IV Puntata: Non esistono più le mezze stagioni
Colonna sonora consigliata:
Parte I: Radiohead - Fake Plastic Trees-
Parte II: The Beatles - Lucy in the sky with diamonds-
Parte I
Inverno: Cronaca di un dolore annunciato
11.II.2009 h 12:49 (per ieri notte e per qualche notte fa)
Tornando da un seminario sull’incontinenza fecale e da una cena rapida e succosamente grassa all’Hard Rock Cafè di Palma ti trovi a dover scavalcare il corpo avvolto in un sacco a pelo che dorme proprio davanti al portone di casa tua.
Sali le scale, apri la porta, butti le chiavi sul tavolo e osservi la natura morta ammazzata del tuo habitat che ti si para davanti agli occhi.
Pensi che se invitassi quel poveraccio a dormire al caldo, dopo una rapida occhiata alle condizioni dell’appartamento riprenderebbe rapidamente le scale per sdraiarsi al freddo e al gelo.
Lavandoti i denti pensi all’algoritmo decisionale dell’ultima slide e a questi ultimi strani giorni.
Tutti hanno avuto come denominatore comune il pensiero fisso a quel suo rapido e apparentemente inesorabile cambiamento di vedute.
Dopo giorni di tempestose conversazioni, con una certa soddisfazione hai pensato di aver recuperato briciole di serenità e soprattutto di speranza e fiducia per il futuro.
Le ultime conversazioni dicono esattamente l’opposto, parlano di tempo scaduto e di totale assenza di recupero, parlano di soluzioni immediate e forse neanche possibili, parlano dell’assurda fine della ricerca della felicità e di una serie di dubbi che sembrano pendere decisamente più dalla parte del pessimismo.
In tutto questo la cronaca di un dolore, di una pancia, di un paziente, di una notte di guardia nella notte di guardia.
23:30
Prostatectomia radicale, II giornata postoperatoria.
Di fronte ad un emocromo e una biochimica normali e un’obiettività non troppo preoccupante pensi di aver risolto il problema potenziando l’analgesia, ti sbagli.
05:05
Il trillo del telefono urla nel silenzio, l’anomala lucidità al risveglio ti stupisce e sei sempre più convinto che hai fatto benissimo a scegliere il pesce alla piastra e non i calamari fritti e corrobora le tue ipotesi sulle quali ti sei promesso di cercare evidenza scientifica, della differenza di lucidità al risveglio in relazione alla fase in cui il sonno venga interrotto.
“Ramiro?”
“No non ho ancora preso il caffè ma non credo di essere Ramiro”
“Sei il chirurgo di guardia?”
“In persona, sono Valerio”
“Ah Valerio! ciao sono Rosario come va?” la conversazione sta assumendo un tono rilassato e quasi ti viene da chiedergli come sta e come mai non dorme a quell’ora.
“Scusa ma il paziente di Urologia ha dolori lancinanti continua a gridare che non ce la fa più”
“Salgo a vederlo”
Come i sioux fai tre respiri profondi e giù dal letto prima che ti aggredisca la pigrizia.
5:06
Mentre ti sciacqui il viso pensi al fottuto Urologo a casa con la cuffietta e il pigiamino che conta i cateteri per riprendere sonno dopo la pisciatina prostatica dell’alba.
5:08
Il metronomo batte… ahi, ahi, ahi…. a un ritmo di circa 60 colpi al minuto.
Sei molto sensibile al dolore e non lo sottovaluti mai, indipendentemente dall’ora, dalla stanchezza e nonostante tutto il paziente in questione ti stia profondamente sul cazzo.
Provi a fare domande sulle caratteristiche del dolore per capirne meglio l’origine, ma il paziente è mezzo sordo e tutto stronzo e sbuffa un simpatico e collaborativo: "..che vuole che ne sappia di queste cose ho dolore e basta”.
Fai un respiro profondo pensi a un bel bar sulla spiaggia con Ippocrate che servendoti il mojto ti ricorda che hai giurato e uno seduto al bancone in camicia verde che ti urla di controllare che il paziente non sia un clandestino.
Provi a ricordare il giuramento e sei praticamente sicuro che non ci fosse scritto non lascerò una testa di cazzo crepare di dolore alle 5 di mattina ma ti fidi del barman e torni alla pancia.
Concludi che si tratta di un difficile caso di dolore diffuso, confuso e profuso e ricordi perfettamente che il testo di semeiotica in questi casi suggeriva: io vado a prendermi un mojito da Ippo….sbrigatela da solo e in bocca al lupo!
Sei convinto, come lo si può essere in medicina, che non sia nulla di grave, il problema è più mentale che chirurgico ma sei stato giustamente educato a non sottovalutare mai quello che dice il paziente e pensi che sia giusto non farsi coinvolgere da opinioni personali potenzialmente poco obiettive.
Sei pronto per la sentenza ti dai un tono e vorresti il rullo di tamburi di accompagnamento, ma ti accontenti del peto del signore del letto accanto e annunci perentoriamente: “Rosario dunque modifichiamo il trattamento per il dolore, ripetiamo gli esami del sangue, cambiamo la borsa del drenaggio, se non migliora lo mandiamo giù a fare una diretta addome e soprattutto auguriamoci che l’urologo stia facendo sogni d’oro!”
5:36
Stai cercando di spiegare alla moglie quello che hai visto e come intendi procedere, vieni interrotto da una giovane magra non a caso come una siringa da insulina che si avvicina strisciando i piedi scalzi sul linoleum... piange e tira su col naso... "scusa... due tiri col naso e poi continua... non è che c’avresti un euro..." è cambiata la valuta, ma la parlata sbiascicata è sempre la stessa, "Ho mio padre ricoverato che sta morendo, mi ha chiesto un po’ di limonata, prima di morire vorrebbe solo un goccio di limonata e il distributore mi ha appena rubato l’ultima moneta..."
L’idea è geniale e la recitazione coinvolgente, non il classico c’ho nonna col diabete o devo comprare il latte o il vecchio gettone per fare una telefonata, qui c’è una storia articolata.
Le dico di aspettare che sto parlando con la signora si fa da parte e continua a tirar su col naso esce il portantino e se la pippa lui.
5:40
Scrivi in cartella e richiedi gli esami, con una Rosario in perfetta forma da cefalea che non smette di parlare e a sorpresa ti rivela lo scoop della settimana dicendoti che quella è una bucatina è tutto il giorno che fa così e con i suoi amici prima l’hanno anche insultata.
La ringrazi per l’informazione e le dici che probabilmente non stai morendo ma hai voglia di un caffè e in tasca ti resta giusto un euro, quindi niente limonata questa sera.
5:42
Entri nella stanza medici, hai in mano il tuo euro ma a due passi dalla macchinetta ti accorgi dell’infermiera che dorme clandestinamente sulla vostra poltrona Ikea.
Si sveglia e ti fissa come una mucca sorpresa in mezzo alla strada dai fari di un’automobile.
Dovresti accendere la luce, cazziarla e farti il tuo meritato caffè.
Alzi il pollice e fai segno col collo di rimettersi a dormire.
Esci dalla stanza e pensi alla limonata, ma come desiderio da condannato ti sembra meglio la classica ultima sigaretta.
5:45
Fa un freddo cane sei appoggiato a fumare su un muro di mattoni e pensi che in effetti una fila di soldati col fucile puntato completerebbe perfettamente la coreografia.
Un vecchio sdraiato a terra continua a tossire e sputare, se non si ripara dal freddo non arriverà alla cozza di pasqua.
Un automatico “c’è sempre chi sta peggio” ti viene ispirato da un signore che passa sacchi della spazzatura da un carrello al cassonetto, una portantina arriva a lavoro in orario da andare a caccia.
La tua prima guardia un po’ di anni or sono fu un vero inferno, successe di tutto ed eri quasi deciso ad andare dal preside a chiedergli se poteva dare una passata di bianchetto sulla scritta medicina e chirurgia e una volta secco ripassarci un bel lettere e filosofia che suona quasi uguale.
Anche quella sera ti toccò tra le varie cose un dolore addominale di quelli che si svegliano col canto del gallo, in quel caso però il paziente era un collega ed era un gran signore e come tutti i buoni se ne stava per andare troppo presto laddove si spera non si debbano più sopportare i cattivi.
Sei molto cambiato dal tuo primo dolore ufficiale ad oggi, hai chiaramente qualcosa in più sui tuoi polpastrelli esploratori e una visione di gioco decisamente migliore l’unica cosa che è rimasta assolutamente immutata è che quando ti svegliano ti viene sempre una fame fottuta.
5:55
Sei nella tua stanza 2 metri per 3 sognando una fantastica colazione con spremuta, frutta tropicale e ogni tipo di delizie dolci e salate, 15 tipi di cereali e soprattutto un caffè con la C maiuscola.
6:00
Sei ancora nella tua stanza senza sonno e con tanta fame ad aspettare le 7:30 che apra la mensa e possa mandar giù il tuo abominevole caffèlatte con l’einsaimada ti addormenti un po’ di tempo dopo contando le tazzine con in testa un motivetto...
E' assai facile al knock-out,
che ti fulmina sul ring.
Fa l'effetto di uno choc,
e perciò canto così:
"Oh-oh-oh-oh-oh-oh-oh
il tuo bacio è come un rock!"
Parte II
ESTATE: The girl with caleidoscope eyes
Aeroporto di Barcelona di ritorno dalle vacanze, non vuoi credere alle tue orecchie l’I pod offre... ecco la musica è finita, gli amici se ne vanno... hai disperatamente cercato di nascondere proprio come dice Mina la malinconia sotto l’ombra di un sorriso... hai provato a pensare al blog che come il galeone di Dylan Dog non completerai mai, ai filmati delle vacanze da montare, alla preparazione della prossima maratona, tutto per non sentire i tuoi pensieri, i tuoi desideri.
In mare alle tre di notte è pura energia ansiolitica, l’acqua è calda come quella dei tropici, il rhum rende ancora più dolce questa fantastica notte di fine estate.
Orazio vive dove lavora.
La porta è chiusa, dentro non si vede nessuno e il cartello dice che apre alle 16.00.
34 gradi, provo a rinfrescare l’attesa giocherellando col mio Ipod.
Le 16:10 ancora niente, busso alla porta a vetri.
Asso di cuori su due di picche, un altro giro di carte e sento urlare da dentro... VALERIOOOOO...
Dietro le tendine lo vedo completamente nudo con le braccia al cielo... corre ad aprirmi la porta, un po’ di turisti si fermano increduli ad osservare questo barbiere panzuto in pelotas che apre la bottega. "Como estas... cuanto tiempo! Valerio aparece y desaparece como un fantasma!... non mi dilungo molto sul personaggio.
Uruguaiano, fuma e beve birra mentre ti taglia i capelli, la sua bottega è un cous cous di clienti e gente del paese di tutte le razze che passano da Orazio anche solo per sedersi sul suo divano a vedere la partita, per farsi una birra o per non sentire da soli la noia del Porto.
Matto come un cavallo una delle sue tante massime recita che quando si masturba non pensa di stare perdendo energie ma risparmiando denaro...
In queste settimane di fine estate tante cose, tante uguali tante differenti, svegliato all’alba per una constatazione di decesso cammini tra le porte 1 e la 17 degli ambulatori ancora tutte aperte.
Una donna pulisce ogni angolo di una delle stanze, un neonato arabo urla con tutto il suo fiato, non avendo altre armi per tentare di liberarsi dalla morsa di chi lo tiene fermo per visitarlo.
Maria non ti vede sta sistemando farmaci, pinze e bende sul carrello.
Le sale operatorie da 1 a 4, rumori da officina, colpi sordi che spingono, ruotano spezzano tutto con la scusa di riparare, gli ORCOpedici sono a lavoro.
Gambe larghe e tanto sangue, la 2 ai Ginecologi.
Strutture incomprensibili sullo schermo, l’astratta anatomia degli Otorino.
La 4 è la mia.
Tante cose dietro tante ore in ospedale.
Appena consumate le ferie e sei nuovamente in quello stato di confusione e perenne jet lag da turni massacranti, costretto a mettere a fuoco l’obiettivo del cervello solo sul lavoro, il resto della vita scorre senza molto senso e lucidità un po’ come un ippopotamo in tutù.
Tante storie nella storia.
Antonia sembra un manga, ha 11 mesi è sana come un pesce e ironia della sorte come un pesce ha un amo ben conficcato nel labbro inferiore.
Urla, nessuno la capisce.
Michelle ne ha 42, tanta malattia alle spalle e poca vita davanti.
Nessuno la capisce, continua a parlare la sua lingua.
Si sorprende quando le rispondo in francese, le spiego cosa abbiamo intenzione di fare, mi dice che non vuole più lottare, è stanca e non vede l’ora che tutto finisca.
Tante immagini se vuoi vederle.
Luci, ombre, paura, felicità, dolore, sollievo.
Vecchie che sventolano i ventagli sedute al minuscolo tavolino della sala ricreazione della pediatria.
Lucy ha 8 anni e poca voglia di svegliarsi soprattutto se glielo gridi in spagnolo, provi a cantarla in the sky with diamonds mentre compili la richiesta che accompagnerà la sua appendice in anatomia patologica, la sala crede sia una buona idea e intona il coro, l’anestesista tedesco dice Pien Pien esta canzion muy Pien!...
Karla piange non per il dolore, ma per la sorpresa, vorrebbe che le suturassi la mano, è una collega vorresti accontentarla ma allo stesso tempo riesci a convincerla che le ferite da morso sono tra le più sporche in assoluto, meglio lasciarle drenare e guarire per seconda intenzione, sempre che abbiano intenzione di guarire.
Prova a giustificarlo, i tuoni, l’ho preso per la coda, era spaventato io le dico che o gli trova un nuovo proprietario con una bella casa in campagna o deve farlo secco... mi chiamano mostro e continuano a prendermi in giro per un bel po’.
Il matto è steso sul lettino dell’anestesista di guardia, un altro collega, lo visito, esami del sangue, ecografia e in un paio di giorni gli togliamo dalla pancia la sua orribile e infiammatissima colecisti. Era tra quelli che mi sfottevano, prima che lo addormentino gli dico che se le cose si mettono male gli daremo un’altra opportunità abbandonandolo in un campo.
Maria tira sui punti e Lucy piange, la colpa la da a lei io non faccio nulla ho solo dato in spagnolo l’ordine per lei incomprensibile di toglierli, mi informo su quale sia il suo colore preferito e lei risponde tra le lacrime pink... minchia pink!
E dove lo trovo un palloncino pink!
E invece in fondo alla scatola abbiamo anche quello rosa.
Ci salutiamo come sempre col pollice alzato e chiede al papà di chiedermi se può fare una foto con me... foto sia Lucy... click!
Questa minuscola inglese mi è stata simpatica da subito, ha la faccetta di una che farà strada!
Quattro ore e mezzo immerso nell’intervento, sudore e fatica immersi nel mare della concentrazione. Fai la fionda coi guanti in direzione del secchio, ti strappi il camice sterile e nello spogliatoio ti accorgi che la tua divisa è zuppa di sangue e molto altro, non puoi uscire così a parlare con i familiari. Ti lanci nella doccia fischiettando "Un’estate al mare"...
MDC aveva 77 anni più di Lucy, non potevi regalarle un palloncino ma i suoi occhi erano vispi come quelli di una bambina, i suoi reni e il suo cuore purtroppo no, ti sei battuto perché non si battesse sola, con l’aiuto della morfina spero sia andata via in the sky with diamonds...
Facendo le condoglianze alla famiglia col suo ECG piatto nella mano ti hanno ringraziato tra le lacrime mille e mille volte per tutto... questo caffè non sa di alba.
Nella vita le palle bisogna prenderle al balzo come disse il castratore di canguri...
Picture yourself in a boat on a river
With tangerine trees and marmalade skies.
Somebody calls you, you answer quite slowly,
A girl with caleidoscope eyes.
Cellophane flowers of yellow and green
Towering over your head.
Look for the girl with the sun in her eyes
And she's gone.
Lucy in the sky with diamonds
Lucy in the sky with diamonds
Lucy in the sky with diamonds, ah, ah
XI Puntata: "La mia prima India"
Era parecchio che non m’immergevo in una realtà diversa da quella ovattata e confortevole di un paese europeo o altamente industrializzato.
Ad aprile ho visitato i campi dove alloggiano i lavoratori delle imprese edili di Dubai e la sensazione che mi è rimasta dentro è stata la stessa di quando mi allenavo nella boxe francese con un compagno di quindici chili più pesante di me: un calcio fra l’ultima costola ed il fegato, di quelli che ti sgonfiano come un palloncino lasciato aperto e ti fanno cadere al suolo floscio e senza forma dopo aver prodotto flautolenze incontrollabili a causa della perdita di controllo degli sfinteri.
Ma il ritorno al lusso degli alberghi ed i grattacieli illuminati di apparenza di Dubai mi avevano aiutato a dimenticare, o forse semplicemente mi avevano impedito di fomentare ulteriormente la mia indignazione, tanto era rimasta seppellita dal contrasto con lo sfarzo.
Il mio arrivo in India, quindi, mi ha dato la possibilità di riavvicinarmi un po’ a quelle sensazioni che, per quanto mi riguarda, sono la linfa vitale del mio peregrinare.
Il fatto è che a guardarli da fuori certi paesi non sembrano male, anzi, sono quasi ormai entrati a far parte di una sorta di Olimpo inferiore che li divide da quelli in via di sviluppo e li avvicina a quelli industrializzati.
Ma se li vedi da vicino, se ci cammini dentro, se ne senti gli odori rivoltanti e ne vedi gli angoli meno spolverati, ti rendi conto che c’è ancora una abisso che li separa da quello a cui sei abituato nella tua vita ordinaria.
E quelle sensazioni, di tanto in tanto, mi servono per tenere a mente che non mi devo adagiare, che non devo smettere di ricordarmi cosa voglio fare, che non mi devo assuefare all’idea che tutto stia migliorando.
Non voglio definirmi un avvoltoio che si nutre di pestilenza e disperazione per poter essere soddisfatto di quello che fa, nè sono il sadico spettatore di una messa in scena di tragica quotidianeità.
Dico solo che non basta leggere i dati dei rapporti che mi passano sotto gli occhi tutti i giorni, nè è sufficiente guardare ai progressi sbandierati dai media per potersi davvero fare un’idea di cosa c’è aldilà di un confortevole letto a due piazze con vista sul mare.
A volte è necessario calarsi in prima persona in certi luoghi e riportare se stessi alla realtà, altrimenti s’invecchia presto e si smette di aver voglia di cambiare.
Sono diventato troppo filosofico, per cui torniamo ai toni che mi si confanno di più.
Il volo per l’India da Washington dura all’incirca 21 ore, ma quello che mi distrugge di più è il fuso orario.
È la prima volta in vita mia che raggiungo questa longitudine e le 9 ore e mezza di fuso, nonostante la comodità del viaggio, mi rendono meno simpatico di un coccodrillo a cui hanno pestato la coda.
E come un coccodrillo ho atteso il momento giusto per schizzare fuori dall’acqua a tradimento e trascinare con me nel fango la mia preda.
Stavolta ha la forma di uno di quei cinquantenni americani a cui sembra abbiano impiantato uno strato di plexiglas dove un tempo c’era la pelle del viso.
La testa del malcapitato, evidentemente immersa in precedenza in una copiosa quantità di gel, mi viene servita su un piatto d’argento dalla ineffabile precisione crucca: sul mio usuale volo Lufthansa hanno venduto troppi biglietti in classe business ed indovinate a chi è toccato il posto assegnato due volte?
La felicità si può raggiungere facilmente e quando l’americano oltremodo chiassoso in cerca di pistolettate da saloon mi si avvicina sbandierandomi la sua carta d’imbarco sotto il naso e pretendendo il posto che avevo guadagnato prima di lui, la mia occasione di afferrare la mia porzione di Eden è tanto certa quanto per Adamo una notte di sesso con Eva, causa assenza totale di concorrenza.
Alzo lo sguardo appena un poco dalla pagina dei film in programmazione sull’aereo, frugo nella tasca e gli porgo la mia carta d’imbarco senza proferire parola.
“E questa cosa sarebbe?”
“Mi scusi, non sapevo che nel remoto nulla da dove lei proviene non sono stati in grado di fornirle le basiche nozioni di apprendimento che avrebbero potuto facilmente aiutarla nel trovare risposta alla sua domanda” e dopo una pausa sufficientemente lunga per dargli la possibilità d’iniziare a decifrare il senso della mia risposta, senza lasciarlo davvero in grado di comprendere fino in fondo, ho aggiunto: “It’s my fucking boarding pass... Dude!”
Quello farfuglia qualcosa, analizza i biglietti e comincia a chiedere spiegazioni alzando la voce tanto che il rumore delle turbine era paragonabile al ronzio di una mosca.
Accortosi del fatto che un passeggero che non ero io stava per avere un infarto, un gentilissimo steward (a proposito, sapete confermarmi se uno dei requisiti internazionalmente richiesti per poter fare gli steward è l’omosessualità?) prende in mano la situazione e tenta di calmare il cowboy ormai paonazzo.
Dopo pochi efficentissimi controlli nei perfetti archivi germanici, il biondo ariano si avvicina a me e, con un’espressione degna del Tadzio di “Morte a Venezia” di Luchino Visconti, m’informa che a causa di un imbarazzantissimo equivoco si vede costretto a chiedermi di cambiare posto.
Attendo solo un secondo con un espressione che gli faccia capire che già so dove vuole arrivare, ma che voglio avere la soddisfazione di sentirmelo dire davanti alla versione a grandezza d’uomo del Big Jim ingelatinato.
Lui coglie al volo e puntualmente mi conferma con una voce leggermente più nervosa: “Se vuole seguirmi l’accompagno al suo nuovo posto in Prima classe”.
Il morso alla mela proibita non vale altrettanto.
Arrivo a Mumbai all’una di notte, insonnolito, stordito dagli alcolici inutilmente tracannati per dormire e con un gorgoglio intestinale che fa prevedere urgenze imprevedibili.
L’ultima cosa che desidero è di venire investito da una massa di umidità bollente non appena la porta dell’aereo si spalanca.
La hostess ne è la prima vittima, con evidenti conseguenze sulla compattezza del trucco del contorno occhi: in pochi attimi la vedo trasfigurarsi in un panda in piena crisi narcolettica.
Fortunatamente ho prenotato il trasporto in albergo in anticipo e quindi mi ritrovo accompagnato nel parcheggio da un simpaticissimo ed incomprensibile ragazzo, di cui riesco a decifrare il contorto inglese solo quando mi porge dell’acqua aggiungendo “Water?” con una pronuncia della W all’italiana che immediatamente resuscita i miei gorgogli intestinali.
Mi porge domande da cui non riesco ad estrarre nessun suono che provochi il minimo stimolo sinaptico nella zona del mio cervello che domina la lingua inglese, ma continua a ripetere i mugugni come se davvero si aspettasse di essere compreso.
Ho risposto qualcosa con un espressione che deve averlo condotto alla conclusione più ovvia: era chiaramente di fronte al risultato uno degli ultimi fallimentari tentativi di applicare un’intensa terapia di elettroshock per la cura di un disturbo mentale.
L’hotel è quello dove dopo una settimana avrebbe alloggiato anche il Segretario di Stato americano Ms. Hillary Clinton e dove a Novembre del 2008 una decina di parlamentari europei si barricarono in camera per sfuggire agli attacchi terroristici che per 3 giorni sconvolsero Mumbai e causarono 173 morti, di cui 9 dei 10 terroristi membri del commando.
Il tutto mi fa ben sperare, per una serie di considerazioni che vi chiedo di condividere con me.
Innanzitutto il mio albergo in questo momento è probabilmente stracolmo di agenti segreti americani che stanno analizzando nel minimo dettaglio la sicurezza della quasi prima donna presidente degli Stati Uniti: difficilmente qualcuno potrebbe entrare con un mitra sottobraccio e sperare di compiere più di 3 metri nella hall senza essere ricoperto dai puntini rossi dei laser dei cecchini.
La sicurezza dell’albergo è stata notevolmente rinforzata e tutte le macchine vengono fatte fermare fuori dai cancelli ed ispezionate, mentre tutti gli ospiti passano sotto il metal detector e le borse introdotte negli scanner.
Inoltre la statistica gioca a mio favore, dato che le probabilità che uno stesso sito venga attaccato da più di un attentato terroristico, sono praticamente nulle.
È successo soltanto al World Trade Center a New York, dove il 26 febbraio del 1993 un manipolo di estremisti islamici tentò di far crollare la Torre Nord su quella Sud facendo esplodere 680 kg. di urea nitrato nel garage dell’edificio.
Il tentativo come sapete fallì, ma non scoraggiò i piani dei discepoli di Maometto, cui si deve riconoscere la pervicacia nel perseguire le proprie intenzioni.
Intenzioni che definire folli non è esattamente corretto, visto come poi la storia abbia dato loro ragione.
In ogni caso la statistica e la scelleratezza dell’amministrazione Bush mi fanno propendere per il fatto che simili errori non si ripetano due volte nella storia.
Infine un’ultimo fattore mi rincuora: sono riusciti a sopravvivere una decina di europarlamentari imbolsiti e impigriti dalla vita sedentaria di Strasburgo, probabilmente ce la potrei fare anche io, se proprio l’albergo dovesse essere attaccato una seconda volta.
Il portiere è cortesissimo, ma continuo a non capire la gran parte di quello che dice dondolando la testa come uno di quei pupazzetti caricaturali a cui dai dei colpetti per vederli muovere ritmicamente.
Giungo alla conclusione che è colpa della stanchezza e del fuso orario e lo liquido per dedicarmi al riposo estremo.
Il problema è che neanche un sonno semiletargico ed un’abbondante colazione hanno un effetto particolarmente risolutivo sulle mie capacità di comprensione auditiva: continuo a non capire quello che mi dicono.
Il dramma è che lo stesso accade nella maggior parte dei colloqui con i vari rappresentanti delle amministrazioni locali: mi sento frustrato e ignorante, colto da un’improvvisa sensazione d’isolamento, come quando sei in un paese straniero di cui non riesci nemmeno lontanamente ad afferrare la lingua.
La verità è solo che la grandissima maggioranza degli indiani ha un accento terribilmente forte e pronuncia l’inglese in maniera totalmente diversa, confondendo l’interlocutore con movimenti del collo che non corrispondono, nemmeno quelli, ai segni mimici più usuali.
Tanto per farvi capire meglio la divertente follia di certe conversazioni vi dico che i movimenti della testa che notoriamente indicano il “si” ed il “no” qui sono invertiti, per cui mi sono ritrovato un paio di volte davanti all’autista che quando gli chiedevo se fossimo in tempo per l’incontro successivo, mi rispondeva con un’aria contrita: “Absolutely!”, annuendo ripetutamente per indicare in realtà: “Assolutamente no! C’è un traffico da evacuazione di massa, piove incessantemente da tre settimane e hai chiacchierato 20 minuti più del previsto: non ce la faremo mai!”.
Ed io rilassato e felice mi sedevo in macchina certo che con 10 minuti di tempo avremmo raggiunto l’obiettivo successivo in questa caotica metropoli.
Mumbai, capitale dello Stato del Maharashtra, è infatti, secondo alcune statistiche, la seconda città più popolosa del mondo, con 14 milioni di abitanti; è invece solo al quarto posto se s’includono i sobborghi e si considera l’agglomerato urbano nel complesso: soltanto 19 milioni di persone.
Da queste parti si produce il 5% del PIL dell’India, da qui passano il 70% delle transazioni finanziarie del paese ed il porto, da solo, gestisce il 60% del commercio marittimo dell’intera nazione.
Purtroppo non ho avuto il tempo di poterne apprezzare gli aspetti positivi, quali la cultura millenaria e le commistioni etniche, ma in compenso mi sono beccato tanta acqua piovana da aver definitivamente avviato un processo di artrosi che potrà essere fermato solo da un eventuale soggiorno di due settimane nel Sahara.
Per la maggior parte dei cinque giorni di permanenza sono stato intrappolato in un traffico apocalittico, assolutamente fuori dal controllo di qualsiasi entità regolatrice, condito da un frastuono simile a quello di un istituto d’igene mentale all’ora della mensa.
Gli indiani infatti utilizzano il clacson senza soluzione di continuità, alcuni pigiando il tasto per decine di secondi, mentre sfrecciano pericolosamente fra vacche e biciclette.
Il clacson è uno strumento di dialogo fra vetture: ci sono segnali simili a quelli Morse che indicano le intenzioni dei conducenti, altri che sono puri sfoghi di rabbia, altri minacce a sfondo religioso, altri ancora divulgazioni amichevoli delle notizie appena trasmesse dal radiogiornale a tutti coloro che non possono permettersi l’autoradio.
Da buon romano la cosa mi faceva letteralmente uscire di senno e mi ritrovavo ad inveire vigorosamente contro chiunque suonasse in prossimità della nostra macchina, quindi in pratica passavo il tempo a lanciare epiteti incomprensibili a tutti coloro intorno a me.
Dopo un po’ ho rinunciato all’idea di poter minacciare di morte i 14 milioni di abitanti della città ed ho semplicemente proibito al nostro autista di utilizzare il clacson: dovevo avere la possibilità di redimere almeno una persona.
In proposito il governo sta cercando di sensibilizzare la popolazione con campagne pubblicitari che evidenziano i danni alla salute causati dall’inquinamento acustico, soprattutto nei bambini.
Apparentemente però senza grossi riscontri, dato che sul retro delle vetture in molti casi si possono vedere adesivi che dicono: “Per favore suonate!” oppure “Clacson? Si grazie!”
L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda per le città e le zone industriali un livello massimo di 75 decibel, precisando che l’esposizione a tale livello deve essere limitata nel tempo, considerando che il normale rumore di una città è di 45dB.
A Mumbai il livello d’inquinamento acustico medio è di 75-90dB, con picchi di 100dB, mentre a Calcutta si possono raggiungere i 120dB: praticamente è come in ogni angolo della città ci fosse un aereo che decolla.
Solo per vostro riferimento: 130 dB è il livello di rumore prodotto dall’eruzione di un vulcano.
L’inquinamento dell’aria poi è qualcosa di semplicemente indescrivibile, con decine di migliaia di vecchie Ape Piaggio colorate di verde e giallo, riadattate a microtaxi ed in grado di creare tappi di lamiere agli incroci che hanno del catastrofico.
Il parco macchine nazionale poi prevede vecchi taxi londinesi ridipinti ed un modello di vettura prodotta localmente che è un’incrocio fra la FIAT 600 e la Trabant prodotta nella ex DDR prima della caduta del muro, il tutto con un’età media che viaggia intorno ai 30-40 anni.
Non esattamente dei motori con filtri antiparticolato e limiti alle emissioni di idrocarburi.
Il momento più basso della missione è stata però una cena in un ristorante cinese all’interno dell’albergo.
Per carità, cibo ottimo, servizio impeccabile e nonostante l’arredamento fosse un po’ troppo pacchiano, la sensazione era davvero quella di essere molto più vicini alla reale atmosfera di un ristorante cinese di quanto non si possa esserlo a Roma o Washington.
Il fatto è che, mentre sceglievo le pietanze da degustare seduto in beata solitudine, devo aver toccato le corde più sensibili dell’animo del cameriere, il quale, per evitarmi una cena amaramente solitaria, ha depositato sul mio tavolo un’ampolla di vetro contenente un pesce rosso, aggiungendo delicatamente: “Questo è per tenerle compagnia stasera”.
Per un iniziale, lunghissimo istante quel gesto paradossale mi ha lasciato senza parole, ma non appena mi sono ripreso dallo stupore non ho potuto fare a meno di replicare: “Beh, se potesse portarmi un essere umano femminile altrettanto loquace e con pretese economiche al di sotto dei 200 dollari a notte sarebbe meglio, ma in mancanza mi accontento del pesce!”
Ovviamente ho proseguito la cena in compagnia del pesce, il quale però mi ha costantemente voltato le spalle, forse perchè ho fatto di tutto per farmi servire nel piatto dei suoi simili e credo che il poveretto abbia ancora incubi che lo tormentano in cui s’immagina circondato da verdure e spezie sopra un letto di riso fumante.
Nuova Delhi è stata decisamente più accogliente, dato che è stata strutturata in maniera migliore dal punto di vista topografico e non deve combattere con le miriadi di difficoltà di Mumbai.
Il traffico è molto più regolare, almeno per gli standard indiani, anche se l’uso del clacson è comunque tale da soffocare qualsiasi altro rumore.
La città offre molto ed il quartiere governativo è composto da ampi vialoni alberati che congiungono snodi ariosi e piazze enormi.
Il palazzo presidenziale si trova al termine di un immenso prato che idealmente si rifà a quello di fronte al Capitol Hill di Washington e devo dire che tra i due non saprei decidere quale abbattere per primo.
La parte vecchia della città è divertentissima, se vi piace farvi calpestare le dita dei piedi dalle ruote delle biciclette, ed è in pratica il quartiere musulmano della capitale.
Alla fine della via principale, Chandni Chowk, vi trovate di fronte alla famosa Masjid-i Jahân-Numâ, ovvero la moschea più grande d’India.
Nel suo cortile si possono radunare all’incirca 25,000 fedeli e ci sono voluti circa 6 anni di lavori per completarla.
Considerando il fatto che risale alla metà del 1600 e che la Salerno-Reggio Calabria continua ad essere in costruzione da circa 30 anni, non verrò tacciato di esagerazione se affermo che il tutto ha le caratteristiche di un’opera maestosa.
Durante gli attacchi del Novembre 2008 anche qui furono fatte saltare un paio di bombe che provocarono “soltanto” 13 feriti.
In questo caso gli attentatori devono aver sbagliato qualche calcolo, dato che in quel momento la moschea era frequentata da circa un migliaio di persone, nel primo venerdì dopo il giorno in cui i musulmani festeggiano il compleanno di Maometto.
Grazie alla mia barba incolta, ad un collega giordano che mi ha spiegato cosa dire all’ingresso ed alla mia proverbiale mancanza di rispetto per qualsiasi credenza religiosa, mi sono intrufolato dentro fingendomi musulmano ed ho potuto girovagare un po’, soddisfatto per l’incursione furtiva.
Senza nessuna conseguenza per la frizzante avventura, almeno per quello che riguarda la mia vita terrena, mi sono diretto insieme ai colleghi nel dedalo di vicoli della città vecchia, alla ricerca di uno dei ristoranti più famosi dell’intera Asia.
Karim è il ristorante dove una antichissima famiglia di cuochi, la cui dinastia vanta il pregio di aver servito anche imperatori, ha aperto il suo avamposto del sapore nel lontano 1913, dopo essere rientrati in India dopo un lungo esilio imposto dagli inglesi.
Dal punto di vista estetico potreste rimanere scottati dal carattere del locale, che definire informale sarebbe quantomeno eufemistico, ma vi assicuro che le vette di piacere sensoriale che ricaverete dalle prelibatezze assaporate, valgono decisamente il rischio di contrarre qualche infezione intestinale.
Alla fin fine si tratta solo di non versare l’acqua nei bicchieri e di sgrassare un po’ il piatto con un fazzoletto, ma per il resto le dosi industriali di peperoncino e curry provvedono a sterminare qualsiasi agente patogeno.
