Free Blogger Federico Aldrovandi Viaggi disordinati

Appunti sparsi di un irrequieto senza fissa dimora

Eccomi

Utente: karestia
Complicato dire chi io sia, ma essenzialmente sono un viaggiatore che spera di poter vedere il piu' possibile, da piu' punti di vista, sotto diverse luci. Vorrei capire. A giudicare ci pensino gli altri.

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martedì, 23 gennaio 2007
Un'italiana nella Grande Mela

VI Puntata: Quando Kirk Douglas viene a cena
 
 
I newyorkini, e chi a NY ci è stato di passaggio, sono soliti dire che NY è la città degli incontri.
Lo é.
Forse perchè è una città di flusso: di energia, di persone, di capitali, di arte e idee, di uomini che  dormono nelle panchine di Central Park con zero gradi e, nel migliore dei casi, fluiscono all'ospedale o ad un centro di accoglienza.
Tutto questo forse contribuisce a creare un clima in cui nessuno ha paura di nessuno e tutti parlano con tutti (o spingono tutti, dipende dai momenti….).
Sta di fatto che la settimana scorsa una telefonata del già citato amico di San Francisco mi annuncia l’arrivo di una cliente del loro Hotel a NY.
Ovviamente la telefonata della cliente non si fa aspettare ed io sfodero il mio migliore inglese, che dopo un secondo e mezzo capitola alla frustrante domanda (che mi fa sentire la cugina emigrante della famiglia Soprano) “Sei italiana?” “ Si” (e mi sorprendo un po’ offesa e divertita per il mio accento riconoscibile a un km) “Io sono cresciuta a Roma” mi fa lei, “E te pareva” penso io, ma dico “Sul serio?????” (non per niente lavoro in un albergo).
Risulta che la signora in questione mi voglia a tutti i costi conoscere e dopo una devo dire interessante e fuori dai registri tipici (per un albergo) conversazione, mi invita a pranzo.
In un ristorante (che scelgo io… paraculamente aggiungerei…, rega’ se non sfrutto ‘ste occasioni e quando la vedo la NY da bere! Sto diventando una professionista dello scrocco...).
All’una e mezza sono lì, nella lobby dell’albergo, immaginando la lista dei vini e tentando di controllare la mia immaginazione sul menu per evitare che un cliente si rompa una caviglia scivolando sulla mia bava (acquolina proprio non rende l’idea), quando arriva lei… perfetto incrocio tra Andy Warhol e Audry Hepburn, 60 anni circa, esile, forse non arriva ai 50 chili, capelli grigi tirati indietro in un fermaglio, avvolta in un cappotto nero con draghi rossi che passano dalla schiena all’allacciatura, occhiali neri ampi che nel salutare abbassa per mostrare due occhi piccolissimi ma di un azzurro lucido, tra il curioso e il furbo.
Ci sediamo in un tavolo quadrato una accanto all’altra, vicine, e cominciamo a parlare.
Non le tipiche chiacchiere, niente lei, niente formule, niente impiegata/cliente.
Parliamo della sua  infanzia, di quando a Roma, in una casa dietro Corso Vittorio doveva dividere il gas con le vicine, scappata dalla Bosnia, terra natale.
Delle sue amiche sposate, spaventate dal divorzio, che restano in palestra fino alle 11 di sera.
Dei suoi viaggi , di sua nonna, della mia, di letteratura, della sua famiglia di origine contadina, di suo padre, un uomo di campagna… che non si sentiva a suo agio quando a cena , per esempio veniva Kirk Douglas o Frank Sinatra… e qui… trauma… i miei neuroni vanno in cortocircuito… Kirk Douglas, Frank Sinatra????
Ma con chi sto parlando di bucatini all’amatriciana???
Lei nota un’espressione di evidente confusione.
E con il tono più innocente del mondo mi fa’ “Pensavo lo sapessi… io sono stata la moglie di Vincent Minnelli”.
Come????? Vincent Minnelli????
Maledico il mio amico di San Franscisco che non mi ha avvisata (ma solo per me non è normale andare a pranzo con la moglie di Vincent Minnelli???).
Mi ingoio un chilo di saliva e mi trattengo dal fermare la conversazione su quel punto (ma CAVOLO quante domande gli avrei fatto…) e così lei continua a parlare del padre ma ormai è tardi… il mio cervello è fermo a immagini di Sinatra & company…
Mi riprendo più in fretta che posso per accompagnarla da un parrucchiere nascosto in un sottoscala gestito da due checche newyorkine di 70 anni con la labbra rifatte e capelli (quelli che restano) platino (uno spettacolo!) e ci salutiamo con un abbraccio e un invito a SFC.
Sono una provinciale che si è emozionata come una folle e mi sono chiesta il perchè visto che lavorando in albergo, di gente famosa se ne vede tutti  i giorni ma….
Forse era l’intimità, la familiarità, parlare tra amiche di quello che per me è un mondo relegato alle domeniche pomeriggio di film in bianco e nero sulla Rai, di mio padre che mi ripete i nomi degli attori perchè fino ai 15 anni li confondevo tutti puntualmente.
Forse la vera sorpresa era avere in comune qualcosa con una persona che aveva vissuto tutto questo, molto più di quello che avrei mai pensato.
La leggera Denise è stata uno di questi incontri newyorkini tra il surreale, l’incredibile e l’assolutamente normale.
Come per esempio andare a cena ed uscire a mezzanotte per comprare le sigarette al pakistano accanto e trovarci Rudolph Giuliani in cappotto e scarpe da ginnastica che si ferma pure a dire due battute notturne (mentre la sua guardia del corpo valuta le dimensioni del mio di cappotto per calcolare in percentuale quante possibilità abbia di nascondere un kalashnikov… scemooooo).
Vi saluto dal mio nuovo microappartamento grande quanto 5 custodie di cd una accanto all'altra, ma tutti dicono "Welcome to NY" sarà... (lo dicono pure per gli scarafaggi in ufficio, i topi di fogna che attraversano la strada fermandosi a salutare i passanti etc... a me me pare un commento del cazzo comunque...).

