Free Blogger Federico Aldrovandi Viaggi disordinati

Appunti sparsi di un irrequieto senza fissa dimora

Eccomi

Utente: karestia
Complicato dire chi io sia, ma essenzialmente sono un viaggiatore che spera di poter vedere il piu' possibile, da piu' punti di vista, sotto diverse luci. Vorrei capire. A giudicare ci pensino gli altri.

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giovedì, 27 aprile 2006
Diario di un navigante in un paese senza mare

II puntata: Il cielo di Belgrado.
 
Ci sono giorni in cui ti senti cupo e il cielo di Belgrado non t’aiuta.
Anzi, s’incupisce anche lui un po’ di più, forse per empatia nei tuoi confronti, forse perché vuole saggiare la tua pazienza e ridere grassamente quando comincerai ad imprecargli contro.
Ci sono giorni in cui ti senti cupo e non t’aiuta leggere di mondi lontani, perché in un mondo lontano ci sei e di voglia per confrontarti con quelli degli altri non ne hai più.
Ci sono giorni in cui ti senti cupo e vorresti solo dirlo a qualcuno e non t’aiuta tornare a casa e vedere un cartello dell’amministratore che in cirillico spiega qualcosa che non puoi capire al resto del piccolo universo di cemento che ti circonda.
Magari sono gli auguri di buona Pasqua della vicina, magari un avviso per dire a tutti, tranne che a te, che ci sarà una festa la prossima settimana e che basta vestirsi da antico romano con una tunica bianca e una corona d’alloro e presentarsi con una cassa di birra fra le braccia per garantirsi l’accesso all’”Animal House” dei Balcani; o magari serve per dire che “se quello stronzo con la macchina UNOPS parcheggia ancora qui davanti, gli piazzo una bomba sotto il culo”.
E quando ti senti cupo, non aiuta non saperlo.
Non ti aiuta nemmeno non sapere che stai contribuendo a rimettere in piedi un paese, nel tuo piccolo.
No, perché quando vai a Mali Svornik, vedi la mappa e ti rendi conto subito che sei dall’altra parte del confine rispetto a Srebrenica.
Riconosci quelle montagne, da dove i colpi d’artiglieria demolivano i villaggi bosniaci, pensi che la strada dissestata su cui arranca il 4x4 è quella attraverso cui passavano i rifornimenti per Mladic, sotto il naso della NATO, con la complice acquiescenza di alcuni dei sindaci con cui ora devi parlare di concertazione e processi democratici.
Non t’aiuta, se ti senti cupo, mangiare al tavolo con loro e notare che la tua collega, unica donna fra venti uomini, inizia ad infastidirsi dopo la terza barzelletta oscena del sindaco due posti più in là, quello che si vanta di essere il sosia di Lenin.
Ed in effetti gli assomiglia, parecchio pure.
No, non aiuta.
Nemesi storica, si chiama.
Ci siamo passati anche noi italiani, non me lo scordo.
Attraverso un bel bagno catartico ci siamo smacchiati i vestiti dal sangue ed abbiamo ricominciato.
Sapere che ho il dovere di pensare a chi in quei giorni quella guerra non la voleva, o forse manco c’era, questo aiuta.
Certo, faresti una passeggiata, così ti rinfreschi le idee, tanto di fresco ce n’e’.
Ma se ti senti cupo devi stare attento a dove vai, perché il cielo di Belgrado ti segue, ti si attacca addosso come un volantino fradicio sul parabrezza, e se ti dimentichi di non azionare il tergicristalli, invece di togliertelo di mezzo te lo ritrovi spappolato su tutto il vetro, davanti agli occhi, dispettoso e fastidioso.
E magari ti porta davanti a qualche edificio squassato da una bomba, fritto dall’interno con il napalm e scheletricamente intatto, oppure inclinato a tal punto che lo hanno lasciato lì, in attesa di demolirlo o in attesa che l’enorme crepa che lo spacca al centro prima o poi decida di allargarsi e permettere alle due metà d’imitare le mele divise dal fendente di una lama.
E se ti senti cupo non t’aiuta immaginare quei 78 giorni di pioggia esplosiva, in cui i ragazzi di Belgrado facevano l’amore sui tetti dei grattacieli, forse rassegnati, forse incazzati, spavaldi, fatalisti o incoscienti.
Forse solo per dire al loro cielo, il cielo di Belgrado, che se voleva davvero che una di quelle 300 gocce pesanti che scaricava ogni giorno cadesse su di loro, quantomeno avesse la sfrontatezza sacrilega di fargliela precipitare addosso mentre erano abbracciati.
Un bel modo di prendersi gioco del destino, comunque.
Se poi vai al ristorante e tenti di spiccicare due parole in serbo e ti rendi conto che parli come un londinese potrebbe parlare lo spagnolo dopo i primi due numeri di un corso comprato in edicola, allora la situazione si fa grave.
Ti arrendi e lasci mano libera al cameriere, il quale, in equilibrio fra il sadismo e la compassione, prima ti porta un’insalata con un formaggio acido il cui sapore si avvicina a quello di una pecora sarda poco prima della tosatura, poi ti mette davanti agli occhi una scodella con dei medaglioni di carne affogati in una sabbia mobile di pomodori, peperoni e cipolle.
Buonissimi per carità, ma gli fai capire che quel piatto potrebbe annientare le residue speranze che hai di comunicare con qualcuno in un giorno in cui già ti senti cupo, se poi ti sviene la commessa del supermercato mentre gli chiedi dov’e’ il detersivo per i piatti, non aiuta.
Quello ti guarda e, con un sguardo da marpione con anni di clientela depressa e solitaria alle spalle, ti suggerisce in una lingua universale di accontentarti per oggi, meglio un buon piatto di carne che l’idea di una pessima conversazione sui detersivi.
E questo aiuta.
Torni a casa e finalmente ti stendi, ti senti ancora cupo, ma poi ci ripensi.
78 giorni.
300 bombe al giorno.
Figuriamoci, io m’incupisco dopo 5 giorni di pioggia e freddo ad Aprile.