Naturalmente non ho potuto fare a meno di assaporare piatti tipici e stravaganti, come il cervello in umido in salsa speziata che ha provocato una reazione di disgusto inenarrabile nel mio collega locale induista e rigorosamente vegetariano.
Il giorno dopo il mio intestino ha voluto farmi presente il suo disappunto per lo stress a cui lo stavo sottoponendo, ma ho saputo subito riconquistarne l’affetto con un paio di giorni a base di verdure e riso.
Non ho molto di più da raccontare, per vostra fortuna, anche perchè sono ripartito dall’India con una velata sensazione di disappunto per non aver incontrato nemmeno un elefante per strada.
Non crediate che stia esagerando come è mio solito, dato che non è poi così raro imbattersi in cartelli stradali che segnalano il divieto di sosta o di accesso ai pachidermi!
Immaginate che delusione sapere di essere andati tanto vicini a vederne uno in strada e ritrovarsi invece a riflettere amaramente sul fatto che, una volta abbandonata l’India, l’unica esperienza vagamente simile in quanto a magnitudine sarà quella di osservare il culo mastodontico delle hostess della United.
Bar des Aiglons
I due tripli sedili in fondo alla carozza della metro Balard-Créteil. La coincidenza alla stazione Concorde dove tante volte ci siamo baciati ridendo e ognuno ha preso la strada delle persone serie che vanno al lavoro. Tutte quelle volte in cui ti supplicavo di aspettarmi "ancora 5 min" per uscire insieme e prendere questa metro fino alla coincidenza. Qualche volta nella tenerezza del mattino, ancora assonnati, una carezza di troppo riusciva a convincere l'altro e ci lasciavamo andare a fare all'amore, veloce ma bene, ma soprattutto con amore, e io partivo al lavoro con il sorriso sulle labbra in mezzo ai parigini poco amabili e tantomeno felici di vivere, ormai indifferenti agli spintoni dati e ricevuti sulla strada del lavoro. Tutto ciò era così dolce, così affascinante, così facile. Eppure non bastava. Tutta la mia vita così, no, non potevo guardarla, e vederla, già così, e ancora così fra 10 anni, forse anche 20, 30. "Balard, terminus de ce train, tous les voyageurs sont invités à descendre". Una volta un conducente si era anche lasciato andare a canticchiare questa vecchia canzone di Gilbert Bécaud "Et maintenant, que vais-je faire?", riuscendo a strappare un sorriso agli infelici abitanti della stazione Balard che tornavana a casa sfiniti dalla giornata parigina. Scendo con la mia valigia vuota. Un paio d’ore dopo mi accompagni di nuovo qua con il motorino e per la prima volta rido vedendo la spia della benzina che lampeggia come sempre, la valigia piena che sta per cadere in mezzo al fitto traffico perché troppo grossa per questo scooter. L'ultima valigia, l'abbiamo festeggiata con una tartara alla brasserie sotto casa, i camerieri si sono un po’ stupiti nel rivederci insieme dopo tutto questo tempo, e noi ridevamo tanto. "A proposito, ti saluta Lucilla." "Non mi chiama mai", "Scommetto che non la chiami neanche tu"... Per colpa del telefono perdiamo le persone che amiamo di più. Era l'ultima valigia e quasi non me lo aspettavo. Allora sono definitivamente uscita dalla tua vita. Chissà come ti sei sentito. Ce n'è voluto di tempo... In poco meno di 30 minuti mi ritrovo dall'altra parte della città, e trascino come posso i maledetti 20kg dei ricordi che mi seguono tutto il giorno... che mi scuotono, che non scottano più. Penso questo, non scottano più, sono dolci, lisci, un po’ sfocati, tutti teneri, un po’ come i sassi della spiaggia, anche le schegge di vetro diventano così levigate, con il tempo.
Ed eccomi al centro del mondo, del mondo di qua, il mio luogo di ricevimento, il mio "ufficio"... Questo bar di quart’ordine. Yacine, il proprietario mi chiama "Princesse". Sicuramente chiama Princesse tutte le buone clienti. All'epoca ci offriva sempre il suo turno al momento di partire. Furbo il ragazzo, lo sapeva che la gente ha fretta qua. Con un sorriso appeso alle labbra che non si smorza mai, di fronte già al secondo Monaco alle 17 sotto il sole cocente - eccezionale qua-. Il Monaco è questa deliziosa bevanda a base di birra, limonata, e sciroppo di melograno. Totalmente trasportata dall'atmosfera. Ma non con gli occhi di voi o di qualunque altro popolo che vedono le facce ostili della gente qua, i cornetti riempiti di burro, il caffè letteralmente imbevibile, i ragazzi delle banlieues che si parlano male e cercano rogne o ballano l'hip-hop per strada. Quello che vedo io, quello che provo io, è l'esaltazione della nostalgia, di tutto quello che una volta amavo e odiavo tutti i giorni, che mi ha fatto vivere qua, che mi ha convinto a lasciare questa città. Le facce stanche nella metro, i colori, le materie, gli odori, le pelli, i vestiti, le lingue, questa miscela variegata che compone oggi la popolazione, la mia popolazione, che ho abbandonato qua per vivere in mezzo a voi, parlare la vostra lingua, bere il vostro vino. Sono tornata per rivederli, provare il brivido della nostalgia, ricordarmi per qualche ora come era vivere insieme a loro, riconoscermi in loro, in tutto ciò per cui non mi riconosco in voi.
Ed eccomi a Fiumicino. Aspetto. Qui bisogna sempre aspettare. Non mi riesco ad abituare all’attendere. E non è come se fosse normale qua. Nessuno ama aspettare qua. Ma nessuno si preoccupa mai dell'attesa altrui, del danno recato all'altro, ognuno si fa gli affari suoi nel suo cantuccio e pazienza se l'altro deve aspettare. I miei ultimi 20kg di ricordi non si affacciano sul nastro. Ormai siamo al volo da Riga, tra un pò arriveranno le mutande impacchettate insieme ai loukoum della gente che arriva dal Cairo. Il ragazzo mi accompagna all'assistenza clienti, ma mi accusano di non aver aspettato abbastanza. Mi fa sicuramente pagare la rabbia e il disprezzo che si possono leggere nei miei occhi. Il ritorno alla realtà di qua è sempre un po’ faticoso e forzato, anche se sempre meno sentito, meno sofferto. Le prime ore (delle volte fino a più di ventiquattro...) non mi va mai di parlare la vostra lingua, e faccio in modo di non dover interagire con nessuno. E' quasi una sfida, un gioco, un gioco mezzo tragico però. Ora non lo è più tanto come prima, e proprio questa volta ero allegra e felice di stare là, ma forse per la prima volta non mi ha messo di fronte alle mie responsabilità, di fronte alle mie scelte, non mi ha posto la domanda fatale del "qua o là?". La prima vampata d'aria afosa all'aprirsi dello sportello dell'aereo mi ha tranquillizzata. Forse per la pressione bassa che ho sempre quando la temperatura supera i 30 gradi. Non sono riuscita a ridere alle battute dei 3 impiegati del servizio di pulizie seduti intorno a me sul treno del ritorno e nemmeno a sentirmi lusingata dal fatto che mi avessero presa per romana, per una volta! Tutt'al più mi sono chiusa nel suono della funzione random dell'ipod con il volume al massimo, sperando che questo dono della tecnologia riuscisse a propormi una canzone affine al mio stato d'animo come spesso riesce a fare. In quel momento mi sono accorta violentemente che qui, in questo paese, non si usa NON rispondere alle battute, soprattutto se - credono - sei del posto, e tantomeno se sei donna e loro sono 3 maschi. Per fortuna mia non sono capitata su 3 esponenti molto feroci della specie e il nostro viaggio è proseguito senza ulteriori interazioni fino al doveroso saluto di addio alla loro stazione di arrivo. Niente di questa bellissima città è riuscito a consolarmi nemmeno il giorno successivo quando la mia schizofrenia provocava attacchi di disperazione per la propensione a non cambiare mai, a rassegnarsi per tutto, quando io, francese, farei una rivoluzione, una ribellione popolare dovunque, in ogni occasione. Rivoluzione mai istigata in Francia poi, in cui il mio impegno politico si riassume in una manifestazione ai tempi del liceo contro una decisione del Preside - peraltro mio stesso padre, e lì si dovrebbe parlare di Edipo più che di rivoluzione - e Genova nel 2001, dove stavo per motivi di lavoro, siamo sinceri. Niente dicevo è riuscito a consolarmi fino all'ora dell'aperitivo in cui ho dovuto compiere la solita attraversata in bicicletta senza freni e quasi sgonfia sul benedetto selciato romanesco; sì anche i sampietrini parlano romanesco. Ti sgridano, ti strillano, ma alla fine stanno solo scherzando, ti vogliono bene, anche quando piove in bici. Forse alla bici meno. Questa discesa infinita in via Cavour è una benedizione all'ora dell'aperitivo. Un pò di meno all'ora del rientro.
Venerdì mattina. Testa pesante. Mi chiamano da Fiumicino, hanno ritrovato la valigia. Amo Roma, fa la stronza ma alla fine risolve sempre tutto. Apro tristemente la valigia e contemplo i miei ricordi.
Mirko posa il settantacinque sul nostro tavolo, porta via quella vuota e brindiamo con un sorriso sincero e in silenzio. In quel silenzio che dura meno di sessanta secondi io penso, penso che sono felice, che questa città con il sole che brucia di giorno e la folla che si dà spintoni negli stretti vicoli per avanzare la notte, questa città è quasi più bella ancora d'estate. Penso al parco questo pomeriggio con il delicato profumo saturo di sole degli oleandri, al prato bruciato e ricoperto di malve. Alla ruvida scorza odorosa del pino sul quale mi sono appoggiata. Al silenzio afoso di questa città il giorno del suo Santo. Lucilla mi sorride ancora ma si accende una sigaretta. Ha sicuramente qualcosa da raccontami, fuma. Mi gira la testa e già non riesco più tanto a parlare. Ho questo mio sorriso ebete che confondo con la beatitudine. Di quei momenti in cui provo un grande senso di realizzazione. Questo è il mio bar, nel mio "barrio", mi sembra in quell'attimo che tutta la mia vita stia qui, anzi che il senso della vita stia qui. So che prima di sentire Lucilla, quello che muore dalla voglia di dirmi, dovrò dirle qualcosa di me. La faccio languire un pò ed inizio a raccontarle la mia ultima missione nel dettaglio. Paziente mi ascolta e prende appunti mentali per potermi dare il suo giudizio alla fine, ma non le lascio il tempo di reagire e mi sento molto abile nella mia transizione verso il racconto di quello che lei bramava di sentire. Accendiamo un'altra sigaretta e faccio un cenno a Mirko, sempre più reattivo, che non giudica mai il nostro ubriacarci confessionale. La testa fa fatica a sostenersi ma ormai la lingua si è sciolta e non mi ferma più nessuno. Ascolto e sentenzio, ho sempre un parere su tutto e per tutti, anche per i vicini del tavolo accanto. Lucilla prosegue nel suo racconto, ascolto, interrompo, giudico, consiglio. Il poeta mancato del tavolo accanto riprova ad entrare in conversazione, crede di aver capito dal nostro sorriso complice e dai nostri sottointesi, mi interpella con un "Ti rifugi nel saffico" che capisco immediatamente essere la citazione più brillante della sua carriera. Ma l'effetto da noi ricercato è inverso e leggiamo nei suoi occhi viscidi, nella bruttezza del suo sorriso che scopre due denti rotti (o malformati) l'eccitazione dell'imbecille senza senso dell'umorismo. Il poeta senza raffinatezza. Ridiamo ancora, parliamo ancora, il tempo e la birra non bastano mai per dirci tutto. Tutto sugli uomini, tutto suoi ricordi, mai una serata lucide. Quei mille risvegli a casa senza nessun ricordo del rientro. Con la testa pesante, la nausea, altre bottiglie vuote, piatti sporchi della spaghettata delle 7. Da quei tempi non è cambiato niente o quasi, sono gli altri che sono invecchiati, e noi che ci siamo dovute adeguare ai tempi in cui viviamo. Non c'è più quella piazzetta in cui si fumava gratis solo perché ero la migliore a rollare. Non c'è più quel ragazzo che facevamo impazzire con i nostri scherzi, che mi faceva impazzire d'amore. I mille fidanzati di Lucilla di quel tempo fingiamo di non riconoscerli per strada. Ma noi ci vediamo sempre e comunque, almeno una volta al mese in questo bar, come la nostra ultima spiaggia alcolica. Abbiamo sempre tanto da raccontarci, da stupirci ancora. Stasera è particolarmente ricca di rivelazioni e promesse solenni. Stasera ci scambiamo le password delle email, nel caso succeda qualcosa a una di noi. Peccato che l'alcol cancelli così tanta memoria in noi. In fondo non so se sia tanto un peccato. Lucilla mia sorella. Quando ti ho conosciuta non parlavi quasi mai. Non bevevi neanche. Adesso hai recuperato. E spesso non mangiavi, cercavi di far sparire questo corpo. A quei tempi cercavi di non vivere, in nulla, ti sentivi in troppo. Ti ho preso sotto la mia ala, ti sei messa ad esistere, a vivere, in tutto, intensamente. Ora sei tu a preoccuparti per me, lo leggo nei tuoi occhi nel momento in cui lo penso. Sicuramente come me ti ricordi di quella mattina come se fosse ieri, in cui ci siamo svegliate, dopo settimane, mesi di eccessi senza tregua per il nostro corpo, senza occasioni per la mente di capire e prendere distanza rispetto a quello che stava accadendo, quella mattina ci siamo svegliate, e senza consultarci abbiamo capito che era ora di farla finita e di crescere. Tutto questo era stato un gioco in un mondo al quale non appartenevamo, ed era ora di tornare alla realtà che ci aspettava, che dovevamo costruire. Quell'estate sei scappata in Tunisia, e io ho lasciato questa città e questo paese, per più di 4 lunghi anni. E quando sono tornata abbiamo ripreso il gioco dove era stato interrotto. Avevo scoperto questo bar grazie al pittore messicano. Appena sbarcata qua, appena abbandonata quell'altra vita piccolo borghese evidentemente troppo stretta per me, ero pronta a farmi trascinare in tutti gli abissi. Io con il pittore messicano, Lucilla con il chitarrista russo. Il gin tonic era il cocktail perfetto, Claudio li faceva sempre carichi per me, Marcello mi apriva sempre la serranda dopo le 2 per l'ultimo giro. I risvegli erano pesanti, con grandi sensi di colpa per cose fatte di cui non rimaneva che un vago ricordo, o nel peggiore dei casi un sospetto, e l'emicrania batteva forte. Ma che ridere quella volta in cui ti eri finalmente liberata dal chitarrista ucraino - ora russo da quando era crollata l'Unione Sovietica secondo lui - e ti avevo lasciata la sera con quel ragazzo a modo che ti avevo presentato. Vi avevo sentito tornare ubriachi nella notte e mi ero riaddormentata soddisfatta con il senso del dovere compiuto. La mattina entrando trionfante in cucina per salutarvi e prendere ufficialmente atto della mia opera, ho impiegato ben 30 secondi per mettere a fuoco la mia miopia peggiorata dai vapori dei gin tonic e ammettere che di fronte a me, chi indossava la tua ridicola tuta siriana che gli stava troppo stretta e troppo corta non poteva essere quel ragazzo, bensì il maledetto chitarrista di via del Corso. Quel giorno non penso di essere stata credibile neanche un minimo con il mio saluto al finto artista che friggeva le uova nella mia cucina di fronte a te che mi sorridevi, complice e orgogliosa di aver dirottato il mio piano!
X Puntata: "Ma che fai nella vita?"
Per far capire che lavoro faccio a chi non lo sapesse o non lo avesse ancora capito, ecco il risultato degli ultimi 6 mesi di fatiche (fra le varie altre cose...).
L'Aquila, 8 Luglio 2009. - (Adnkronos) - "Considerato l'impatto sullo sviluppo dei flussi di rimesse" i leader del G8 si sono impegnati - nella dichiarazione conclusiva su Sviluppo e Africa approvata questo pomeriggio - a "facilitare un piu' efficiente trasferimento e migliore uso di queste rimesse" ed a favorire la cooperazione tra organizzazioni nazionali ed internazionali in questo ambito.
"Punteremo a rendere i servizi finanziari piu' accessibili agli emigranti ed a coloro che ricevono le rimesse nei paesi in via di sviluppo", scrivono i leader del G8 nella dichiarazione. "Lavoreremo in particolare per raggiungere l'obiettivo di una riduzione dei costi medi del trasferimento delle rimesse dall'attuale 10 per cento al 5 per cento in cinque anni attraverso un piu' intenso scambio di informazioni, trasparenza, competizione e cooperazione con i partner" per assicurare una crescita nelle entrate per gli emigranti e le loro famiglie nei paesi in via di sviluppo.
IX Puntata: Parole pruriginose
Ad Irene, perchè qualche risata possa seppellire il dolore di noi tutti, che non abbiamo potuto salutarti per il tuo ultimo viaggio.
“C’hai la scabbia”.
Quattro parole secche (tre e mezzo, per la precisione), pronunciate con una leggera inflessione siciliana che non ha fatto altro che confermare la bontà della mia scelta nell’optare per un medico italiano.
Basta poco per rendere felice un uomo.
Vi sembrerà strano, ma quando ho sentito il medico annunciare la diagnosi con quelle parole, ho davvero provato un moto di commozione, quasi avrei voluto abbracciarlo.
Considerate le circostanze, credo che non avrebbe apprezzato un contatto tanto intimo, per cui ho deciso di limitarmi ad un “Grazie” spezzato in gola dall’emozione.
So che per molti di voi (forse tutti) questa affermazione può giustificare una chiamata urgente ai miei genitori per chiedere se effettivamente la mia salute mentale sia ancora intatta e se gli effetti di tutte le cadute infantili non stiano finalmente ed inesorabilmente emergendo alla luce, ma lasciatemi spiegare ancora per qualche riga e magari converrete con me sull’entusiasmo per una simile notizia.
Per chi non lo sapesse la scabbia è causata da invisibili acari che scavano sotto la pelle del proprio anfitrione una rete di cunicoli in cui depositano uova e organizzano la loro vita in modo da poter rendere impossibile quella dell’essere in cui vivono.
Non lo fanno con perfidia, è nella loro natura.
La scabbia nei paesi civilizzati è abbastanza rara da contrarre e normalmente è riconducibile a sitauzioni di scarsa igene ed associata ad altre malattie parassitarie.
Come dire che se sei un barbone e dormi per strada, probabilmente il meglio che ti possa capitare è la scabbia.
Ovvio che nel caso di un cane le possibilità di contrarla rotolandosi su un prato o strofinandosi con propri simili dalle pratiche igeniche non ortodosse aumentano considerevolmente.
Ma mi sento di poter escludere quasi totalmente che abbia potuto contrarre la scabbia in entrambe i due casi sopracitati.
Infatti credo di aver datro il benvenuto ai miei ospiti microscopici a Dubai o ad Abu Dhabi, in un meraviglioso albergo a cinque stelle per cui ho pagato una somma decisamente troppo alta, tutto sommato.
Ovviamente questa deve essere la vendetta del dio che sovraintende alla religione musulmana, dato che nelle precedenti puntate mi ero permesso di criticare i costumi locali in maniera alquanto esplicita.
Spero che a questa non seguano un’altra serie di maledizioni bibliche, dato che nei primi 6 mesi di questo anno, mi sembra di essermi sufficentemente immolato sull’altare della sfortuna.
Ma ritorniamo alla scabbia.
La sintomatologia è semplice: un prurito diffuso, costante ed implacabile su tutto il corpo, ma soprattutto in quelle zone che sono più sconvenienti da grattare in pubblico e meno raggiungibli quando non si ha una di quelle manine in legno di cui vi siete sempre chiesti l’utilizzo quando le avete notate sulle bancarelle delle fiere.
E che ovviamente non avete mai deciso di comprare, pagandone uno scotto carissimo in seguito.
Il prurito poi aumenta con il calore, dato che i simpatici acari lo gradiscono vieppiù e, sentendosi a proprio agio, aumentano le loro attività vitali, dandosi a banchetti con i propri simili e sfornando nidiate che colonizzano altri spazi del vostro tessuto epidermico.
Quindi il prurito vi attacca soprattutto sotto le coperte al momento di prendere sonno, sotto la doccia calda (uno dei pochi piaceri del risveglio) o mentre le vostre chiappe sono sedute sulla sedia dell’ufficio ovvero, nel mio caso, circa 10 ore al giorno.
Avendo parenti medici da cui ho assorbito alcune basiche cognizioni di patologia, ho inizialmente ricondotto il tutto ad un’allergia alimentare, causata da qualche cibo variamente speziato ingerito in uno dei miei viaggi intorno al globo.
Ho provato a ridurre le quantità di alcool e grassi nel mio corpo, ma senza sostanziali risultati, se non quello di aumentare la depressione ed il nervosismo causati dal prurito e dalle notti insonni.
Il consulto con i medici di famiglia non ha portato a risultati migliori, dato che nè mio fratello nè mio padre sono riusicti a pensare che il tutto potesse essere causato da un parassita.
A loro discolpa devo informarvi del fatto che il prurito era totalmente “sine materia”, ovvero senza le manifestazioni cutanee proprie di una patologia dermatologica (ve l’ho detto che ho assorbito un po’ di cognizioni di medicina...).
In pratica la mia pelle era intatta, senza un solo sintomo di quella che normalmente è un’infezione dalle manifestazioni abbastanza evidenti, quali eritremi, escoriazioni, arrossamenti e venature rossastre sottopelle.
Come alcuni di voi avranno già sperimentato sulla propria pelle (ed io l’ho fatto, credetemi) quando i medici non capiscono una mazza di quello che sta succedendo, cominciano ad andare per esclusione.
Così, tanto per escludere il peggio, dietro indicazione di mio padre, mi sono fatto prescrivere dalla mia dottoressa una serie di esami del sangue a cui lei ne ha voluti aggiungere un’altra dozzina.
Il timore non confessato di mio padre era che potessi avere un linfoma di Hodgkin, un caso di tumore maligno che manda in tilt il sistema linfatico e provoca appunto un prurito davvero fastidioso, soprattutto agli arti e durante la notte.
Nel mio caso ero abbastanza certo che non si trattasse di questo, dato che a prudermi erano altre zone meno nobili (e non per questo meno sensibili), ma per tranquillizzare il resto della famiglia e procedere con le esclusioni, mi sono sottoposto al salasso ematico con estremo piacere, facendo finta di non capire che stessero temendo per il peggio.
Non voglio tediarvi oltre, per cui giungo alla conclusione della vicenda.
Esasperato e sfinito dalla mancanza di sonno, mi sono confessato con una collega.
Lei candidamente e con tutta calma mi ha detto: “C’hai la scabbia”, per passare poi a fornirmi i dettagli della sua esperienza personale con gli acari in questione e distanziarsi leggermente, tanto per essere sicura di non ripetere l’avventura.
Inizialmente non ho capito bene cosa stesse dicendo, dato che il termine inglese e la pronuncia americana non facevano sobbalzare alla mia mente nulla di conosciuto a cui potessi dare un minimo di credito.
Quando finalmente l’incomprensione linguistica si è risolta ho assunto un’espressione simile a quella di John Belushi nella chiesa di James Taylor nel film “The Blues Brothers” ed inginocchiatomi dentro un fascio di luce proveniente da un dio diverso da quello rancoroso dei musulmani, ho esclamato: “Ho la scabbia!!!”
Il giorno dopo mi sono recato dalla dottoressa di turno nella clinica della World Bank e le ho raccontato tutto, soprattutto nella parte in cui il racconto della mia collega coincideva perfettamente con il mio caso: prurito “sine materia”, soprattutto in coincidenza con l’aumento del calore, stesso luogo di contagio (anche lei odia gli Emirati...) e stessi tentativi di risolvere altrimenti.
Apro una breve parentesi sul sistema sanitario americano e giuro di non dilungarmi troppo.
Innanzitutto smettetela di lamentarvi di quello italiano, dato che non avete nemmeno la più pallida idea di quanto siate fortunati.
Quindi ricordatevi una cosa: se state male negli USA, trovatevi un dottore flessibile e con un minimo di voglia di starvi a sentire, quindi non parlate con anglosassoni, irlandesi, tedeschi, svedesi o comunque chiunque provenga da nord delle Alpi.
Mi sentirei di esculdere anche trentini e altoatesini, tanto per essere sicuri.
Spagnoli, sudamericani, arabi e africani vanno benissimo.
Gli indiani anche, se riuscite a capire cosa vi dicono con il loro accento da slot machines inceppate.
Ve lo dico perchè sono loro che devono prescrivervi le medicine, da loro dipende il vostro benessere e da loro dipende la ricetta per una stupidissima pomata per curare la scabbia, la cui applicazione su tutto il corpo durante una notte curerebbe definitivamente il problema e vi riporterebbe a dormire dopo settimane di parziale insonnia.
Ora se il medico che avete di fronte non è sufficentemente flessibile da accettare l’idea che il vostro racconto possa esulare dai protocolli epidemiologici che ha imparato minuziosamente, non sognatevi di poter mai ottenere la maledettissima pomata.
Neanche piangendo in aramaico o minacciando ritorsioni nei confronti della famiglia.
Tentativi che, nella esatta sequenza, non hanno fatto altro che innervosire ancor di più la famigerata dottoressa Kennedy.
Spero ora comprendiate il perchè, giunto alla ottava settimana di prurito, abbia provato un afflato tanto spontaneo per il dottore che finalmente aveva riconosciuto il problema e mi aveva improvvisamente condotto a poche ore dalla sua soluzione.
La scabbia è stata curata, ho dormito con la pesantezza di un orso narcotizzato per circa due settimane e la dottoressa Kennedy ha dovuto spiegare al suo superiore il motivo dell’email ricevuta da un paziente che si dichiarava “alquanto deluso dalle capacità cliniche della dottoressa e dalla sua scarsa flessibilità”.
Devo dire che sono poche le soddisfazioni nella vita che superano quella di grattarsi lo scroto con un piacere elettrificante, ma ne faccio volentieri a meno sapendo che c’è un’americano in più che si pente di avere avuto a che fare con me.
L’unica parte davvero sconveniente è stata quella di dover comunicare ad un paio di persone la possibilità che avessero anche loro contratto l’infame parassita.
Immaginate la conversazione: “Ciao, come stai? Tutto bene? Non è che ultimamente ti sei scorticata la pelle durante la notte? No, non allarmarti, non è nulla... Ricordi quella cena fuori in quel ristorante carino? Si, anche io sono stato bene... Si, beh, ecco... sei sicura che non hai avuto pruriti inconsulti tali da farti pensare all’opzione dell’auto squoiatura? Non ti sei stofinata contro lo stipite della porta alla ricerca di un sollievo primoridale? No, non è nulla di grave, è che quella sera, dopo la cena, beh ecco... avrei potuto attaccarti la scabbia... ma non ti devi allarmare, non è grave”.
Non tentate di mettervi nei miei panni, è molto più imbarazzante di quanto non possiate neanche lontanamente immaginare.
Dall’ultima volta che ho messo in ordine i miei ricordi di pellegrino, ho accumulato ancora qualche decina di migliaia di miglia con la Lufthansa, tanto che ora mi vengono a prendere con una Mercedes nera sotto l’aereo se rischio di perdere la coincidenza a causa dell’incompetente ritardo del pilota tedesco.
Non sapete quanto ci godo a sentirli prodigarsi in scuse profonde per il disagio causatomi!
D’altra parte cosa c’è di meglio che essere italiani e trovarsi nella posizione di poter bacchettare non uno, ma decine di puntualissimi, impeccabili, precisi crucchi?
Cosa c’è di meglio che ritirare 100 euro (!!!) in contanti per il fatto di aver ricevuto il bagalio in ritardo all’aeroporto di Roma?
Non è una questione di denaro e nemmeno di boriosa presunzione, ma è una sorta di soddisfatto ed indiretto rinascimento dell’orgoglio nazionale all’estero, tanto vilipeso dall’Onano di Arcore in questi ultimi quindici anni.
Poi diciamoci la verità, chi non godrebbe un po’ a vedere un tedesco in tilt per il fatto di aver fatto tardi?
Ad Aprile ho visitato Cape Town, in Sudafrica, dove ho potuto soltanto permettermi una nuotata in gabbia con gli squali bianchi ed ho dovuto pagare un taxi per arrivare ai piedi della splendida Table Mountain per sentirmi dire che la funivia verso la vetta era chiusa per il vento troppo forte.
Insomma, non posso dire di aver davvero goduto della mia visita nel paese più a sud del continente africano, anche perchè nonostante l’esperienza con gli squali sia stata sinceramente indimenticablie, l’acqua era oltraggiosamente fredda per definire il tutto “piacevole”.
Come anticipato sono tornato a visitare la terra degli scarafaggi giganti (gli Emirati Arabi Uniti, per chi avesse perso le puntate precedenti, si sono guadagnati questo titolo dal sottoscritto per la frequente presenza di donne coperte di nero dalla testa ai piedi) e degli acari infamissimi.
Stavolta in missione ero in compagnia del mio capo e, nonostante quello che possiate pensare, la cosa non mi crea assolutamente problemi, anzi.
Con gli sceicchi abbiamo parlato per ore, concludendo poco nei primi giorni, arrovellandoci in discussioni interminabili e condite da the disgustosi e bollenti, salutandoci con reverenza in saloni enormi e vuoti.
Fortunatamente gli obiettivi della missione sono stati raggiunti tutti nelle ultime 24 ore, quando le nostre controparti ci hanno finalmente accettato come interlocutori affidabli ed hanno deciso di sbloccare tutte le decisioni che erano rimaste in sospeso fino a quel momento.
E per festeggiare ci siamo dovuti sorbire una cena che definire noiosa sarebbe un eufemismo.
Diciamo che l’aspetto piu’ positivo e’ stata la presenza di un ottimo buffet di pesce, che mi ha consentito di soddisfare la mia passione per le ostriche per i prossimi due anni.
Il collega arabo era leggermente sorpreso dal fatto che potessi ingerirne tante e credo abbia ripetuto piu’ volte a se stesso che la scelta del buffet a prezzo fisso fosse stata davvero quella giusta.
Stavolta abbiamo passato la maggior parte del tempo a Dubai, dove devo confessare che e’ possibile trovare qualcosa di positivo rispetto ad Abu Dhabi.
Come per esempio il pub inglese in cui ci hanno gentilmente consentito di vedere la partita della Juventus su uno degli schermi dove stavano trasmettendo le partite della Premier League.
Ovviamente nel pieno disaccordo della folla di esuli della Perfida Albione regolarmente aldila’ del limite di ubriachezza consentito dalla decenza.
Il menu’ era identico a quelli che si possono trovare nei peggior tuguri di Cardiff, con il fish ‘n chips che spiccava per sofisticatezza ed il pudding che chiudeva alla grande la scelta dei dessert.
Ci siamo guardati interdetti ed abbiamo ordinato una serie di birre per tentare di dimenticare cosa stavamo per mangiare e soprattutto per affogare la noia di una partita che ci ha fatto faticare fin troppo per trovare un luogo dove vederla, tutto considerato.
Sempre meglio che Abu Dhabi, appunto, dove invece abbiamo seguito la Vecchia Signora in un altro pub affollato di anglosassoni ubriachi, ma con il peggiorativo dettaglio di essere circondati da un innumerevole quantità di prostitute asiatiche dalla provenienza non meglio identificata.
Lascio a voi immaginare il risultato ottenuto dalla miscela delle due razze e le conseguenze dei comportamenti dei due gruppi, ma vi dico solo che alla fine abbiamo scavalcato tutti e ci siamo messi in prima fila davanti al maxischermo dopo aver convinto il barista che noi ne avremmo apprezzato meglio le qualità rispetto alla massa aggrovigliata di alcolisti e portatrici sane di malattie veneree.
Con mio sommo piacere non dovremo tornare da quelle parti per un bel po’, e certamente il ricordo delle ostriche mi aiutera’ a sopportare un eventuale ritorno.
Dopo un breve passaggio nella casa in cui pago inutilmente l’affitto a Washington, ho potuto finalmente mettere piede per la prima volta a Parigi.
Non senza inconvenienti, dato che un ennesimo disguido dei crucchi mi ha costretto a partecipare ad un vertice di un gruppo di lavoro G8 con la presenza di due Vice-Presidenti della World Bank in una maglietta bordeaux attillata ed un paio di pantaloni da trekking.
Fortunatamente tutti hanno apprezzato l’abbinamento di colori e me la sono cavata anche grazie al fatto che uno dei Vice-Presidenti era tedesco e non avrebbe potuto sparare a zero sulla propria compagnia di bandiera.
Ma tornando a Parigi, vorrei condividere con voi una domanda che continuavo a ripetermi ad ogni passo che facevo nelle assolate vie di un Maggio appena tiepido: “Quanto è bella Parigi?”
Ho camminato davanti a Notre Dame estasiato dalla austera imponenza della facciata gotica, mentre decine di parigini si sdraiavano sereni a godere il tramonto sul lungo Senna, accompagnati da una bottiglia di rosso e da qualche profumatissima delizia colesterolica.
Al Trocadero ho ammirato la perfezione dei boulevard che conducono alla Torre Eiffel e le geometrie urbanistiche piene di senso pratico ed al tempo stesso estetico, mentre dietro di me un gruppo di praticanti della Capoeira riunitosi da tutta Europa attirava una massa di gente enorme con i suoni del birimbao ed i cori ritmici che accompagnavano le evoluzioni.
Ho mangiato a Montmartre, dopo aver vagato indulgente fra i vicoli pieni di turisti, mentre i francesi si concentravano pigramente sulle scalinate della chiesa che affaccia su uno dei panorami urbani più belli che si possano immaginare.
Insomma, ho tentato di assorbire il più possibile nel poco tempo a disposizione ed ho raggiunto la conclusione che sarebbe stato inutile.
Ed è per questo che vorrei viverci a Parigi, perchè è una di quelle città di cui vale la pena provare ad essere cittadini, per potersi davvero immergere totalmente nelle atmosfere disincantate che solo chi vive la città costantemente può trovare, odiandone i ritmi frenetici ed amandone i sospiri malinconici di angoli privatissimi.
D’altra parte cosa c’è di meglio che sentirsi mandare all’inferno ad ogni attraversamento in una lingua che suona tanto dolcemente poetica?
Devo poi smentire le esagerate critiche nei confronti dei parigini e del loro malanimo.
Innanzitutto vorrei vedere voi a svegliarvi tutte le mattine e dover bere quel caffè disgraziato di cui devono sopportare la tostata maledizione.
Poi cercate di capirli, a parte il piacere ricavato dai formaggi e qualche buon vino, devono combattere tutto il giorno con acidità intestinali epiche causate da cibi oltremodo grassi ed una pasta scondita e scotta che farebbe innervosire anche un cane diabetico.
Inoltre vogliate essere comprensivi, quando attraversate la strada fatelo rapidamente, senza rischiare di sporcare il loro parafanghi con le macchie disordinate del vostro sangue.