Postato da: karestia a 09:21 | link | commenti (1)
new york

domenica, 21 gennaio 2007
Diario di un navigante in un paese senza mare

VI puntata: “Andare e tornare in un batter d’ali”
 
 
Dopo mesi d’inattività, in attesa che qualcuno di coloro che tengono in mano le redini della mia vita professionale si degni di darmi una certezza definitiva su cosa farò da grande, eccomi ad aver l’opportunità di tornare a Belgrado.
Purtroppo solo per qualche giorno, il tempo di riempire due valigie con i vestiti estivi che mi serviranno in Nicaragua, dove andrò per qualche settimana agli inizi i Febbraio, per poi rientrare forse, e soltanto forse, in Serbia.
In questi due giorni ho visto le rive del Danubio costeggiate da alberi enormemente spettrali e spogli, tanto che l’assenza di vegetazione e la luce brillante dell’inverno rendono la maestosità del fiume ancora più evidente.
La mitezza straordinaria del clima continentale mi ha consentito di non affrontare metri di neve e panorami glaciali, ma soprattutto ha evitato la concreta possibilità che il mio corpo fosse rinvenuto in qualche angolo della città allo scioglimento dei ghiacci, dato che difficilmente sopporto per più di trenta secondi temperature inferiori allo zero.
Mi sono sentito stranamente osservato mentre camminavo comunque infagottato nel mio piumino, alle cui estremità si potevano intravedere sciarpa, guanti e cappello di lana; i belgradesi devono aver trovato curioso il fatto che qualcuno potesse trovare freddo quel gennaio quasi primaverile per loro, mente io ritenevo più che giustificabile il mio abbigliamento per i dieci gradi centigradi in cui ero immerso.
Ho fatto ritorno nel ristorante già citato in passato, questa volta accompagnato da indigeni in grado di spiegarmi il menù in cirillico ed evitarmi sgradevoli sorprese.
In realtà con me c’erano diverse amiche e ho lasciato campo libero a loro nella scelta delle portate, anche prevedendo eventuali necessità dietetiche e non volendo imporre loro cibi eccessivamente calorici.
Le donzelle si sono prodigate in una serie di ordinazioni concitate, con il cameriere che ha sfoggiato le sue migliori doti di oste circense per riuscire a coordinare mano, orecchie ed occhi e recepire senza errori le differenti richieste che provenivano dai quattro angoli di una tavolata in cui sette commensali su nove erano donne.
Credo che al termine della serata abbia comunque dovuto sbronzarsi pesantemente per dimenticare l’esperienza.
Io sono rimasto in attesa di capire cosa avrei mangiato insieme ad altri due italiani per i quali il serbo rimane comprensibile tanto quanto un gargarismo con l’acido cloridrico.
Il mio timore circa la necessità di controllare l’apporto calorico del cibo è stato immediatamente messo in discussione quando sono giunte le prime portate, per poi crollare definitivamente sotto i colpi delle fiamminghe di carne.
Oltre a creme di peperoni e fagioli in umido, ci siamo avventati con ingordigia famelica su salsicce, grigliate miste e fegatini di pollo avvolti nella pancetta (di cui ho chiesto una seconda portata…), per poi terminare con dolcetti al miele e noci che avrebbero potuto costituire da sé un alimento sufficiente a sopravvivere in una foresta per quindici giorni.
La serata è terminata con un’appendice alcolica in grado di mantenere costante il livello di ebbrezza dopo i fiumi di birra consumati al tavolo.
Ovviamente il mattino dopo ho avuto qualche difficoltà a raggiungere la caffettiera, ma il fatto che lo stia raccontando testimonia il successo della mia spedizione.
Aldilà di queste mie escursioni gastronomiche, ho avuto finalmente l’opportunità di parlare con alcuni amici per approfondire il loro modo di vedere la situazione politica, l’opinione che hanno di noi “cooperanti”, le sensazioni circa il futuro, le frustrazioni del presente e le fatiche quotidiane, allo stesso tempo simili alle nostre ma profondamente più complesse per chi ha alle spalle un passato ancora dolorosamente vivo.
