III puntata: Somiglianze e differenze
Non ho mai avuto paura dei cani, ma quando ti trovi davanti un pit bull di 40 chili sciolto e con tanta voglia di farsi sentire, la vocina che ti suggerisce il vecchio adagio “can che abbaia non morde” finisce seppellita sotto i decibel del quadrupede e affogata dall’effetto ipnotico dell’adrenalina, sufficiente a scatenare un’irrazionale ritirata come unica soluzione a tutti i tuoi problemi.
Ma, mentre noti le venature dei muscoli della mascella del canide, ricordi in un istante che l’unica via di fuga alle tue spalle è un angusto corridoio di 3 metri, dopo il quale ti attendono una rampa di sei gradini alti e stretti ed una porta che all’andata hai aperto spingendo ed uscendo dovrai tirare, con inevitabile rallentamento della corsa verso la salvezza delle tue terga.
Già senti il dolore provocato dai denti canini sul polpaccio, poi immagini che forse sei fortunato e ti becca alla natica, oppure ti dice male e ti salta prima al braccio e poi ti sbrana con calma, mentre il padrone tenta di staccartelo di dosso.
Nel frattempo l’adrenalina cala rapidamente di concentrazione, anche a causa del fatto che compare una figura che sembra poter gestire la bestia con una certa autorevolezza, o almeno te lo auguri.
Ragioni e abbassi le braccia, ti pieghi leggermente e dici due paroline dolci a quel sacco minaccioso di muscoli e pelo, sperando, con quel tuo gesto di buona volontà, di provocare uno scodinzolio che allenti un po’ la tensione.
Il movimento del tronchetto che si congiunge al corpo della bestiolina giunge immediatamente a segnalarti il felice esito del tentativo, ma continua ad essere accompagnato dagli abbai e nonostante la figura umana di cui sopra ti faccia cenno di non preoccuparti, stenti ad arrischiare una mossa ulteriormente coraggiosa e razionale.
Anzi, speri che prima o poi si decidano a tenere a freno quelle manifestazioni di benvenuto con un guinzaglio o almeno con una mano.
Niente da fare, devi proprio fidarti del fatto che i cani non ti spaventano e che anche questo è solo un esemplare diligente che stava avvertendo del tuo arrivo il resto degli umani.
E ti va bene anche stavolta.
La palestra è uno scantinato di non più di trenta metri quadri in cui, oltre alla polvere ed ai materassi di rito, ci sono la proprietaria del cerbero serbo e due ragazzini che insieme non fanno 40 anni.
Appena entrato mi rendo conto che il guardiano di quell’infero è in realtà la controfigura scema di un cane da guardia ed a conferma di ciò, me lo ritrovo sotto le ginocchia, con il guinzaglio in bocca, che mi chiede di giocare al tiro della corda con uno sguardo beota e simpatico al tempo stesso.
Ovviamente accetto, e mi sono guadagnato definitivamente un amico.
Cercando di superare i limiti della mia capacità di conversazione in serbo, inizio a comunicare a gesti con la signora e man mano che ci arrabattiamo in quel confronto dialettico su alte teorie esistenziali, mi rendo conto che è in tutto e per tutto simile a colei che mi ha insegnato quel poco che so dell’arrampicata.
Avevo di fronte la copia serba della Snella, la mia istruttrice romana.
Se la chiamiamo Snella ci sarà un motivo, per cui immaginatevi una donna alta 180 centimetri e dal peso non superiore ai 50 chili.
L’età’ è leggermente superiore a quella della sua collega italiana, oppure è portata con meno spensieratezza ed eleganza, le sue mani sono marcate dalla pratica decennale di quello sport, con calli ovunque, un’ossatura intaccata da una prima forma d’artrosi, vene in rilievo ed unghie curate e corte.
I capelli sono biondi con leggere venature biancastre qui e là, ma la lunghezza è la stessa ed anche il volume, tanto che continuo ad immaginare che da un momento all’altro inizi a parlare in romanesco, con quel suo inconfondibile difetto di pronuncia delle consonanti sibilanti.
Invece niente, mi tocca farmi aiutare da uno dei ragazzini, il quale contribuisce ad alimentare le mie speranze di un chiarimento circa le questioni orari e abbonamento dicendo di poter parlare inglese, ma poi fa solo in modo che alla confusionaria mescolanza di italo-serbo, si aggiungano incomprensioni nella lingua di Albione.
Non vedo l’ora di cominciare.
Pacchetto completo: dodici euro per dieci ingressi, non oso chiedere di mostrarmi la doccia, ho a disposizione un bilanciere riciclato da una palestra ginnasiale d’epoca titina, tre ore d’allenamento tutti i giorni e un paio di allergie da polvere e pelo di cane in regalo.