I parigini non tentano d’investirvi, loro vogliono investirvi, fa parte della loro natura.
A parte ciò sono dei simpatici esseri metropolitani a cui forse farebbe bene fare un salto a Managua per capire che c’è di peggio nella vita e magari godersi un po’ di più la loro splendida città.
Al ritorno ho potuto finalmente approfittare del breve soggiorno a Washington e New York dei miei genitori, non prima di aver fatto un salto in Canada a bere birra artigianale e mangiare in un fantastico ristorante di Ottawa, dove insieme a mille altre prelibatezze locali, ho potuto assaggiare dell’ottima carne di alce.
Sulla capitale canadese non spendo molto tempo, anche perchè davvero non c’è molto da dire su un luogo che fa sorgere spontanea la riflessione circa il perchè, sbarcati da un viaggio transoceanico estenuante e ricco d’intemperie ed umidità, una masnada di disperati alla ricerca di una vita migliore abbia deciso di colonizzare un territorio dove d’inverno le temperature giungono eccessivamente al di sotto dello zero e la quantità di precipitazioni supera enormemente quella dei paesi d’origne.
Nessuno potrà mai davvero spiegarmi la ragione per cui di fronte al primo Ottobre sotto tre metri di neve Madame Marie-Helene o Mrs. Elizabeth non abbiano pressato i loro rispettivi mariti con una minaccia tipo: “O mi porti in California oppure fra due mesi ti trovi un paio di corna d’alce ed a quel punto magari posso anche spararti dicendo di averti confuso con una di loro!”
Atterato a New York ho ritrovato mio padre e mia madre, ormai completamente in balia di un delirio da frittura e hamburger che gli ha provocato seri problemi di dipendenza, tanto che mio fratello, una volta rientrati in Italia, ha dovuto nascondere le padelle dentro casa e sigillare il firgorifero per impedirgli di raggiungere la carne.
A me New York fa l’effetto della cocaina ed ogni volta che ci vado mi ritrovo a passare intere giornate camminando freneticamente, senza bisogno di eccessivo supporto alimentare, continuamante perso con lo sguardo su ciò che mi circonda, con le pupille dilatate per non perdere il minimo dettaglio.
Ho fatto marciare i miei come due alpini nella campagna di Russia e devo dire che entrambi hanno resistito abbastanza bene all’inizio, per poi cedere verso gli ultimi giorni, in una sorta di disperata ritirata dalla tundra siberiana.
Ho praticato la foratura delle vesciche di mia madre al primo giorno, mentre mio padre era talmente inebriato dalla scenografica bellezza della città che non solo ha riposto definitivamente lo scetticismo che nutriva circa l’opportunità di visitare gli States, ma ha scattato all’incirca 780 fotografie per avviare una raccolta monografica del continente da completare nei prossimi viaggi.
Entrambi hanno apprezato la maestosa assurdità del paese in cui vivo e, nonostante la vita notturna non fosse alla portata delle loro stanche membra, al momento di partire non hanno potuto trattenere la commozione di fronte all’idea di allontanarsi dai ricordi tanto intensi delle due settimane insieme: per mio padre il cheeseburger di Tony fra l’ottava e la 56esima, per mia madre i gamberoni avvolti nel bacon di un ristorante sudafricano nella stessa zona.
Credo che se venissero abbandonati in un qualsiasi punto di New York, comunque saprebbero come tornare da quelle parti.
C’è da dire ancora di Praga, dove ho finalmente rivisto mio fratello Valerio (il chirurgo che vive in Spagna) dopo circa nove mesi in cui non siamo riusciti a far coincidere i rispettivi viaggi a Roma.
Quando si dice una famiglia globalizzata!
È stata l’occasione giusta per bere qualcosa insieme in uno strano spirito di malinconica allegria, prima di tornare in Italia per poche ore, giusto in tempo per salutare mia cugina e augurarle che il viaggio verso cui è partita sia infinitamente più dolce di quello che dovremo fare noi senza di lei.
Ho provato a fare il buffone con mia zia, che mi adora ed a cui voglio un mare di bene, e spero che magari solo per qualche secondo sia riuscita a non pensare.
All’indomani ero già sul volo per Barcellona, dove mi sono fatto un po’ di nemici nell’industria della telefonia mobile ed ho mangiato paella con una strampallata e divertentissima coppia di colleghi: un simpaticissimo australiano dall’accento per lo più incomprensibile ed una esilarante crucca deportata in Vietnam (nessuno può davvero voler andare a vivere ad Hanoi...).
Insieme abbiamo assistito alla festa di San Juan, per cui gli spagnoli utilizzano tanta polvere da sparo in fuochi artificiali e petardi che la metà basterebbe per stanare Bin Laden radendo al suolo sistematicamente l’Afghanistan.
Abbiamo dovuto abbandonare a malincuore i festeggiamenti verso l’una di mattina, costretti dal fatto che il mattino dopo avremmo dovuto parlare alla conferenza per cui eravamo stati convocati nella città catalana, convenendo circa l’opportunità di farlo senza rischiare di vomitare dietro il podio dell’oratore.
A quell’ora il resto della città stava ancora iniziando a raggiungere gli snodi principali dei festeggiamenti e vi assicuro che vedere una fiumana di spagnoli in assetto da “movida” estrema sapendo di non potersi unire alla follia collettiva, è davvero un’esperienza che sconsiglio.
Infine Amsterdam.
Bellissima, irregolare nei suoi canali sospesi fra tollerante disordine e le facciate sbilanciate dei palazzi che s’intervallano senza un’apparente coerenza estetica, ma con un’armonica alterazione di colori e proporzioni che rende l’insieme uno scenario perfetto per passeggiate alla ricerca di antiquari e fotografie d’epoca.
Non ero mai stato da quelle parti e devo confessare che il viaggio ha soddisfatto appieno tutte le mie aspettative.
Non ho mai visto tante biciclette in vita mia e, devo aggiungere, non ho mai visto tante brutte biciclette in vita mia.
Gli olandesi le usano massicciamente ed il rischio di venire investiti da una simpatica ciclista ottantenne con un vaso di tulipani nel cestino anteriore dovete davvero considerarlo, se decidete di andare ad Amsterdam.
Credo sinceramente che ci siano più biciclette che persone da quelle parti.
Inoltre il furto di questi inestetici e scomodissimi mezzi, privi di marce, pesanti e arrugginiti dalle intemperie, è molto più frequente di quanto si possa credere.
Ma secondo me il mercato secondario è poco vivace, dato che nessuno può essere disposto a spendere più di un decina di euro per mezzi tanto sconquassati.
Il tutto si riduce ad un interscambio comunitario che porta ciascun l’olandese a possedere una media di cinque biciclette all’anno, alcune di esse contemporaneamente.
Ovviamente Amsterdam è anche la capitale della libertà sessuale e dei vizi chimici.
Ero a conoscenza ovviamente di entrambi gli aspetti, ma mentre sui secondi non avevo molto più da scoprire, ero invece incuriosito dalle famose donne in vetrina.
Il quartiere a luci rosse in realtà è una grossa attrazione turistica, con centinaia di persone che comprano nei sexy shops, bevono birra e fanno festa.
La situazione è talmente normalizzata che la concentrazione di donne è poco inferiore a quella degli uomini, a dimostrazione del fatto che di davvero losco e proibito c’è ben poco.
La cosa che mi ha sorpreso sono state appunto le ragazze in vetrina, dato che non mi aspettavo fossero veramente tanto in vetrina...
Fatemi spiegare, il fatto è che non mi aspettavo di vederle dietro un vetro tipo una lonza in vendita o una raro esemplare di essere femminile extraterrestre (perchè mica vengono dalla terra quelle...), mentre invece è proprio così che le trovi: in una stanzetta illuminata di rosso che ammicano svogliate a chiunque passi, dal ragazzino spagnolo in cerca d’ispirazione per la masturbazione serale, al giovanotto italiano con le sopracciglia curate e la faccia da tronista intronato, alla signora americana che ride tanto con il marito sotto braccio.
Quello che mi ha colpito è anche la varietà dei fenotipi, con uno spettro di archetipi erotici che spaziano liberamente dalla Barbie ossigenata alla cameriera, dall’infermiera porno alla studentessa del collegio, dalla nera burrosa all’asiatica con le codine da fumetto manga.
L’unica domanda che mi è sorta spontanea di fronte ad una particolare vetrina è stata: “Ma a chi può piacere la donna dalle tette fosforescenti?”.
Non ho avuto una risposta, ma mi sono divertito ad osservare la scena di tutti coloro che si soffermavano per qualche secondo davanti a quella visione, folgorati dallo stesso dubbio.
Chissà se il giorno dopo la signorina avrà cambiato costume.
I Puntata: J’ai presque oublié
Il titolo della serie l'ho scelto io, ma se vorrà l'autrice lo potrà cambiare.
Il titolo della puntata lo ha scelto lei e conoscendola si capisce il perchè.
Lei è Lucia, la nuova viaggiatrice ospite ed autrice di questo blog.
Scrive, ovviamente, da Roma, dove vive da tanto tempo.
Mi è piaciuta da subito l'idea di dare spazio a chi può guardarci da un punto di vista diverso, criticarci ed ammirarci senza sentirsi mai troppo e definitivamente italiana, pur amandoci nel profondo.
Benvenuta!
Le divise degli spazzini che riprendono i colori della squadra di calcio. O forse il contrario ? Gli ausiliari del traffico anche loro dai colori della squadra di calcio, il cameriere che impiega minimo 25 minuti a servirti il solito espresso da bere esclusivamente in piedi (anche se sei stanco la mattina). Il cameriere ti conosce ormai, e non ti chiede più che cosa vuoi bere, ti porta direttamente il tuo solito latte macchiato, gratificando il tuo arrivo con un “Buongiorno Dottoressa” enfatizzato dall’allegria naturale dell’autoctono per cui il caffé mattutino è più che un rito religioso, ed è un onore per lui servirlo proprio alla Dottoressa. Ma perché in piedi? Io mi sono sempre sentita un po’ impostore. Non sono dottoressa! Ma che delizia essere impostori qua. Non ho mai visto una concentrazione così importante di dottoresse, avvocati, architetti al metro quadro. Senza parlare degli onorevoli ed altri illustrissimi!... Forse non riesco ancora a cogliere appieno tutta l’autoironia di questo popolo. La donna delle pulizie che viene per la prima volta in ufficio, ti da del lei, ma come ti avvicini si rende conto che sembri troppo giovane per non darti del tu e ti chiede con gentilezza se sei stagista. E’ troppo tempo che vivo qua per formalizzarmi ancora di queste piccole manifestazioni di disprezzo nei confronti dell’essere giovani. Rido soltanto e ripropongo la mia solita battuta sull’ottima crema antirughe (ne ho un’altra sulla menopausa-vissuta-con-serenità-che-mantiene-giovani che funziona meravigliosamente). Le ragazze in canottiera e pantaloncini corti sulla via Prenestina che per cinque euro ti lavano la macchina da cima a fondo, le spazzine truccatissime in via Giulia, le attraversate della città in bici fino all’incidentato selciato del ghetto fra i turisti spaventati e le signore anziane con il carrello che bestemmiano al mio passaggio, parole che indovino soltanto, lette negli occhi infuriati di chi rifiuta di aver perso la gioventù e non sopporta tanta spensieratezza e tanta agilità. Parole che non sento, isolata nell’ipnosi auditiva delle cuffie che mi sparano alla rinfusa una delle 872 canzoni registrate in questo ipod. Momenti di pura gioia, nessuna domanda esistenziale può trovare la sua pertinenza in quegli attimi di estrema grazia vitale. Parole di questa canzone che mi trovano proprio in questo momento, mi ricordano proprio te. Mi ricordano di quando ti amavo. Mi ricordano anche di come ti amavo. Quell’altra esaltazione spensierata del cuore, quel farneticare dell’anima verso un nuovo universo nostro e segreto. Parole seppellite, dentro al cuore freddo del mattino dicono. Il sole che brucia, che aspetto per 4 mesi in un letargo contrito e doloroso. Il sole che brucia e le vampate inebrianti di gelsomino che ti prendono all’angolo di una strada buia e solitaria vicino alla piazza del Fico. Il fico l’hanno tagliato ormai. Questo posto in cui vivo, in cui mi dispero, in cui mi esalto, in cui sopravvivo con il dolce e malinconico malinteso dell’incomprensione e dell’esoticità. Questo posto in cui posso anche proferire un bel neologismo. Questo posto adesso è casa mia.
III puntata: Un vegetariano e un fumatore conquistano Madrid.
27/04/09 ore 23:09
Chi non salta la premessa ha una pazienza da leonessa.
We're just two lost souls swimming in a fish bowl, year after year, running over the same old ground. What have we found? The same old fears,,,,,wish you were here.
Il diario delle tue emozioni solo 24 ore fa lo immaginavi pregno di felicità e sensazioni positive. Ad incupire il tuo viaggio la solita miriade di pensieri che sempre assalgono ogni tua partenza, aggiungi alla ricetta l’ennesima follia burocratica che alimenta in maniera compulsiva la tua idiosincrasia per pratiche, certificati e affini e il piatto è servito.
Provo a scremare rapidamente le note tristi per giungere al lieto racconto di un bel fine settimana cominciato quasi 15 mesi fa.
In aeroporto come al solito ti brucia addosso la tua vita da zingaro, pratiche interminabili, l’ennesima ricerca di un appartamento con ennesimo trasloco annesso e un messaggino che ti ricorda che il progetto della casa è pronto e inviato sulla tua mail. Un progetto che ti piacerebbe vedere con lei sdraiati sul letto, fantasticando sulla collocazione di mobili e quadri, stuzzicando distrattamente tra mille altri pensieri, la fantasia femminile spiccatamente sensibile alle questioni di arredo domestico. Ti piacerebbe sbuffare senza darlo a vedere all’analisi ripetuta all’infinito del colore del bagno o della cucina. Ti piacerebbe poterle dare quello che un uomo dovrebbe dare alla donna che ama. Ti piacerebbe non doverle ripetere che chi ci sta intorno non ricorderà i giorni come noi perché tutti sembreranno confusi nella nebbia monotona del passato. I nostri sforzi e la nostra distanza saranno invece la chiave della nostra matura felicità. Mentre spingi il tuo trolley sul tapis roulant è molto più difficile convincere anche te stesso che tutto questo non sembrerà solo un assurdo lasso di tempo buttato al vento unidirezionale della vita che come un treno non ti permette di vedere due volte lo stesso panorama dal finestrino.
Provi a tornare alla cronaca del tuo successo, ti frenano le facce sorridenti da mare della foto del tuo desktop e ci riesci solo perché lei ti ha suggerito di buttare giù due righe dell’accaduto e ti ha incredibilmente stupito in una sincera dichiarazione di stima della tua testardaggine, quando davi superficialmente per scontato che non potesse capire tutto questo.
Seul 1988 ti è entrata nel cuore. Sei in terza media. Tema: descrivi il personaggio dello sport che più ammiri.
Circa 450 giorni orsono facevate streching imbacuccati davanti a un mare in burrasca che contrastava ferocemente con i mandorli già in fiore che avevano accompagnato la vostra mezz’ora di corsa.
Siete usciti di casa per la disperazione, come del resto pensavano e continuano a pensare i vostri amici vi aspettavate sole e mare, voi avete capito subito che non era aria, i vostri amici ancora non ne vogliono sapere e pensano che durante il vostro lungo soggiorno sull’isola non abbiate mai smesso infradito, costumi e creme solari.
La palese assenza dell’anima spagnola sull’isola vi ha spinto ad intensificare i vostri sforzi. La pigra mancanza di velleità culinarie ha accompagnato gli allenamenti verso lo sviluppo di una forma fisica sorprendente.
Tutto è continuato e la mezz’ora sono diventate tre sedute settimanali da un’ora, sole, caldo, freddo, pioggia che fosse. Ti sei trovato a fermarti dopo sessanta minuti di corsa a buon ritmo solo perché era finita la strada. Ti sei trovato per gioco a pensare a un sogno di bambino che pensavi troppo difficile da realizzare.
Di colpo però ti sei accorto che cercavi programmi di allenamento su internet, fin quando il tuo collega maratoneta di vecchia data non vi ha fornito il suo. Duro si, ma meno di quello che pensavamo, meno di tutti quelli che girano in rete, non può portarci a tagliare il traguardo.
Nel frattempo però il sogno meritava se non altro di essere svezzato, il programma è cominciato e i progressi erano rapidi e sorprendenti.
Una sera a cena siete stati presentati come futuri debuttanti a Madrid. Un istante dopo siete stati sotterrati da un pesantissimo “Madrid per debuttare….dura!”.
In poche settimane avete preso la decisione. Iscrizione, volo, albergo e da Roma ti arriva il gradito regalo di una divisa niente male. Non esistono più scuse per tirarsi indietro.
A due settimane dalla gara l’allenamento in un tuo breve soggiorno romano ti tradisce, il tuo piede diventa un pallone e il tuo ginocchio non si piega. Devi saltare l’allenamento fondamentale del fine settimana. Antinfiammatori, bendaggio occlusivo con voltaren e cuki, piede nel ghiaccio fin quasi all’ischemia e una paura mai troppo convinta di non farcela. Manca troppo poco non puoi permetterti più di tre giorni di riposo. Continui a stringere i denti, il ginocchio migliora il piede no. Speri nei 4 giorni di riposo pre-gara a base di molti carboidrati e niente corsa.
Madrid. Ritirate il vostro numero e non resta che fare il vostro gioco.
La notte prima della gara, dopo un piatto di pasta al ristorante “Totò e Peppino”, ancora senti dolore ma per la prima volta dopo tanti giorni torni a vedere i tendini sul dorso del tuo piede e poggiandolo hai meno dolore.
Ormai è davvero troppo tardi per tirarsi indietro. Siete in canottiera e calzoncini a 7 gradi, sotto la pioggia, in attesa di partire. Speri nell’adrenalina, speri che si scaldi, ma sotto sotto sai che farà un male cane e soprattutto sai che non ti fermerai, lo sai perché il giorno prima negli stand hai visto un video del personaggio del tuo tema di terza media e una sua frase te ha tocado la fibra come dicono qui. Scorreva sullo schermo con le immagini della sua vittoria, del suo bacio al suolo coreano e scorreva non a caso in italiano.
Partiti, il vento soffia freddo, la pioggia cade forte, la gente vi incita e non ve li fa sentire, sotto gli ombrelli e le mantelline urlano inspiegabilmente trasformando diecimila nessuno assetati di strada che corrono senza la minima speranza di un premio, in altrettanti eroi.
I primi venti km quasi non li sentite e vi sforzate di togliere entusiasmo alle vostre gambe perché ne restano più della metà e il piede comincia a fare un male cane.
Al 25 entrate nella casa del campo siete un po’ più stanchi ma un simpatico signore gordito e con la sigaretta in mano vi urla vamos que en la casa del campo se respira de puta madre! E col sorriso entrate nel parco, pesti un sasso, vedi le stelle e il sorriso evapora.
Al km 30 pensi sia arrivata la pajara ma sei chilometri più tardi ti renderai conto che non era quella. Dalla pajara (muro per i ciclisti) non si sfugge. A partire dal km 30 ogni metro può essere quello buono. Può essere descritta solamente come la sensazione che il carburante sia finito ed effettivamente è così. Non hai più glicogeno è devi stringere i denti in attesa che il tuo organismo cominci a bruciare i grassi. Questo dura due pagine sul libro di biochimica e due chilometri in corsa. Non senti le gambe vedi gente intorno a te che cammina o che si ferma, ma il maestro ha detto di non fermarsi, non te ne accorgi ma stai correndo più lento, l’importante è continuare a correre per 2000 metri, è garantito che passa, torni in vita e porti a casa la maratona. Il tuo compagno di viaggio si gira, sollevi il pollice, ti racconterà che avevi una faccia da incubo, la rappresentazione umana della sofferenza. Per circa 12 minuti non capisci, sei disorientato nel tempo e nello spazio, le gambe continuano a girare per inerzia come la ruota di un carrillon che porta avanti la melodia caricata, online sul grafico del tuo andamento monitorato via chip potrai constatare il tuo abbassamento di ritmo.
Ti svegli al km 38 …..vamos campeon….sois los mejores….vamos que no queda nada… eres una maquina! l’abbraccio della folla è commovente vi ha spinto e continua a spingervi per gli ultimi sette interminabili chilometri di salita, ecco perché non si debutta con Madrid!
Quella gente non ti conosce ma ti guarda negli occhi, vede il tuo volto sconvolto e ti urla di non mollare, vi prende in braccio e vi spinge verso la fine. In alcuni casi la folla stringe la strada e sembra di stare in una tappa di montagna del tour de France.
Gli ultimi tre km il dolore al piede è qualcosa di indescrivibile, per resistere pensi al tuo bisnonno che ha fatto Caporetto, le ginocchia urlano e fanno così male che corri solo perché smettano.
Il tuo compagno di sventura continua a gridarti che è fatta, continuate a ripetervi che va tutto bene e che ormai è finita, ma sapete entrambi che è una cazzata.
Continui a correre e lo fai soprattutto per tutti quelli che non possono farlo o che rimpiangono di non averlo fatto abbastanza, come il signore inglese in carrozzella accompagnato dal suo cane che salutava col sorriso i vostri pomeriggi di allenamento in riva al mare o come l’autore del libro che guarda caso stai leggendo in questi giorni che ha visto la sua vita sparire nella locked-in syndrome.
Prendi la tua ultima bottiglietta d’acqua, rovesciandotela più addosso che in bocca, entrate nel giardino del retiro, continuano a passare i km e c’è sempre più gente. Una serie di archi gonfiabili adorna l’ultimo km e 195 metri, non sei più in grado di vedere quanto manca e ogni arco speri sia quello giusto, ti urlano che mancano solo 100 metri ma continui a correre e dopo che ne hai corsi almeno 400 ti accorgi che o non era vero o sono i cento metri più lunghi della tua vita.
Adesso però vedi un arco di un colore diverso, capisci che è l’arrivo stringi i pugni e cominci a esultare, la folla ti urla campeon, il tuo tempo non è da campeon ma ti ci senti.
Durante la gara immaginando l’arrivo pensavi alle lacrime, a 10 metri dalla linea scoppi a ridere ti guardi intorno e non riesci a fissare nulla, a malapena riesci a sollevare un po’ le braccia, il dolore è scomparso, per una frazione di secondo tutto scompare, intorno a te e dentro di te non c’è più nulla, in una sensazione di gioia indescrivibile ci sei soltanto tu è la tua vittoria.
La vittoria è bella ma pericolosa perché ti fa perdere di vista la solitudine, la concentrazione e la fatica fisica intensa che sono alla base della vittoria stessa G.B.
P.S. Io proverò a smettere di fumare, lui non credo che tornerà a mangiare carne. Sicuramente entrambi ancora immersi in un mare di acido lattico già pensiamo alla prossima.
VIII Puntata:O que não mata, engorda.
Arrivo a Salvador de Bahia dopo un viaggio di una dozzina d’ore reltivamente tranquille, ma nel mezzo di un periodo della mia vita che potrei definire come uno dei peggiori mai sperimentati.
Non mi sto lamentando, ma vi vorrei solo dare il quadro della situazione, il punto di osservazione corretto, per poi riuscire a comprendere tutto quello che viene dopo.
La donna con cui volevo vivere il resto della mia vita mi ha mollato, scoprendo che lei il resto della sua vita lo voleva vivere con qualcun’altro; a lavoro mi sento come uno di quei cartoncini di succo di frutta a cui infili una cannuccia in un buco e ne ciucci fuori il contenuto, senza riuscire bene a distinguere dov’è che mi stiano infilando la cannuccia; non riesco ad andare ad arrampicare neanche quelle poche volte che passo per l’Italia e la palestra è un lusso che riesco a permettermi si e no il fine settimana; per aggiungere insulto al danno, nonostante un aspetto ingannevole, sto invecchiando anche io ed i miei tempi di recupero dopo una nottata di eccessi alcolici si stanno allungando drasticamente, mettendomi di fronte a mattinate troppo lunghe rispetto al vantaggio che ottengo da notti sempre più corte.
E l’ultima rappresentante del sesso femminile che mi ha dato il suo numero di telefono in un locale aveva la metà della mia età, cosa che per qualcuno potrebbe anche rappresentare un successo, ma a me ha provocato una reazione di sconforto profondo, che si è riassorbita solo dopo ore che l’ho vista andare via sculettando in quella gonna davvero troppo corta.
E vi assicuro che è stato duro cancellare il numero dal mio telefono.
L’aeroporto di Salvador è pulito, caldissimo e vuoto.
Arrivo pochi giorni prima del Carnevale e mi aspettavo di dover sgomitare fra ragazzini urlanti e turisti milanesi precotti in solarium, pacchi di generi d’importazione e una festosa comitiva di praticanti della Capoeira pronti ad improvvisare un inatteso spettacolo davanti ai nastri dei bagagli.
Le percussioni per di più avrebbero urtato non poco il mio sistema nervoso, privo di caffeina alle 8 del mattino.
Invece non trovo che poche persone ad accogliere qualche locale al rientro a casa per le vacanze.
E nessun altro.
Nel vero senso della parola, tanto che non c’era nemmeno colui che mi sarebbe dovuto venire a prendere, ovvero il mio capo, presso cui sarei dovuto essere ospite per tutta la vacanza.
Mando un sms di avvertimento al cellulare della moglie, nella speranza che non lo abbia spento e mi siedo ad attendere.
Dopo circa un paio d’ore di attesa su una panchina, sono ormai pronto ad affrontare il famigerato ritmo di vita bahiano, consistente in una mescola di lassismo latinoamericano ed indolenza africana che si sconvolge totalmente solo durante il Carnevale, per poi ritornare ai ritmi di una tartaruga zoppa che cammina su un tappeto di colla.
Finalmente il mio capo arriva e mi confessa spudoratamente che si era scordato e che: “meno male che ti sei ricordato il numero di mia moglie”.
Da lì capisco che sarà una vacanza dalle tinte forti: sono emozionalmente fragile, pericolosamente incline agli eccessi, particolarmente stressato ed il mio anfitrione, al secondo giorno di vacanza, è già ad un livello post-sbornia tale che non si ricorda di avermi dato lui stesso il numero della moglie il giorno prima, avvertendomi di chiamare in caso di emergenza.
Sorvolo e ci dirigiamo in macchina verso la casa al mare dove passeremo i prossimi tre giorni.
Prima però ci fermiamo al supermercato a fare spesa e carichiamo il carrello come se dovessimo sfamare un esercito.
Capirò solo dopo il motivo.
Alle due bottiglie di Gin e Vodka da me acquistate al duty free, aggiungiamo del vino, birra, succhi di frutta vari, Cachaça, Campari e Martini Rosso (chi indovina per primo il cocktail principe della vacanza si merita la menzione d’onore degli Alcolisti Anonimi).
La cassa è qualcosa di estenuante, per due motivi.
Primo, la cassiera è di una lentezza esasperante e calcolo in 28 minuti il tempo necessario per fare il conto, tanto che mi offro di mettere io stesso le vettovaglie dentro i sacchetti, altrimenti non si finisce e poi non ce la faccio più a resistere con addosso una camicia di flanella ed i jeans lunghi, in un luogo dove l’essere umano più coperto indossa una canottiera e dei pinocchietti sotto il ginocchio.
Secondo, la cassiera è di una bellezza esasperante e calcolo in 28 minuti il tempo in cui me ne sto lì, con la faccia da beota a guardarla fare le manovre più stupide cercando di non pensare alle varie distorsioni erotiche del tutto, tanto che mi offro di mettere io stesso le vettovaglie dentro i sacchetti, altrimenti mi tocca chiederle il numero subito e non voglio sembrare il classico italiano in vacanza nella Bahia.
Il Brasile è questo, non è mai un solo scenario, non vedi mai soltanto un lato, non esiste mai una sola spiegazione, tutto è coperto da un doppio strato di bugie e la verità è dura e dolce, protetta bene, come la polpa del cocco.
Arriviamo a casa e scopro con terrore qualcosa che mi porta quasi a chiedere di essere riportato all’aeroporto: sotto lo stesso tetto, con noi, ci saranno tre bambini, tutti al di sotto dei dieci anni, tutti, al di sopra di quella troppo breve fase della vita in cui si limitano a mangiare, dormire, cagare e, soprattutto, non parlano.
La quantità abnorme di cibo era dovuta anche a questo.
Li guardo con sospetto e cerco immediatamente di fargli capire che devono tenersi lontani, non devono parlarmi e non devono pensare nemmeno lontanamente che possa volere giocare con loro.
Mi guardano senza sospetto e mi fanno immediatamente capire che non si terranno lontani, mi parleranno e stanno solo aspettando che mi metta il costume per andare insieme a giocare in spiaggia.
Afferro la prima birra e cerco di dimenticare tutto, mi stendo sull’amaca in veranda e mi addormento pesantemente con un sottofondo di grida acute, musica tambureggiante ed un vociare fra cucina e salotto che sembra quello caldo e profumato di quando le donne di famiglia, da bambino, preparavano la salsa di pomodoro nel giardino della casa di mia nonna, in campagna.
Il Brasile è una sveglia dolce fra onde che s’infrangono sulla barriera corallina di fronte casa, mentre le foglie delle palme da cocco sibilano la canzone di una natura ancora sporca e gonfia di vita.
E osservi il mare dal prato davanti alla spiaggia, pronto a tuffarti nel liquido che ti avvolgerà per il resto del giorno, quell’alcol che ti aspetta dolce e affascinante, accompagnato dalla musica che pervade tutto, dalla sabbia al pranzo, dal volo degli uccelli al colore del tramonto.
I piedi sfiorano il prato curato e le mani accarezzano la frutta dolce e densa di liquidi, che lasci colare ai lati della bocca per farti decorare la gola con arabeschi sensuali.
Lo zucchero secco sulla pelle sparirà via al primo tuffo.
Ti stendi ancora un po’ al sole e lasci che il corpo assorba l’abbraccio dell’aria calda, soffocante, con la sua pressione costante.
E vivi una vita schifosamente piena di tutto quello che si può volere, accarezzando la felicità e vedendola sparire dentro un bicchiere, come un gorgo in cui sprofondano tutti i tuoi sogni.
Oppure, in Brasile, ti svegli una mattina e sei un miserabile dei tanti, con la fortuna di servire qualcuno che mangerà frutta sul prato davanti alla spiaggia, dopo aver dormito fra lenzuola di cui non conosci neanche l’uso, perché a te serve solo un materasso, qualcosa di meglio della tavola su cui hai passato i primi anni della tua vita e che ti ha dato quella schiena irregolare e primitiva, appena un po’ diversa da quella di una scimmia.
E pensi che sei fortunato, che non devi sparare a nessuno, che hai un tetto, un lavoro e a fine anno hai lavorato davvero solo pochi giorni.
Non sei tuo padre, morto falciato da una macchina agricola, non sei tuo nonno, sfinito dalla febbre quando aveva pochi anni più di quanti ne hai ora tu.
T’incontri sulla soglia del giardino che da’ sulla spiaggia, nero e bianco, povero e ricco, locale e straniero, stanco e assonnato, annoiato e sconfitto.
Ti scambi un sorriso comunque, perchè qui si fa così, perchè ti viene naturale, qualsiasi cosa ti sia successa, qualsiasi cosa non vada come dovrebbe.
Decido di riprendere in mano la situazione e non vedo modo migliore che quello di tuffarmi in acqua e nuotare finche ho fiato, fin quando non sono in mezzo alle onde e non sento più il rumore di nulla, solo il rimbombo del mio respiro e l’acqua che smette di essere calda e comincia a scorrere sotto di me in correnti oceaniche e rapide.
Mi volto e sono distante da tutti, forse troppo, ora che non ho più l’allenamento di una volta.
Rifletto sulla questione e capisco che è meglio tornare indietro, prima che mi debbano venire a ripescare in Sudafrica.
Il ritorno è più lento e mentre ormai mancano poche bracciate al momento in cui potrò camminare, vedo qualcosa che mi terrorizza.
I tre bambini mi aspettano sulla riva gridanti ed in preda ad un’eccitazione spasmodica, mentre il mio capo rassicura le mamme preoccupate: “Non vi preoccupate, Carlo faceva il bagnino, li teniamo sotto controllo noi!”.
Sono letteralmente tentato dall’unica opzione disponibile, ovvero fare un’inversione di rotta ed andare a cercare nel Pacifico un branco di squali che mi divori.
Il primo bambino mi si lancia contro spalancando le braccia e fidandosi completamente del fatto che lo afferrerò e non lo lascerò affogare.
Lo schivo abilmente e lui piomba in acqua come un sasso, sfortunatamente in un punto in cui tocca, per cui riesce a tornare in piedi e, ridendo come un pagliaccio malefico, ritorna alla carica mirando alla gamba.
A quel punto partono le altre due.
Il branco ha circondato la preda: mentre tento di proteggermi i genitali dall’incursione del maschio, le femmine colpiscono di lato, una aggrappandosi al braccio con tutto il peso del corpo, l’altra, più grande, mirando al collo, con una presa degna di un lottatore professionista che affossa sempre più la mia gamba sinistra nel fondo sabbioso.
Tento uno sforzo disperato, inutile come quello di uno gnu fra le fauci dei leoni, ma sono in ginocchio, sovrastato dalla superiorità numerica e dalla strategia di caccia.
Mi abbandono placidamente alla sconfitta e finisco sotto il livello dell’acqua.
Riemergo sputando salmastro, tossendo e cercando d’individuare la la prima vittima della mia vendetta.
Me li ritrovo tutti intorno che ridono e gridano, mi prendono in giro e mi schizzano con le poche gocce che riescono a sollevare con le loro manine.
In quell’esatto istante mi rendo conto che qualsiasi cosa faccia non se ne andranno, che anche se li dovessi bastonare tornerebbero comunque, in cerca di quel gioco sereno che vogliono disperatamente.
Esplodo a ridere anche io e inizio a lasciare che tutto scivoli sul fondo, che il mare diluisca il dolore, la solitudine, che le onde sciacquino via le nauseanti tele tessute dai laboriosi ragni della mia mente.
In quell’esatto istante comincio a voler giocare con loro, che mi daranno tutta l’allegria che mi serviva e che rimarranno uno dei punti più dolci della vacanza.
Un paio di giorni dopo ci trasferiamo a Salvador, pronti per il carnevale.
La città è simile a tante trascurate e caotiche città sudamericane, ma qui c’è il mare a fare da cornice, una musica diversa come colonna sonora ed una topografia che arrocca gran parte della città a ridosso di una montagna, a picco su una baia spettacolare.
Sorrento con altri 5 milioni di abitanti, tutti in trepida attesa di quel carnevale che sta per far esplodere il pesante tappo della normalità, come un Vesuvio di colori, suoni e reazioni chimiche.
E poi c’è il Pelourinho, ovvero il centro storico, anche questo non particolarmente diverso dagli indolenti e malinconici centri coloniali delle altre città del continente, da Antigua in Guatemala a Puebla in Messico, ai borghi colombiani o al delizioso centro di San Josè, a Puerto Rico.