Mi hanno ribadito quanto ci sia bisogno che le nuove generazioni si confrontino con il mondo esterno per non sclerotizzarsi in atteggiamenti mentali radicali e quanto invece coloro che hanno vissuto la guerra in prima persona debbano avere la possibilità di costruirsi un presente meno arrancante e faticoso, in cui possano trovare redenzione e sollievo dopo anni di faticoso procedere.
Parlare con loro di tutto quello che ci veniva in mente è stato un esercizio interessante e che mi ha dato finalmente una prospettiva davvero reale e sincera sul paese in cui vorrei vivere per i prossimi anni, ma soprattutto mi ha concesso di conoscere persone splendidamente testarde e dannatamente attaccate ad una volontà di tornare a sorridere sin nella parte più nascosta di se stessi.
Pensavo a tutto questo quando la prima turbolenza ha iniziato a scuotere la fusoliera dell’Airbus della SwissAir con cui stavo per atterrare nello scalo di Zurigo.
Non ho mai avuto una particolare paura di volare, quindi ho sempre pensato che la tecnologia e le statistiche debbano davvero essere prese in seria considerazione quando si parla di sicurezza del trasporto aereo.
Alla seconda turbolenza ho cercato di ricordare quale fosse la percentuale d’incidenti avvenuti in volo ed ho concluso che non era assolutamente rilevante e che su un aereo svizzero la manutenzione sarebbe dovuta essere certamente perfetta, quindi ero in mani sicure.
Quando il capitano ha detto che stavamo per entrare in un fronte nuvoloso in cui ci sarebbe stata la possibilità di forti turbolenze subito prima e durante l’atterraggio, ho immediatamente ricordato le parole di un amico steward che mi spiegava come le fasi davvero critiche di un volo siano solo il decollo e l’atterraggio e che il 95% degli incidenti si verifica in questi due momenti.
Appunto.
Proprio ora che arriviamo in una zona di “forti turbolenze”, che nel linguaggio edulcorato dei piloti vuol dire “una tempesta di quelle che vi toccherà stare attenti agli schizzi di vomito del vostro vicino”.
La terza “turbolenza” è stata in realtà una serie di scuotimenti in tutte le direzioni che ci hanno accompagnati per i successivi quindici minuti, causando panico e caos in tutto l’aereo.
Nonostante il pessimo indizio delle hostess ancorate ai loro seggiolini che chiedevano di mantenere la calma con la voce di una vergine rincorsa da dieci marinai di lunga tratta appena sbarcati, ho tentato di riporre una serena fiducia nelle capacità di volo del capitano, ripromettendomi di metterlo fra i miei eroi personali in caso fossimo giunti sani e salvi a destinazione, o di condannarlo ad una resurrezione nelle vesti di un parassita sui testicoli di un cammello affetto da orchite in caso di schianto al suolo.
Fatto sta che al secondo tentativo di atterraggio, dopo aver sfiorato il suolo con l’ala destra proprio mentre eravamo pronti a poggiare le ruote sull’asfalto, il nostro eroe elvetico ci ha portati sani e salvi nella piazzola di sosta, nella gioia plaudente di tutta la sua ormai affezionata tifoseria.
La storia successiva ve la risparmio, anche perché le quattro ore di attesa nella zona internazionale sono state caratterizzate solo da un panino sintetico col formaggio svizzero peggiore che abbia mai ingurgitato, pagato una cifra che ha condannato i miei eredi ai lavori forzati in una fabbrica di orologi a cucù in provincia di Losanna per ripianare il mio debito.
Inoltre la partenza per Roma, dove sono giunto dopo 10 ore dalla chiusura della porta di casa a Belgrado, è stata meno traumatica, grazie al fatto che le raffiche di vento della tempesta Kyrill erano oramai alle nostre spalle e ci spingevano, saltellando burlone, oltre le Alpi.