Se poi mentre mi alleno riesco anche a cadere sulla coda del quadrupede brontolone, vinco il concorso “Sentiti anche tu un chewingum per un giorno”.
E’ tutto concentrato in poche parole, pochi gesti, un commiato con la promessa di tornare prossimamente ed una frase in cui mi dicono qualcosa da cui riesco ad estrapolare un nome conosciuto: Ada Ciganlija.
Lavorano anche lì, mi fanno capire.
Mentre passeggio per una città macchiata dalla luce giallastra dei lampioni, mi rendo conto di quanto sia divertente questa mia peregrinazione per palestre e punti d’arrampicata del mondo.
Ogni volta che arrivo in un posto nuovo m’informo dove posso praticare questo sport, che io considero solo un modo per tornare bambino, quando giocavo ad arrampicarmi ovunque ci fosse qualcosa da scalare.
E la cosa paradossale è che spesso sulle notizie c’inciampo e scopro i punti migliori per caso, come se, tornato bambino, durante una corsa in un parco, mi si parasse davanti un bel salice dai rami ampi e robusti.
A New York m’e’ capitato mentre avevo appena iniziato a correre dentro Central Park, a due passi dall’ingresso più vicino al mio appartamento di Harlem.
Neanche qualche passo di corsa ed eccomi di fronte ad un enorme masso di granito macchiato qui e là dall’inconfondibile impronta dei climbers: il bianco della magnesite, necessaria a mantenere le mani asciutte ed a facilitare l’aderenza sulla roccia.
Qui invece cerco una palestra e nella stessa sera sento lo stesso nome pronunciato due volte: Ada Ciganlija.
La prima volta me n’ha parlato un collega locale, ora la versione serba della Snella.
“Devo andarci; magari c’e’ davvero qualcosa d’interessante”.
E mentre mi dirigo verso la macchina noto che intorno a me non c’e’ nulla di strano, niente di cui debba preoccuparmi o perlomeno niente che mi metta in guardia.
E’ una strana sensazione, soprattutto perché ciò che ho incontrato per strada mi ha abituato nel tempo a controllare gli angoli scuri, a camminare sul bordo più luminoso del marciapiede e perché, nonostante la fiducia che ho nel genere umano, ho messo da parte un sufficiente numero di esperienze che m’hanno insegnato come comportarmi quando non sono a casa mia, o quantomeno m’hanno fatto capire che è meglio non essere mai troppo fiduciosi, ne’ in se stessi ne’ nell’altro.
Anche se in realtà è proprio a casa mia, nella mia città, che mi hanno rapinato per la prima volta.
Per di più in pieno giorno.
Ma da quella mattina ho imparato qualcosa.
Ed ho continuato ad imparare mentre ero in posti che non conoscevo, dove il rischio di trovarmi in situazioni spiacevoli era ancora più nascosto, anche se paradossalmente più palese.
Perché i segnali di pericolo non erano gli stessi che avevo nel mio bagaglio di memorie e nonostante sapessi di essere un puntino bianco in un mondo dai colori intensi, non sempre potevo prevedere la reazione di quel mondo alla mia presenza, per quanto serena e rilassata potesse essere la situazione in un determinato momento.
Qui a Belgrado invece niente mi sembra minaccioso, nonostante alcune strade siano peggio illuminate di altre, nonostante ci siano poche automobili in giro a quest’ora di lunedì, nonostante mi sia capitato d’entrare in un palazzone d’edilizia popolare tanto simile a quelli che a Roma hanno creato ampie aree di microcriminalità e disagio sociale.
Non è l’Eden e naturalmente, volendo trovarle, potrei incorrere in alcune situazioni rischiose, ma la differenza sta proprio in questo, nel fatto che dovrei cercarle.
A casa mia mi sono venute a cercare.
In questa città sorniona e dai locali nascosti mi dirigo con calma verso il letto, gustandomi la sensazione di sicurezza e soddisfazione che mi ha dato questa escursione notturna alla ricerca dei miei giochi da bambino.
Mentre guido osservo le illuminazioni notturne dei monumenti dal ponte che attraversa il Danubio.
Sembra tutto elegante, maestoso, con il fiume nero che incornicia quelle sponde severe.
In silenzio mi lascio alle spalle un altro giorno in questa nuova casa e, rassicurato, penso che i guai stavolta non mi verranno a cercare.
Rovescio maliziosamente questa riflessione e mi chiedo se, come al solito, farò in modo di trovarmelo, qualche guaio.
Comincerò a pensarci domani, ora ho proprio voglia d’infilarmi sotto le coperte e lasciarmi cullare dalla curiosità.
Mi sento bene, quieto e divertito, con un gioco nuovo da trovare.
Con un nome in testa.
Ada Ciganlija.