Se non fosse che mentre tutti questi consistono in una manciata d’isolati preservati più o meno bene, il Pelourinho è un enorme dedalo di strade, vicoli, salite e panorami che si susseguono per chilometri, senza una precisa geometria, a volte abbandonato ad un decadimento che strugge, a volte perfettamente mantenuto, anche grazie ai fondi ricevuti dall’UNESCO, che l’ha dichiarato patrimonio culturale dell’umanità.
In tutto questo m’ingozzo di churrasco e birra, vago pigramente fra case di parenti del mio capo e feijoade notturne dal tasso alcolico sempre più forte, tanto per non arrivare impreparato al primo giorno di carnevale.
Poi comincia tutto.
Non pensavo di poter vedere qualcosa di simile, davvero.
Non so bene se riesco a rendere l’idea ma solo per farvi capire le dimensioni della cosa, per prendere le maglie che ci consentiranno di partecipare attivamente alla festa seguendo i Trios Electricos, dobbiamo andare in un centro di distribuzione grande quanto la Fiera di Roma, in cui l’unica attività è appunto la consegna delle suddette maglie.
Circa 2 milioni di persone si radunano in questo posto, ed io mi ritrovo con 3 ragazzini da controllare mentre il mio capo sparisce in una coda di cui non si vede la fine.
Ovviamente m’impongo con la voce per non farli spostare di un centimetro, ma la mossa autoritaria dura troppo poco, per cui devio verso la corruzione di basso livello: tre gelati e li metto a sedere per terra mentre io mi scolo una birra in santa pace.
La scena è talmente comica, per l’inadeguatezza del sottoscritto a gestire le piccole belve, che raccolgo la solidarietà di una balenottera nera che lavora per il quotidiano della città.
Alla fine il mio capo torna e ci trova a posare per una foto che verrà pubblicata la settimana dopo nella pagina dedicata al carnevale.
Mai avrei pensato di essere immortalato da un quotidiano brasiliano mentre tre ragazzini mi si abbarbicano addosso con le mani appiccicose di zucchero secco!
Il primo giorno di carnevale mi sento addosso la stessa eccitazione di quando mio padre mi ha portato per la prima volta allo stadio, a vedere Lazio – Palermo, nella speranza che potessi diventare tifoso biancoceleste.
Allora c’era ancora il vecchio stadio Olimpico di Roma, quello delle Olimpiadi del ’60, senza la copertura e con Monte Mario dietro che si vedeva tutto.
Entrando ricordo il buio del tunnel, il brusio della folla, la luce in fondo e la voglia di correre avanti a scoprire cosa ci fosse; poi la striscia verde che diventa un prato infinito, il boato delle migliaia di voci in coro, dei tamburi, le bandiere e la caotica precisione di tutto, il senso di smarrimento e la magia di sapere che tutte le volte che ci tornerai sarà così, magari ogni volta un po’ meno, ma per sempre rivivrai quell’istante e ti ricorderai di ringraziare chi te la fatto scoprire.
Immaginatevi ora un lungomare di circa sei chilometri, con i palazzi da un lato ed il mare al tramonto dall’altro.
Immaginate dei TIR di una ventina di metri (i Trios Eletricos di cui sopra), sulla cui cima cui hanno installato un vero e proprio palco da concerto, con amplificatori, strumenti e anche un piccolo parterre per gli ospiti d’onore.
Moltiplicate il numero dei Trios per trenta e mettete intorno a ciascuno qualche migliaio di persone tutte vestite con la stessa maglietta (quella acquistata qualche giorno prima).
Poi aggiungete un cordone di 600 persone che circondano il camion e racchiudono il gruppo appartenente a ciascun Trio, dividendolo dalle altre decine di migliaia di individui che si accalcano ai lati del percorso.
Lasciate esplodere nella vostra mente la musica più alta che ricordate e visualizzate i camion che cominciano a camminare lentamente, con i cantanti che incitano la folla e il tutto che comincia a saltellare come un prato di popcorn su una padella rovente.
Non siete ancora vicini ad un decimo di quello che è il Carnevale della Bahia.
É un ritmo scatenato che ti s’insinua nei muscoli, è un percorso che dura all’incirca sei ore, è una follia collettiva in cui tutto smette di avere senso e le emozioni più basilari, più primordiali, emergono e si mescolano al contorno caotico e delirante.
Il carnevale è un miscuglio di sudore, saliva, fango, piscia, alcool e lacrime.
I corpi si schiacciano l’uno contro l’altro, dopo pochi minuti scivoli sulla pelle di chi ti circonda, sudato e incosciente, mentre un esercito di venditori ambulanti rifornisce di birra e acqua chi segue i Trios, svicolando fra i controlli del cordone di sicurezza, che regola istintivamente il flusso di accessi e periodicamente rimanda fuori gli intrusi.
In pochi minuti i tuoi vestiti sono intrisi di umori che non sono soltanto tuoi e ti rendi conto che nessuno fa caso a chi gli sta accanto, si è tutti una sola materia pulsante, danzante, grondante.
Mentre cerco di orientarmi e dare un senso a ciò che sto vivendo, vengo spinto e sbatacchiato come uno spaventapasseri in una tormenta, ma dopo un po’ mi risveglio e mi accorgo che il mio capo non scherzava: una delle attività preferite dei giovani bahiani durante il carnevale è baciare!
Centinaia di coppie spontanee si formano continuamente, casualmente, senza regola, con il solo rispetto del tacito accordo che lascia alla donna l’ultima parola.
Ci si bacia intensamente, senza pudore, con una passione disinteressata nei confronti dell’altro individuo, con il solo scopo di godere della sensualità del gesto, dell’istintività della scelta, della mancanza assoluta di malizia.
Ovviamente l’alcool gioca la sua parte e ci si trova di fronte a scene improbabili, in cui almeno uno dei due si pentirebbe amaramente di fronte ad un filmato delle malefatte mostrato il giorno dopo, ad un livello di sobrietà maggiore.
È tutto solo gioco e seduzione, istinto e casualità.
Alla fine del percorso sei stravolto fisicamente, frastornato e pregno di adrenalina.
Continui a ballare mentre il cordone si scioglie e il tuo Trio si disperde alla fine di quel percorso che ti ha portato dal tramonto fin nel cuore della notte.
È allora che ti rendi conto delle decine di bambini coperti di stracci che s’intrufolano scalzi e sudici fra le gambe della folla diradata, in caccia di lattine di birra da infilare nei sacchi di plastica che quasi li coprono completamente, come scarafaggi che spingono enormi palle di letame.
Noti le tue scarpe e le vedi ricoperte di un liquame fangoso che contiene probabilmente un intero compendio di malattie infettive, micosi e agenti patogeni dannosissimi.
Poi ti soffermi schifato a vederli raccogliere avidamente una lattina vuota, giusto a valle di un rivolo formatosi dalla confluenza delle deiezioni dei partecipanti maschili del carnevale, su un muro tre metri più avanti.
Lo scrollano un po’ con le mani nude e lo infilano dentro il sacco, senza smettere di sgusciare in cerca di un altro obbiettivo.
Forse guadagneranno da un’intera nottata di questo lavoro infame quello che io ho speso in birra nei primi 30 minuti di percorso.
Il carnevale prosegue senza soste nei giorni a successivi, dal mezzogiorno all’alba, mentre io mi tuffo altre due volte nella follia collettiva dei carri, tanto per non perdere l’abitudine.
Finisco la vacanza con un paio di chili in meno per lo sforzo fisico sostenuto, quattro verruche sotto i piedi causate dalla ributtante fanghiglia di cui sopra e senza il paio di scarpe usate nei giorni precedenti.
Le lascio in eredità a qualcuno, in qualche favela, dove saranno sfoggiate con orgoglio da un ragazzino che riesce ancora a ritenerle degne di attenzione, magari dopo aver raccolto lattine per tutta una notte.
Il mattino della partenza sgattaiolo fuori casa all’alba con uno zaino stracolmo e troppo appariscente per permettermi di restare a lungo in strada, se non voglio essere assalito e rapinato.
Ho fatto spedire il resto dei bagagli in aeroporto due giorni prima, ma quello zaino dovevo tenerlo con me, con un paio di cambi di vestiti, i documenti ed i biglietti.
Riesco a trovare un taxi con due ragazzi che mi consentono di dividerlo con loro, probabilmente impietositi dall’idea del “gringo” abbandonato a se stesso e senza molte possibilità di uscire fuori da quella situazione.
M’imbarco nel silenzio di un mattino appena sorto, quando la folla ancora formicola nelle strade del centro, dirigendosi verso casa per dormire le poche ore che rimangono prima che tutto ricominci.
Non so se proverò la famosa saudade, ma certamente ho fatto bene a passare da quelle parti, non fosse altro perchè sono ancora in uno dei periodi peggiori della mia vita, ma almeno per qualche giorno sono riuscito a sorridere.
VII Puntata: Appunti prima di partire
La cinta è arrotolata nell'ultimo angolo disponibile della valigia.
Quella valigia da attore di una vita che si sparge al vento in mille stracci ogni volta che qualcuno la svuota in corsa.
Il rituale della preparazione delle giacche, eseguito ormai senza più dubbi, scorrendo delicatamente le mani sui tessuti e lasciando che si adagino su se stessi senza creare frizioni, tensioni.
In sottofondo la voce di quella cantante che le assomiglia, una voce graffiata dall'amarezza di una bottiglia da svuotare.
O forse è proprio lei che ascolto nella mia mente offuscata dai gesti metodici che mi accompagnano verso il viaggio.
È lei che cammina a piedi scalzi fra il bagno ed i vestiti appesi e canta lasciandosi dietro un profumo di suoni che rimbombano solo ora come avvisi ineluttabili di una vita infelice.
I maglioni di lana ed i pantaloni corti si affiancano diligentemente e senza senso in un parallelepipedo che racchiude tutto quello che mi servirà per i prossimi venti giorni.
Rimane fuori il coraggio di lasciare casa, perché stavolta, per la prima volta, sento che casa mia è qui e che dovrò tornare dentro questa stanza senza quadri, con uno specchio lungo appeso troppo in fretta, fra due fotografie di un tango sospeso nel tempo, fra quell'istante in cui l'hai viste in una strada di Baires, le hai volute tue, e l'attimo in cui le hai ammirate appese, soddisfatto, pensando che le sarebbero piaciute.
Mi sento asciutto come cenere tiepida in un camino e vorrei dormire senza sogni, lasciandomi avvolgere dalla totale stanchezza di una giornata di corse infantili.
Il rasoio sul fondo, poi le medicine, le stecchette per i colletti delle camicie.
C’è tutto.
Manco solo io.
Sono da qualche parte a cercare a tentoni un motivo per non scrivere.
E invece scrivo prima di partire, perché solo così riesco a trovare conforto.
Anche stavolta non so cosa mi aspetta e come tutte le volte l'idea mi diverte e vorrei che qualcuno la capisse, che non mi sentissi solo di fronte a questa valigia tanto perfettamente insensata.
Qualsiasi cosa accada, dovrò tornare qui.
E può accadere di tutto mentre corri incontro al passato.
Normalmente si fa il contrario, è il senso della vita, lasciare che tutto scorra, facendo in modo che le memorie si accumulino come gocce di cera alla base di una candela, creando grumi indistinti, confusi.
Ma certe memorie non svaniscono, almeno fin quando qualcuno non soffia forte e la luce sparisce, lasciando che i grumi si raffreddino nel buio.
Fuori c’è un'altra notte che passerà veloce e non inizierà mai, divorata dall'oceano che le scorre sotto.
Fuori c’è un altro viaggio che mi aspetta e non mi lascerà il tempo di pensare.
Poi arriverà il giorno.
E quel senso di paura sarà solo un alone d'umidità che evapora lentamente sul vetro della finestra.
VI Puntata: Sei mesi in sei viaggi.
Un’estate velocissima quella passata.
Quasi non mi sono accorto del fatto che in pochi giorni sono saltato dalle maniche corte al cappotto e per strada le ragazze continuano ad avere le minigonne, ma invece delle zanzare, devono scansare i cadaveri congelati di qualche senzatetto che non ha resistito alle temperature polari.
Così non ho avuto il tempo d’imprecare per il caldo soffocante di Washington, a parte un paio di volte in cui mi sono ritrovato la camicia striata sulle spalle dal sudore, dopo appena una ventina di minuti di camminata per arrivare a lavoro.
In realtà non ho avuto nemmeno il tempo per osservare la primavera sorgere sui prati da pascolo di questa città che, nonostante tutto, gli americani considerano una meta turistica obbligatoria, tornando nelle loro case nelle praterie infinitamente felici per aver visto un obelisco bianco, una casa coloniale bianca circondata dalle amatissime truppe in assetto anti-sommossa e qualche memoriale ai vari caduti in guerra in uno stile neoclassico in marmo bianco che alla lunga nauseerebbe anche un proprietario di bordelli russo.
Ovviamente Washington è una meta turistica anche per gli europei, ma solo fin quando non la visitano, dato che dopo 48 ore di permanenza chiamano il tour operator, lo minacciano di rigargli la macchina e di farlo internare in un centro d’igiene mentale e si fanno trasferire gratuitamente a New York per riprendersi un po’ dallo shock.
In questi pochi mesi sono saltato dall’Europa all’Asia, passando per il Sud America e facendo una capatina in Africa.
Ovviamente ho avuto il tempo per godermi un minimo di vacanze, volando in Florida, dove io ed Anita siamo stati ospitati da una squisita famiglia di amici che ci ha coccolato per dieci giorni, sommergendoci di attenzioni, cibo, comodità e portandoci a spasso nei diversi posti che volevamo visitare.
Dalla base di partenza di Pensacola, dove in realtà non c’è molto da fare, se non mangiare granchi al burro, godersi il mare e riflettere sul perché l’uomo decida di stabilirsi in un posto devastato ogni anno da almeno un paio di uragani, ci siamo spostati in una delle città più inaspettatamente incredibili che possiate trovare negli Stati Uniti: New Orleans.
Pronunciata “Niu Orlins” da coloro che vivono a nord del confine con la Georgia e “Nu Orla” dai locali, è davvero un posto a cui andrebbe dedicata una tappa di qualsiasi tour negli States.
Arrivando in autostrada vi fate un’idea di cosa vuol dire essere sommersi dall’acqua: ci sono interi quartieri abbandonati, completamente marci, dove la vegetazione ha cominciato ad infiltrarsi nelle strade dissestate, coprendo le rovine degli edifici corrosi da metri di fango e detriti.
La zona più interessante è il quartiere francese, dove originariamente si stabilirono le truppe di sua maestà il Duca d’Orleans (da cui il nome della città) nei primi anni del ‘700.
Anche qui non si capisce bene il motivo della scelta, dato che la zona era un’enorme palude malsana, sferzata dagli uragani per un terzo dell’anno, devastata da un caldo tropicale e popolata da animali pericolosi per il resto del tempo.
Non che il tutto sia cambiato molto ai nostri giorni, ma per lo meno oggi abbiamo le medicine.
Ma si sa che i francesi hanno gusti particolari, altrimenti non saremmo mai riusciti a fargli credere che la Bellucci sia davvero un’attrice e che la Bruni possa davvero essere in grado di elaborare pensieri propri, figuriamoci di fare la cantautrice o la first lady.
Ma torniamo al quartiere francese: se vi capita di andarci vi consiglio di perdervi nelle sue strade, cercando i punti storici che lo caratterizzano, come la House of the Rising Sun, da cui è tratta una famosissima canzone popolare americana, poi riadattata da gente tipo gli Animals, Joan Baez e Bob Dylan negli anni ’60.
Oppure la Casa Posseduta di Madame Delphine LaLaurie, sposa del Dottor Louis LaLaurie, insieme a cui la burlona francese (sarà un caso?) si era divertita ad allestire una vera e propria camera delle torture in un’ala separata della casa.
I due, organizzatori di meravigliose feste a cui partecipava l’elite della società di New Orleans d’inizio ‘800, avevano lo stravagante passatempo di effettuare vere e proprie vivisezioni sui propri schiavi, creando abomini e sperimentando orrori che appuntarono metodicamente e che diedero ispirazione ad un altro genio della medicina occidentale, il Dottor Josef “Angelo della Morte” Mengele.
Fortunatamente uno dei cuochi un giorno decise di dare fuoco alla casa e le camere degli orrori furono scoperte dai pompieri durante le operazioni di spegnimento.
I coniugi LaLaurie riuscirono a scampare il linciaggio della folla inferocita ed oggi, dopo una serie di proprietari che hanno raccontato le più stravaganti esperienze metafisiche, il palazzo è di proprietà di Nicholas Cage.
New Orleans ha dato i natali anche ad altri personaggi controversi della storia americana, fra cui lo scrittore Truman Capote (se non avete letto il suo “A sangue freddo” fatelo al più presto prima che le fiamme della dannazione vi scaldino le natiche) e Larry Harvey Oswald, ovvero colui che uccise John Fitzgerald Kennedy (o almeno colui che finora è stato riconosciuto come l’unico ideatore ed esecutore dell’omicidio più controverso della storia americana).
I due frequentarono la stessa scuola, ma non credo che siano entrambi menzionati con la stessa enfasi nell’annuario dell’istituto.
Se avete davvero molta fortuna potreste anche incrociare Brad Pitt e Angelina Jolie con la loro nidiata di figli multietnici, dato che anche loro posseggono un appartamento in zona.
Altra tappa obbligatoria è il Cafè du Monde, dove un cantante di strada, una volta scoperta la provenienza di Anita, l’ha soprannominata “Polpettina piccante” (qui le polpette sono un piatto tipicamente italiano), provocando gli applausi di tutti gli astanti.
Ovviamente il soprannome è a tutt’oggi utilizzato, in onore di quel lampo di genio.
Dovete assolutamente andare al Cafè du Monde per mangiare delle frittelle cosparse di zucchero a velo che vi provocheranno un incontrollato eccesso di salivazione ogni volta che ci ripenserete.
Accompagnatele con qualsiasi altra cosa che non sia il loro famosissimo cafè au lait, che per noi italiani è solo un caffellatte bollente troppo zuccherato.
Il Jazz ovviamente è ovunque, in ogni angolo, in ogni locale.
Vi basterà andare in uno qualsiasi dei vari tuguri che di notte brillano dall’interno di una luce fioca ed avventurarvi come carbonari nelle porte spalancate dei pub più antichi degli USA, per poter godere del miglior jazz che abbiate mai sentito, se non siete stati prima a New York, ovviamente.
Il resto della città probabilmente offre molto altro, ma io mi posso limitare a consigliarvi di non perdere un’escursione sul tram storico che attraversa il Garden District, dove potrete ammirare alcune delle case più meravigliose dell’intera nazione americana e dove idealmente stabilirei il mio indirizzo, qualora il destino mi costringesse a vivere a New Orleans.
Non tanto per lo spettacolare contorno architettonico e per l’atmosfera moderatamente europea che vi si respira, quanto per il fatto che l’intero quartiere sorge in cima ad una timida collina, unico punto al di sopra del livello del mare ed al riparo dalle inondazioni che periodicamente affogano il resto della città.
Il resto della vacanza è sguisciato rapidamente via troppo in fretta, regalandomi solo l’opportunità d’immergermi di fronte alle coste di Pensacola sul relitto della Oriskany, una portaerei della seconda guerra mondiale affondata di proposito per creare la più grande barriera corallina artificiale del mondo.
Sfortunatamente non ho potuto osservare da vicino nessuno squalo, ma la sensazione di nuotare a 30 metri di profondità dentro un bestione di 31.000 tonnellate, è davvero impagabile.
I rimanenti mesi, come vi ho detto, appartengono ad un magma confuso d’immagini, sovrastate dalla fretta con cui ho viaggiato da un continente all’altro, perdendo il contatto con il tempo e con le persone.
Vale la pena darvi solo piccoli cenni, dato che quasi tutto è costituito da particolari personali tediosi ed a volte troppo intensi per poter essere descritti a parole.
Sono stato a Vienna per una settimana e, credeteci o no, ho visto la luce del sole soltanto per due giorni.
Il resto del tempo l’ho passato in albergo, costretto fra le mura di una conferenza che mi ha stremato.
Ovviamente la sera mi sono concesso qualche uscita a cena, tanto per gustare la celeberrima Schnitzel viennese, ovvero quella cotoletta panata che la mamma ci metteva davanti quando aveva esaurito le scorte nel frigorifero e che a noi piaceva tanto solo perché potevamo finalmente utilizzare il ketchup per le patatine di contorno.
Della capitale austriaca mi ha sorpreso ben poco, se non la vitalità degli abitanti, decisamente più amichevoli ed inclini alla conversazione dei loro cugini di lingua tedesca.
Con loro è possibile anche dialogare senza rischiare di far esplodere una guerra.
A compensare la delusione c’è stata l’esperienza mistica della Sacher Torte del Cafè Sacher, quello che custodisce la ricetta originale ed i cui cuochi sono separati rigidamente in settori, senza la possibilità di conoscere gli ingredienti e la lavorazione delle parti di competenza dei loro colleghi.
Il responsabile della marmellata non sa cosa fa il cuoco della glassa di cioccolato ed ovviamente nessuno conosce i segreti dell’impasto soave che è racchiuso nel mezzo.
Immagino che al mattino debbano entrare in pasticceria da porte diverse, con nomi codificati, secondo orari asburgicamente scanditi e non possano rivolgersi la parola qualora si ritrovino affiancati nei bagni.
So per certo che, nel caso in cui cambino lavoro, firmano un contratto con penali mostruosamente alte che li costringono a non rivelare il poco che sanno.
Si vocifera che alcuni siano stati costretti ad anni di esilio a Chattanooga, dove hanno servito frittelle e sciroppo d’acero nella catena International House of Pancackes, finchè la nausea non li ha portati a fare i camionisti sulla direttrice Dortmund - Cosenza.
Di Praga vi ho già detto, quindi non vi racconto del mio terzo viaggio da quelle parti, tanto non ho fatto altro che ingozzarmi di maiale e bere ettolitri di birra.
Abu Dhabi, dopo la mia precedente esperienza a Dubai, ha confermato la mia idea che gli Emirati Arabi sono un posto da evitare con cura.
Aldilà della artificiosità del posto, a rafforzare la mia idiosincrasia nei confronti del paese sono stati gli eccessi di fanatismo religioso che ancora persistono in quel recondito scatolone di sabbia che è la penisola Araba.
Io che abolirei la possibilità di trasmettere l’angelus del pastore tedesco sulle reti nazionali, ho provato un senso di fastidio indicibile ad ogni stonato muezzin dell’alba, un imbarazzo profondo per tutte quelle donne coperte di nero come scarafaggi giganti, una fame stizzosa ed una sete nevrotica per l’assurda imposizione di non mangiare e bere durante il Ramadan.
In certi giorni mi sembravo un terrorista in clandestinità, costretto a nascondere il cibo nello zaino, per trafugarlo nella stanza d’albergo e poterlo consumare lontano dagli sguardi severi dei censori del Profeta.
Che diavolo ci vadano a fare le coppie in viaggio di nozze, è ancora un dubbio che tormenta le mie notti.
Proporrei un esame di sanità mentale ed un soggiorno ricreativo in una miniera cinese nello Shanxi per tutti coloro che decidono di andare da quelle parti in luna di miele e tornino soddisfatti per la scelta.
Recentemente invece sono potuto finalmente andare in Sud America, dove il contorno è decisamente migliore.
Santiago del Cile mi ha accolto nello splendore della primavera australe, permettendomi di alternare il lavoro a qualche ora di relax nelle strade di una capitale ordinata ed abbastanza moderna.
L’accento cileno è particolarissimo, forse eccessivo, ma certamente non sgradevole, per cui mi sono prodigato in elevate disquisizioni su uno degli argomenti di conversazione più amati dai sudamericani: il calcio.
Era sufficiente far cenno alle mie moderate simpatie per la Juventus che il nome di Marcelo “El Matador” Salas spuntava immediatamente fuori e da lì cominciava l’excursus attraverso i vari campioni sudamericani che hanno militato nel campionato italiano.
Ad accompagnarmi negli sproloqui, spesso conditi da vapori alcolici, c’erano anche due colleghi, uruguaiano ed argentino, ed alla fine, dall’alto di una bacheca comune zeppa di ben otto coppe del mondo, concludevamo che il gene italiano, presente in maniera maggioritaria in entrambe i due paesi latini, era decisamente essenziale per la vittoria nel calcio.
In una delle serate in questione ho potuto fare la conoscenza di un giornalista sportivo italiano, il quale, incuriosito dai toni entusiastici di una conversazione sulle qualità difensive di Pablo Montero, si è presentato ed ha aggiunto la sua competenza professionale prima che la chiacchierata deragliasse nel delirio.
La conoscenza con il suddetto mi ha consentito di accedere ad un pezzo fondamentale della storia del Cile.
Infatti il caso ha voluto che il giornalista fosse in Cile per intervistare un collega, Manuel Alberto “Gato” Gamboa, un monumento del giornalismo sportivo nazionale, una specie di Sandro Ciotti cileno, in relazione ad un fatto vecchio di 35 anni: la deportazione dei prigionieri politici dentro l’Estadio Nacional di Santiago, subito dopo il golpe di Pinochet.
Il giorno dopo l’incontro, libero da impegni professionali, mi sono fatto invitare dentro lo stadio deserto ed ho potuto assistere alla conversazione fra i due giornalisti, per ascoltare dal vivo il racconto di chi ha vissuto quegli eventi in prima persona.
E non è un modo di dire, dato che “El Gato”, ora un tenace ottuagenario, in quello stadio è stato deportato, insieme a circa 40.000 altri cileni, per essere torturato e picchiato per quasi 2 mesi.
Molti di loro non tornarono mai a casa, chi ha fatto ritorno non ha mai più dimenticato quei 58 giorni.
Le parole del vecchio giornalista mi sono rimaste nelle tempie per ore, tambureggianti come un infarto, asciutte come la bocca di tutti noi, che lo ascoltavamo raccontare particolari terribili con la calma di chi ha smesso di essere legato su quel tavolo da tortura tanti anni fa, ma non ha mai rimosso del tutto nemmeno il più piccolo dettaglio.
Mentre ero lì ha iniziato a suonare nella mia memoria la colonna sonora di “Missing” lo splendido film di Costas Gravas, con un superlativo Jack Lemmon, costantemente immerso nella maschera di dolore di un padre della “middle class” statunitense, catapultato nel mezzo del caos post-golpista alla ricerca del giovane figlio, scomparso e mai ritrovato.
L’ho confessato al giornalista italiano, ci siamo voltati verso il campo di calcio ed abbiamo ascoltato la musica in silenzio per qualche secondo, poi ci siamo diretti verso l’uscita con Gamboa, a respirare un’aria meno pesante.
Guardatelo quel film, è davvero toccante.
Subito dopo sono volato per un paio di giorni a Buenos Aires, fra mercatini artigianali e bistecche di ottima carne, coppie di ballerini di tango nei giardini accecati dal sole e locali notturni pieni di una vita contrastata e contraddittoria.
Baires è un enorme animale di circa 14 milioni di persone, cuore pulsante di un paese che ad inizio del passato secolo rappresentava una delle prime 5 potenze economiche mondiali, centro di una nazione che ora annaspa fra rinnovamento economico ed archeologia politica.
D’altra parte il 50% del codice genetico argentino è italiano, mentre il resto è spagnolo: sarebbe stato impossibile evitare che il risultato fosse un popolo vitale e corrotto, geniale e meschino, poetico ed egoista.
Lì mi sono sentito a casa, a metà fra Roma e Madrid, stessa architettura, stessa confusionaria organizzazione, stessa indolente voglia di sorridere.
Avrei voluto andare a vedere una partita nella Bombonera, lo stadio del Boca Juniors di Maradona, ma avevo poco tempo ed ho preferito girovagare per la Recoleta e Palermo, due dei quartieri da visitare e vivere.
Dopo essermi ripromesso di tornare a Baires per vivere tutto quello che non ho potuto in appena due giorni, ho deciso di sedermi in un caffè assolato per godermi i racconti di calcio di Alberto Fontanarrosa, uno scrittore argentino che vi consiglio caldamente.
In tutti questi miei viaggi per la maggior parte del tempo sono solo, in particolare nel tempo libero, dato che i colleghi preferisco frequentarli esclusivamente quando è necessario ed inevitabile.
Per questo spesso mi ritrovo anche a mangiare solo e visto che non sopporto di perdermi le prelibatezze culinarie dei luoghi in cui vado, non mi faccio certo scoraggiare dall’idea di andarmene al ristorante in solitudine, magari con un libro da leggere in attesa delle pietanze.
L’unico scoglio è quello di non lasciarsi impressionare dallo sguardo impietosito dei camerieri che ti accompagnano verso il tavolo, lacerati dalla riflessione che se almeno fossi cieco, avresti il cane a farti compagnia.
Ovviamente ho fatto qualche incontro strano anche da quelle parti, come a confermare che non riesco a fare a meno di trovarmi in situazioni assurde sempre e comunque.
Il migliore è stato quello con una gaia coppia gay, sguaiata e rumorosa come solo certe checche sanno essere.
Sono stati fatti accomodare al tavolo accanto al mio, in un bizzarro locale dentro un appartamento in stile neobarocco, dopo che un gruppo di trentenni in serata libera per il compleanno di una di loro l’aveva lasciato senza che nemmeno una mi avesse degnato di uno sguardo, che so, di compassione.
Ovviamente non sono riuscito a conseguire lo stesso livello di disinteresse nei confronti dei due simpatici chiacchieroni, che hanno immediatamente iniziato a cinguettare per invitarmi al loro tavolo, dato che non potevano sopportare la vista di un povero ragazzo abbandonato a se stesso.
Ho declinato signorilmente l’invito, cercando di acquietarli e di non rendere partecipe della conversazione anche i soli due tavoli all’altro estremo del locale che non erano stati attratti dai gridolini estasiati dei due.
La cosa non è stata facile, per cui ho dovuto accettare un calice di champagne recapitato al tavolo (finora lo avevo visto fare solo nei film… e sinceramente non avrei mai voluto essere il destinatario del gesto galante, per lo meno non da parte di due uomini!) ed ho aggiunto che non avrei potuto far tardi per impellenti impegni professionali il giorno seguente.
Il ritorno in albergo è stato accompagnato da un sorriso sulla mia faccia per il paradossale imbarazzo provato, ma anche per la serena riflessione che se non viaggiassi, non potrei mai godermi l’assurdità di certe situazioni.
L’ultima tappa di queste peregrinazioni è stata Tunisi, dove ho soggiornato mentre l’evento più importante dei prossimi decenni prendeva corpo nel paese in cui ho la residenza.
Già, fra 40 anni, intorno al fuoco con i nipotini, mentre sputacchio un biscotto ammollato dal the, io potrò dire che, nonostante vivessi negli USA, quando il primo afroamericano è stato eletto alla Casa Bianca, io non c’ero!
Sono riuscito a schivare l’evento, trovandomi una conferenza in Tunisia!
Roba da non crederci.
Nel contempo sono riuscito a schivare abilmente anche tutti i venditori della Medina, ormai avvezzo all’arte del diniego, della risposta secca, della finzione circa la propria ristrettezza economica.
Avere a che fare con i mercanti arabi è davvero dura, perché sono subdoli, tenaci, fingono sordità parziale quando dici “no” e riacquistano l’udito al minimo sospiro di cedimento, se dici che non hai spazio nella valigia, ti dicono che spediscono tutto a casa, se dici che non ti serve, rispondono che è il regalo perfetto per tua madre, se dici che non hai contante, ti ritrovi a dargli la carta di credito senza nemmeno sapere cosa hai acquistato.
Uno mi ha accalappiato ad un semaforo sulla strada per la Medina, mi ha accompagnato durante tutto il tragitto, fingendo totale disinteresse per gli aspetti mercantilistici della vita, raccontandomi dettagli culturali, indicandomi le attrazioni migliori e gli scenari da non perdere.
Mi ha scorrazzato in quel dedalo di vicoli in cui ci si può soltanto perdere ed alla fine mi ha presentato il conto cercando di farmi acquistare i tappeti di famiglia.
Sapevo che saremmo giunti al momento della battaglia, ma ero pronto ed ho rifiutato cordialmente adducendo una grave patologia collegata all’uso di coloranti per la lana, lasciandoli smarriti e senza possibilità di replica.
Ma non fate la stessa cosa se capitate nel Maghreb, ormai la scusa è stata ufficialmente inserita nel bollettino dell’Associazione dei Mercanti Arabi ed una replica adeguata è stata fatta circolare a tempo record in tutti i suk del Mediterraneo.
Avrei voluto andare ad Hammamet, a tirare una monetina sulla tomba di Craxi, ma poi ho riflettuto che avrei inquinato con un metallo pesante quella bella terra ed ho deciso di non replicare la splendida serata di tanti anni fa davanti all’Hotel Raphael.
Ora sono qui a Washington, un po’ cinico ed un po’ indaffarato, preso da mille pensieri, mentre la CNN tambureggia costantemente sul prossimo arrivo dell’angelo nero nella residenza che finora ha accolto solo WASP (White Anglo Saxon Protestants), a parte il caso di Kennedy, che però è stato mandato via prima che la locazione scadesse.
Speriamo che questa volta i padroni di casa non vogliano anticipare ulteriormente lo sfratto esecutivo.
II puntata: Lo chef consiglia: carpaccio di orecchini.
Premessa
Tutte le mie giornate hanno una colonna sonora.
Prima del racconto vero e proprio vi invito a leggere il breve resoconto di un fine settimana di libertà di circa sei mesi prima.
Terminato di scrivere, mi sono ricordato di questi appunti e mi è sembrato che si fossero finalmente svegliati dal letargo per andare ad accoppiarsi con la mia giornata di fine ottobre.
Una volta letto il prologo, ma solo una volta letto il prologo! dovreste leggere il racconto ascoltando “With My Own Two Hands” di Ben Harper… se non avete la canzone in questione sotto mano… che Dio vi perdoni, come è possibile?
…ma in definitiva ciccia al culo!
Prologo 26.IV.2008
La canzone del giorno non riesco a trovarla, quella che come canta Mina ti passa per la testa facendo zum zum, quella che non ricordi se hai sentito la mattina in macchina o la sera prima pisciando nel cesso del locale con i pantaloni un po’ sollevati nel disperato tentativo di non farli bagnare nel pantano di quella che speri sia piscia, dove già sono immerse le suole delle tue scarpe.
Quello della creperia è il mio cesso preferito, un pisciatoio a muro con la cassa della filodiffusione ad altezza faccia ad allietare la già di per sé piacevole evacuazione vescicale.
Sei al tavolo e quando credi sia arrivata la musica giusta per cambiare l’acqua, ti alzi e vai, se è di quelle particolarmente belle ti trattieni anche per una controllata all’olio e ai filtri.
Allo scoccare del terzo mese ti trovi un poco spiazzato dall’imprevista pausa di tre giorni alla quale non eri più abituato.
Non pensando a cosa sia meglio fare, pascoli nella tua terrazza, sentendo musica, scrivendo, uscendo per fare un giro e mangiando un’insalata di quelle da 5 minuti e 5 scatolette bandita da Greenpeace.
