe anonime dei personaggi del grande schermo; l’impatto con lo skyline di Manhattan dal New Jersey, con le luci colorate che ti fanno identificare subito l’Empire State Building, mentre l’Hudson River scorre nero sotto il George Washington Bridge; il caos della metropolitana, che ti schiaffeggia non appena spingi le porte che danno verso l’interno della Port Authority Station e ti suona in mente “Take the A train” il pezzo che compose Billy Strayhorn e divenne un classico della band di Duke Ellington; ci sali perchè, guarda caso, passa di là proprio in quel momento e ti lasci dondolare verso l’Upper West Side, dove hai già prenotato un tavolo al Cleopatra’s Needle, in tempo per vedere la fine del concerto jazz della serata, appena prima che cominci la jam session del pubblico; il freddo che s’incanala ventoso su Amsterdam Avenue, mentre ricominci a pensare a quante volte hai fatto quelle strade, a quante volte hai desiderato avere uno di quegli appartamenti che vedi pieni di libri dalla strada, con il pub in legno scuro sotto, tanto per essere sicuro che la birra non mancherà mai, magari su una strada secondaria, con un paio di alberelli e la ringhiera laccata di nero che ti accompagna sui quattro gradini verso l’ingresso; e poi il mattino luminoso, quasi troppo prima che la caffeina abbia fatto svanire il fastidio del risveglio; una vecchia signora a cui portare un mazzo di fiori e sentirla parlare del gatto, della figlia che vive lontano, di te che sei stato il primo a farle gli auguri per il compleanno, del fatto che vuole rialzarsi dalla sedia a rotelle e che vuole provare a sconfiggere la distrofia con le cellule staminali; il brunch in un buco da dieci coperti gestito da ex hippies che in uno slancio di egualitarismo iconografico mettono accanto alla Madonna, un dipinto di Shiva ed un Buddha in ceramica; Broadway, per comprare un imbrago ad una quindicina di euro meno che in Italia e per tuffarsi fra lingue e vestiti; un Deli dove comprare qualche birra e delle patatine, per un aperitivo casareccio prima della cena a Brooklyn, in un locale che sta spopolando dopo un paio di comparsate in “Sex and the City”; la notte a Williamsbourg, fra ragazzini drogati, taxiste ispaniche e retate sfiorate di cinque minuti; ancora quel freddo che ti constringe a tremare, a farti pentire di essere uscito dal locale in cui eri, anche se è tardi e domani ti devi svegliare presto; la domenica che non è mai silenziosa, dove la gente si affretta a fare ciò che ha rimandato durante la settimana, per poi chiudersi a mangiare dopo aver saltato la colazione; nella zona “bene”, quella dei portieri in livrea e dei cagnolini minuscoli con cappottini ricamati, con i palazzi puliti e la passarella che ti accompagna dal portone al taxi, casomai piovesse; un conto troppo caro per un pasto che in Italia si potrebbe definire appena sufficente; gli ultimi minuti a camminare su Lexington, verso Grand Central, uno sguardo alle Nazioni Unite, l’ingresso in stazione; ancora qualche minuto, non portatemi via ora, devo vedere soltanto l’atrio della biglietteria, con la volta celeste dipinta sul soffitto, a venti metri da terra; e poi c’è l’ultimo tratto verso la metro, fra le scale mobili e le passarelle in marmo bianco che hanno fatto da cornice al finale di “Carlito’s way”, con Al Pacino che fugge verso un treno che non prenderà mai, ammazzato davanti alla porta da Benny Blanco del Bronx; di nuovo il levriero che corre sulla fiancata del bus, stavolta in direzione opposta, lontano da tutto ciò.

Postato da: karestia a 22:58 | link | commenti
viaggi, washington, jazz, new york, manhattan, casa bianca

giovedì, 08 febbraio 2007
Un’italiana nella Grande Mela

VII Puntata: Washington D.C.