Postato da: karestia a 12:46 | link | commenti (20)
belgrado

Diario di un navigante in un paese senza mare

I puntata: Aromi di terre nuove
 
 
Già mi prefiguro orde di cultori della geografia che si rivolteranno contro di me con caterve di puntualizzazioni circa il fatto che il titolo di questa mia sintesi disordinata di esperienze, reca un titolo fondamentalmente errato.
E’ vero, la Serbia ha il mare, una costa di una settantina di km in Montenegro, fra Albania e Croazia.
Ma voglio nello stesso istante, anticipare un po’ i tempi ed informarvi del fatto che Montenegro e Serbia sono in realtà due repubbliche separate, unite in una forma di stato federale che fra poco però dovrebbe sgretolarsi sotto i colpi del referendum con cui i montenegrini molto probabilmente sceglieranno di andarsene per conto loro e creare uno Stato totalmente indipendente.
Io mi troverò quindi a lavorare in un paese dove le possibilità di vedere la spiaggia saranno vincolate all’attraversamento di una frontiera, croata o montenegrina che sia.
Altro che scampagnata col vespone sulla Colombo per andarsi a guadagnare un asciugamano di sabbia fra il terzo ed il quarto cancello di Ostia, qui ci vorranno almeno cinque ora di traversata, formalità doganali e qualche litro di benzina.
Perlomeno gli sforzi saranno ripagati in maniera direttamente proporzionale dalla conquista della spiaggia: la costa adriatica della ex Yugoslavia è meravigliosa, niente a che vedere con la mucillagine e le calche barbariche della nostra Romagna.
Il titolo serve anche a prepararvi, perchè questa mia sarà quindi una navigazione di terra, un controsenso in fieri, un ossimoro continuo, in cui la contraddizione del titolo serve solo ad introdurre tutte quelle che seguiranno.
Dovrebbe essere chiaro, ma se non lo fosse, non vi proccupate, non volevo esserlo.
Ma lasciamo stare le note politiche e passiamo a quelle più strettamente personali.
Appena salito sull’aereo ho avuto conferma di una convinzione che è da tempo stabile nella mia testa, ovvero che quella minima percentuale di viaggiatori, girovaghi, nomadi del terzo millennio di cui sono un rappresentante in erba, ha la capacità attrarre a sè un suo simile, in barba a qualsiasi legge cosmica, ogni volta che si avvia verso un nuovo cammino ed espande la sua conoscenza del mondo.
Non so se è solo una questione di coincidenze, ma ogni volta che sono partito per una destinazione ho incontrato durante il viaggio qualcuno con cui avevo in precedenza scambiato due parole o condiviso un pasto dall’altra parte del pianeta.
Ed alla fine quella persona ha mostrato verso di me la stessa sorprendente voglia di tornare a scambiare lo sguardo e la parola, per procurarsi utilitaristicamente qualcuno a cui chiedere aiuto in caso di necessità, o semplicemente per confermare il fatto che davvero appartiene anche lui ad una strana razza, capace di orientarsi un po’ dovunque, non fosse altro che per il fatto di avere ad una ragionevole distanza punti di riferimento instabili quanto se stesso.
Tutto questo per dire che il mio posto in aereo era a fianco di un giovane diplomatico italiano conosciuto alcuni anni prima durante una cena, a casa di una comune amica romana.
Lui addirittura di me ricordava nome e cognome, mentre a me tornava alla mente soltanto il fatto che entrambe avessimo studiato, in momenti diversi, nello stesso istituto di formazione post-laurea.
Avevo anche un vago ricordo del fatto che il nome potesse essere Francesco o Giuseppe, ma quando mi sono azzardato a rischiare, ho inevitabilmente puntato sul cavallo sbagliato ed ho compiuto la prima gaffe diplomatica della mia nuova carriera.
Scambio di contatti usuale e qualche chiacchiera per smorzare la tensione del decollo affaticato e frastornante dei motori dell’ATR della JAT Airlines, poi fra noi s’è instaurato un silenzio complice, dettato dal reciproco rispetto di regole universali, necessarie per la lettura di un quotidiano e per non stordire il compagno di viaggio con quisquilie logorroiche.
Atterrato a Belgrado speravo di essere accolto da un amichevole profumo orientale, un misto di paprika e acquavite, con una punta di vento siberiano che spazzasse via crudemente i pensieri e la confusione che rimbombava nelle mie orecchie dopo un volo di 2 ore su un aereo più rumoroso di un mulino di pietra a pieno regime.
Invece appena sceso dalla scaletta le narici hanno dovuto sopportare, non l’affascinante mistura di aromi sconosciuti cui si erano lungamente preparate, ma il tanfo opprimente della nafta scaricata dalle doppie eliche del veivolo appena abbandonato.
La speranza che il sogno potesse divenire realtà e che quella che invadeva il mio apparato respiratorio fosse solo una vampata oscura dovuta al comprensibile inquinamento di un aereoporto internazionale, ben presto si è dovuta volatilizzare di fronte al fatto che anche il potente apparato di condizionamento all’interno delle mura aereoportuali diffondeva una potente miscela di idrocarburi e monossidi vari.