Non sai se essere contento o sconcertato, il tuo nuovo stato d’animo t’impone di mettere in campo una sorta di catenaccio per difenderti dagli attacchi di qualsiasi problema.
Blocchi ogni contropiede con la tranquillità e lo stile a testa alta di Baresi, disimpegnando il gioco con la classe di Aldair.
Ti sembra assurdo non godere delle cose e lasciare che altre possano farcirle con salse inopportune tipo ketchup sugli spaghetti.
C’è tuttavia una velata ipotesi di sconcerto, non sembra naturale la tua lucida alienazione, esiste un fondo impercettibile di preoccupata impazienza.
Nella tua sicurezza senti sottile, nel profondo, qualcosa che aleggia pericolosamente indeciso…
Allora cambio tutto, un attaccante per un centrale, difesa a tre e provo a pensarla di brutto, ma tra le tante che ho ascoltato proprio non ce ne è una che spicca, piacevoli ma piatte, mi manca la protagonista, eppure questa mattina affogando la vodka dell’alba con il mio Lavazza crema e gusto… mi era tornata in mente quella della sera prima, che ha accompagnato docile il polpo alla gallega, la quesadilla piccante e il brownie.
Quella che mi ha fatto ordinare il secondo amaro alle erbe… quello secco!
Quello dolce te lo bevi tu e tutta la tua famiglia!
E mentre mi sembra di ricordare l’esatta collocazione dei fondi del mio primo caffè quotidiano mi esplode dentro, si presenta al provino in tiro come nessun’altra delle aspiranti protagoniste, fa un numero da urlo e quella faccia languida che al regista non dispiace............ Penny Lane is in my ears and in my eyes...
31.X.2008… Taca la music!
Nello stesso piatto hai parcheggiato la tortilla di patate, il prosciutto, il queso de cabra fuso e le verdure saltate in padella affogate nel peperoncino, il tutto accompagnato da una heineken… un singolo ingrediente o più probabilmente la combinazione degli stessi ti ha svegliato più volte nella notte in preda a incubi infernali.
Quando il tuo cellulare canta “Wouldn’t be so nice”, ci metti un po’ a capire che non sei stato rapito dagli alieni, erutti l’ennesimo vento infuocato, pensi “Cazzo” e battezzi gli artefici della tua canzone-sveglia “Bitch Boys”.
Brancolando nel buio alla ricerca di una felpa che ti faccia da vestaglia per la colazione, avverti una serie di colpi seguiti da una sonora bestemmia… infili la felpa e alzando il mento rapidamente verso l’alto intendi domandare al tuo coinquilino zoppicante cosa è successo… altra bestemmia… si è fatto tutta la scala in legno di culo… ti trovi a immaginare che, se si fosse rotto l’osso del collo, avresti scavalcato cautamente il corpo per non inquinare le prove e saresti andato a preparare il caffè prima di prendere qualsiasi affrettata decisione…
In ospedale ti occupi subito di Mhamed un marocchino con evidenti conflitti anagrafici, che sta pian piano rigettando dall’ombelico la protesi che gli hai messo circa due mesi prima.
Chiedi a Pablo di farti una TC della parete addominale, chiedi gli esami del sangue e spieghi che in base ai risultati di queste prove deciderai se operarlo o trattarlo con terapia medica.
Ti chiamano Pablo, il Primario e la Collega di reparto…
Con Pablo vedi la TC, e convenite sul fatto che a livello ombelicale l’infiammazione ha assunto connotati tali da non farvi capire una minchia… ti senti sollevato e pensi proprio che sia il caso di operarlo e rimuovere la protesi ribelle… ti attivi con l’anestesista crucca per portarlo in sala operatoria.
Il Primario ti chiede se puoi scendere in sala per fare un’endoscopia intraoperatoria al paziente che stanno operando di acalasia…
La collega ti domanda se per caso puoi sostituirla in ambulatorio per un paio d’ore…
Provi a ricordare la tecnica della Trasmigrazione attraverso Satori della Scuola di Nanto, ma un paio di punti proprio ti sfuggono… rammaricandoti per non averla ripassata recentemente sviluppi rapidamente un piano B e pensi che in un posto puoi stare, il secondo dovrà aspettare, il terzo dovrà necessariamente appellarsi alla legge del Menga.
Il capo è sempre il capo e come il tram ha sempre la precedenza, erano nove mesi che non infilavi l’endoscopio in bocca a qualcuno e nonostante la posizione piuttosto scomoda, il colonscopio evidentemente un po’ grandino per fare una gastroscopia e l’infermiera apparentemente lobotomizzata, perdendo progressivamente la sensibilità della mano destra arrivi al punto X, transillumini la zona da tagliare, aspetti che parta la registrazione e ripeti la scena come sul set di un film, dopodiché vai dal tuo amico marocchino che ti aspetta sdraiato sul letto della sala a fianco.
Selezioni “Achtung Baby” dall’Ipod di Irene e corri a lavarti.
L’intervento fila liscio… con el dedo y sin miedo... disancori il dischetto protesico, lo invii a microbiologia per l’esame colturale t’isoli bene l’aponeurosi, rifili un po’ i bordi chiacchierati e la chiudi saldamente a punti staccati.
Comunichi al paziente, in anestesia locoregionale, che tutto va bene e se ha richieste particolari per la musica può farle… Irene ha 180 giga di canzoni.
Mentre scegli l’antibiotico per il tuo paziente, ti dicono di non andartene perché a seguire c’è un’ernia inguinale incarcerata… vedi la lastra e ti domandi come non sia ancora esploso… quando entra ti fermi a contemplare lo Zeppelin addominale e cerchi la scritta Goodyear… ti lavi nuovamente e aperto il sacco erniario noti con gioia che non c’è sofferenza intestinale e non dovrai resecare.
Reintroduci tutto al suo posto e come per magia ti trovi in un ospedale da campo ad operare sotto un bombardamento… la tua manovra ha sortito qualcosina in più dell’effetto sperato… il paziente sordo e addormentato dall’ombelico in giù da il via a un festival di fiati impressionati che il migliore dei petomani appenderebbe i fagioli al chiodo!
Mentre suturi la cute sembra finalmente che abbia terminato le munizioni del suo AK-47, cessato il fuoco corri a pranzare prima che decida di passare all’artiglieria pesante.
L’anatomopatologa che hai di lato ci tiene a ricordarti che il nodulo perianale dell’altro giorno – che tanto somiglia al gamberetto che hai sulla forchetta - l’ha mandato a fare le prove immunoistochimiche.
Controbatti dicendo che lo schwannoma inguinale che hai operato la settimana prima e che tanto ricorda il suo spezzatino, ha un solo precedente documentato in letteratura in un paziente inglese.
A colpi di caffè abbatti la cecagna postprandiale e cominci il giro delle consulenze… tra le varie rotture, un caso interessante di una donna incinta di 35 settimane con dolore addominale, rettorragia, diarrea e un’emoglobina pericolosamente bassa… toccandole la pancia e fidandoti del referto ecografico di Pablo decidi che non c’è urgenza chirurgica in atto, ha bisogno di una trasfusione, impellenza di capire perché faccia la cacca rosso pompeiano e soprattutto pensi che prima le tolgono quell’Alien dalla pancia e meglio si sentirà e più liberi saremo di studiarla e di trattarla… non manca molto, il mostro ha le ore contate, l’inizio del suo martirio è questione di minuti!
Mentre aggiorni la lista dei pazienti ricoverati… dolcetto o scherzetto?... la pediatra ti ricorda che è la notte di Halloween e ti racconta che un bebè di 1 anno ha mandato giù un orecchino… scendi a vedere, durante il viaggio in ascensore ricordi che alla sua età, per manifestare contro la guerra, hai mangiato e cagato un soldatino… erano gli anni settanta ancora avvertivamo forte lo strascico del decennio precedente… altro stile!
Alla lastra l’orecchino è aperto e diviso in due parti, la serratura avanza intrepida verso la fine del tunnel, la perla con la punta stenta… si accettano scommesse! …la perla vincente a questo punto la possiamo tranquillamente quotare a 9.7… entrambe le parti fortunatamente sembrano avere superato le colonne di Ercole del piloro… la punta però guardando il gemello che ti porge la madre non ha connotati del tutto rassicuranti… il bambolotto sembra Stewart Griffin, la tua mano esploratrice copre tutta la sua pancia e quando ti accorgi che sta per scoppiare a piangere ti lanci in uno scimmiottesco verso che rassicura prontamente la bomba a orologeria mangia-orecchini, due tirate di ciuccio e la vita torna bella più di prima.
L’addome è trattabile, non ha dolore non c’è difesa e concordi con la pediatra che è il caso di attuare il wait and see... informate la mamma dell’importanza di setacciare le produzioni corporali del piccolo come una cercatrice d’oro, di tornare tra due giorni per un controllo e di venire immediatamente in caso di febbre o se ha l’impressione che “Er Dinamite” abbia dolore al pancino… se son rose fioriranno!
A seguire, Adria, 4 anni, vomito, febbre a 39.5, un episodio di diarrea il giorno precedente e successivo black-out evacuatorio, dolore addominale e una Proteina C reattiva alle stelle.
Dall’alto della sua tenera età non ha nessuna voglia di collaborare…
“Fammi vedere con il ditino dove hai male al pancino! …hai fatto le scorreggette Adria?”
…il dito non si muove e non ha nessuna voglia di parlare del tempo… anche la sua pancia fortunatamente non chiede di essere operata, ma d’accordo con la pediatra lo ricoverate per tenerlo sotto osservazione.
Ti allontani meditabondo dal Pronto Soccorso con un altro wait and see sul groppone.
Una paziente tedesca non molto soddisfatta del servizio offerto dal nostro albergo stacca il telefono dal muro, lancia la tazza del the e un pannolone pieno di cacca alla signora delle pulizie, si strappa di dosso tutto quello che può strapparsi, rovescia il cestino delle pulizie e riduce la sua stanza peggio di quella dei Sex Pistols… credi sia il caso di sentire se lo psichiatria non è troppo impegnato a intagliare la zucca!
…dice che è indietro con la bocca e gli occhi e ancora non ha trovato una candela, di conseguenza meglio fargli mezza fiala di aloperidolo sottocute, domani la passerà a visitare.
In mezzo a tutto questo una pancreatite acuta, un ittero ostruttivo, un tubo di kehr da togliere, una via venosa centrale da mettere, una paziente in crisi per la sonda naso-gastrica, uno urina poco, un altro non fa la cacca, un paio di pazienti con dolore postoperatorio, una manciata di prescrizioni, un pizzico di analisi da richiedere e una quantità di pazienti ricoverati che sembra la lista della spesa di Vissani.
Quando esausto pensi sia il caso di poggiare meritatamente le tue chiappe sulla poltrona della sala medici ecco che arriva la ciliegina sulla torta… ulcere da decubito in paziente di 94 anni, uno spettacolo che a notte fonda anche il mio stomaco fatica a sopportare.
Quando ti chiedono che cosa fare con quel che resta dei piedi martoriati della signora… ti fermi a fissare l’alluce necrotico, vorresti spazzarlo via con una schicchera e mentre pensi… io gliele taglierebbe quelle gambe! …suggerisci ricovero, terapia antibiotica e medicazione quotidiana con furacin… e rifletti che probabilmente non uscirà mai dall’ospedale e sarà il tuo ammazza caffè per le prossime chissà quante settimane…
Le infermiere hanno ancora un paio di problemini in reparto… giri la ruota e rispondi alle loro domande… ritiri il premio e vai ad aggiornare per l’ennesima volta la lista dei ricoverati, rivedi TC, analisi e cartelle cliniche al computer, prepari le probabili dimissioni del giorno dopo e ti lanci sul letto.
Sei talmente stanco che il russare assordante del ginecologo nella stanza affianco ti sembra poco più fastidioso del verso di una cicala….
Dopotutto non sono affatto scortesi questi alieni… tre ore dopo ti svegli prima della sveglia. Ensaimada con un caffelatte che non riesci ancora a capire come possa fare così cagare, nel senso letterale del termine!
Rivedi i tuoi pazienti, commenti tutto ai colleghi del cambio e voli fuori… la vista del sole è come un respiro profondo dopo una vasca in apnea… ti siedi in macchina e inserita l’autoradio trovi con piacere Ben Harper che ti racconta una delle tue fiabe preferite…
Prendi la bici e vi avventurate in una stradina di campagna… finita una brutta salita ti lanci pedalando come un matto con il rapporto più duro lungo un’interminabile discesa e con il vento che ti spazza i capelli ringrazi di cuore tutti coloro che ti hanno tenuto sveglio e impegnato durante le ultime 24 ore.
Tutti coloro che quotidianamente lo fanno e ti aiutano a non addormentarti e a cercare di continuare a capire la vita.
Ogni giorno ti sparano addosso una raffica di problemi, si siedono di fronte a te e li lasci parlare fin quando come sempre non sputano quello che realmente gli fa male o semplicemente quello che vogliono condividere con qualcun altro che li stia ad ascoltare… la moglie morta da poco, la nascita del nipotino, il figlio malato e così via.
Senza di loro, senza i loro problemi, senza i tuoi successi e insuccessi e in definitiva senza questo lavoro che come una droga è magico e allo stesso tempo logorante, non potresti vedere la vita come la vedi e soprattutto non potresti correre con la bici in discesa e sentirti veloce e libero come il ragazzino di vent’anni prima e pensare ogni minuto del tuo tempo libero che qualunque cosa sia, stai facendo la cosa più bella del mondo.
I puntata: Una mela al giorno toglie il medico di torno.
Bienvenido!
Il nuovo autore è il mio fratellone chirurgo.
Ho letto il racconto tutto di un fiato, alternando risate, smorfie di disgusto per i dettagli da mattanza e contrizioni di commozione.
Credo che riscuoterà successo, ma questo lo dovrete dire voi.
La traduzione del titolo della serie è “Fuoco sotto la bengolea”, lui dice che ha un senso.
Si apre ufficialmente la gara a chi lo indovina.
Io mi arrendo già da ora.
Lunedì 14.VII.08 poco più tardi ma per le 11:00 p.m.
Terrazza, un bicchiere di Porto Cruz, una Winston e i Depeche Mode che cantano “Dreaming of Me” dal mio portatile via IPod.
Se non ci fossero quei cacacazzi dell’albergo di fronte con i loro balli di gruppo forse potrei sentire anche il rumore del mare.
La mia giornata è cominciata molte ore fa.
Un sorso di sonno sudato e forzato dall’impegno del giorno successivo, colazione, serie di caffè, cambio e passaggio di consegne in caffetteria.
Il solito interminabile giro visita della domenica mattina.
Non hai tempo di fare le dimissioni perché si svegliano i colleghi del Pronto Soccorso.
Lourdes la pediatra venezuelana scopre la fronte molto incompleta di un bambino di dieci anni che ha deciso di buttarsi di testa in piscina nonostante il cielo coperto suggerisca una partita alla play station.
Da una garza in un sacchetto con ghiaccio tira fuori il pezzo di puzzle mancante, raccolto da un volenteroso soccorritore/palombaro dell’ambulanza.
Cute e capelli, la forma coincide, sembra la sezione di un midollo spinale.
Chiamiamo Palma per un consiglio dal plastico… vale la pena tentare…
Provi a ritrovare nella memoria le pagine dei tuoi tre mesi in chirurgia plastica e t’incammini in sala operatoria.
Il matto alla console anestetica seda il bimbo a ritmo di rumba catalana, lui prima di addormentarsi ci fa la linguaccia nonostante l’infermiera abbia provato gentilmente a chiamarlo “corazon” mentre prendeva sonno.
La perdita di sostanza è illuminata per benino dalla scialitica e non possiamo far altro che constatare… “Cazzo se sanguina!!”… due o tre arteriuzze schizzano come botti di sidro basco.
Toccatine coagulanti con la punta di colorado per non ischemizzare troppo i tessuti.
Disinfettiamo e prepariamo l’innesto on the rock, lo ripuliamo con grazia dai capelli e dallo scarso sottocutaneo in eccesso e ci accingiamo ad infiltrare con anestetico e a suturare con altrettanta grazia con nylon 4/0.
I bordi coincidono perfettamente, il niño si agita un po’ e siamo costretti a mettere qualche punto da Cirque du Soleil.
Un capo del filo lo lasci lungo per annodare a comprimere la garza grassa e quella con betadine che dovranno coprire per tre giorni la sorpresa viva o morta che scopriremo in ambulatorio.
Il matto sveglia il bambino gridandogli “Forza dobbiamo muoverci c’è la polizia! Butta la roba e andiamo…”.
Sono quasi le quattro, la mensa sta per chiudere e anche se ho i miei dubbi, l’amputazione che dobbiamo fare tra una mezz’oretta potrebbe toglierci l’appetito…
“La fai te la prossima…” e scucchiaiando nella zuppa di carote ripasso a mente l’anatomia del fascio vascolo-nervoso dell’arto inferiore e penso se per l’arteria femorale è meglio la legatura o il punto trasfisso.
L’amputazione è “en cima de la rodilla”, sopra al ginocchio.
Mentre opero m’immergo in quella che chiamerei dissociazione chirurgico-clinica apparente.
Pur concentrato al massimo per ottenere il miglior risultato per il paziente che hai sotto le mani, involontariamente perdi contatto con la parte umana del tuo lavoro e ti perdi in quella anatomica e chirurgica e per tutta la durata dell’intervento la tua visione dell’universo è circoscritta da telini sterili, più tardi a colloquio con i parenti ti sveglierai e comincerai a riprendere contatto in maniera importante con quella clinica e umana.
Con la testa sul registro operatorio ti perdi nei ricordi… una notte osservando il monitor appiattirsi, dopo diversi minuti che sembravano secondi, passati invano a tentare di rianimare il paziente, sei stato riportato alla realtà dall’infermiera che ti ha ricordato il tempo trascorso… hai preso l’ora, constatato il decesso e compilato il certificato di morte.
Fuori dal reparto ti sei stretto il camice sulla divisa verde nel tentativo di allontanare il freddo non solo invernale, che tentava di oltrepassare il cotone dei tuoi indumenti e passeggiando verso la tua stanza hai pensato che con la morte nel cuore avevi appena osservato un altro cuore morire… un’altra volta invece lo hai visto ripartire dopo un immenso sforzo fisico, tanti farmaci e alcune costole rotte nel disperato ma alla fine efficace tentativo di rianimazione.
Alcuni aspetti della mia vita passata in ospedale li ricordo forti, altri, molti, li ho rimossi, ma quelli che restano vengono sbocciati come un triangolo di palle da biliardo ogni volta che mi scontro con casi particolarmente toccanti.
In ogni caso sono quasi le dieci, ho parecchia fame e mi resta da drenare un ascesso perianale.
Mi copro per bene per non dover buttare i calzini e armato di bisturi elimino il nemico pus con una coltellata nel culo del povero signore, drenaggio di penrose, descrizione dell’intervento e via a mensa col matto…
Filetto di maiale con uova e insalata, yogurt al limone e una mela che ne’ Adamo ne’ Biancaneve avrebbero mangiato.
Verso le tre di notte hai finito di compilare scartoffie e rivedere terapie, provi a prendere sonno con L.A. Confidential, ci riesci dopo diverse pagine e alle sette sei in piedi per il giro visita.
Arrivi finalmente a Juan e già ti rendi conto che la dissociazione questa volta sta virando bruscamente dalla parte opposta.
Fai uscire i parenti ancora molto scossi, vedi gli occhi di un bambino in quel che rimane di un corpo da vecchio.
Non ha dolore, le costanti vitali sono nella norma, la glicemia è buona, ha riposato ed ha anche appetito, nel vassoio della colazione non resta nulla.
L’infermiera sbenda l’interminabile medicazione compressiva dal moncherino, ormai è completamente scoperta e sei pronto a dover rispondere a chissà cosa e ad inventare chissà che per consolare il simpatico signore, lui ti spiazza… portiere da una parte e palla dall’altra ed in catalano ti chiede: “…la ferita sta bene?…” “Cazzo Juan sta benissimo!” ed è proprio l’unica cosa che un chirurgo vorrebbe sentirsi chiedere da un paziente in un caso del genere!
P.S.
El niño sta bene, l’innesto è vitale e i chirughi plastici di Palma che lo hanno visitato ci mandano a dire che abbiamo fatto un ottimo lavoro.
Juan è tornato a casa e prima di congedarci ha detto che chiederà a Dio di benedirmi. Speriamo che capisca il catalano.
Il signore nonostante la coltellata non ha più male al culo.
Alla fine ho messo il punto trasfisso.
…se fosse sempre così!
V Puntata: Muzungo Abuze
Operazione “Maglia della Nazionale”.
Pochi kilometri sopra la latitudine 0°, 0°19 a Nord, per la precisione.
Africa subsahariana, Regione dei Grandi Laghi.
Ormai è una tradizione consolidata, a cui mi sottopongo più che volentieri, soprattutto perchè mi fornisce l’occasione per scoprire zone della città in cui mi trovo.
Si tratta in pratica di una richiesta, che mi viene fatta ogni volta che vado in un paese nuovo, da Andrea, uno di quegli amici che riesce a stare dietro alle mie peregrinazioni nonostante ci conosciamo da circa 20 anni: “Mi porti la maglia della nazionale di calcio?”
Per cui questa volta mi ritrovo a vagare a Kampala, Uganda, nel bel mezzo di un pomeriggio equatoriale, alla ricerca di qualcosa di simile ad un negozio di sport.
Il contorno è talmente caotico, estraneo, rumoroso, che riesco solo a concentrarmi sulle questioni essenziali: memorizzare fotograficamente le strade per tornare indietro e fare attenzione a quello che succede entro un raggio d’azione di 5 metri.
La prima operazione è alquanto complessa e tanto per rendere l’idea, provate ad immaginarvi nel bel mezzo di un centro cittadino che somiglia ad una periferia cresciuta a colpi di abusivismo, strade asfaltate ma ricoperte di uno strato indelebile di terra rossa, marciapiedi quasi impraticabili, centinaia di persone che camminano in ogni direzione e strade intasate da un traffico in preda all’anarchica gestione di pulmini straripanti, macchine centenarie, carretti trainati a mano, biciclette ed esseri viventi di ogni tipo.
Non esiste un solo semaforo in tutta la città ma guardo il groviglio e penso sorpreso: “Eppur si muove... con la spasmodica lentezza africana con cui si muove tutto, ma si muove!”.
Di cartelli stradali nemmeno a parlarne, saranno stati smontati ed usati per chissà cosa, nel continuo processo di riciclaggio che in Africa prevede un utilizzo creativo di qualsiasi bene a disposizione.
Dopo mezz’ora di camminata, smetto di preoccuparmi troppo del fatto che sono l’essere più bianco che si possa trovare nel raggio di diverse centinaia di metri, dato che quasi nessuno fa caso al fatto che sia lì e quei pochi che mi notano non leggono il cartello con su scritto: “Sparami, ne avrai sicuramente da guadagnare” che anche stavolta ho portato con me.
Cerco di seguire le indicazioni datemi dal concierge dell’hotel e ripenso al suo sguardo nel momento in cui ha capito che avrei raggiunto la destinazione a piedi; era un misto di scetticismo sulle mie reali intenzioni ed una punta di sdegno per la condizione di alterazione alcolica pomeridiana in cui secondo lui mi sarei necessariamente dovuto trovare per affrontare una simile scelta.
Alla quinta svolta a vuoto sono quasi deciso a mollare l’impresa, anche perchè non voglio rischiare di perdere troppo tempo e rimanere all’aperto al tramonto, mettendo davvero a repentaglio la mia già precaria incolumità; ma poi scorgo in lontananza una vetrina in cui, attraverso uno strato di polvere e grasso, si riesce ad intravedere un manichino vestito da tennista.
Cerco un altro sport, ma questa è la mia ultima possibilità e decido di giocarmela.
Faccio bene, dato che il negozio è davvero fornito di un po’ tutto, per cui acquisto la maglia e, seguito dallo sguardo incuriosito delle commesse, mi dirigo fuori per tornare in albergo.
Mi rendo conto immediatamente che non posso permettermi il lusso di sbagliare strada e quindi mi fermo sull’uscio e chiedo alle ragazze indicazioni per l’hotel.
Mi guardano dubbiose e mi rendo immediatamente conto che non hanno mai nemmeno pensato di avvicinarcisi a quell’hotel, è troppo aldilà dei loro più ottimistici giorni, che non sanno dov’è, nonostante sia a non più di 20 minuti di cammino.
Applico i fondamentali dell’orientamento per donne e gli do altri punti di riferimento, tipo negozi, cartelloni colorati, palazzi con i fiori ed improvvisamente si accendono dal loro torpore topografico e capiscono da dove vengo.
O almeno lo spero.
Iniziano a ridere e ripetono cantilenando qualcosa in Luganda, una delle lingue usate in Uganda: “Muzungu abuze, muzungu abuze...”: si stanno divertendo e non so se la cosa prelude ad un rituale di cannibalismo ugandese a me sconosciuto o se semplicemente ho rappresentato il vertice comico degli ultimi mesi di lavoro in quel negozio in cui i clienti abituali sono principalmente le mosche, ma solo quando non fa troppo caldo.
Accenno un sorriso a metà fra uno spasmo labiale e una smorfia da intasamento intestinale, certo di sapere che la traduzione che mi attende è simile a: “Sei messo davvero male Biancaneve”.
Invece continuano a ridere ed una di loro, con le lacrime agli occhi, mi guarda e mi dice “Uomo bianco perso!”
Mi rilasso, sorrido sinceramente, cerco comprensione con l’espressione del mio vecchio cane sorpreso con la bistecca in bocca e mi faccio insegnare come si pronuncia la frase, in caso dovesse servirmi in futuro per guadagnare simpatia.
Poi mi portano sulla soglia, mi dicono più o meno qualcosa di sensato e m’incammino salutando verso l’hotel.
Appena scorgo il profilo arancione della struttura, mi sento ormai salvo, anche se il pensiero di rientrare là dentro mi rende ogni volta nauseato e stizzito, dato che quelle stesse mura sono state testimoni di un periodo a dir poco infame della storia ugandese.
L’hotel infatti è stato costruito su specifiche indicazioni di Idi Amin, sanguinoso dittatore che governò l’Uganda dal 1971 al 1978.
Amin era un simpatico mattacchione che si auto-conferì il titolo di “Sua Eccellenza il Presidente a vita, Feldmaresciallo Al Hadji Dottor Idi Amin, Victoria Cross, Distinguished Service Order, Military Cross, Signore di Tutte le Bestie della Terra e dei Pesci del Mare e Conquistatore dell'Impero britannico in Generale e dell'Uganda in Particolare”.
Durante il suo regime si stima che circa 300.000 ugandesi (alcuni dicono mezzo milione) siano stati massacrati a causa della sua folle politica di pulizia etnica e se volete conoscere la sua storia e quella di un giovane medico scozzese che per un periodo fu suo consigliere personale, vi consiglio di vedere il film “L’ultimo Re di Scozia”, in cui un superlativo Forest Whitaker indossa i panni del macellaio ugandese e si guadagna pienamente una statuetta dorata dell’Academy Awards.
Nell’Hotel Serena, colui che il Foreign Office britannico descriveva come “uno splendido esemplare e un buon giocatore di calcio”, aveva allestito un ufficio personale ed una camera delle torture che si trovava esattamente due piani sotto la mia stanza, al numero 311.
Dormire in quel palazzo mi procurava quindi una sensazione di irritazione particolare.
Per il resto, la mia conoscenza di Kampala è limitata agli uffici visitati, ad un paio di ristoranti abbastanza accettabili e ad un piccolo mercatino artigianale in cui mi sono divertito a spendere un paio d’ore senza riuscire ad acquistare molto.
Ho anche visitato le sorgenti del fiume Nilo, o almeno di quelle che in Uganda vengono pubblicizzate come tali.
In realtà si tratta di una pozza di acque termali che sbucano nel bel mezzo della confluenza del lago Vittoria in uno dei vari affluenti del Nilo Bianco, il Nilo Vittoria.
La portata di acqua che fuoriesce da quei venti metri quadri di sorgente è talmente ridicola rispetto alla maestosità del resto delle acque che insieme ai miei compagni di escursione abbiamo immediatamente capito di essere stati raggirati dall’industria turistica locale, ma la cortesia con cui ci stavano raccontando tutta la storia ed il rispetto per la felice intuizione imprenditoriale con cui si organizzavano le escursioni, ci hanno fatto soprassedere rispetto alle intenzioni di ammutinamento della canoa su cui eravamo scortati.
Insomma, le mie aspirazioni da novello Livingstone erano frustrate, il sole coceva implacabile la mia pelle e la sosta di riposo per una birra rinfrescante era ancora a due ore di distanza.
Per di più il posto scelto dall’autista a tal fine era in un sobborgo periferico di Kampala, nel bar di un albergo sconquassato, dove eravamo indecisi se fosse meno pericoloso versare la birra nei bicchieri dalla trasparenza a dir poco offuscata, o tracannarla direttamente dalla bottiglia, senza chiederci se i topi della cantina avessero avuto occasione di strusciarvisi a sufficienza nei giorni precedenti.
In compenso ho preso pillole antimalaria per 20 giorni, ho volato per circa 26 ore, ho imprecato per la precarietà della connessione internet ed ho litigato a distanza con quasi tutta la mia famiglia.
Il motivo è complesso da raccontare e forse non riuscirei a spiegarlo bene, ma diciamo solo che quando si vive lontani dalle proprie radici, ci s’impone di considerare gli eventi, soprattutto quelli più importanti, come qualcosa a cui non si può rimediare, su cui si ha un margine minimo di manovra, che a volte è praticamente nullo.
Si deve imparare ad accettare la scissione della propria esistenza in due vite diverse, con orari, luoghi, protagonisti diversi e fatti che accadono mentre si dorme.
Su una vita si ha il controllo quasi totale, sull’altra il minimo.
Ma bisogna sempre essere certi di avere ancora un ruolo, seppur minimo, nelle vite di coloro che rimangono a casa.
È la necessità solo di un’illusione, il puro bisogno di sapere davvero ciò che accade, la volontà di far sapere che si vorrebbe essere presenti, la fredda certezza di non avere alcuna possibilità di farlo.
Poi tutto è passato, chissà se mi hanno capito, fatto sta che ho lasciato l’Uganda per andare in Repubblica Ceca, in una delle città più belle che mi sia capitato di visitare, Praga.
Mi sono rivisto adolescente a leggere “Il Processo” di Kafka ed avrei voluto averlo con me, insieme agli altri romanzi del grande autore praghese, per sfogliarlo nell’atmosfera mitteleuropea della Città Vecchia, fra vicoli silenziosi e torri cariche di fascinoso mistero.
Mi sono anche affacciato dalla finestra del Castello di Praga da cui furono lanciati i messi dell’imperatore Mattia, il 23 Maggio 1618, in uno degli episodi cruciali che portarono alla Guerra dei Trent’anni.
E devo dire che la sensazione è stata abbastanza insolita, come se ancora potessi sentire l’odore di letame su cui i due malcapitati atterrarono senza subire grandi conseguenze, trasportato in un viaggio temporale fin nel cuore del XVII secolo.
Più realisticamente era tutto dovuto al mio vicino, che probabilmente aveva digerito male le copiose quantità di grassi animali della cucina locale.
Ho camminato tantissimo mano nella mano con Anita, abbiamo scoperto insieme che Praga in realtà è un territorio d’oltralpe italiano, con ristoratori, speculatori edilizi, commercianti e orde turistiche simili a stormi di anatre starnazzanti in 25 dialetti italici diversi.
Una sera, dopo troppi giorni di cibo dal sapore casalingo, abbiamo deciso di provare il bis della cucina ceca, soddisfatti da un esperimento perfettamente riuscito in precedenza, e ci siamo diretti verso una tipica birreria praghese, fuori dal circuito turistico, quindi molto economica e spettacolarmente gustosa.
Fra litri di fantastica birra, Anita ha gustato un gulash da ovazione ed io ho spolpato un ginocchio di maiale da un kilo e mezzo, tanto che alcuni avventori locali sono rimasti piacevolmente sorpresi dalla mia performance masticatoria.
La mattina dopo, ancora steso nel letto, mi sono sentito un po’ come Gregor Samsa al primo tentativo di rialzarsi dopo l’avvenuta metamorfosi, ma poi, terrorizzato dall’idea di essermi davvero tramutato in uno scarafaggio gigante, sono schizzato in piedi in preda ad un rigurgito incontrollabile della mia entomofobia.
Appurata la verità, ho osservato l’espressione di beata incoscienza in cui versava Anita, ancora dolcemente adagiata sul cuscino, mentre un rivoletto di bava le inumidiva la guancia e con un rantolo rilassato passava dal “grugnito vivace con brio” al “sibilo adagio ma non troppo”.
Ho raccolto le energie e mi sono preparato alla giornata di lavoro e riunioni, l’ultima in quella splendida città inondata di primavera.
Il ritorno a casa è andato benone ed ora che ho cominciato a viaggiare in business ed a frequentare le lounges dedicate ai frequent flyers delle compagnie, potrei attraversare l’oceano decine di volte al mese.
Certo il ritmo circadiano ne risente un po’ e ci si ritrova a mangiare hotdog con crauti e birra alle 9 di mattina, mentre alle 11 ti viene servito salmone in salsa di carciofi e sauvignon neozelandese, ma quando atterri sei talmente satollo che puoi tranquillamente rimandare il rifornimento del frigorifero che hai lasciato vuoto prima di partire.
E torni in quella casa dove ora vivi la tua vita in tempo reale, mentre l’altra, quella che hai lasciato lontano, scorre in un modo tutto suo e a te non resta che sperare che potrai sempre sapere la verità.
IV Puntata: L’Italia da qui
L’Italia da qui sono i miei fratelli.
Uno scappa da un sistema che anzichè premiarlo per essersi laureato in medicina con 6 mesi d’anticipo ed il massimo dei voti, per essersi specializzato in chirurgia generale con l’encomio ed aver fatto centinaia di ore di lavoro non retribuite, sostituendo medici inetti e assenteisti o “Baroni” settantenni troppo impegnati nelle loro cliniche private; anzichè offrirgli un contratto a quattro zeri e la possibilità di avere una vita serena dopo aver imparato ad operare anche nei sobborghi di Parigi, fra colleghi senegalesi e magrebini stupiti che un bianco italiano fosse da quelle parti a farsi le ossa, lo costringe a fare causa allo Stato per non avergli pagato per 5 anni lo stipendio che decine di sentenze nazionali e comunitarie stabilivano fosse equo; lo costringe a scappare amareggiato e con una passione vilipesa, ad abbandonare amici, amori, famiglia, gente da aiutare con la propria professione, per andare altrove a fare soltanto quello per cui ha snervato la sua memoria, la sua intelligenza, la sua voglia di fare su montagne di libri, in giornate in cui, ad essere un po’ meno costanti, avrebbe avuto mille altre occasioni per godersi i suoi vent’anni.
E scappa a godersi il sole di una piccola isola spagnola, a sudare in un’altra lingua, ad operare fra turni sfiancanti, ma finalmente soddisfacenti, libero di farlo, libero di sentirsi se stesso, utile, in grado di aprire il corpo di qualcuno e rimettere a posto il possibile, magari tutto.