Il buon Carlo mi chiama e mi fa': "Vado a Washington a lavorare per la Banca Mondiale saró lí per due settimane prima che mi inviino in missione in Nicaragua".
E' stato un attimo... mi sono immaginata avvolta in un cappotto nero al lato del Potomac con un cappello leggermente inclinato sul davanti passando una copia del Washington Post al mio vecchio amico con dentro codici segreti... dicendo nel salutarci senza un bacio o un abbraccio qualcosa ad effetto tipo: “Ora non combatto piú per niente, meno che per me. Mi interessa una sola cosa: me stesso".
Insomma sono andata in delirio spionistico.
Ma non è colpa mia... i fatti hanno avuto il loro peso:
1) Dormivo all'Hotel della compagnia a Pentagon City, dalla finestra si vedeva quella bella figura geometrica spiaccicata come una figurina.
Breve digressione fashion sul look autunno\inverno made in Pentagon City: elegante e sempre casual mimetica maculata, i cui pantaloni creano un gioioso sbuffo sul polpaccio ricadendo in pieghe dentro i sempre di moda anfibi.
O, per una serata in compagnia, vi consigliamo un fantastico completo blu decorato con nastrini e medaglie dai colori vivaci e attuali... con la mia rinomata timidezza ho chiesto a uno di 40 anni che cosa rappresentassero quelle 4 file di stellette: "Una fila per ogni guerra che ho combattuto".
Oh, 40 anni... come ha fatto?
E cosi Carlo mi aiuta nel conto "Iraq - Desert Storm, Yugoslavia, Afghanistan e Iraq – Enduring Freedom”.
E giá siamo a 4.
E noi che sbadigliamo quando i nonni cominciano con "ehhhh...quando c'era la Guerra...".
Il nostro passato remoto é il loro presente, se non futuro anteriore.
2) Rilassatevi a Pentagon City: un bagno in piscina scioglierá la tensione!
Adesso se in piscina ci siete solo voi e una donna sui 60 (che ancora non so chi fosse) e, seduto a un tavolino un uomo completamente vestito con tanto di scarpe e zaino nero che avvolge una pistola (c'avevo gli occhi che bruciavano di cloro per riuscire a tenerli il piú aperti possible) in un asciugamano e con estrema naturalezza la appoggia nello zaino... beh se vi trovate in questa situazione non fate come me: 20 vasche alla media di Rosolino per poi chiudervi in sauna fino a farvi venire la pelle color aragosta pensando “qua un uomo con le scarpe nere non ci puo entrare!”.
Credo che potremmo definire questa solida e razionale reazione come "paura".
3) Non fatevi influenzare dalla cittá fantasma: costruita a uso e consumo di Ministeri e Uffici Governativi.
Cosa ho visto?
Bandiere americane, tante, dappertutto.
Sotto l'obelisco ce ne sono talmente tante mosse dal vento che se chiudete gli occhi potete credere di essere in porto a Ventotene e sentire il rumore delle vele.
Cecchini, in tutina nera aderente, sui tetti della Casa Bianca che vi puntano il cannocchiale contro e vi assicuro che il pacchetto di sigarette lo tirate fuori al rallentatore... e gli scoiattoli del giardino li guardate con sospetto.
L'idea di Carlo che siano imbottiti di tritolo e usati come mine antiuomo non mi sembra poi cosi ridicola.
4) Come sono gli abitanti di DC?
A Georgetown abbiamo visto una macchina parcheggiata all'ingresso di un garage.
Il padrone di casa ha lasciato una nota sulla macchina che diceva "A causa della sua sosta sul passo carrabile non sono potuto uscire con la mia macchina. This is against the law. I called the police".
Mentre vi fanno multare e chiamano il carro attrezzi vi fanno pure, giá che ci sono, un rapido ripasso di diritto.
E vi ricordano che siete degli sporchi criminali, come chi beve birra per strada senza usare il sacchetto di carta...
Come ci siamo difesi dalla pressione governativa????
- con un Sunday brunch in un locale di 100 anni fa in legno scuro di fronte a una centrale elettrica davvero poco invitante ma che dentro ci ha sorpreso con gruppo jazz dal vivo, champagne finchè non muori per un'embolia dovuta alle bollicine ingoiate, e cibo dallo stile New Orleans.
- con cosmopolitan a raffica prima di cena.
- con cena al ristorante Jaleo di José Andres (Gorka questo é stato davvero un sacrificio ma l'ho fatto solo per te!!! Era tutto "de primera"!!!! Per una critica gastronomica piú dettagliata ti scrivo in privato...)
- con La Galleria Nazionale d'Arte e l'esposizione di Jasper Johns
- con il negozio di souvenir della Nasa: Danilo sono stata a un passo da mandarti per posta un meraviglioso pacco con dentro la Barbie Astronauta (nera per dare un colpo completo al concetto di pari opportunitá) con la sua tutina azzura e lo shuttle privato alto quanto dal piede al suo ginocchio! Solo l'idea della tua faccia nel vederlo ne sarebbe valsa la pena!
- con sane chiacchiere tra vecchi amici, e un ringiovanito accento romano (che sfodero nelle occasioni speciali)
Adesso basta, silenzio... sono di nuovo a NY!
E per difendermi dal casino e dal rumore che mi è mancato tanto questo fine settimana m’infilo l'Ipod nelle orecchie... donna piena di contraddizioni...

P.S. Washington è considerata la cittá dei Musei, perché ce ne sono diversi, ma soprattutto perché sono tutti gratis!
Ne elenco di interessanti:
- Freer Gallery la cui esposizione s’intitola "Tea Bowls in Bloom: botanical decoration on tea ceremony ceramic"
- International Spy Museum (tanto per rimanere in tema)
- National Museum of American Jewish military history
E potrei andare avanti...

Postato da: karestia a 18:32 | link | commenti
washington, jazz, casa bianca