Il mio compagno di viaggio deve forse essersi accorto dell’espressione contrariata e del velo di malinconia che oscurava il mio volto o forse ha percepito attraverso l’aspetto paonazzo e la tendenza allo svenimento, i segni di un’apnea eccessivamente prolungata e quindi, per evitare un’ipossia autoindotta, ha confermato la mia prima impressione, dandomi prova del fatto che nonostante lui stesso continuasse a respirare, gravi danni non erano prevedibili a breve termine, ed ha ammesso: “Si, è una puzza da fare schifo, e dovrai vedere in inverno quando i riscaldamenti a carbone saranno accesi”.
A quel punto stavo per decidere di fare dietrofront e dare una mano al pilota per accelerare i tempi del ritorno in Italia, ma poi ho riflettuto sul fatto che dei tanti posti al mondo dove sono stato, questo almeno aveva il vantaggio di non dovermi mettere a confronto con la mia entomofobia conclamata: nessun insetto degno di questo nome avrebbe abitato una città tanto fetente!
Deciso ad affrontare le ventate provenienti dall’uscita, mi sono convinto che ormai dopo quello della frutta marcia del mercato di Chiquimula, quello del pellame animale delle concerie di Marrakesh e quello dei marciapiedi di New York la mattina presto davanti ai sacchi d’immondizia dei ristoranti indiani, anche il fetore di Belgrado meritava rispetto e poteva adire ad un degno posto nella top ten delle personalissime schifezze olfattive, probabilmente un gradino sopra il mercato della carne di Port Louis.
Dopo lo slalom fra i tassisti clandestini in cerca del pollo da spennare, l’incontro con il capo, i saluti e le prime indicazioni, la pioggia e l’avvio della registrazione fotografica delle strade e delle direzioni da prendere per entrare in città.
La prima notte è a casa di Antonio e Luca, i miei diretti superiori, con cui s’instaura subito un’intesa perfetta: “Domani è sabato, qui s’arzamo ‘na mezz’ora dopo che se semo svejati, quindi qua c’è er caffè, qua i biscotti, er frigorifero ‘o riconosci...” “ Te tu fai n’ po’ quer che tu voi!” (ed il bilancio del dialetto si sposta, con il mio arrivo, nettamente a favore del romanesco, con il fiorentino che dopo due giorni inizia a cantare gli stornelli di Alvaro Amici).
La prima cena è l’ulteriore conferma del fatto che questo paese corrisponde poco ai desideri dei miei polmoni.
Il ristorante è un vecchio vagone di treno restaurato sulla riva del Danubio, in cui un complesso suona benissimo un repertorio da mischione trans-gender, dove per mia fortuna il menù è stampato in serbo ed inglese e si puo’ mangiare con dieci euro.
Quello che purtroppo mi colpisce di più, però, è che si fuma.
In realtà non speravo di trovare la messa al bando del fumo che avevo lasciato in Italia, ma non immaginavo nemmeno quello che mi attendeva: al mio tavolo ero l’unico non fumatore e a dire il vero ero l’unico non fumatore di tutto il locale!
Non solo, ma avevo anche di fronte i più accaniti tabagisti d’Europa!
Il serbo in media fuma 5 sigarette a pasto e se alla fine prende anche la Rakia extra, può facilmente raggiungre le 7.
Immaginate cosa vuol dire in un locale di 50 posti, dove il gruppo italiano si è perfettamente adattato ai costumi locali.
Il sonno mi ha colto prima che potessi pensare a quanto puzzavano i miei vestiti e fra un gallo alle tre e due cani particolarmente meritevoli del mio gavettone d’acqua ghiacciata verso le quattro e mezza, sono scivolato attraverso la prima notte serba come un’anguilla in un canneto.
Il giorno dopo è stato dedicato al trasferimento verso la mia abitazione in centro, dove ho scoperto che non era necessario attendere l’inverno per decidere di prendere casa in un quartiere piu’ periferico e meno inquinato.
Anche perchè l’appartamento consisteva in due stanze ammobiliate con il gusto di un bordello degli anni ’50, in cui il profumo nauseabondo dei tessuti vecchi e delle poltrone impolverate, pervadeva anche i più reconditi angoli delle mie capaci fosse nasali.
Il bagno era stato lasciato dal precedente inquilino in condizioni simili a quelle della turca che trovai nel deserto marocchino dopo una notte passata all’aperto e un pasto a base di carne cucinata dalle mani tuareg, con la differenza che in quell’occasione benedii la sorte che mi aveva concesso un putrido riparo qualsiasi dove scaricare il magma che riempiva le mie viscere, mentre stavolta imprecavo dentro di me pensando alle ore di lavoro necessarie a riportare alla decenza quei sanitari.
Il mio trasferimento verso una sistemazione diversa è stato deciso in quello stesso istante, ma è passato ancora un po’ prima che potessi liberarmi della fastidiosa incombenza di dover dormire su un divano adattato a letto.
Il resto fa parte di parentesi sensitive diverse, di momenti ricollegabili fra loro secondo una logica che non appartiene a quella della burla con cui ho deciso d’impostare questo primo capitolo e forse non e’ necessario dire che questa citta’ brulica di panetterie da cui sprigiona una fragranza calda di paste e molliche, o che la campagna regala ortaggi dal sentore genuino, per pareggiare i conti con il j’accuse di cui mi sono reso responsabile fin qui.
Non serve perchè Belgrado e la Serbia sono altro, ma per fortuna ancora non l’ho capito e quindi continuerò ad aver voglia di scriverlo.
Do vigenia.