Forse tornerà, forse no, ma certo deciderà solo sulla base di quel sacro fuoco che avrà provato dentro in certi momenti.
E sulla base del fatto che, come tutti noi, vorrebbe avere una vita normale con la compagna che da una vita condivide con lui i problemi della comune passione per la medicina.
Paziente e dolce attende novella Penelope il ritorno del suo Ulisse, ma se potesse farebbe a pezzi una intera ASL per riaverlo accanto!
Un altro cresce, velocemente, più di tutti noi.
E si sposa.
Quasi mi commuove quando me lo dice e dopo qualche giorno, mentre ci rifletto, mi rendo conto che forse nessuno di noi, in famiglia, lo ha mai capito bene.
Pensavamo fosse il più geniale, quello con più astuzia, con più potenzialità.
Oppure quello meno costante, l’incontrollabile, l’incomprensibile.
Era solo il più sensibile, quello che aveva dentro più dubbi, più paure, colui che avrebbe avuto bisogno solo di essere più sereno.
Ingiustamente lo abbiamo accusato di non voler crescere, mentre non ci siamo accorti che il suo percorso era soltanto terminato prima e non aveva avuto nessuno ad accompagnarlo.
Poi ha trovato una splendida donna che l’ha preso per mano e ci ha insegnato lentamente a capirlo, ha atteso che anche lui decidesse di non nascondersi più.
Ha sempre avuto intorno gli amici giusti, simili a lui in tante cose, in grado di dargli quel calore spensierato di cui aveva bisogno.
È cresciuto e quasi non lo riconosco, tanto che non so immaginarmi di vederlo nel ruolo di marito.
Ma poi penso a loro due in coppia e mi rendo conto che sarà un bel giorno.
Il più piccolo, quello che rimarrà sempre un bimbo abbronzato in una maglietta bianca piena di ciliegie, ha appena compiuto 25 anni e sta già sfidando il mondo del precariato al CNR, mentre intanto finisce di prendere la laurea specialistica in una materia di cui non riesco mai a ricordare il nome esatto, ma che in buona sostanza gli dovrebbe consentire di applicare metodi e tecniche scientifiche alla conservazione ed al recupero dei beni culturali.
Decisamente è quello più sveglio, che ha assorbito tutto il possibile delle esperienze dei fratelli maggiori, ha fatto meno errori, s’è sbrigato a fare tutto e continua a macinare tappe.
Avrebbe potuto crescere viziato o frustrato, invece ha più testa di noi tre messi insieme, ha ideali tosti e non pensa minimamente a metterli a rischio.
La ragazza sembra la copia esatta di Audry Tatou nel film francese “Il favoloso mondo di Amelie” e si sono amalgamati talmente bene che riescono ad annullare reciprocamente i difetti dell’altro.
Anche lui cresce, sebbene io non voglia mai ammetterlo.
L’Italia da qui sono i pranzi che mi perdo intorno al tavolo in cui siamo riuniti tutti insieme la domenica, con mia madre che cucina per un marito, quattro figli e quattro nuore: per Pasqua ci vogliono almeno due chili di tortellini, un agnello intero, una padellata di coratella e montagne di dolci e cioccolata.
Mi ricordo di una volta che di fronte ad un ordine di pesce che sarebbe bastato per una caserma, il pescivendolo, scorrendo la lista, s’è soffermato sui tre chili di alici e mi ha chiesto con candore: “Scusa, ma che c’avete ‘na foca a casa?”.
L’Italia da qui è quella dei litigi extraparlamentari dei politici, di cui ti arriva un’eco distante, smorzata dal fatto che non sei costretto ogni giorno a vedere le faccie, ma ancora sufficientemente nauseante da farti quasi appassionare alla politica statunitense: m’interessa di più lo scontro Obama Vs. Clinton che non la pietosa contesa fra Topo Grigio e l’Onano di Arcore.
L’Italia da qui sono i processi o le inchieste di Cogne, di Erba, di Gravina, di Perugia: sa sud a nord il voyerismo nazionale non si ferma di fronte a drammi privati o scandali pubblici e appena si può se ne parla, tanto per fare in modo che ci si confonda su cosa è davvero grave e cosa invece serve a distrarre.
Qui ogni tanto c’è il ragazzo esaltato che spara nel college, i processi scandalo sono passati di moda e a parte una cantante ex bimba prodigio alcolista e tossicomane a cui sono stati tolti i figli, nessuno riesce a scatenare l’interesse mediatico in un processo davvero interessante.
L’ultimo è stato O.J. Simpson e poi il nulla!
A parte lo stesso O.J. Simpson che s’è fatto beccare di nuovo per aggressione a mano armata e tentata rapina!
Ve lo immaginate un ex eroe sportivo nazionale, tipo Paolo Rossi o Ciccio Graziani, che entra in una camera d’albergo di Venezia e, armato fino ai denti, rapina gli avventori del Casinò locale?
L’Italia da qui sono anche certi programmi televisivi che girano da queste parti: qualche sera fa ho assistito ad un appassionante seminario intitolato “Un colon attivo è il segreto di una vita felice?”.
Ovviamente le disquisizioni erano di livello scientificamente prossimo a quelle che il Dr. Frankenstein poteva avere con il suo assistente ritardato, mentre la conduttrice bellona con la chiappa che faceva capolino dal tailleur, sorrideva imbarazzata per aver scoperto finalmente il motivo della sua infelicità.
L’Italia da qui è anche quello che non succede!
Come non succede di leggere che un politico di altissimo calibro (il governatore di New York) è costretto a dimettersi, dopo aver fatto pubblicamente ammenda, per aver pagato di tasca sua i servigi professionali di una prostituta d’alto bordo.
Figuriamoci!
Per far dimettere Cuffaro c’è voluta una condanna a 5 anni per favoreggiamento di un mafioso e una serie d’interventi da parte degli stessi colleghi di partito imbarazzati dalle sue espressioni di giubilo, altrimenti, fosse stato per lui, avrebbe continuato tranquillamente a governare e ad ingozzarsi di cannoli.
Ed ovviamente nessun siciliano gli avrebbe tirato una sola arancia marcia durante un suo comizio!
Almeno da queste parti li beccano in una camera d’albergo con una prostituta.
Da noi o li trovano per strada con i travestiti (Sircana, portavoce del dimissionario Presidente del Consiglio), oppure in un encomiabile festino in cui oltre alla signorina c’è anche tanta bella cocaina (Mele, deputato UDC che si è dimesso dal partito, ma non da parlamentare).
Ed ovviamente nessun italiano si scandalizza più di tanto.
Sono solo coloro che ci governano e che dovrebbero darci il buon esempio.
Non che andare a puttane sia particolarmente scandaloso, ma almeno poi non tuonate contro la disgregazione della famiglia tradizionale e lo scempio dei valori cristiani.
Di cui a livello personale farei ancor più scempio, sia chiaro.
L’Italia da qui sono i sospiri quasi orgasmici con cui ti rispondono dopo che riveli le tue origini: “OOOHHHH!!!! AAAAHHHHHH!!!! ITALYYYYY!!!”.
È indifferente che siano quei pochi che hanno varcato i confini nazionali per sperimentare una pizza di pessima qualità a piazza di Spagna e rimanere folgorati dal fatto che fosse comunque migliore dei prodotti semisintetici sfornati da Domino Pizza, oppure siano solo quelli che hanno visto un paio di film di Fellini, “La vita è bella” e “Under the Tuscan Sun” mentre s’ingozzavano di hotdog e nachos al triplo formaggio plastificato.
In ogni caso il risultato è lo stesso: ognuno qui vorrebbe andare in vacanza in Italia, chi c’è stato ci vorrebbe tornare, tutti sognano i paesaggi, l’arte, la cucina, le donne, gli uomini, la spensieratezza con cui credono che si viva.
L’Italia da qui è provare un gusto sadico a dirgli che gli spaghetti con le meatballs non sono una ricetta tipica italiana, così come le fettuccine Alfredo o le lasagne parmigiana, e a vederli in preda al panico quando tornano dal ristorante che gli hai consigliato per andare a provare la vera cucina italiana, increduli che per anni abbiano dovuto perdersi certi piaceri estremi.
L’Italia da qui sono gli americani che ci conoscono davvero e che vorrebbero comunque vivere come noi: la moglie di un amico che ha cominciato a parlare di cibo mentre mangia (mi hanno fatto notare in tanti che è qualcosa che solo noi italiani facciamo) e che quando gliel’ho fatto presente mi ha risposto estasiata: “Perchè è bello! Vi godete il cibo pensando a quanto sono buone le cose che avete assaggiato in passato o che vorreste mangiare in futuro! Per voi il cibo è una passione da condividere!”; un’amica carissima che da 15 anni vive a Roma, insegna inglese e preferisce il caos universitario e la precarietà professionale all’asettico, regolamentato mondo di statunitense; la ragazza con cui faceva conversazione Anita, che ora che lei non c’è mi cerca continuamente per parlare in italiano e sognare di quando andrà in Italia la prossima estate.
L’Italia da qui sono gli scali a Monaco, Tbilisi, Monaco di nuovo, gli alberghi, le cene da solo, i biglietti da visita, le connessioni volanti con il portatile, i numeri di telefono che cambiano, i taxi e le valute.
L’Italia da qui sono i pochi giorni che mi mancano prima di attraversare il mare e abbracciare la mia principessa in un mattino in cui l’alba sarà finalmente davvero splendente.
XVII puntata: Prossime partenze
Mentre la crisi politica in Italia lascia un senso di frustrazione - rabbia - impotenzapostrabbia - frustrazionepostimpotenza - disillusionepostfrustrazione - vogliadistarevicinaavoittutti, insomma mentre il tutto si amalgama nel vostro pancino, voi conversate in chat da uno Starbucks della 90esima con un’amica romana che vi chiede come gli americani abbiano preso la notizia e se voi vi siate dovuti nascondere per la vergogna...
Beata ingenuità... qui non se n’è accorto nessuno... almeno non la maggioranza... la stessa maggioranza che il giorno dell’incidente a Heathrow mi ha mandato un email chiedendo se avevo un’idea del perchè tante prenotazioni erano state cancellate last minute... tutte da Londra...; la stessa maggioranza che adesso mi guarda come se fossi una corrispondente della CNN... visto che ipotizzavo una connessione molto delicatamente... tipo...”Ma avete letto il giornale?????”
Oh, pure quello online... oh, pure quello che danno in metropolitana... oh, pure le news in tele, quelle di 10 minuti in pillole di cui 9 sono per il Superbowl...
Ma voi non avete tempo per rannicchiarvi e sentirvi apolidi... voi dovete comprare valigie oversize, che secondo me comprano solo quelli dei Soprano per buttarci cadaveri dentro, voi vi dovete preparare per il trasloco.
Così un anno e mezzo ammmericano si chiude e un anno e mezzo portoghese si apre, vogliamo fare il famoso bilancio????
Quello proprio stupido che ci ostiniamo a fare a fine anno per lanciarci di nuovo promesse altrettanto stupide su chi vogliamo essere, i chili che vogliamo perdere, le sigarette che vogliamo spengere (che poi saranno le sigarette che scroccheremo invece di comprare), l’uomo dei nostri sogni, che manco abbiamo mai incontrato (perchè magari, dico solo magari... ancora crediamo in Mr. Darcy di Orgoglio e Pregiudizio...), che non riusciremo a sedurre... per colpa dei chili che dobbiamo perdere e delle sigarette che dobbiamo spengere (ovvero per colpa delle nostre nevrosi...).
E buttiamo giù quello che ci va uscendo in ordine sparso...:
- Nevrosi acquistate: 2
1. La nevrosi da tax and tips: sarà una liberazione non dovere fare più uno sforzo matematico sovraumano dopo ogni conto per aggiungere tax e moltiplicarle per calcolare la tips per poi guardarci indecisi (e un po’ spaventati) chiedendoci: “Sarà abbastanza????? Mi rincorreranno come l'ultima volta dandomi del pezzente????”
2. La nevrosi da “parlare italiano come un mongoloide”: perchè un panino riscaldato invece di sandwich lo devo chiamare PANINI e dire “One PANINI please”???
E perchè il caffè latte lo chiamano “LATTE” e perchè il caffè macchiato lo devi pronunciare “One machiaaaaaaaaaatouuuuu” sennò non ti capiscono????
Perchè devo dire LINGUINI?????
E soprattutto perchè devo dire: “My name is Roubourtaaa”, sennò capiscono Rebecca????
Mai più.
-Acquisti imprescindibili e adesso completamente inutili: 2
1. Paraorecchie nero e stivali de pelo (ovvero il binomio da survivor): che adesso mi sbatto in fronte visto che ci sono già 15 gradi in Portogallo... e mi hanno pure regalato guanti di cachemire... ma porc...
2. IPOD: Perchè diciamolo... camminare tra i grattacieli ascoltando “Guarda che luna, guarda che mare” è priceless... mi si è rotto l’altro giorno.
Quando uno mi dice che si è innamorato, io fumo la sigaretta che dovevo e spacco l'ipod tenendolo accesso con -15 fuori... frozen Ipod.
-Paranoie future già presenti: 2
1. Il coriandolo... e qui chi ha vissuto in Portogallo mi capisce.
2. Shining: insomma vivere due mesi in un albergo nel mezzo di una valle con verde tutt’intorno e silenzio, potrebbe farmi affittare un triciclo e pedalare come una circense chiamando “Wendyyyyyy, Wendyyyyy”.
Si, trovare casa sarà una priorità...
Priorità: 2 (e trovare casa la diamo per scontata) e NO (Gorka e Tiziana) non avrò una casa con PISCINA, GIARDINO, CAMINO, CUOCA PERSONALE, SPIAGGIA DIFRONTE, OMBRELLONE GIA' MONTATO IN SPIAGGIA DIFRONTE...
1. Imparare il portoghese ed evitare accuratamente di parlare in spagnolo strascicando le ESSE pensando di parlare un fantastico portoghese... già posso sentire gli sguardi di disprezzo...
2. Iscriversi a un corso di canto , e qui ragazzi finalmente tirerò fuori tutta la mia drammaticità almodovariana cantando FADO!!!
Me vesto de nero, mi piazzo uno scialle e guardo lontano....e magari imparo il portoghese prima... no?....
Insomma, siamo pronti senza esserlo, come sempre.
Vi aspetto in un futuro prossimo in quel del Portogallo, di nuovo.
Baci
III Puntata: Land of opportunities
Qualche giorno fa, al rientro in casa dopo una maratona di tredici ore fra lavoro e palestra, ho accolto la richiesta di Anita di andare a fare due passi dopo cena, come un pugile colpito, a mezza strada fra la posizione eretta ed il suolo, accoglie l’ennesimo impietoso destro dall’avversario in trance agonistica.
L’idea ha continuato a sembrarmi ferocemente crudele sin quando non mi è stato proposto di andare in una libreria vicino casa dove è possibile passeggiare fra i libri, ascoltare musica dal vivo e magari fermarsi a bere una birra nel pub all’interno.
Al pensiero delle sillabe “bir-ra”, un dimenticato serbatoio di emergenza ha iniziato a far fluire energia dentro le mie stanche membra e in poco meno di mezz’ora ero pronto sull’uscio di casa, con le chiavi in mano ed i capelli ancora bagnati, che scodinzolavo come un cane all’ora della passeggiatina.
Quel posto mi piace da impazzire.
Un po’ perchè mi ricorda la libreria-pub di un mio amico a Roma, zeppa di libri di viaggio e buone bottiglie di vino e birra, un po’ perchè il mio inglese mi consente ormai di leggere in lingua originale e quindi posso dedicarmi ad oziare un’oretta alla ricerca di un romanzo da sfogliare, con il sottofondo di un cantante blues.
Dopo qualche minuto di analisi delle uscite più recenti, mi sono diretto nel reparto “Viaggi”, dove di solito mi spiaggio come una balena disorientata.
Potrebbero lasciarmi lì per ore e, se non fosse stato per Anita che mi ha riportato alla realtà trascinandomi via per mano, probabilmente lo avrebbero anche fatto.
Stavolta però avevo le mie buone ragioni.
Fra le guide della Lonely Planet ed i romanzi di Chatwin, ho scovato un libro che ha immediatamente attratto la mia attenzione: “I posti più pericolosi del mondo”, di Robert Young Pelton.
Il volume, alla sua quarta edizione, mostra le statistiche criminali, descrive i luoghi più pericolosi, elenca i gruppi mafiosi, terroristici, paramilitari e le organizzazioni separatistiche, include le malattie più letali e le usanze cui il viaggiatore deve fare attenzione.
Sono presi in considerazione, sotto la lente d’ingrandimento dell’autore, paesi come l’Afghanistan, la Cecenia, la Liberia, il Congo o la Colombia.
E gli Stati Uniti d’America.
Ho sgranato gli occhi quando ho letto il titolo del capitolo dedicato agli USA e non ho potuto fare a meno di andare a leggere qualcosa circa il paese che mi ospita.
I numeri sono talmente tanti e talmente tanto crudeli che non conviene soffermarcisi troppo, ma la mia passione per le statistiche e l’istintiva attrazione che l’essere umano prova per il macabro, devono essere soddisfatti almeno in parte.
A fronte di 301 milioni di abitanti (a Luglio del 2007), si stima che in America ci siano circa 200 milioni di armi da fuoco, concentrate nelle mani di circa un quarto della popolazione.
Questo vuol dire che se togliete dal totale i bambini (ed a volte invece li dovreste includere, visto che cominciano a portare le armi a scuola fin dalle elementari), i pacifisti e gli abitanti di quegli Stati in cui possedere un’arma senza apposita licenza è reato, avrete una cifra che si avvicina a 3 armi da fuoco per ogni adulto a cui è consentito averne.
Circa 2 milioni di questi hanno con sé una pistola in macchina, mentre un altro milione la porta addosso.
Ogni anno circa lo 0.011% degli statunitensi muore per colpa di un’arma da fuoco.
O gli spara qualcuno in un centro commerciale, oppure il bimbo dalla camminata inesperta inciampa sul mitra lasciato inavvertitamente incustodito nel tinello e fa saltare la testa della nonna sul divano.
La percentuale non è enorme, ma se la guardate in numeri equivale ad una bomba nucleare su Macerata, ovvero una cittadina di 40.000 abitanti, o dieci volte il totale dei morti per gli attentati dell’11 Settembre 2001!
Dal 1971 ad oggi, ci sono stati più morti per armi da fuoco all’interno dei confini nazionali, del totale di tutti i caduti all’estero per le guerre sostenute dagli USA a partire da Woodorow Wilson per giungere a George W. Bush.
Vi vorrei ricordare solo che si tratta di due guerre mondiali, una in Corea, una in Vietnam (considerata a ragione una delle più grandi tragedie nazionali), operazioni militari varie in Sudamerica, Africa e Asia, una guerra nei Balcani, due in Iraq, una in Afghanistan e forse ne dimentico qualcuna.
Ogni 5 minuti avviene uno stupro (288 stupri al giorno, 105.120 all’anno!), ogni 29 un omicidio, ogni 30, potete vedere notiziari locali, sport e meteo sui canali d’informazione!
Indubbiamente l’autore pigia il tasto del sarcasmo per scoperchiare le questioni irrisolte di questa grande nazione, ma certamente fornisce fonti ufficiali e dati sconcertanti.
Il fatto è che qui in America a volte sembra tutto paradossale, contraddittorio, in conflitto con quell’aura di serenità e perfezione con cui l’immaginario collettivo dipinge gli States al di fuori dei confini nazionali.
Chi non ha mai vissuto qui crede che gli States siano un mix fra Happy Days, Baywatch, McDonald e gli stadi della NFL.
Io che c’ho passato quasi un anno della mia vita, comincio solo ora a comprendere davvero i meccanismi che fanno muovere questo paese, le paure che lo attraversano, i problemi che vive la gente comune.
E mi rendo conto che ci sono stereotipi e vere e proprie leggende circa gli USA che li rendono un paese perfetto e dannato.
Agognato e odiato al tempo stesso.
Quante volte avete sentito dire che in America ci si può scaricare dalle tasse qualsiasi acquisto, dal frigorifero nuovo alla spesa, ai giocattoli per i figli?
E che si paga pochissimo di tasse, che il fisco è severo ma giusto, che l’imposizione fiscale permette di fare una bella vita a tutti?
Niente di più falso: dal reddito totale di fine anno si possono dedurre più o meno le stesse spese che si deducono da noi, come il mutuo per la casa, parte delle spese sanitarie (di cui parlerò dopo), le spese strettamente connesse all’attività professionale; la nostra ICI qui si chiama Property Tax e se venisse introdotta in Italia chiederemmo di avere in pasto il primo ministro, accusandolo d’introdurre misure bolsceviche, dato che la suddetta tassa consiste in una percentuale che varia fra il 5 ed il 10 per cento del valore di mercato della casa di proprietà!
Ogni anno!
Vuol dire che se avete una casa a Manhattan da un milione di dollari (e vi assicuro che le case da quelle parti costano parecchio) potreste dover dare allo stato di New York una sciocchezzuola come 70.000 dollari!
Ogni anno!
Se poi volete provare a non pagare, cercate di nascondere bene i soldi in qualche paradiso fiscale e scappate non appena potete, perchè qui se vi prendono non solo vi fate parecchi anni di galera, ma vi ritrovate gli agenti dell’FBI con il listino delle proprietà che vi hanno sequestrato davanti alla porta di casa quando meno ve lo aspettate.
Quanto al famoso stile di vita americano, la cosiddetta American way of life, vi farei vedere dove vivono gli operai, le donne delle pulizie, i commessi di Starbucks, i carpentieri, le persone comuni, senza una laurea e con un lavoro medio.
Vi farei vedere cosa mangiano, i vestiti che indossano, dove vanno a scuola i figli.
Vi rendereste conto che coloro che non sono al di sopra del livello medio, fanno una vita misera, di sacrifici, incertezze, paure.
Qui a Washington, nella capitale degli Stati Uniti d’America, c’è la più alta percentuale di povertà infantile del paese e ci sono 40.000 senza tetto.
E non sono i nostri clochard che spesso vagabondano per scelta o colpiti da malattie mentali; sono famiglie di uomini, donne e bambini che hanno perso la casa per colpa di un mutuo con tassi da usura, di un lavoro che improvvisamente sparisce, di una malattia che non si può curare.
Già, perchè provate ad entrare in un ospedale americano a fare delle normali analisi del sangue, di quelle che in Italia il medico ti prescrive se hai mal di stomaco, tanto per cominciare, per poi passare a ricerche più approfondite qualora sorgessero dei dubbi.
Non tutti se le possono permettere.
Una persona su sette, per l’esattezza.
Che in totale sono 40 milioni di persone senza nessuna assistenza sanitaria.
Più o meno quanto l’intera popolazione dell’Argentina, o di Portogallo, Belgio, Repubblica Ceca ed Ungheria messi insieme.
A cui dovete aggiungere altri milioni di persone la cui assistenza sanitaria è parziale, a volte molto.
Attenzione a non credere alle leggende però!
Non è vero che se v’investono e non avete l’assicurazione vi lasciano nel mezzo della strada, anzi, mentre l’ambulanza riparte vi passa sopra in retromarcia per finirvi del tutto.
La legge dice che dovete essere soccorsi e “stabilizzati”.
Ovvero vi devono riportare ad una condizione ottimale, in cui siete in grado di sopravvivere.
Subito dopo, però, dovete pagare, altrimenti non potete usufruire del servizio sanitario.
Il che significa che, con le vostre fratture multiple, sarete trasferiti in una struttura per gli indigenti, con servizi decisamente peggiori e senza nessuna speranza di ottenere pratiche riabilitative o terapie particolari.
Lo stesso vale se siete uomini o donne sopra i 50 anni e dovete fare una mammografia o un’analisi della prostata, esami che da noi sono di routine e che si fanno annualmente, mentre qui costano migliaia di dollari.
Questo per parlare degli aspetti negativi e delle false leggende che circolano su questo paese.
Poi invece ci sono aspetti sorprendenti, piacevolmente.
Chiunque in Europa è certo del fatto che gli Stati Uniti siano il vero problema dell’inquinamento globale e che il loro approccio alla questione del surriscaldamento del pianeta sia il motivo per cui non si riescono a prendere decisioni davvero concrete per dare una svolta alla situazione.
Falso, per lo meno in parte.
È vero che l’attuale governo è nelle mani dei produttori dei carburanti fossili, ostaggio di gente che non ha nessuna intenzione di chiudere o riconvertire un’attività redditizia e radicata, ma è anche vero che il movimento ambientalista e le ventate di cambiamento sono molto più forti che da noi.
Più di cento città statunitensi hanno deciso di aderire simbolicamente al Protocollo di Kyoto e si sono riproposte di tagliare le emissioni di CO2 entro i limiti stabiliti dal trattato, attraverso strategie diverse, a livello locale.
A San Francisco le buste della spesa, per legge, non potranno più essere in plastica, a meno che non siano fatte con un nuovissimo composto completamente biodegradabile.
La California ha adottato leggi speciali che danno incentivi enormi a chi acquista auto ibride, pannelli solari o fonti di energia rinnovabile.
Inoltre secondo la mentalità americana, firmare un trattato, un accordo, un contratto e poi non rispettarlo, sarebbe un fatto alquanto imbarazzante, grave nei confronti sia dell'opinione pubblica che della propria coscienza.
Non come in Italia, dove l'accordo di Kyoto è stato firmato immediatamente e poi è rimasto quasi del tutto lettera morta, tanto che siamo il paese che dovrà versare più multe in Europa!
Delle nostre coscienze non parlo, tanto sarebbe come cercare una vergine in un bordello.
E questo è solo un esempio.
Ma ripeto, questo è un paese enorme, contraddittorio, in cui le sfumature sono infinite, ma dove la libertà di espressione è un bene fondamentale, da difendere con i denti.
Anche se questo vuol dire accettare che qualcuno la usi a proprio vantaggio palesemente, spudoratamente, senza la decenza di evitare la disinformazione.
Non importa cosa ti dicano, basta che possano dirlo.
Certo, un italiano che critica gli Stati Uniti su questo punto non è credibile.
Ma il fatto è che qui tutto è portato agli estremi: sono in grado di far dimettere un presidente per uno scandaluccio di spionaggio da niente e poi su ogni canale televisivo ci sono dibattiti, pubblicità, interventi, a volte tanto divergenti ed assurdi che ti chiedi come sia possibile che certe persone parlino in pubblico: pochi giorni fa erano di fronte uno scienziato che portava dati a riprova del fatto che la situazione climatica sta diventando preoccupante ed un rappresentante della Associazione dei produttori di carbone.
Carbone!
Il petrolio è nulla a confronto!
Ci sono circa 40 incendi sotterranei in miniere di carbone negli USA, alcuni bruciano da decenni, uno, a Centralia, in Pennsylvania, è esploso nel 1962 e dopo 45 anni e 40 milioni di dollari hanno deciso di lasciarlo bruciare, tanto che la cittadina è stata evacuata, gli interventi di spegnimento sospesi e l’autostrada che passava di lì deviata.
E quell’idiota diceva a tutti che il carbone è una fonte energetica irrinunciabile, che sorregge l’economia statunitense e che senza di esso la famosa “American way of life” non sarebbe possibile.
Intanto Centralia brucia, si stima che continuerà a farlo per i prossimi 250 anni e sprofonda lentamente.
Ma state certi che se si giungerà ad un cambiamento radicale, tutto avrà origine da qui.
Un po’ perchè sono un popolo ricco di risorse, avvolto in uno spirito pionieristico innato e radicato, un po’ perchè saranno gli unici economicamente in grado di far ripartire il mondo in caso di un collasso generale.
È un popolo testardo, ferocemente convinto che la legge della giungla debba essere il pilastro fondamentale del rapporto fra gli uomini, aldilà del bene e del male.
Hanno il problema dell’obesità diffusa (il 34% della popolazione adulta) e come lo risolvono?
Bombardano il pubblico con decine di programmi televisivi in cui dei volenterosi, rigogliosamente al di sopra dei 150 chilogrammi dopo anni d’inattività fisica e “cibo spazzatura”, si confessano, si sfidano, si espongono al resto del paese per dimostrare quanto sia bello perdere peso e tornare a vivere una vita diversa da quella di un manzo all’ingrasso.
“Il grande perdente” (dove “loser” in inglese produce un gioco di parole fra colui che perde peso e perciò vince nel gioco) fa sfidare dieci montagne di ciccia in un campo di lavoro dove le calorie sono drammaticamente ridotte e l’attività fisica di una settimana è quella che in precedenza hanno svolto nell’arco della loro intera, epicurea vita.
“Voglio tornare ad avere il fisico di una Cheerleader della Scuola Superiore”, nonostante il titolo più obbrobriosamente lungo della storia degli show televisivi, non propone nulla di nuovo, se non il progressivo rinascimento fisico e spirituale di 10 donne che ai bei tempi erano le reginette della loro scuola e dopo il terzo figlio, il secondo matrimonio o il quinto quintale di patatine ed hamburger, hanno assunto forme degne di un quadro di Botero.
Non so se sbagliano, ma certamente muovono milioni di dollari in palestre, diete, interventi chirurgici di liposuzione o di riduzione dell’intestino e chi può paga, mangia correttamente, va in palestra tre volte a settimana oppure al circolo a giocare a tennis, chi invece per ignoranza, pigrizia o indigenza sceglie i trigliceridi ed il colesterolo, si avvia ad una morte da infarto o ad una vecchiaia molto corta.
In realtà è solo una versione più sofisticata della regola per cui se nasci gazzella è meglio che cominci a correre sin dal mattino presto.
Se poi mentre corri ti azzoppi, cosa vuoi, anche il leone dovrà pur mangiare!
II Puntata: Un matrimonio e un funerale
Domenica scorsa si sono sposati due cari amici.
Lei è addirittura una compagna di liceo, con cui non abbiamo mai smesso di tenere i contatti, nonostante le carriere, i figli, le nuove amicizie, a smentire un po’ quella regola per cui dopo la maturità si perde per strada una parte della propria vita, lasciando cadere nell’oblio coloro con cui si sono condivise alcune delle emozioni più forti che si possano mai provare in una vita.
Molti di noi, molti di quella classe di un liceo classico polveroso e statico, hanno deciso che non era davvero il caso di lasciare che il tempo c’ingrigisse i ricordi, dato che aveva già il potere di ingrigire i nostri capelli, di farci spuntare le prime rughe, di imbolsirci un po’ e sconfiggerci da tanti altri punti di vista.
Molti di noi hanno deciso di dare battaglia al tempo e di mantenere vivi quei ricordi, nel corso di pomeriggi a casa a bere e ridere di gusto, fra i giocattoli dei figli, le bollette da pagare e le nuove fidanzate che s’incontrano per la prima volta.
Così succede che a Capodanno c’è sempre una casa in cui festeggiare insieme, ad agosto qualcuno propone una vacanza e a Pasquetta finiamo per rivangare interrogazioni catastrofiche, professori leggendari, battute memorabili o figuracce epiche.
Il tutto ha il sapore di quegli stessi giorni in cui ci preoccupavamo del brufolo in fronte, del compito di matematica o della “pischella” che non ci cagava di striscio.
Perchè siamo sempre noi, rinforzati da mogli, fratelli, compagne e fidanzati che si sono aggiunti nel corso del tempo.
Questi ultimi poi, sembrano affascinati da questo nostro modo di mantenere il legame, tanto che alcuni, imbrigliati nelle maglie della nostra amicizia, iniziano a farne parte viva, costituendo essi stessi la struttura di nuovi ricordi, più recenti ovviamente, ma che nel corso del tempo cominciano ad assumere le stesse sfumature mitologiche, lo stesso vitale stimolo a proseguire.
Ognuno di noi ricorda il passato degli altri e ci possiamo specchiare in noi stessi guardando il volto amico di chi sta spegnendo le candeline di una torta, di chi prepara un bagaglio o di chi è triste per qualche motivo.
Chiara e Massi si sono sposati domenica, dopo anni di convivenza, dopo una bimba meravigliosa, con dei bei boccoli biondi ed una pazienza infinita, ogni volta che le invadiamo casa per uno dei nostri raduni.
Si sono sposati ed io non c’ero.
Ma d’altra parte non ci sono stato in tante occasioni e probabilmente non ci sarò in tante altre.
Loro, i compagni di classe di quel liceo classico polveroso, lo sanno e lo capiscono, anche se chissà quante volte avranno biasimato questa mia scelta.
A volte lo faccio anche io, figuriamoci se non ne hanno il diritto, o quantomeno la facoltà, loro, che mi conoscono da una vita e da una vita continuano ad invitarmi, a volermi partecipe delle loro gioie.
Si sono sposati, Chiara e Massi, ed io li ho pregati di ritenermi presente, di contare sui miei auguri per una vita felice, di pensare che, anche se a migliaia di miglia, ero con loro per un’altra giornata delle nostre.
Vivere da vagabondo, da emigrante, da viaggiatore, ditelo un po’ come vi pare, vuol dire anche questo.
E vuol dire anche non poter essere vicino a chi ne avrebbe bisogno.
Oggi è morto il padre della mia più cara amica.
Mi è arrivato il suo messaggio con tre parole, secche, precise inequivocabili.
L’ho richiamata subito, stava per andare a casa dei suoi, era al lavoro.
Sono stato uno dei primi a cui lo ha detto, anche se sono qui e non posso andarmene dall’ufficio per raggiungerla ed abbracciarla.
Non sapevo cosa dire, non so mai cosa dire, quando muore qualcuno.
Perchè non c’è molto da dire, ma anche perchè mi sento ogni volta colpevole di una mancanza, di un delitto nei confronti dell’amicizia, come quella volta che non c'ero, a portare in spalla, insieme ai miei fratelli ed al mio migliore amico, la bara di un uomo che ci ha visti crescere, che ci ha fatto giocare a casa sua, con suo figlio, uno di coloro con cui sono cresciuto.
Non sapevo come rincuorarla, come darle quel supporto che tutti noi agognamo quando succede qualcosa di simile.
L’ho sentita forte, come sempre, dura, come troppo spesso in questi ultimi mesi.
So che si sente colpevole di non essere stata lì, in quel momento finale, quando lei, il medico di casa, avrebbe dovuto verificare l’ultimo respiro di chi l’aveva tenuta in braccio da bambina.
Avrei voluto dirle che non deve nemmeno pensarle certe idiozie, avrei voluto dirle che non deve sentirsi colpevole di nulla, se non di aver creduto, in qualche istante di umana disperazione, che tutto il dolore che stava provando potesse sparire come in un brutto sogno.
Invece non ho detto che parole ordinarie, superflue.
Ora devo ricominciare a fare quello che stavo facendo prima che giungesse il trillo di quel messaggio, ad interrompere la quiete di questa vita distante da tutti.
Ed ogni volta che sentirò di nuovo quel suono, nei prossimi giorni, ripenserò al fatto che non avrò potuto essere al suo fianco, come ogni buon amico dovrebbe, in certi momenti.