Postato da: karestia a 12:04 | link | commenti (1)
serbia, danubio, belgrado

venerdì, 19 gennaio 2007
Un'italiana nella Grande Mela

V puntata: The most famous arena in the world
 
 
Se nessuno di voi ha mai avuto un qualche tipo di curiosità nel vedere dal vivo uno sport di minoranza come per esempio l’hockey, benvenuti nel club.
Adesso, per chissà quale fenomeno mentale, quando riceviamo qualcosa gratis, non solo ci sentiamo in dovere di sfruttare il dono ma anche di rivalutarlo, credo intrappolati nello stesso meccanismo psicologico del “se ne compra due il terzo e’ gratis”.
Insomma, da un lato ci sembra di fare l’affare e dall’altro pensiamo “nulla si butta nulla si spreca”.
Che ci sarà poi di male nello spreco se non l’abbiamo pagato è qualcosa a cui ancora non so dare risposta (e con questa riflessione dimostro di non essere ancora integrata, 'azz...).
Quando sono stata fatta oggetto di generoso dono, due entrate per il Madison Square Garden per la partita del sabato dei Rangers, non ho ovviamente pensato a tutto questo.
Ho solo pensato “famme anda’ a vede’ come fanno il tifo ‘sti ammericani”, in pieno ritorno nostalgico a un campo di studi sociologico che dopo 5 anni a via Salaria ancora affiora con conseguenze impensate (più verosimilmente speravo di potermi sfogare a gesti e insulti in pieno stile Stadio Olimpico…catartico…).
Cosi io e il buon Filippo ci si da appuntamento all’entrata della MOST FAMOUS ARENA IN THE WORLD, come recita il megaschermo (perchè sto vizio delle classifiche e dei record è mmmolto americano) non per vedere il concerto di Ennio Morricone o Shakira (annunciati uno dopo l’altro per distruggere in voi qualunque neurone ribelle che ancora provi a fare uno sforzo di catalogazione), ma per provare a sforzarsi nell’immane tentativo (decisamente al di sopra delle mie capacità, e Filippo secondo me c’aveva gli occhiali truccati) di riuscire a seguire un disco del diametro di 10 cm. schizzare da un lato all’altro di un campo di gioco dal terzo anello di quello che alla fine dei conti è un Colosseo al chiuso.
Meno male che il megaschermo annuncia i goal perchè sennò potevo pure tifare per la San Benedettese per quello che riuscivo a capire.
E’ stata un’esperienza mistica…
Se per voi il tifo è associato a: gruppi organizzati o soggetti isolati con striscioni e/o tamburi e/o trombe e/o fumogeni e/o dotati di un’immaginazione degna del creatore di Alice nel Paese delle Meraviglie sotto trip nell’inventare nuove parole e/o metafore che danno al concetto di insulto una nuova dimensione, profondamente uniti nel cantare a squarciagola o i sopra citati insulti o cori di varia natura ripresi dai più grandi successi di Sanremo o dell’estate precedente… beh mi dispiace proprio dirlo ma siete dei tristissimi europei.
Fatevi dire (senza offesa compa’) i vostri punti deboli:
1) Siete dei senza patria ( e non aggiungo senza Dio perchè è superfluo): non si canta Grazie Roma (o Grazie Rangers) ma l’inno nazionale americano; una povera creatura di 11 anni viene gettata nel mezzo della “most famous arena in the world” e fatta cantare come Mariah Carey versione olimpiadi per ricordare a tutti che in fondo “volemose bene che siamo tutti ammmericani ed è solo una partita di hockey”… vaglielo a dire a un laziale il giorno del derby…