Postato da: karestia a 12:44 | link | commenti
viaggi, serbia

Ouverture

Finalmente ce l'ho fatta!
Su consiglio di molti di voi ho deciso di aprire il mio blog.
Come vedete è un luogo in cui si parlerà soprattutto di viaggi, esperienze di vita, lavoro, vacanze.
Vorrei che partecipassero tutti coloro che hanno voglia di scrivere, descrivere e raccontare.
Ho tanti amici che si trovano in altrettante zone del pianeta, molte delle quali lontanissime, non solo geograficamente.
Li vorrei coinvolgere e vorrei ospitare le loro parole su questo blog, per fare in modo che le distanze, non solo geografiche, si riducano, ma anche per vedere che effetto fa trovarsi intorno ad un fuoco comune, nonostante le miglia di distanza.
La maggior parte viaggia per lavoro, stando fuori dal proprio paese per mesi, a volte anni, altri invece danno un mozzico alla mela che li ospita e poi scappano via, alla rincorsa di altro.
Molti si spostano spesso, fortunati vacanzieri pronti ad approfittare di ogni occasione per vedere qualcosa di nuovo.
Mi piacerebbe davvero che su questo blog ci foste, insieme a me, tutti voi, con le vostre parole ed i vostri ricordi.
Siete in Congo, Senegal, USA, Olanda, Belgio, Liberia, Afghanistan, Iraq, Arabia Saudita.
Andrete ancora chissà dove, magari avete qualcosa da dire, qualcosa da spiegare.
Io si, quindi cominciamo subito.

Postato da: karestia a 12:34 | link | commenti (1)
viaggi