Poi i giorni passeranno, il senso di colpevolezza affogherà nella quotidiana lotta per fare in modo che non affoghi tutto il resto, di certo ci rivedremo a Natale, per abbracciarci in silenzio, forse lei mi verrà a trovare.
Anche il suo dolore passerà, dimenticherà i pensieri folli che le sono passati per la testa in certi istanti, ricomincerà a sorridere, ad essere la splendida donna che è sempre stata.
Magari riuscirà anche a dimenticare che non ero lì con lei, o forse semplicemente farà finta che ci fossi anch’io, a ringraziare il padre per essere stato ciò che è stato.
E per una volta ancora avrò perso qualcosa per strada, lasciando una lacrima a segnare il punto.
III puntata: “Elezioni”
Cari amici,
mentre in Europa dormite Guatemala freme per sapere del suo futuro.
Oggi, 9 di Settembre, si sono svolte le elezioni generali.
I seggi si sono chiusi alle 18 ed ora, in nottata, stanno arrivando i primi risultati.
Un grande risultato, per una giovane democrazia come quella guatemalteca, è stata l’affluenza, che pare si attesti intorno al 60% (delle persone esistenti, con documento di identità e iscritti alle
liste elettorali!!!).
Meno democratica è stata la campagna elettorale, marcata da morti di candidati, minacce, diffamazione e soprattutto dalla mancanza di opzioni… opzioni democratiche ed oneste.
In pratica si deve scegliere il meno peggio.
Molti dei candidati, addirittura anche alla presidenza, sono coinvolti nel narcotraffico, riciclaggio di denaro sporco e tanto altro.
La cosa triste è che tutto questo è pubblico, ma nessuno si è preoccupato di aprire un’inchiesta e questi brutti ceffi hanno continuato la campagna elettorale comprando voti con pochi soldi, con un kg. di fagioli o di farina.
I risultati sono ancora fluttuanti ed è ancora presto per tirare le somme.
Al momento è in testa il Partito patriota il cui slogan è MANO DURA; CABEZA Y CORAZON!!!
Sicuramente il fattore sicurezza in questo paese è sentito come un problema molto serio che non permette lo sviluppo del paese.
Il livello di delinquenza (secondo i dati del BID, nella capitale si registrano più di 100 omicidi ogni mille abitanti) dunque non è solo un problema di carattere nazionale, ma anche un elemento che potrebbe fare la differenza in queste elezioni.
In Guatemala ci sono 22 partiti politici legalmente iscritti, però di questi solo 14 si sono presentati alle elezioni.
Sicuramente il panorama politico è marcatamente di destra.
In questa amalgama di posizioni a destra, quello che predomina sono posizioni neoliberali e alcuni militaristi.
Senza dubbio la maggior parte non si definisce propriamente come tale e il panorama sembra registrare una mancanza di ideologia.
Le elezioni inoltre mostrano una costante sociale: gli indigeni e le donne continuano ad essere i maggiori esclusi.
Nei giorni passati era impossibile transitare in una strada senza incontrare un panorama saturo di
fotografie, manifesti e pubblicità elettorale, addirittura muri di case dipinte con la faccia di qualche candidato sorridente o con i colori di un partito, sassi e alberi anche loro assoggettate a questa campagna elettorale selvaggia.
Per aumentare il caos cittadino poi non sono mancate carovane di macchine che facevano rumore o gente con magliette dei vari partiti ad ogni angolo di strada che cercava di attaccare alle macchine adesivi dei propri partiti.
Purtroppo tutto questo continuererà ancora perché quasi sicuramente nessun candidato conquisterà la maggioranza e quindi ci sarà il ballottaggio e allora comincerà il balletto delle alleanze.
Purtroppo chiunque vincerà non sarà una grande svolta per il paese.
La strada è ancora lunga…
Per ora l’unica certezza è che stasera termina la “ley seca”.
Una legge applicata dal 2004 che non permette di vendere e consumare alcolici dall’una di notte alle sette di mattina e che in questo caso è stata applicata da ieri a mezzogiorno fino al termine
delle elezioni per aiutare i cittadini ad arrivare sobri ad un momento così importante
come quello di esercitare il diritto di voto!!!
Vi terrò aggiornati.
Un abbraccio,
Flavia
I Puntata: E tutti a ballare a Dupont Circle
La musica era talmente travolgente che chiunque finisse ad una distanza di meno di 20 metri dai fiati scatenati dell’orchestra veniva risucchiato come in un vortice di frenesia ritmica, impossibilitato a rimanere fermo e travolto da spasmi più o meno coordinati, a seconda del grado di abilità nella danza.
Ve lo dice uno che di fronte alla proposta di un ballo, diniega cortesemente adducendo una scusa che normalmente colpisce nel segno e spegne gli entusiasmi della intraprendente donzella: “Mi spiace, ma sono meno coordinato di una scogliera”.
Eppure quella sera, in quell’angolo di piazza gremita, anch’io accennavo un balbettio dei piedi, scuotevo l’anca in maniera oscenamente comica e mi lasciavo trasportare dallo swing improvvisato di quei musici da strada.
Anita, al mio fianco, era certa che non fossi ubriaco, dato che aveva seguito da vicino il ritmo bassamente alcolico della serata appena trascorsa, ma si ritrovava a guardarmi fra il divertito ed il sorpreso; arresasi di fronte ad anni di rifiuti quando mi si proponeva una serata in locali dove il ballo predomina, ora mi osservava incredula scimmiottare qualcosa di simile ad un assolo di danza nel bel mezzo di quella baraonda di trombe, sassofoni, clarinetti, tube e tromboni.
C’era una ragazza bionda tutta treccine che sembrava una di quelle prime file da Charleston nei film sul proibizionismo americano dei primi del ‘900, solo che lei indossava pantaloni da rapper e bracciali multicolore e ad un primo sguardo non avrei mai sospettato che fosse in grado d’imitare alla perfezione le mosse ritmate e travolgenti di Josephine Baker.
Davanti a lei un omone di colore, che le dava spalla e la rendeva ancora più credibile di fronte alla platea, formata da matrone nere enormi e sorridenti, homeless sdentati, studenti univeristari che mischiavano al ritmo un po’ di sano pogo alla Sid Vicious, coppie gay ed etero, di tutte le età e con vestiti da sera o pantaloncini da uscita libera e sacchetti della spesa.
Nel mezzo io ed Anita, che eravamo alla fine di una delle nostre prime serate a Washington DC.
Perchè è qui che ora vivo.
All’angolo fra Massachusetts Avenue e la 17sima Strada, a due passi da Dupont Circle, un po’ la Campo dei Fiori di questa città che gli statunitensi hanno deciso di rendere capitale della loro nazione.
Fatte le dovute proporzioni, ovviamente.
E mi ritrovo qui, dopo qualche settimana di organizzazione, lontano migliaia di kilometri dal mio vecchio appartamento in Arsenija Čarnojevića, Belgrado.
Si ricomincia.
Lavoro nuovo, città in un altro continente, nuovi colleghi.
E quindi nuovo titolo a queste divagazioni da condividere.
Perchè “bancario errante”?
Perchè ora lavoro per la Banca Mondiale, quindi sono un bancario, e perchè una parte del mio lavoro dovrò portarla a termine in vari paesi del mondo, errando fra una lingua e l’altra, a cominciare dallo spagnolo del Perù, dove probabilmente andrò a Dicembre.
Troppo lungo e complesso spiegare come ci sono arrivato, così ho deciso di partire subito dalle storie di tutti i giorni, per raccontare cosa c’è qui, cosa non mi aspettavo e cosa già conoscevo.
Quello che non mi aspettavo era di svegliarmi la mattina e trovare un cervo davanti alla porta finestra della casa che avevo affittato per il compleanno di Anita nell’ultimo fine settimana di Agosto.
Io in mutande e lui con la bocca piena di foglie, nessuno dei due con un’espressione particolarmente intelligente.
Già, perchè non mi venite a dire che se decidete di fare una sorpresa alla vostra compagna e la portate in una baita isolata in montagna nel bel mezzo della Virginia, vi aspettate una cosa del genere.
Io pensavo che saremmo stati a poche centinaia di metri dalla civiltà, con una bella vista su una vallata ed una Jacuzzi nel bagno.
Invece no!
Assoluto silenzio radio, con i cellulari che hanno smesso di funzionare a 10 miglia dall’arrivo, verde a perdita d’occhio, foreste intatte e fitte, autostrade enormi che lambivano gli alberi e poi viuzze sterrate, inerpicate nella vegetazione che smette di circondare la macchina solo quando si giunge nei pressi della enorme baita, punto finale del viaggio.
Ad accoglierci Judy e Richard, ex dipendenti della Banca Mondiale in pensione.
Ho letto una volta che il motivo per cui le donne parlano di più degli uomini, risiede nel maggiore sviluppo che in esse ha la parte del cervello deputata a tale funzione; inoltre, nello stesso libro, ho letto che al termine di una giornata le donne hanno utilizzato mediamente 20.000 parole, contro le 7.000 di un uomo.
Ciò causa spesso problemi di coppia la sera, quando il maschio siede a tavola, mangia e bofonchia si e no qualche muggito, mentre lei si prodiga nel dettagliato resoconto della giornata.
Tornando a Richard e Judy, essendo assolutamente isolati dal resto del mondo, rappresentavano un esempio perfetto della questione, con lei che aveva da parte in arretrato almeno qualche milione di parole in attesa di essere proferite a qualcuno e lui che ormai s’era abituato ad usarne anche meno della metà di quelle di cui aveva bisogno nel mondo civile.
Il risultato è stato un assalto logorroico da parte della simpatica ed ospitale padrona di casa, la quale mi ha ripetuto tutto ciò che aveva già scritto nelle dettagliate email ed ha infarcito ogni frase con domande a cui non mi lasciava rispondere.
Anita nel frattempo era in una fase di trance da jet-lag che le impediva di reagire agli stimoli esterni con prontezza, per cui sorrideva beatamente, senza mascherare affatto la sua totale incapacità di seguire una sola virgola del discorso.
Liberatici dell’arzilla anfitriona, abbiamo scelto la camera da letto fra le due disponibili, prenotato il ristorante più vicino e ci siamo tuffati nel cibo più sorprendente degli ultimi anni.
La Thornton River Grille è un ristorante tutto in legno, con la cucina a vista ed un menù davvero particolare, nel cuore di Sperryville, una cittadina fuori dagli Stati Uniti, totalmente priva di catene multinazionali, piena di piccole botteghe di artisti locali e negozi di modernariato, con un unico forno che prepara deliziosi muffin e torte ai mirtilli da delirio dei sensi.
Insomma, tutto quello che non t’immagini di trovare nell’America di provincia.
Il fine settimana è proseguito con una passeggiata a cavallo in cui mi sono sentito John Wayne, in sella al mio purosangue Sugar, fra alberi di mele e dolci colline.
Avevo un elmetto di carbonio in testa che mi faceva sembrare il falso alieno sezionato nel falso video sull’Area 51, faceva un caldo che sudavo come un ippopotamo eccitato, ma stavo cavalcando in America, in sella al purosangue Sugar.
Tanto per farvi capire quant’era eccitante la cosa, vi posso solo aggiungere che ad accompagnarci nella passeggiata c’erano Ethel, una tredicenne che cavalcava dall’età di 3, ed il fratellino minore, non più alto di un metro e venti, ma taciturno e serio come un vero cow-boy, tanto che pensavo che da un momento all’altro avrebbe tirato fuori da una tasca il tabacco da masticare, per dedicarsi a sputare a terra boccate di saliva nera.
L’epilogo degno di nota s’è materializzato la notte prima della partenza, quando mi accingevo a preparare un piatto di pasta con i funghi da innaffiare con un ottimo vino locale.
Tempesta da film catastrofico e improvviso blackout.
Due secondi dopo ci ritroviamo Judy alla porta di casa, con torce, candele e acqua, che ci spiega l’accaduto, nel caso noi europei non avessimo chiaro il concetto di blackout, e ci offre di andare da loro a goderci la luce del generatore a benzina, in attesa del ritorno della corrente elettrica nella nostra baita.
Ovviamente avrei preferito vagare nei boschi alla ricerca di un Grizzly con cui giocare allo schiaffo del soldato, piuttosto che sorbirmi la logorrea della nostra amabile vicina, per cui abbiamo gentilmente declinato, aggiungendo che la Thornton River Grille ci attendeva per un bis della sera precedente.
Al ritorno a casa Anita s’è fatta prendere da un sottile ed insidioso senso di panico per la situazione contingente.
In effetti ho effettuato rapidamente una valutazione della situazione: in Italia nessuno sapeva dov’eravamo e d’altra parte non avevo dato l’indirizzo esatto nemmeno ai miei contatti americani; eravamo nel bel mezzo del nulla, isolati da altre forme di vita umana da almeno un’ora di cammino in boschi bui e popolati di animali selvatici; avevo trovato l’indirizzo della casa su internet ed eravamo arrivati lì con un’auto a noleggio; la casa era enorme ed assolutamente penetrabile dall’esterno; l'elettricità non era tornata e ciò aggiungeva un tocco spettrale ad ombre e rumori; ciliegina sulla torta, al rientro ci troviamo i coniugi pensionati che ci salutano dalla finestra della loro casa, illuminati da dietro in uno scenario a metà fra “Arsenico e vecchi merletti” ed un film di Hitchcock.
Ed il panico ovviamente s’è insinuato virulento anche in me.
In conclusione, ho dormito due ore, dato che, ostentando sicumera e virile sprezzo del pericolo per calmare le fobie irrazionali di Anita, sono riuscito nell’intento di farla addormentare fra lampi e tuoni, ma ho atteso tutta la notte il colpo d’accetta che avrebbe fatto partire la follia omicida della loquace Judy, mentre il taciturno Richard avrebbe iniziato a demolire le pareti di legno con la sua motosega da 150 cavalli.
Un perfetto film horror, con tanto di bella che urla disperata sul letto ma poi alla fine si salva e l’unico che crepa subito squartato è lui!
Mettetevi un po’ nei miei panni, voi avreste dormito?
Il risveglio di Anita è stato quello di una bambina di 6 anni al primo giorno di vacanze estive che non vede l’ora di andare a provare la nuova bicicletta nel parco vicino casa.
Il mio assomigliava più a quello di un paziente allettato a cui devono fare una rettoscopia ed ha scambiato l’aspirapolvere con il sondino dell’ecografo.
Ma poi la Skyline Drive ha rimesso tutto a posto e ci siamo goduti questa striscia di strada che corre sulla vetta di una catena montuosa, fermandoci ad ogni belvedere per osservare il panorama e goderci il fresco della mattina.
Uno stop in Virginia a fare spesa in un megastore Kmart, la riconsegna del veicolo all’aeroporto, due passi nel nostro nuovo quartiere prima di affrontare la settimana alle porte.
Poi quel concerto improvvisato pochi giorni fa.
Ed il ritorno a casa mano nella mano, con il CD artigianale acquistato a 10 dollari e la musica della Congregation of Peace for All People Orchestra nelle orecchie.
XVI puntata: Mickey Mouse
Come potete vivere negli Stati Uniti e non amare Mickey Mouse?
E mica c’è bisogno di andare a Disney World... se vivete a NY ve lo ritrovate in casa Mickey Mouse!
Vi bussa a domicilio, anzi manco bussa... ‘sto cafone!
Così l’altro giorno (quando ancora avevo un residuo di femminilità in me) ho visto un’ombra passare mentre ero sul mio divano per la serata tra me e me, sushi e film indipendente (by the way “Factory girl” non è male).
Cosa ho fatto?
Ma che ci vuole tanta immaginazione???
Ho fatto il classico salto da casalinga fifona (solo che il mio era un salto a metà visto il mio ginocchio e mezzo) e ho cacciato un urletto tutto stridulo che nel linguaggio animale viene definito da Discovery Channel come il famoso richiamo della femmina in pericolo verso il maschio cacciatore, protettivo, EROE del focolare.
Si ma il mio richiamo è caduto nel vuoto... bello questo di vivere da sole eh???
Viva la cazzo di indipendenza...
Insomma meno male che Mickey si è cagato sotto per l’acuto da 200 decibel e si è rintanato non so dove, cosa che mi ha dato il tempo di piangere al telefono con l’eroe dei nostri tempi, mito di una generazione newyorkina: LO STERMINATOR.
È venuto, ha piazzato veleno ovunque, in ogni minuscolo anfrattino poi mi ha lasciato un pacco di fogli, di quelli a striscie, uguali uguali a quelli che uso per la ceretta...(????)
“Piazzali in giro” mi fa’ “Sono appiccicosi, sono la cosa che funziona meglio, così ci rimane incastrato”.
“Ok” penso “ha senso, ormai i topastri sono furbi, nelle trappole non ci cascano più, se gli metti un pavimento di colla sotto le zampette ha più senso...” ma poi penso (e dico): “Oh, ma ci rimane incastrato ma mica ci muore??? E poi???”.
Sguardo di stupore e sofferta pazienza da parte sua che rivedo periodicamente in ogni uomo che mi prova anche solo per sbaglio a parlare di tecnologia, motori etc...
“Poi lo ammazzi e lo butti nella spazzatura”.
EHHHHHHH???????????????????
Ma stiamo scherzando???????????????
Io mi devo ancora riprendere dall’averlo VISTO il topo, figurati toccarlo, AMMAZZARLO????
Ma che sul serio????
E mi sono ricordata che al mare quando vedevo uno scarafaggio gridavo “Benedetttaaaaaaaaa”.
E lei arrivava tutta disinvolta e via di scarpata come niente fosse, mentre io ero a 3 sicuri metri di distanza ancora paralizzata.
E le chiedevo pure di darla leggera la scarpata che il rumore del bacarozzo schiacciato mi faceva schifo.
Insomma, che se qualcuno di voi ha mai pensato fossi una donna coraggiosa si è proprio sbagliato.
Mai nascosto di essere una gran codarda del resto.
Beh ieri il topo non si è presentato.
Bastardo... perchè io così ho cominciato a credere che si fosse suicidato mangiando veleno e che avesse pure avuto il buon gusto di andare ad autoseppellirsi nel suo buchetto, con discrezione e onore e soprattutto tanto buon gusto.
Lo pensavo mentre un’ombra passa rapida... ma porc... e lui si ferma pure, mi guarda e poi scansa le trappolette di colla e si infila dietro il sofa... cioè, ci mancava solo mi facesse una pernacchia.
E allora, tremolante ma incazzatissima, ho studiato la planimetria del mio appartamento (saranno 25 metri quadri dove per evitare le sei trappole bisogna proprio essere Speedy Gonzalez) e penso: “Bastardo, per le scale ci devi proprio passare per forza”.
Cosi, come a Risiko, quando vi manca solo un continente dei maledetti 24 da conquistare, ho piazzato tutti i miei carrarmatini (le 6 trappole collose) su solo uno dei gradini, coprendo tutta la superficie.
E poi, ho sperato: “Che si suicidi col veleno, che si suicidi col veleno... ma chi se ne frega dei carrarmatini...".
10 minuti dopo sento un rumoraccio sospetto, mi giro e lo vedo lì, spiaccichiccicato contro una delle trappole a ceretta.
Tutto agitato.
E che faccio?? che faccio??
Mi giro dall'altra parte pensando: “Ce la potrà fare a trascinarsi da solo, con tutta la ceretta, nel buco del cazzo e creparci???".
Mi rimetto in me e decido che non è un’ipotesi possibile.
Così acchiappo la scopa prima che si possa divincolare dalla ceretta e colpisco, e colpisco... e smadonno, perchè ovviamente essendo una trappola a colla la scopa mi ci rimane incollata pure lei e così quando la alzo tiro su pure il mezzo cadavere e la trappola.
Una roba da schifo.
Decido, chi se ne frega, butterò te, la ceretta, la scopa, e pure i gradini se necessario.
Ok, vi scrivo, perchè sono ancora lì, qui accanto a me, perchè se vi scrivo magari trovo il coraggio di tirare su quel corpetto grigio e farlo finire nella spazzatura, lo so... lo devo fare... tanto ormai dopo i colpi di scopa ho perso quel grammo di femminilità che mi era rimasto...
Ormai sono una newyorkina completa, una ammazzatopi, una che dirà (come hanno fatto con me) a un’amica nella stessa situazione, che commenta disperata (come ho fatto io): “Welcome to NY”.
Vado... ce la posso fare... lo so...
“Benedettaaaaaaaa”...
XV puntata: On the streets of Philadelphiaaaaaaa
Insomma qua si gioca e si scherza ma si è fatto luglio, così per sentirci in vacanza anche noi, che in Ammmerica giorni di vacanza non ne vediamo, si decide per un fine settimana fuori dalla City.
Così io e la nostra beneamata Sabrina ci buttiamo sul fantastico Chinatown bus, col cesso rotto, che il cinese ha comunicato nella seguente maniera "Batrum no uok", con un odorino di... (immaginate), e il sospetto di finanziare la mafia cinese che immagino tutti ‘sti autobus a prezzi ridicoli li usi per trasportare non solo persone ma lui'uitton, plada, cianel e via dicendo.
Che si fa a Philadelphia?
Ma come???
Non avete studiato la storia americana???
A Philli si visitano 4 stanzette 4, ex corte costituzionale, ex senato, ex parlamento, stanzetta con campana suonata per radunare i cittadini alla lettura della dichiarazione di indipendenza. tempo necessario per vedere tutto cio: 2 ore.
Poi????
Ma come poi... poi si prende per il culo tutto l'ente turismo di Philadelphia che manda in giro dei poveri signori e signore di 50 anni vestiti come Franklin o Adams o Washington per farti credere che così puoi vedere com’era la vita nella seconda metà del ‘700... ma che è Disneyland???
E allora metteteci pure Pluto e Paperoga!
Poi ‘sti poracci con parrucca, calzini, panciotti, lunghe giacche in broccato con 40 gradi... ma non ce l'hanno un sindacato comparse Cinecittà???
Ci guardiamo e optiamo per dedicarci alla vita notturna: teatro?
Il concierge ci guarda e ci fa: “Ci sarebbe anche un concerto in citta'... Def Leppard...”
Def Leppard?
Ma non erano morti???
Mi trattengo dal macabro commento e chiedo: “Ma non si erano sciolti??” (versione diplomatica).
Evidentemente no.
E il concerto è in New Jersey.
Come New Jersey?
Noi ci veniamo dal NJ!
Allora scopriamo che se passi il ponte di Philli cambi anche stato e mi viene voglia di mettermi alla fine del ponte a saltellare a destra e sinistra e fare: Pensilvania, NJ, Pensilvania, NJ.
Concerto Def Leppard: pratone con età media 55 anni, con americani super attrezzati con sedioline sdraio con il bracciolo che include il pratico e irrinunciabile porta bibite.
Non sapevo si potessero scegliere optionals sulle sedie sdraio...
55 anni ma ancora belli incazzati, con magliette incazzate, capelli incazzati e figli di 5 anni con altrettante magliette e capelli.
Mentre anche noi ci facevamo prendere dalle braccia alzate con mani a corna e grida varie e un tipo prendeva la gamba di Sabrina suonandola come una chitarra elettrica, mi sono girata e ho visto alla mia sinistra il fiume, Philadelphia dietro, il ponte e ho pensato quanto fosse semplicemente assurdo, e per questo significativo, dove stavo e come stavo.
Come siamo rientrate?
Siamo corse sul lungofiume e abbiamo preso una barca.
E ti senti proprio Renzo e Lucia ad attraversare un fiume di notte da uno stato all'altro.
Renzo e Lucia versione rock anni ‘80.
Detto questo... nota gastronomica: qual’è il piatto famoso di Philli?
La Philli Cheese Steak : panino con dentro fettina di dubbia qualità con sottiletta... si mangia in due specie di fast food alla Grease a South Philli.
Tutta America se passa per Philli ci va.
Tipica porcata colesterolica americana, che come tutte le porcate americane da gusto provare.
Oh, se non sapete ordinare in inglese non andateci (non lo dico io, lo dice un mega adesivo sulla vetrata - poi dicono che a NY la gente è stronza...).
Passo e chiudo.
Walk away if you want to.
Its ok, if you need to.
Well, you can run, but you can never hide
From the shadow that’s creepin’ up beside you.
And, there’s a magic runnin’ through your soul,
But you cant have it all.
(whatever you do)
Well, I’ll be two steps behind you
(wherever you go)
And I’ll be there to remind you
That it only takes a minute of your precious time
To turn around and I’ll be two steps behind.
Def Leppard
II puntata: “Ridateci la città”.
Cari amici,
questa settimana il nome di Guatemala è apparso sui periodici e le televisioni di tutto il mondo. Tanto per dare dei numeri, più di 600 giornalisti della carta stampata e circa 300 della televisione sono nel paese per trasmettere la 119a sessione del Comitato Olimpico Internazionale.
A questi aggiungete, le delegazioni di tutto il mondo, le forze dell’ordine, la sicurezza privata, ecc.
Oggi si deciderà dove si terranno i prossimi giochi olimpici invernali.
I candidati sono Austria (Salisburgo), Russia (Sochi) e Corea del sud (PyeongChang).
Di nuovo una città in stato d’assedio: le strade intorno ai principali alberghi dove si tengono i vari eventi sono chiuse al traffico e come al solito io, con il mio ufficio, mi trovo al centro di
tutto questo!
Spazi aerei chiusi, un dispiegamento di polizia impressionante e le solite manifestazioni di protesta cercando di approfittare della copertura mediatica!
In questo caso si tratta di proteste sul tema scottante del “femicidio”.
I vari capi di stato gironzolano per la zona mettendo in crisi lo stato già precario del traffico cittadino.
La via sotto l’ufficio è diventata la via del “deporte” (sport) dove vengono presentati spettacoli, esibizioni ecc.
La giornata iniziale per esempio ha previsto una interessante dimostrazione del gioco della pelota maya!
Mentre vi scrivo fuori “urlano” i clacson di inferociti guatemaltechi che cercano di raggiungere la propria meta (così tutto il giorno!).
Questa mattina l’edificio dove mi trovo era “assediato” da giovani di un collegio austriaco che cercavano di sponsorizzare la candidatura austriaca.
Molti carini peccato che è veramente difficile lavorare con 200 ragazzini urlanti con tanto di tamburi e magafoni!!
Mi fa piacere che una volta tanto i riflettori siano puntati sul Guatemala per qualcosa di positivo, anche se questo complica la vita di noi poveri mortali.
A volte questi eventi possono essere occasioni per stabilire contatti tra paesi.
Ad esempio ieri, Putin, che sta partecipando alla sessione del COI, ha annunciato che a partire dal 2008 la Russia aprirà un’ambasciata in Guatemala.
Inoltre ha espresso la possibilità di un investimento importante di imprese russe di gas e combustibile nel paese.
Ha informato anche che le compagnie russe di energia sono interessate a costruire una piattaforma elettrica in Guatemala.
Insomma viva lo sport, viva Guatemala...ma ridateci la città!!!
XIV puntata: Londra in Massachusetts (ho evidentemente controllato lo spelling di massacciussetz)
Con evidente ritardo di qualche settimana dovuta alla sindrome del finesettimanastakanovista che si annida in noi emigranti a NY, vi scrivo qualche (o più) riga su Boston.
La gita comincia alle 8 di mattina a Penn Station, dove io comincio a telefonare all'impazzata a ogni numero in agenda smadonnando tra i denti stile Ringhio: “Ecco lo sapevo, quella ieri è uscita e mo’ me molla su ‘sto bus della Greyhound pe’ 4 ore come una str...” e mentre completo la parola mi fermo alla z, perchè lei, Roberta (la mia omonima), arriva con faccia alla Poltergeist, in pieno post-sbronza, biascicando solo “Acqua...”.
In autobus tira fuori il Mac (“Sai devo finire un lavoro...” ma come fa...? siamo proprio a un ritmo alieno ormai...) io guardo fuori dal finestrino eccitata dal viaggio on the road...: al primo bosco “Che bellooooo, guarda quanto verdeeeee”.... al ventimillesimo bosco “Aho’ che palle ‘sto Connecticut....".
Arriviamo a Boston, due larve.
Prendiamo il taxi per arrivare il albergo?
Si dai, ma ‘sti cazzi.
Risulta che dopo dieci minuti in taxi realizziamo che avevamo girato intorno a un block... brave, brave turiste polle.
Ci rifocilliamo, Roberta è felice trangugiando champagne in poltrona, sotto di lei tutta Boston.
Andiamo in spedizione, Mini Cooper, edifici di mattoncini, lampioni, edera, la perfezione... una piccola cittadella in provincia di Londra.
Poi, nella stradina perfetta, tra i fiorellini perfetti, il cartello perfetto “WALNUT STREET”, si la perfetta Via della Noce, nulla può accadere se vivi in Via della Noce, il mondo ti sorride in Via della Noce, non crescono rughe in Via della Noce, non perdi i capelli in Via della Noce, ma semmai diventi brizzolato e ti dicono che assomigli a George Clooney.
Poi da un finestra non bene identificata: “I am fuck*** killing you!!! Did you here me son of a bi***, I kill youuuuuuahuahirhrihr!”.
Il timbro proveniva da una corda vocale localizzata nel pancreas e rotta a randellate, un grido privo di qualunque umanità.
Noi ferme.
Due altri ignari passanti davanti a noi, pure.
Ci siamo guardati e sono convinta che per 5 secondi tutti ci siamo aspettati lo sparo... 5 - 6 - 7- ... niente.
Silenzio.
Continuiamo a camminare... lentamente... senza dire nulla... Walnut Street, ci manca solo il Pagliaccio di IT a questo punto a Walnut Street.
Ma c’è un gran sole, e si continua fiduciose.
Entriamo in un negozio, la Hyppie ci dice “Venite dal concerto?” ...concerto???
Giriamo due strade e... WOODSTOCK!
Cioè una Woodstock salutista, La Festa della Terra, che preannuncio ai romani non ha nulla a che vedere con la festa del raccolto del Forte Prenestino, insomma niente droga ma cartelli inneggianti al cibo biologico, al Vegan, alle comunità, alle religioni alternative tipo i Jesus for Jewish (Ma si! Poveri ebrei, anche loro vogliono Jesù! Gli appartenenti sono ovviamente dei poveri ostracizzati da ebrei e cattolici, poi parlano di razzismo...).
Roberta è una fan accanita.
Ci fermiamo a vedere 20 esseri usciti da chissà che comunità mezza-amish del mezzo dello Utah che suonano il piffero e ballano in circolo; sorrido a un bel ragazzo sano (che però dovrebbe seriamente ripensare al colore della camicia a scacchi e alla lunghezza imbarazzante del pantalone color cachi) e subito alle mie spalle la findanzata-condor lo abbraccia e marca il territorio con ferocia.
Pare che tra bontà, semplicità, comunità e preghiera si annidino le stesse stronze di sempre.
Siamo fiere, della nostra vacanza salutista!
La sera andiamo a cena a mangiare cozze condite con sabbia e c’è lui: "Peter il barista" italoamericano come mezza popolazione bostoniana, subito ribattezzato per nome e truzzaggine "Pietro Taricone".
E niente più vacanza salutista... ma qui Little Italy è proprio uscita dalla serie dei Soprano (o viceversa ovviamente): fuori dal locale i 4 capoccia controllano lo struscio di persone sul viale, stringono mani, alzano il tono, vestono mocassini neri a pelle sotto pantaloni bianchi e gesticolano mentre parlano in inglese a qualcuno dalla camicia sbottonata alla Tony Manero.
Ma donne!
Venite anche voi a Boston: gli uomini vi guardano!!!!
E capite che ormai tra Barcellona e NY siete entrate senza volere nella spirale gay (quella spirale che ti fa sentire trasparente anche con la migliore delle magliette scollate) e quando ne uscite la vostra autostima saltella impazzita!
Non solo guardano, ma sono belli, di quella sana bellezza americana, me li figuro giocare a football, essere il king del prom, mettermi il fiore al polso... poi fare il trasloco a Walnut Street... brrrrr!
Ma voi che mi conoscete sapete che il mio erotismo è riaffiorato perchè non solo sono belli, vi guardano e sorridono ma... c’hanno tutti un libro in mano a Boston!
Santa Harvard e college annessi, siete ispirazione per anima e corpo!
A Boston, ci sono Mini Cooper, si va al pub, si beve birra e non vino.
A Boston vi sentite vicino Londra, ma non ci siete, non fatevi fregare... lo spirito ammmericano riaffiora subito quando non mi fanno entrare in un locale perchè ho la carta d’identità invece del passaporto!
Perchè?
Risposta: “Come faccio a sapere che non è falsificata? Non conosco i documente italiani”.
Ma perchè se piglio un passaporto e lo falsifico un buttafuori ammmericano alle 4 di mattina sa capire che è falsificato????
Ma poi se falsifico qualcosa falsifico una ID americana, no???
Ma poi m’hai visto in faccia coglione????
Ti sembro sotto i 21????
Un messaggio agli ingegneri: passeggiando per le strade del MIT ho visto la più alta concentrazione di NERDS.
Tutti asiatici poi.
Porelli... noi abbiamo fatto le intellettuali e ci siamo messe a giocare agli specchi deformanti della scritta MIT... nessun commento please.
Baci.
VIII Puntata: E qui invece di mari ce ne sono due…
Stavolta mi risulta difficile trovare l’incipit giusto, perché non so se cominciare dicendovi che in Honduras c’ero già stato e quindi non ho potuto piantare la 26esima bandierina sul mappamondo in cui segno i paesi del globo su cui ho poggiato il piede almeno una volta, oppure parlare dall’inizio di Tegucigalpa, in assoluto una delle città più brutte che abbia mai visto.
E considerate che una simile affermazione viene da uno che giudica decente anche Brescia.
Oppure potrei aggiornarvi sulle mie peripezie aeree, sbattuto fra un continente e l’altro e preda dei controlli incrociati di mille doganieri; magari però v’interessa di più il lato sociale della questione e vorreste sapere cosa c’è di nuovo nel panorama dello sviluppo economico hondureño.
Tutto insieme risulterebbe un calderone immenso, in cui si potrebbe perdere di vista il senso di questa puntata.
Ma in fin dei conti questa potrebbe essere una puntata di cesura col passato, in grado di dare un diverso taglio a ciò che va profilandosi all’orizzonte, ovvero la chiusura del Diario di un navigante e l’apertura di qualcos’altro, considerando che quel titolo era collegato alla mia permanenza in Serbia e che tale permanenza non solo s’è ormai interrotta da tempo, ma sembra anche difficilmente rinnovabile.
Ma cominciamo a scrivere, altrimenti v’annoiate.
Il piano di voli d’andata prevede una notte di riposo a Houston dopo aver fatto scalo a Newark: mi comincio a preparare con due delle città più indecenti degli Stati Uniti per non sobbalzare di fronte alla visione di Tegucigalpa.
Ovviamente mi stordisco con una cena a base di colesterolo e sostanze plastiche varie, che però deve essere stato il risultato migliore raggiunto negli ultimi anni dallo chef dell’infame albergo in cui soggiornavo, dato che mi chiedeva continuamente se andasse tutto bene, gioioso e tronfio dall’alto dei suoi 185 cm cosparsi di lardo e sudore.