2) Siete voi i veri stakanovisti: perchè passare pomeriggi a dipingere striscioni, perfezionare cori e creare insulti mai sentiti prima quando può fare tutto il fantastico megaschermo??? Ma non siete stanchi dopo tutta la settimana passata a lavorare???? In Ammmerica appena il gioco si interrompe per fallo (perchè il disco fuori non ci va mai e non chiedetemi quando è fallo perchè tanto se le danno di santa ragione tutto il tempo... boh?) scatta la musichetta (che varia a ogni stacco) e che tiene impegnati tutti gli spettatori nel coro di turno da seguire sullo schermo tipo karaoke, mentre i giocatori rimangono in posizione, immobili, come a “un due tre stella” aspettando che il megaschermo li avvisi che possono continuare. Postilla: così un tempo di gioco di 15 minuti dura tre quarti d’ora e; Postilla B: nessuno canta mentre i giocatori giocano, secondo me perchè non sanno che cantare; Postilla C: va da sè che alla fine tutti sono felicissimi quando c’è un fallo perchè almeno fanno qualcosa finalmente e, io credo, che la partita in realtà li disturbi.
3) Se siete ormai trapiantati a NY da quasi un anno direi che siete in grado di seguire il karaoke anche voi. Ma non e’ vero. Filippo cantava da 5 minuti quando si gira e mi fa’: “Ma perchè gridano “GLASGOW Rangers????” mentre il pubblico gridava LET’S GO Rangers”… Diciamo che era un crisi di nostalgia per la terra europea va’… mettiamola cosi…
4) Siete degli ignoranti (ebbene si! Questa proprio non ve l’aspettavate eh?!). Dite la verità, voi non avete mai giocato al Trivial Pursuit durante una partita di calcio. Invece in USA i giocatori fanno un altro giro a “un due tre stella” mentre voi provate a rispondere al mega domandone sulla storia dell’hockey e che si vince??? eh, che si vince???? Dai che morite dalla voglia di saperlo, che si vince???? Una scopa elettrica!!!!!! E soprattutto un mega primo piano sul megaschermo con voi abbracciati all’aspira tutto!!! Voi ce scherzate ma a me una scopa elettrica me farebbe proprio comodo…
5) Proprio non sapete come ottimizzare il tempo: che fate nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo? Bevete un Caffè Borghetti? Noooo loro se so’ già magnati hamburger e patatine con vassoio (e pure io e Filippo, che credete!); commentate le azioni di gioco? E come fate se il disco non se po’ vede’ da più in su della seconda fila… Filippo è un bugiardo... Noooo alla “most famous arena in the world” seguite appassionati la gara di 3 poveri disgraziati vestiti da disco umano (stile Giochi senza Frontiere) che si ammazzano sul ghiaccio rischiando una frattura multipla per vincere un’altra scopa elettrica! (almeno quelli di dischi li ho visti…).
6) Siete privi di qualunque romanticismo: in USA, se lo chiedete, potete organizzarvi e chiedere di essere inquadrati in primo piano (mettendo di nuovo i giocatori in posizione da “un due tre stella”) con una scritta sul megaschermo che dice “Would you marry me???” e subito primo piano della vostra fidanzata che, sotto la misera pressione di un intero stadio che ansima e spasima per un “si”, invece di tirarvi in testa la scopa elettrica vinta spaccandovi la rotula sul ghiaccio, vi grida un “si” e vi bacia, e lo potrete raccontare ai nipotini… A Fili’ la prossima volta lo famo per finta magari ce regalano la scopa per la lista di nozze…
Ed io che l’ultima volta che sono stata all’ Olimpico sono rimasta così colpita perchè lo speaker al megafono annunciava tutta la formazione… sono una povera provinciale! Ma non più: adesso anche io sono una tifosa dei Glasgow Rangers…
Quesito per i tecnici: ma come fanno alla “most famous arena in the world” a  mettere il parquet del basket se il giorno prima c’è il ghiaccio per l’hockey????
Al primo che risponde correttamente verrà inviata una scopa elettrica…

Postato da: karestia a 15:18 | link | commenti
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