V puntata: “Stand clear of the closing doors”.
E un altro amico se ne va a vivere a New York.
Sono già quattro e sembra che la Grande Mela non smetta di attrarre i talentuosi amici del sottoscritto.
Il fatto che io ci sia andato ma non sia riuscito a rimanere, vuol forse dire che l’aggettivo “talentuoso” proprio non mi si confà.
Comunque questa continua fuga di cervelli non mi dispiace affatto, dato che la folta schiera di amici residenti oltreoceano mi consentirà di poter approfittare della loro ospitalità nel momento in cui dovessi trovare irresistibile l’idea di tornare a dare un’occhiata al Central Park.
Loro ancora non lo sanno, ovviamente, ma prima o poi piomberò nei loro appartamenti di Manhattan per prendere possesso del divano, o forse anche della camera degli ospiti, visto che guadagnano tutti discretamente e magari possono permettersi un alloggio sufficientemente spazioso.
Gli ultimi due emigranti sono decisamente quelli che si sono guadagnati la promozione sul campo.
R. ha lavorato per una vita a Barcellona, scalando rapidamente i vertici dell’azienda presso cui operava ed ottenendo un’offerta a cui non si poteva dire di no.
Da quanto so è ancora in cerca di una sistemazione dove non debba convivere con la mutazione genetica di uno scarafaggio di 32 kili “ispanohablante” al modico prezzo di 900 dollari al mese, ma intanto si sta prodigando nella redazione della più completa guida di locali jazz che abbia mai visto la luce, sostenendo il terribile onere di estenuanti jam sessions solo grazie all’aiuto di una fornitura industriale di birra.
F. invece era con me a New York tre anni fa e questo mi fa sperare che ci sia una seconda opportunità anche per me, talento o meno.
Lui è al rientro da una missioncina di tutto relax in Liberia con le Nazioni Unite.
Non c’è bisogno di spiegarvi nel dettaglio la reazione che ha avuto quando gli hanno detto che sarebbe tornato all’ombra del Palazzo di Vetro, ma sembra che in quella zona dell’Africa occidentale siano iniziate a circolare voci su di un bianco che corre ininterrottamente da giorni con un enorme baule pieno di tutti i suoi averi sulle spalle, intonando a squarciagola Frank Sinatra: “... these vagabond shoes are longing to stray...”.
New York poi è talmente enorme, viva, densa, caotica, che sette mesi non mi sono bastati e ne vorrei ancora altrettanti, o forse ancora di più, per imparare a guidare al di fuori di Manhattan, per iniziare ad avere il mio ristorante preferito, per andare a mangiare in tutti gli altri, per finire di visitare il Metropolitan Museum, per salire sulle nuove torri in costruzione a Ground Zero, per ascoltare il sassofono di tutti i locali di Harlem che mi mancano, per mangiare i granchi arrosto in New Jersey, per trovarmi di fronte al set di una puntata di Law & Order, per godermi ancora una volta il sole steso in un angolo di Strawberry Field, per comprare un enorme muffin al cioccolato nel caffé sulla 110.ma in cui mi fermavo a fare colazione la domenica mattina, per sentire ancora una volta l’incomprensibile pronuncia del capotreno quando le porte della metropolitana si stanno per chiudere.
Riuscirò mai a vivere in un posto per più di qualche anno?
Non credo.
Il fatto è che dopo un po’ comincio a sognare ad occhi aperti e ripenso a tutto quello che ho visto e che ancora devo vedere e s’impadronisce di me un irrefrenabile istinto nomade, una scanzonata impazienza che mi contraddistingue da sempre e che mia nonna definiva con una metafora abbastanza efficace: “ti manca la terra sotto i piedi” mi ripeteva sempre quando, esausta, provava a convincermi a non intraprendere qualche nuova scorribanda infantile.
Da queste parti sto bene, anche se devo confessare che i Balcani erano l’ultimo posto in cui mi sarei aspettato di andare, visto che nella mia ideale scaletta delle destinazioni di un cooperante, questa la considero una sede da terza o quarta missione, dove rilassarsi un po’, ma non troppo, dopo aver visto qualche situazione peggiore.
Alla mia tenera età avrei puntato su qualcosa di meno digeribile, luoghi dove l’entusiasmo e gli ideali ti possono aiutare a superare realtà cui non riesce a giungere nemmeno l’immaginazione più pessimista ed in cui l’integrità fisica ti serve ad oltrepassare gli ostacoli di ambienti malsani e giornate calde.
Per un po’ ci sono andato vicino, ma poi sono finito qui e mi ritengo decisamente fortunato.
Ho assistito in diretta alla nascita del più giovane Stato europeo (quel Montenegro di cui avevo pronosticato l’indipendenza nella prima puntata), comincio a parlicchiare un po’ il serbo quando faccio la spesa, conosco bene sia il centro che alcune zone periferiche della città, ricordo i nomi dei politici ed ho il telefono di diversi buttafuori e camerieri che provvedono a trovarmi un tavolo quando non ho voglia di fare la fila.
Il bello di questo tipo di vita è proprio questo: ogni volta devi ricominciare da capo, devi cancellare tutto quello che hai imparato ed iniziare a cercare una soluzione ai problemi di tutti i giorni come se non lo avessi mai fatto in vita tua e nonostante ormai sappia a memoria quali sono i passi da compiere.
Alla fin fine tutte le agenzie immobiliari sono identiche, ma nessuna ti chiede la stessa percentuale sull'affitto di un appartamento ed i contratti sono diversi da paese a paese; in ogni grande città c’è una rivista che raccoglie tutti gli appuntamenti mondani della settimana, ma per capire cosa c’è in programmazione nei cinema devi trovare il canale giusto ogni volta; pasta e mozzarella le puoi trovare ovunque, ma mentre a Manhattan puoi ordinarle su internet e te le consegnano a casa quando vuoi, a Città del Guatemala devi chiedere al personale dell’ambasciata dove comprano il parmigiano.
A volte mi chiedo quanto durerà il panorama che vedo dal balcone di casa, se questa sinfonia è composta di più di quattro stagioni e se metterò mai insieme tanti oggetti personali per riempire un container.
Beati voi che partite, anche se vuol dire impacchettare tutto di nuovo, anche se ci si ritrova per l’ennesima volta soli di fronte a scatoloni di oggetti, libri, vestiti e ricordi da tirare fuori in una casa che ancora odora dei ricordi di altri.
Beati voi perchè non smettete mai di giocare e di mettervi in gioco, perchè non sapete arrendervi di fronte alla quiete di una vita quieta e perchè non vi rattrista sapere che quando vi presentano qualcuno per la prima volta, quello è l’inizio di un lungo addio.