In realtà credo che fosse più la mia faccia disgustata a preoccuparlo, memore del fatto che non aveva ripassato bene la manovra di Heimlic che, per chi non lo sapesse, è appesa in tutti i ristoranti degli Stati Uniti a ricordarti che da un momento all’altro ti potresti strozzare con quel tenero bocconcino che ti stai gustando, quindi invece di pensare alla bella serata che stai passando con la gnocca che hai davanti, dovresti grattarti lo scroto e concentrarti sulla corretta masticazione!
Il mattino dopo in aeroporto, mentre attendo l’imbarco, mi ritrovo nel fuoco incrociato di tre hondureñe di mezz’età che si raccontano dei figli, di quella volta che hanno rapinato il cognato della sorella, di quel negozio che c’era una volta vicino al Parque Central, della varicella della nipotina a cui stanno riportando una bambola, della fame e dei morti che hanno visto negli anni ’80; con disinvoltura, senza troppa enfasi, come se si parlasse dei panni da stirare.
Poi concludono con una salto diretto nell’ambito religioso: benvenuti in America Latina!
E’ tutto un florilegio di “Gracias a Dios” “Dios nos dió la vida” “Tenemos que seguir el camino de Jesus” eccetera, eccetera; con condimenti di versi del Vangelo e interpretazioni teologiche della Bibbia da messa delle 7 della Domenica, col prete ancora nauseato dalla sbronza della sera prima.
“Usted habla español?” “Chi? io? No, no! No entiendo!” e mi sorridono poco convinte, anzi, certe che ho capito tutto e che non possono più parlare liberamente.
E invece dopo poco se ne dimenticano e ricominciano il loro delirio fanatico ultracattolico-evangelista, al che mi precipito verso il pub alle mie spalle e mi scolo una birra alle 10 di mattina, tanto per dimenticare.
Vi risparmio i dettagli dell’atterraggio a Tegucigalpa, perché non voglio togliere a nessuno l’ebbrezza di atterrare in quello che mi è stato comunicato soltanto dopo essere l’aeroporto più pericoloso del mondo per percentuale d’incidenti avvenuti.
In realtà, alla quarta picchiata del capitano per evitare le montagne circostanti, mentre si stagliavano davanti a me le carcasse dei veivoli a bordo pista schiantatisi in precedenza e mai rimossi, ho iniziato a pensare che, le parole di chi me lo aveva descritto come un “divertente giro sulle montagne russe”, fossero una benemerita presa per il culo.
Ma le simpatiche nonne-hostess della Continental ci rassicuravano tutte sorridenti dai loro posti, eccetto una la cui dentiera rotolava verso la Prima classe dopo aver perso due incisivi nel cocktail di un passeggero della Business.
Già, perché le hostess della Continental sono tutte almeno settuagenarie, non sto scherzando!
Arrancano tra le file di sedili con quelle capigliature da casalinga di provincia dei telefilm americani degli anni ’50, con colori improbabili, cotonature degne delle Bangles e unghie laccate tipo quelle della zia rincoglionita che ognuno di noi ha nell’albero genealogico.
Bukowski diceva che lui prendeva le donne quando non erano più donne ed alla Continental credo che abbiano fatto di quelle parole il loro motto: prendono le hostess quando non sono più hostess!
Le aspiranti devono avere come requisito minimo il raggiungimento di 10 anni di ritiro della pensione all’ufficio postale, perché vi assicuro che alcune avevano problemi di deambulazione, altre invece manifestavano problemi di artrite alle mani e mentre ti versavano le bibite dovevi stare attento che non gli cascasse il thermos del caffè bollente sulle parti del tuo corpo meno pronte a tale evenienza.
La spiegazione potrebbe essere anche un’altra, ovvero che le pagano talmente poco che sono costrette a lavorare da circa 50 anni, ovvero da quando, agli albori dell’aviazione, la PanAm e Howard Hughes si contendevano i cieli d’America!
La cosa non mi sorprenderebbe, conoscendo un po’ il sistema previdenziale statunitense.
Ma torniamo a Tegucigalpa.
Finalmente si torna a parlare spagnolo, con quella sonorità dolce e malinconica che hanno i centroamericani, molto cantilenata, quasi dispiaciuta di non poter direttamente cantare un paio di strofe, mentre ti pregano di porgergli i documenti.
Raccolgo i bagagli, passo il controllo doganale, ricevo il primo complimento dalla ispettrice e ciò mi fa ricordare un aspetto di questi luoghi che avevo scoperto anni fa in Guatemala: qui in Centroamerica sono considerato una specie di Brad Pitt!
Uomini normali di tutto il mondo, sappiate che esiste un luogo dove ognuno di voi può sentirsi un vero divo, può gioire del fatto che le donne si girino per strada a guardarvi, può assaporare il gusto di sorridere ad una ragazza e vederla svenire ai propri piedi: questo luogo è il Centroamerica!
Già, perché qui la mescolanza con i Maya o in generale con le popolazioni indigene precolombiane è ancora molto evidente e, a dire il vero, non è che i centroamericani eccellano per qualità fisiche.
Quindi, a parte pochi casi isolati, persone come me, bianche, con capelli leggermente più chiari del nero corvino, alti più della media della popolazione (che nel mio caso è un vero miracolo!) e con un accento straniero, possono davvero rivivere in prima persona situazioni simili a quelle dei Beatles assediati da orde di femmine urlanti!
Ringalluzzito dalla sensazione di sentirmi un modello sulla passarella, entro nell’enorme 4x4 che mi attende fuori dall’aeroporto per portarmi in albergo.
L’Intercontinental è uno di quei posti che qualche anno fa non avrei mai avvicinato, soprattutto perché non avevo i soldi per permettermelo, ma anche perché consideravo gli alberghi a 5 stelle (ed in parte li considero ancora) come delle isole sfacciatamente ed eccessivamente felici, in posti in cui il minimo che si dovrebbe fare è rendersi conto che di felicità non è che ce ne sia una grossa quantità in giro.
Oggi devo confessare senza vergogna che ho apprezzato le comodità, non per il gusto di averle a disposizione, ma per il semplice fatto che senza di esse il lavoro da svolgere sarebbe stato molto più duro e certamente più disagiato.
Il fatto di dover convivere con altri colleghi, meno abituati alla mia visione realisticamente avventuriera di questo lavoro, mi ha poi forzato ad assumere atteggiamenti che decisamente non sopporto, dettati dal timore di qualsiasi evenienza e diretti a fare di tutto per scongiurarla.
Abitudini quali prendere solo i taxi dell’albergo, uscire solo a certe ore, non camminare da soli per strada, non allontanarsi troppo dalle zone vigilate, sono tutte ottime abitudini, se ti vesti in giacca e cravatta e porti un orologio o un paio di occhiali da sole in ogni istante della tua vita.
Altre volte sono solo eccessive e sintomo di un’incapacità di affrontare le situazioni in maniera differente, per adattarsi a realtà che richiedono semplicemente buon senso.
Se hai addosso un paio di jeans e dentro le tasche i soldi li porti sfusi, magari in 3 tasche diverse e lasci il cellulare in camera, mi da fastidio pensare che ad ogni costo ci siano pericoli in ogni lato: ci sono quartieri da non frequentare, atteggiamenti da evitare, ore sconsigliabili, ma sinceramente in tanti anni di vita vagabonda, le uniche rapine che ho subito hanno avuto luogo a Roma, in pieno giorno, a poche centinaia di metri da casa mia.
Il caso è diverso se sei in centro a Tegucigalpa e cammini in gruppo: una decina di vestiti blu incravattati nel bel mezzo di venditori ambulanti, macchine incastrate nel traffico e file di persone che aspettano per ore il taxi collettivo alla fermata.
Per la prima volta in vita mia mi sono sentito un bersaglio ambulante, con un cartello attaccato dietro la schiena che diceva: “Sparami, sicuramente ne hai da guadagnare!”
I colleghi locali ci rassicuravano ed in realtà lo abbiamo dovuto fare solo un paio di volte, per non più di 5 minuti ciascuna; la sensazione però non è stata piacevole.
L’ultimo giorno ero stufo della vita di segregazione e insieme a tre colleghi meno timorosi, abbiamo preso un taxi normale e ce ne siamo andati a fare un giro in centro.
Abbiamo comprato qualche oggetto d’artigianato e ci siamo fermati nelle librerie più spoglie che abbia mai visto, dove però ho comprato ad un prezzo indicibilmente basso l’edizione commemorativa di “Cent’anni di solitudine” che la Real Academia Española ha pubblicato in onore degli 80 anni di Márquez.
Ho rivisto i vecchi campesiños con il machete appeso alla cinta, le mani aggrovigliate dalla fatica, le rughe scavate in una pelle di cuoio; le donne che insieme alle proprie figlie preparavano sacchetti di plastica multicolore ripieni di frutta; i bambini sbandati, accovacciati in un angolo e persi chissà dove, tra i vapori dei benzeni che raccolgono in bottigliette strette al petto come loro unico tesoro; i poliziotti, carichi di armi e dagli stivali pesanti, con lo sguardo necessariamente invadente, sempre in tensione; le guardie private all’ingresso dei negozi, smagrite e giovanissime, con fucili a pompa più pesanti di loro.
Ho visto però anche i sorrisi sinceri di coloro che ti spiegavano la strada e aggiungevano “Para servirle” dopo il tuo “Muchas gracias”; ho ascoltato musica in ogni angolo, in ogni ufficio, in ogni negozio, in tutti i mercati, perché qui la musica c’è sempre, forse a distrarti dalla fame inguaribile, dal fetore diffuso, dal caldo che t’incolla le palpebre, o forse solo perché la musica costa poco e ti parla un linguaggio ideale, privo di dolore, in cui la quotidianità si smorza e la bocca sussurra parole sensuali e dal peso leggero.
Poi il viaggio s’è concluso, il ritorno s’è fatto vicino e salutare questo paese, m’è sembrato difficile.
Anche se questa città continuava a risultare pur sempre orribile, la osservavo nell’ottica di chi non sa mai staccarsi da un luogo in cui ha appena cominciato a grattare via la fuliggine dai vetri della comprensione.
L’orribile Tegucigalpa, a cui m’abituavo ogni giorno di più, iniziava a somigliare al ricordo di Chiquimula, di Huehuetenango, di Città del Guatemala ed io cominciavo ad aver voglia di fermarmi, di non partire.
Sembra strano a dirsi, ma qui, quando la gente ti dice: “Mi casa es tu casa”, sente davvero quello che dice.
Ho comprato una buona bottiglia di rum, ho impacchettato tutto e mi sono preparato alle 20 ore di volo che mi attendevano.
Ma ancora un paio di note positive prima di chiudere.
Ho incontrato persone piacevolmente folli, ho scambiato conversazioni interessanti ed ho scoperto aspetti di me stesso in tutti coloro con cui lavoravo.
Due su tutti, i membri statunitensi del gruppo di lavoro: Gregory, da me definito “l’Americano più europeo che abbia mai conosciuto”, con un profondo disprezzo per l’attuale amministrazione Bush, tale da fargli rifiutare il posto fisso che la decennale tradizione familiare gli avrebbe garantito al Dipartimento di Stato, una passione viscerale per il vino ed il buon cibo e con diversi anni di vita vagabonda in Europa e Africa; e John, un esperto di statistica in pensione, con uno spagnolo perfetto ma dall’accento irresistibilmente ed americanamente comico, una tenacia incredibile nel cercare le sue verità numeriche e 5 anni di Ecuador alle spalle, in cui oltre alle tante altre vesti ufficiali, ha indossato anche quelle di allevatore di polli, impiego che gli è valso il soprannome di “Gringo loco” in una bella fetta del paese.
Ma devo citare anche Diana e Geremy, marito e moglie volontari medici dell’Oregon, in Honduras per 20 giorni a fare interventi di palatoschisi gratuitamente; li ho salvati dall’ispezione corporale nell’aeroporto di Tegucigalpa, facendo l’interprete e spiegando loro perché non potevano portare certi prodotti nel bagaglio a mano; mi hanno ringraziato per tutto il volo e volevano anche offrirmi un panino al triplo burro con insaccati vari, ma ho spiegato amabilmente che il mio fegato aveva già pronta una citazione in giudizio per ciò che gli avevo imposto fino a quel momento e che ogni ulteriore attacco sarebbe stato visto dal mio organo interno come una provocazione inaccettabile.
Persone che ti riconciliano col mondo che vorresti odiare, ma che a volte semplicemente non conosci.
Solite hostess, soliti scali, soliti poliziotti statunitensi all’immigrazione scortesi, incomprensibili e frustrati, soliti negozi da duty free aeroportuale, solite decine di persone obese all’inverosimile.
Poi l’Europa, aeroporto di Amsterdam, dove tutto aveva un tocco di classe diverso e al posto del fast food di hamburger c’era quello di sushi, con tanto di cuoco giapponese in divisa.
E anche le olandesi, che notoriamente sono le donne più belle del mondo fino a 20 anni ma poi si tramutano in chianine bionde, sembravano splendidamente slanciate rispetto alle gigantesche proporzioni d’oltreoceano; i poliziotti sorridevano amabilmente, accennavano un “Arrivederci” stentato ma graditissimo e ti lasciavano nelle mani di colleghi sereni, calmi, dal tono di voce paziente.
Avrei da dire qualcosa anche sull’aereo dell’Alitalia che mi ha riportato a casa e sui 55 minuti di attesa davanti al nastro dei bagagli, ma non vorrei offendere nessuno con parenti nella compagnia di bandiera, quindi mi limito a sperare che la compri presto qualcuno in grado di farla sembrare degna di un paese civile.
XIII puntata: L’orchestra di Piazza Vittorio
Per chi di Roma non è (o a Roma non ha mai vissuto) breve digressione: è un’orchestra formata da musicisti provenienti da diversi paesi, creata nel quartiere Esquilino e più precisamente Piazza Vittorio, che è al centro di un grande flusso di immigrazione, per trasmettere un messaggio di tolleranza, armonia e integrazione attraverso la musica.
Detto questo: me ne vado su internet e che vedo???
L’orchestra di Piazza Vittorio al Tribeca Film Festival????
Questo è come andare nel miglior ristorante di Parigi e vedere nel menù "a coda a vaccinara"...
Momento di smarrimento, stupore ed eccitazione che mi ha fatto chiamare all’appello la truppa per una domenica pomeriggio al cinema a supportare il documentario sull’orchestra.
Ci sono anche loro: Agostino (il regista), Mario (il direttore dell’orchestra ex tastierista Avion Travel) e alcuni musicisti.
Intervista prima della proiezione:
Traduttrice: “The orchestra has been supported by Neaani Moureeti (e vabbè...) who supported the documentary as well at the Soccer Theater” (come???? er teatro del calcio balilla????? non vorrà mica dire il cinema Sacher... ma porca miseriaaaaaa).
Poi Mario con il suo inglese meraviglioso, approssimatissimo e dalla sonorità casertana ma dolce, innocente e ironico allo stesso tempo.
La traduttrice “Will you stay for a second interview?” e lui “Eh?? eh si si vabbuo’”. “Grandeeee’” dalle file alte scatta il nostro grido di appoggio simile a quello con cui abbiamo appoggiato Morricone agli Oscar quando ha dedicato la statuetta alla Signora Maria, consorte.
Il grido si fa più forte quando alla domanda “How do you feel since Sabal (un musicista) left the orchestra” e lui “It is a pain” invece che “sorrow”… che in americano si traduce letteralmente con “un dito al culo”, grazie per averci regalato questo momento soprattutto quando fuori mi fa’ “Ma sai un po’ un dito al culo è sul serio”.
Documentario, bello.
Andate.
E’ riuscito nell’impossibile, ricongiungermi con quello che di Roma ho sempre amato e che con il tempo uno tende a dimenticare, un po’ immalinconita e con faccia da emigrante inizio secolo, ascolto la seconda intervista poi scendiamo a salutarli, scrocchiamo il cd da Giovanni, il discografico, ma la conversazione va tranquilla tra accenti romani e impressioni incrociate: loro curiosi della nostra idea di NY, noi curiose di quello che ci dobbiamo aspettare per un futuro rientro a Roma.
Mario regala idee, di quelle serene e ferme, impastate di umanità.
Mi da forza, a tutte noi.
Contraccambio con una sigaretta fuori, riassume passato presente e futuro con una sola frase “Ma sai Robbe’, alla fine quello che più mi fa felice è sapere che ho creato 15 posti di lavoro". Vorrei dire che di fronte a questa semplice e solida visione della vita mi abbiano tremato le ginocchia, ma credo fossi io a tremare.
Decidiamo tutti che la serata è solo appena cominciata e finiamo downtown, tra il Lower East Side e Chinatown a bere e mangiare in un ristorante brasiliano, gioia della saudade di Evandro, chitarrista di San Paolo che Roberta di Trento, e diciamoloooo, si voleva rimorchiare e che abbiamo scoperto stamattina essere sposato... evvvai!
Viva gli artistiiii!!!!
Con la allegra compagnia anche la cugina di Uto Ughi, che data la sua scarsa gentilezza tutti si rimbalzavano dicendo “Mica è amica mia...”.
Dopo aver provato con pazienza a insegnare il concetto di futuro anteriore a un brasiliano che lo ha riassunto come “E’ un tempo sfigato”, siamo finiti e fumarci alle 4 di mattina la canna della buona notte nel parchetto del Lower East Side.
Risate davvero tante, romanità molta, ma di quella che mi piace, sottile, ironica, complice.
Abbracciati verso Houston in coppie come un fine settimana sullo struscio di Anzio io e Giovanni ripetevamo al binomio Roberta-Evandro “Quando verrai a trovarmi io sarò già andata via”… mo’ hai il capito l'anteriorità nel futuro?
Traduci il brasiliano e lui: “Beh in brasiliano significa che lei lo ha lasciato”.
Un grazie di dovere a uno fra di voi che anni fa mi portò a un concerto dell’orchestra a Piazza Vittorio.
Ieri notte è stata una gran notte a NY, di quelle che riappacificano con le radici e che mi fanno amare ancora di più questo posto, che sarà sempre per me, la città degli incontri.
P.S. per i romani o residenti: il 24 suonano a Piazza Vittorio: se andate e vedete una ragazza tra il pubblico vestita come un incrocio tra Minnie, Audry Hepburn e Amelie, quella è Sonia.
Datele un abbraccio perchè saranno le sue prime 24 ore in patria di nuovo da residente dopo due anni a NY e i rientri si sa, a volte destabilizzano.
XII puntata: Twin Peaks
Tempo di viaggi nell'ufficio commerciale della compagnia:
Veronica: Berlino - Madrid – Parigi
Stacey: Atlanta - Miami - Boston – Chicago
Barbara: San Francisco - L.A.
Roberta... Fredericton...
Ehhhh???
Ma ‘ndo sta???
Sta nel mezzo della landa Canadese del New Brunswich.
Da Montreal al paesello, dal finestrino dell’aereo, ho visto in ordine: pine trees, macchie bianche circolari che dopo un’ora ho identificato come laghi ghiacciati, pine trees again... non c’è nessuna casetta piccolina in Canadà!
Arrivo nella ridente cittadina nota nel Canada per... base militare... entusiasmoooo.
Nella stanza dell’aeroporto, cioè nell’aeroporto che è una stanza, foto appese alle pareti di MISSING WOMEN... con bella foto in primo piano delle scomparse, di quelle foto agghiaccianti scattate per la sera del prom, quando c’hanno quei bracciali col fiore sul polso, i capelli tirati anni ‘60 e lo sfondo celestino.
Esco, fa freddo ma c’è il sole.
Bandiere con foglie d’acero, si, sono in Canada, facciamocela prendere bene.
Ma la foglia d’acero svetta a mezz’asta, allegriaaaa.
Chiedo al ragazzo accanto a me, 7 soldati morti in Iraq.
Un elicottero militare arriva dalla landa dei pine trees.
Un taxi ci prende su in 3.
Davanti un uomo con tic nervosi e un inglese livello uno, si fa lasciare nel mezzo nulla e sorride strano e io, mentre viaggiamo verso quel nulla, immagino il mio faccione contro uno sfondo celestino, appeso a una parete di un aeroporto: missing.
Non ci disperiamo, l'albergo è vicino.
Rimango due secondi con la valigia davanti a questa specie di castello rimodernato (in peggio) con guglie gotiche e mura grigie, neve tutta intorno e sull’altro lato un fiume largo e forte, in cui non mettereste nemmeno il dito mignolo per paura di essere trascinati a Boston per la corrente.
Camera 669, numero del diavolo?
Quasi.
Nel corridoio moquettato mi immagino scorrazzare in un triciclo, girare il collo come nell’esorcista e prendere un’ascia per fare fuori la povera Delma che arriva quel pomeriggio e che non fara’ altro che lamentarsi di quanto gli manca la sua famiglia e che non le piace viaggiare... Maro’ che palle.
Decido che Twin Peaks alias Fredericton deve avere un lato positivo... ma i freak si moltiplicano... nel centro dove presento "Hotels of NY" ci sono nell’ordine i seguenti personaggi: la donna allergica a qualsiasi prodotto - per cui ci avvertono che niente deodorante, profumo... insomma facciamo finta che non puzziamo; la donna forever young - che si spara siringhe di botulino sopra gli occhi per dimostrare 5 anni meno (e non lo abbiamo dedotto, lo diceva lei orgogliosa); il disco rotto umano - uomo capace di scordare qualsiasi input e ripetere la stessa domanda una ventina di volte in un’ora, completo memento.
E via dicendo...
Decido che David Lynch ha sbagliato completamente ambientazione e una parte di me all’improvviso capta un senso nella follia che fa prendere in braccio un fucile e ammazzare il vicino perchè il cane ha fatto i bisognini sulla aiuola tirata su con tanto amore.
Ma... Montreal mi aspetta... 3 giorni di vacaza nel Quebec!
Montreal: tempesta di neve che non hanno da 10 anni in Aprile e di cui in totale riescono a ricordare altre 3 come questa.
Camminando per le strade, nessuno.
Tutti sottoterra dove scorre un centro commerciale, versione moderna e consumistica del concetto di catacomba.
Un’amica mi raggiunge da NY.
La amica si rivela un’alcolista (e se lo dico io...).
Si scola bottiglie da sola e tra una conversazione e l’altra confessa: “Mai avuto un orgasmo” (l’amica in questione è anche molto bella e non te lo aspetteresti) e confessa un terrore verso l’inaspettato che la fa essere una control-freak (eccone un altro di personaggio...).
La famiglia viene descritta in base a preferenze alcoliche: “A mamma piace lo scotch, papà ed io vino, mia sorella vodka”, il che mi fa pensare che di bottiglie se ne scolano tutti parecchie.
Ma lei porta orecchini e forma di perle e maglioncini cachemire, lucidalabbra perfetto, l’incarnazione della perfetta ragazza americana, sana e pulita.
Un altro essere mezzo-rotto di questa generazione di senza punti fissi.
Sopravvissuta a questa settimana mi considero cittadina onoraria di Twin Peaks, forse mi daranno le chiavi della città.
XI puntata: The little Russia by the sea
A chi dice che noi italiani siamo un popolo di senza patria incapaci di dare valore alle tradizioni, vorrei far vedere le mail di panico di questa settimana che hanno preannunciato una OBBLIGATA celebrazione pasquale (profana ovviamente) in cui ci si lanciava programmi alternativi sotto un comune denominatore “Che famo a Pasqua???”.
Insomma, se i colori e il disegno della nostra bandiera scarseggiano in fantasia e l’inno è una marcetta un po’ ridicola, ciò non vuol dire che non ci si abbracci tutti sotto il comun denominatore pasquale di pranzo/scampagnata.
L’italiano medio è anche un bel testardo privo di spirito di adattamento perchè per noi Pasqua = Primavera (e continuiamolo a farlo questo errore di non cagare il weather man e non collegarci al weather forecast) così, più cocciuti di un tavolo di marmo abruzzese, decidiamo che siamo rondini quando ancora scorrazzano pinguini…
Un errore che ci porta dritti dritti al mare per poi finire a scorrazzare sulla spiaggia di Coney Island con -2 gradi, prendendo in faccia un davvero originale misto di sabbia/neve… cioè neve… a Pasqua… ohhhhh stiamo a Aprileeeee , ma bastaaaaaa!
Dopo un davvero molto pauroso giro nella casa dell’orrore del Luna Park di Coney Island (dove l’unica emozione era data dal cigolio della carretta che secondo me era stata controllata l’ultima volta nell’82) perchè ovviamente le montagne russe e la ruota panoramica con la tempesta de neve le fate voi…; mi dirigo sul lungomare a difendermi dalla specie Americana di pterodattilus gabbianus (adesso capisco finalmente il film di Hitchkock)…, che secondo me si nutre dei famosi hot dog di Nathan’s pure lui come tutta la popolazione locale.
Affamati dalla lotta con i pennuti del paleozoico decidiamo che il momento topico è giunto: la magnata de Pasqua.
Così prendiamo su la stuoina (perchè SI, DICIAMOLO, Sonia con la neve e -2 si è portata la stuoina…e l’olio solare no?????!!!!) e ci dirigiamo a Brighton Beach dove io personalmente ho avuto l’istinto di cercare il passaporto in tasca visto che all’improvviso tutto è scritto in cirillico, ma TUTTO.
Non sapendo dove andare entriamo in un supermercato e chiediamo per un ristorante (russo ovviamente) e tutti ci guardano perplessi… ci guardano perplessi perchè NESSUNO parla inglese!
Nessuno meno la fantastica Marina che ci manda dritti dritti da “Primorski” (non è uno scherzo… si chiama proprio così).
Primorski: ristorante stile disco anni ’80 con palla e pista da ballo, candelabri di finto cristallo e camerieri in cravattino.
Roberta (la mia omonima del nord Italia) lancia un “Beh beviamo vodka liscia a pranzo no?” e tutti la guardiamo con una faccia tipo “Non ce la faremo mai, chiediamo anche acqua, una Diet Coke, succo d’arancia, qualunque cosa possa diluire…”.
Dico solo che dopo il primo litro di vodka liscia ne abbiamo chiesto un altro mezzo… in 4… osteee… portace da beveeeee.
Siamo stati a tavola quelle 3 /4 ore necessarie per non farci salire nausea russe (anzi Georgiane perchè il ristorante era Georgiano) e siamo finiti a casa verso l’una , accompagnati dal nostro angelo custode russo trapiantato negli States da secoli che, dopo tutto quell’alcol e quella stanchezza, decide di riportarci in macchina ognuno alla propria mangiatoia per poi andare a lavorare alle 6 di mattina… e che fa??? che lavoro fa???
Lavora per la società che controlla il buon funzionamento dei semafori di NY… ho il terrore di vedere il bollettino stradale di oggi…
Frase storica: Sabrina (commentando con Isaac, il nostro amico russo, i caratteri somatici dei camerieri del Ristorante Primorski) “Si vede che non sono russi ma georgiani, assomigliano molto di più a quelli dell’Adzerbaijan che ai russi”… ?????????????...
Buona Pasqua a tutti voi da “Britghton Beach, the little Russia by the sea” (senza nessun passato comunista ovviamente… non scherziamo!).
Si, avevo bisogno di natura, di riempirmi le scarpe di sabbia, di vedere il tramonto sullo sfondo di una montagna russa di legno che si tuffa nel mare.
E di vodka!
I puntata: “Saludos desde Guate”.
New entry nel blog!
Flavia, amica ed ex collega di lavoro, trasferitasi in Guatemala con il marito per lavorare ad un programma di cooperazione che andrà avanti per un paio d’anni.
Spero entri a far parte di coloro che hanno voglia di raccontare con continuità le loro esperienze lontano dall’Italia ma nel frattempo la ringrazio per aver fatto il primo, importante passo.
¡Adelante viajeros y gitanos!
Raccontate tutto quello che potete!
Guatemala città in stato d’assedio!
E’ stato un mese duro per la città di Guatemala.
Abbiamo iniziato con l’enorme voragine che si è creata in piena città, nella zona 6.
Le foto hanno fatto il giro del mondo.
Tre morti e molte famiglia hanno perso la casa.
Si parlava da giorni di rumori provenienti dal sottosuolo, probabilmente una faglia nel precario sistema fognario.
Non ha fatto il giro del mondo invece la notizia dell’uccisione di 3 deputati salvadoregni e del loro autista mentre venivano in Guatemala per una sessione del parlamento centroamericano.
Ad ucciderli è stata la polizia stessa.
I colpevoli, arrestati quasi subito, sono stati a loro volta uccisi 3 giorni dopo nel carcere di alta sicurezza nel quale erano detenuti!!!
Improvvisamente ci si indigna per qualcosa di cui tutti conoscono l’esistenza: gli squadroni della polizia.
Sono stati fatte tante ipotesi, altri arresti, ministri destituiti, ma la verità probabilmente non la conosceremo mai.
Il mio ufficio si trova nella zona 10 e la casa non molto lontana.
Qui si trovano la maggior parte degli uffici e degli alberghi dove si svolgono i principali eventi. Ogni volta vengono chiuse le strade, il traffico deviato, centinaia di poliziotti e guardie del corpo riempiono le strade dando un colpo d’occhio impressionante.
Abbiamo iniziato con la visita di Bush.
Le autorità locali riponevano molte aspettative nella visita di 24 ore del presidente americano, soprattutto in un maggiore appoggio al paese, alla lotte al narcotraffico e in modo particolare al tema degli immigranti.
Tema molto dibattuto in questo periodo a causa degli innumerevoli clandestini residenti negli USA.
Contrastanti le reazioni rispetto ai risultati di questa visita.
Le principali proposte del presidente sono state di dare vita ad un piano regionale contro il narcotraffico, promuovere programmi sull’educazione e la salute (formazione del personale medico) e appoggiare la Comisión Internacional contra la Impunidad en Guatemala (Cicig) e le esportazioni di verdure dell’occidente del paese oltre ad offrire appoggio affinché ci siano elezioni libere il prossimo settembre.
Queste le “offerte” del presidente Bush, nessun accordo firmato, non un passo indietro rispetto alla deportazione degli immigranti.
Bush ha poi passato il testimone al BID (Banco Interamericano de Desarrollo) che ha tenuto la sua XIX riunione dei governatori (hanno partecipato 5 capi di stato e 4500 personalità!).
In questi giorni si sono svolte, sedute plenarie, fori e seminari con la società civile, il settore privato e i giovani, per quasi una settimana.
Stesso scenario: stessi hotel della zona 10, migliaia di poliziotti, strade chiuse, traffico in tilt e i poveri chapini (e io!) che devono fare i salti mortali per arrivare al proprio posto di lavoro.
In questa settimana sono state prese diverse decisioni e lanciate nuove iniziative.
Tra queste ricordo la decisione di “condonare” debiti a Bolivia, Guyana, Haiti, Honduras e Nicaragua per diversi milioni di dollari.
Il Guatemala non è tra questi paesi.
Negli stessi giorni davanti a questi hotel, mentre si svolgevano le sedute di lavoro, centinaia di guatemaltechi hanno protestato criticando la politica del BID per il fatto che la maggiora parte dei programmi di sviluppo riguarda il settore privato e non la popolazione più vulnerabile.
Siamo poi passati alla III Cumbre continentale dei popoli indigeni con delegazioni di Bolivia, Perú, México, Colombia, Ecuador, Venezuela, Nicaragua, El Salvador, Panamá e Stati Uniti.
La 3 giorni si è svolta tra le rovine maya di Iximché, Tecpan, Chimaltenango.
L’evento è iniziato con rituali e cerimonie maya, i sacerdoti e le guide spirituali hanno inaugurato l’evento invocando saggezza e chiarezza per i partecipanti.
Da parte del Guatemala hanno partecipato 75 delegazioni di comunità maya tra cui: k’iche’s, kaqchikeles, mames y q’eqchi’es.
La cumbre è terminata con la condanna a Bush e a tutti i governi neoliberali, la condanna del trattato di libero commercio che il governo degli USA ha firmato con alcuni paesi latinoamericani, proclami ai governi contro lo sterminio dei popoli indigeni e le discriminazioni contro questi popoli, appoggio alla candidatura alla presidenza di Rigoberta Menchù e a Evo Morales, presidente boliviano, per la sua candidatura al premio nobel e tanto altro ancora.
Abbiamo chiuso il mese di marzo con la visita dei reali di Spagna e ci prepariamo per la “Semana Santa”.
La settimana per eccellenza delle vacanze.
In questo giorni la città si svuota, siamo in piena estate e tutti vanno al mare a godersi un po’ di sole in attesa della stagione delle piogge ormai alle porte, senza dimenticare le tante processioni di questi giorni, un mix tra sacro e profano, molto sceniche e vissute con grande trasporto.
Abbiamo poi la famosa infiorata di Antigua (ne fanno una uguale al paesello dei miei genitori!!): un tappeto di diversi km di fiori con i quali vengono fatti dei quadri molto belli.
Vi auguro una felice Pasqua.
X puntata: Cosmos & blood in the Village
9 p.m.
Bar.
Alcolizzandoci in finestra.
Seduta su un divano rappezzato bevevo il mio Cosmo quotidiano.
Faceva caldo, la primavera sembrava essere arrivata.
Gorka fumava sigarette a caro prezzo.
Diego raccontava vite di cantanti Folk di cui neanche la loro madre sa il nome.
Francesca mostrava scarpe nuove.
Tiziana controllava il territorio.
Lo stereo del locale suonava una canzone dei “The Killers”.
Una luce ci illuminava… la fama?
Diego dice: “Hay un meneo”.
“Meneo?”.
Traduzione di Tiziana: “Qualcosa bolle in pentola”.
Io: “Tiziana sei pronta per mandare il Cv allo Zingarelli e forse ti prendono per i corsi di spagnolo della terza età”.
Davanti a noi qualcosa bolliva in pentola… la pentola illuminata da 3 fari di elicottero stile Red Carpet degli Oscar.
La NYPD era più numerosa che nella puntata di chiusura di CSI.
Il gesso cominciava a fare figurine sul cemento.
Cadaveri.
Satellite di Fox News.
Live on National Tv a reti unificate.
Diego è stato seguito nel bagno dalla polizia.
Non abbiamo mai saputo se in quel bagno ha perso un qualche tipo di verginità.
Terrore.
“Scusi un altro Cosmo…”.
Un cartello sull’edificio di fronte inneggiava: “Peace in the world”.
Fox godeva come un porco per questa coincidenza.
Che è successo?
Cazzo che è successo?
Versioni:
- hanno sparato a un barista
- hanno sparato a un barista e un poliziotto
- hanno sparato e un barista e due poliziotti
- hanno sparato a tutti , tutti morti
Tutte le versioni vere.
“Vabbe’ raga’ chi ha fame?”.
Il Massacro era stato in pizzeria.
Di che avete voglia?
All’unanimità: “Pizza”.
Un pacchetto di sigarette: 7 dollari
Un cheesburger con american cheese (de plastica): 12 dollari
Entrata per il Moma: 20 dollari
Biglietto metro 7 giorni: 24 dollari
Una notte jazz al Village Vannguard: 35 dollari
Una chitarra per Diego (che non è mai stata comprata ma che è stato l'obiettivo e la paranoia di una settimana): 2000 dollari
Massacro al Village: non ha prezzo
Per il tutto il resto c’è Master Card.